Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

domenica 24 dicembre 2017

Così umano come Gesù soltanto Iddio stesso



                                              


                                             Leonardo Boff

Il Natale ci ricorda  le nostre origini umili. Il Figlio di Dio non volle nascere in un palazzo, con tutto quello che gli appartiene, in pompa e gloria. Non scelse un tempio, con i suoi riti, incensi, candele accese e canti. Nemmeno trovò una casa per lo meno decente. E’ nato là dove gli animali mangiano, e messo a riposare in una greppia. I genitori erano una casalinga e un falegname, in viaggio a causa di un censimento voluto dall’imperatore di Roma.
                Questa scena ci rimanda alla situazione presente in Brasile e nel mondo: milioni e milioni di poveri, molti affamati, altrettanti milioni di bambini i cui occhi quasi sporgono dalle orbite a causa della fame e della stanchezza. La maggioranza muore prima dei tre anni. Essi attualizzano per noi la condizione scelta dai figli di Dio.
                Scegliendo coloro che socialmente non esistono e coloro che sono ritenuti invisibili, il Figlio di Dio volle inviarci un messaggio: c’è una dignità Divina in tutti questi sofferenti. Nei loro confronti dobbiamo mostrare solidarietà e com-passione, non come pena interiore, ma come forma di partecipare alla loro sofferenza. Sempre avremo poveri in questo mondo, lo dice la Bibbia. Una ragione in più per riprendere sempre la solidarietà e com-passione. Se qualcuno fa lo stesso cammino e spezza il pane insieme tende la mano e aiuta ad alzarsi chi è caduto, ancor di più se qualcuno si fa amico voglio dire quello che spezza il pane, la sofferenza diventa minore e la croce più leggera.

giovedì 21 dicembre 2017

In un momento della storia, al centro di tutto ci sta una donna Leonardo Boff*


Leonardo Boff*

              La festa del Natale è tutta concentrata sulla figura del Bambino Divino (puer aeternus), Gesù, il Figlio di Dio che decise di abitare tra di noi. La celebrazione del Natale va oltre questo aspetto. Se ci limitiamo soltanto a Lui, cadiamo nell’errore teologico del cristomonismo (solo Cristo conta) dimenticando che esistono anche lo Spirito e il Padre che sempre operano insieme.
              Occorre mettere in risalto la figura di sua madre, Miriam di Nazareth. Se lei non avesse detto il suo “Si”, Gesù non sarebbe nato e non ci sarebbe il Natale.
              Siccome tutti noi siamo ancora ostaggi dell’era del patriarcato, questo ci impedisce di comprendere e valorizzare quello che dice il Vangelo di Luca rispetto a Maria: “Lo Spirito Santo verrà sopra di te e l’energia (dìnamis) dell’Altissimo farà una tenda sopra di te. Per questo che il Santo generato sarà chiamato Figlio di Dio“( Luc 1,35).
              Le traduzioni comuni che risentono di una lettura mascolina, dicono “La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. L’originale greco non è questo che ci suggerisce. Letteralmente si afferma : “L’energia (dinamis) dell’Altissimo pianterà la sua tenda su di te (episkiàsei soi)”. Si tratta di un modismo linguistico ebraico per significare “Abitare non in modo passeggero ma definitivamente” su di te, Maria. La parola che si usa è skené che significa tenda. Piantar la tenda su qualcuno (epi-skiàsei), come afferma il pezzo, significa: a partir da adesso Maria di Nazareth sarà portatrice permanente dello Spirito. Lei è stata “spiritualizzata”, vale a dire lo Spirito fa parte di Lei.

lunedì 18 dicembre 2017

GUERRA CIBERNETICA NUOVE FORME DI GUERRA





Leonardo Boff*

Conosciamo le forme classiche di guerra, un tempo ingaggiate tra eserciti e, dopo Hitler, (con la sua “totaler Krieg” = guerra totale) di popoli contro popoli. Sono state inventate bombe nucleari così potenti che potrebbero distruggere tutto ciò che è vita sulla Terra. Si dice che erano armi di dissuasione. Non importa. Chi ha per primo l’iniziativa, vince la guerra che durerebbe pochi minuti. Il problema è che sono talmente letali che possono uccidere tutti, anche quei primi che le hanno lanciate. Sono diventate armi spauracchio. Ma attenzione, la sicurezza non è mai totale e non è impossibile che qualcuna di queste esploda sotto l’azione degli hackers mettendo a rischio gran parte dell’umanità.
Ultimamente è stata inventata un’altra forma di guerra che le grandi maggioranze non ci badano nemmeno: la guerra cibernetica, chiamata anche guerra informatica, guerra digitale e cyberguerra.
Questa poggia su uno sfondo che merita di essere considerato: esiste un eccesso di accumulazione di capitale al punto che le grandi corporazioni non sanno dove investirlo. L’agenzia di politiche dello sviluppo, Oxfam, presente in 94 paesi, e assessorata da scienziati del MIT, ci ha fornito per quest’anno 2017, i seguenti dati: 1% dell’umanità controlla più della metà della ricchezza del mondo. Il 20%  più ricco possiede il 94,5 %  di questa ricchezza mentre 80% deve rassegnarsi con il 5,5%. Ecco una profonda diseguaglianza che tradotta eticamente significa ingiustizia perversa.

lunedì 11 dicembre 2017

Nè pater né Patria.. (i racconti del partigiano G.)

                                        



                                                            di Giorgio Giannelli

La Patria. Tornato da Roma nel maggio 1943 con le pive nel sacco, il solito italiano e greco a settembre, mio padre andò fuori dai gangheri. Non mi voleva più a tavola. Di me non sapeva che farsene e mia madre mi dovette passare il cibo dalla finestra di cucina e io dovevo mangiare da solo sul deposito dell'acqua in giardino. Come il cane di Pinocchio, Melampo. Pranzo e cena. Una mattina mi venne a trovare di corsa il mio amico Gianfranco Tonini. Aveva il fiatone, mi abbracciò gridando "Hanno fatto fuori Mussolini!". Uscimmo e andammo a solito caffè Grand'Italia dove c'era un gruppetto di persone che commentava. Niente di eccezionale. Poi udiimmo uno che gridava da un terrazzo di via Barsanti, una traversa secondaria, rispetto a quella principale del paese, dove abitavo, la via Mazzini. Era Poldino Vanni che improvvisava un comizio antifascista davanti a una ventina di persone. Tutto lì. 

venerdì 8 dicembre 2017

Il Fascismo tra significante e significato

  
                           


                                  di Carlo Felici


In alcune riviste e giornali italiani, oggi, è di gran voga agitare il pericolo neofascista, primi tra tutti alcuni “liberal” molto noti, con inchieste varie, in particolare sul mondo più o meno torbido che fa da sfondo a quella che è oggi la cosiddetta galassia neofascista.
Galassia che, già di per sé, contraddice la natura stessa di un movimento che possa essere autenticamente fascista, la cui identità ed azione, almeno storicamente, è stata sempre unitaria e compatta, in particolare nella sua struttura organizzativa che ha sempre e immancabilmente ruotato intorno al suo Duce e fondatore: Benito Mussolini, il quale, evidentemente, non è interpretabile in un modo o in un altro, ma è semplicemente studiabile nella sua biografia e nel suo percorso storico, esauritosi nel 1945.
Se il Fascismo, in senso sincronico, fu e resta legato a Mussolini, esso, in senso diacronico, non ebbe, nonostante la continuità della guida che su di esso esercitò il suo Duce, la stessa fisionomia, anche perché non fu mai legato ad una cultura politica in senso stretto né ad una ideologia.

martedì 21 novembre 2017

Una questione donne..una questione di classe (I racconti del partigiano G.)






                                                   di Giorgio Giannelli


Dopo quel 19 settembre 1944, giorno in cui liberammo da soli il Forte, i partigiani si accasermarono nell'albergo Parco di Piemonte, proprietà del signor Aldo Fracchia. Fu lì che si fece una grande cena a base di spaghetti. Mancava il vino e ci adattammo con una damigiana di Marsala trovato in cantina. I grandi cuochi furono Guglie' Raffaelli e Agostino Maggi. Una grande tavolata. Durò delle ore.
 Alla fine erano tutti ubriachi e si voleva cantare. Ma cosa? Si cominciò con Bandiera Rossa, poi qualcuno intonò Bandiera Nera, l'inno degli alpini della Julia. A un certo unto uno dei due disertori tedeschi, si chiamava Jean Petit, ed era alsaziano, prese il via con la Marsigliese. Nessuno sapeva le parole, ma si andò mugolando in tono corale. Qualcuno si mise a piangere, io per primo La rivoluzione francese l'avevamo nel cuore. Piero Pierini chiamò Loris Famigli e me: “Dato che siete gli unici a 'un esse briachi, mettetevi di guardia dei fascisti, prendete lo sten e queste sono le chiavi. Nessuno deve entrare nelle stanze, neppure voi che ve ne starete fuori seduti per terra”. Come i fascisti, domandammo? “Si – ripose li hanno presi in giornata. Nessuno torga loro un capello”.

domenica 19 novembre 2017

Ortoprassi per un'etica di relazione






                                                         di Carlo Felici
                                          Saggio di etica per il III Millennio
 
Inizieremo questa serie di considerazioni cercando di definire il concetto di prassi
e di ortoprassi, nell’ambito di una dinamica dell’agire relazionato.
Il filosofo argentino Enrique Dussel ci dà la seguente definizione: “con prassi e
pratico si intende l’atto umano orientato verso l’altra persona; l’atto verso un’altra
persona e la relazione che lega una persona all’altra” E continua: “Prima di tutto
prassi è un ATTO che compie una persona, un essere umano, il quale, però, si
dirige ad un’altra persona o direttamente (una stretta di mano, un bacio, un
dialogo frontale, una botta) o indirettamente (per mezzo di qualcosa, per esempio
quando si spartisce un pezzo di pane [o condivide aggiungo io l’uso di un mezzo
informatico])…In secondo luogo prassi è la RELAZIONE stessa che intercorre tra due o più persone.”
Da ciò si evince che ogni agire è diretto a modificare la condizione originaria, lo
status di un qualsiasi soggetto, portandolo ad interagire con un altro soggetto,
stabilendo così una relazione tra soggetti diversi ma complementari.
Abbiamo inoltre rilevato la necessità di stabilire una ortoprassi, affinché la
modalità di relazione sia orientata da una “giusta” condizione in cui i soggetti
devono trovarsi, per poter interagire. Tale status originario non può che essere
quello in cui tutti i soggetti che interagiscono, conservano necessariamente la loro
identità di “soggetti” e non diventano a causa dell’uno o dell’altro, “oggetti”,
strumenti, mezzi per realizzare determinate finalità.

martedì 14 novembre 2017

GLI ANIMALI PORTATORI DI DIRITTI




Leonardo Boff*
L’accettazione o no della dignità degli animali dipende dal paradigma (o visione del mondo, valori) che ciascuno assume. Ci sono due visioni del mondo, pervenute a noi dalla più remota antichità e valide ancora oggi.
La prima considera l’essere umano come parte della natura e, insieme ad essa un invitato in più a partecipare all’immensa comunità di vita che esiste da 3,8 miliardi di anni. Quando la Terra stava praticamente pronta con la sua biodiversità intatta, noi abbiamo fatto irruzione sullo scenario dell’evoluzione come una tessera in più della natura. Sicuramente dotati di una specificità: la capacità di sentire, pensare, amare e curare, il che non ci da il diritto di considerarci padroni di questa realtà che c’era prima di noi e che aveva creato le condizioni per farci venire alla luce. L’apice dell’evoluzione c’era già stato quando è nata la vita e non al comparire dell’essere umano. La vita umana è un sottocapitolo del maggiore capitolo che è la vita.
Il secondo paradigma parte dal fatto che l’essere umano è il punto più alto del’evoluzione  e tutte le cose sono a sua disposizione per dominarle e usarle come gli pare e piace. Questo paradigma trascura il fatto che per sorgere ha avuto bisogno di tutti i fattori naturali anteriori ad esso, che si unì a quanto esisteva già e non scelse la posizione di dominio.

domenica 5 novembre 2017

La forza dei piccoli: la Teologia della Liberazione.





Leonardo Boff

Ogni volta che si celebra un Foro Mondiale Sociale,  si celebra pure un Foro mondiale della Teologia della Liberazione. I partecipanti – più di due mila, da tutti i Continenti (Corea del Sud, vari paesi dell’Africa, USA, Europa e di tutta l’America Latina) – sono studiosi che nelle loro riflessioni si servono di questo tipo di Teologia che consiste nel tenere sempre un piede nella povertà e nella miseria e l’altro piede nella riflessione teologica e pastorale. Senza questo accoppiamento non esiste teologia della liberazione degna di questo nome.
Ogni tanto, facciamo le nostre valutazioni. La prima domanda è: come sta il Regno di Dio qui nella nostra realtà contraddittoria? Dove stanno i segnali del Regno nel nostro continente, ma anche in Cina, nell’Africa crocifissa, specialmente in mezzo ai “piccoli dei nostri paesi”? Domandare informazioni sul Regno di Dio non significa domandare come sta la Chiesa ma come va il sogno di Gesù, fatto di amore illimitato, di solidarietà, di compassione, di giustizia sociale, di apertura al Sacro, quale centralità si conferisce agli oppressi? Questi e altri valori sono il contenuto di quello che chiamiamo Regno di Dio, il più grande sogno di Gesù.

venerdì 13 ottobre 2017

Dopo il Che, come e più del Che: Thomas Sankara vive!





                        
                                  di Carlo Felici 


Non si è ancora spenta l'eco delle commemorazioni del cinquantenario della morte del Che, che dovrebbe iniziare la celebrazione di un altro straordinario Comandante-Presidente che fu, in tutto e per tutto, allievo del Che in Africa. Eppure, stentiamo a vedere manifesti o altro che lo riguardi.

Perciò, per quanto ci è possibile, cerchiamo di colmare questo vuoto, forse dovuto al fatto che questo altro grandissimo personaggio del XX secolo è andato ancora più avanti, nel suo progetto di contestazione globale dell'imperialismo e del capitalismo, rispetto al Che, in una realtà più vicina a quella nostra contemporanea, e pertanto risulta ancora più “scomodo”

Thomas Sankara fu assassinato 30 anni fa, dopo avere cambiato radicalmente il volto e persino il nome del Paese di cui fu Presidente, dal 1983 al 1987. Fu inzialmente Primo Ministro di un governo che lo epurò e lo mise in prigione per le sue idee alquanto controcorrente, dopo soli quattro mesi dal suo insediamento. Ma, in seguito a tumultuose rivolte popolari, dopo essere stato liberato a furor di popolo, si prese la rivincita impadronendosi del potere con una rivoluzione armata.

Si insediò in uno dei più poveri paesi africani, con un progetto ambiziosissimo che entrò nella nuova Costituzione: rendere felice il suo popolo. Innanzitutto cambiò nome a quello che allora si chiamava Alto Volta, una vecchia colonia francese sottomessa in tutto e per tutto a nuove forme di neocolonialismo che l'avevano resa completamente dipendente dalle importazioni, e con un debito crescente di proporzioni catastrofiche.

Chiamò quel paese Burkina Faso, la “terra degli uomini liberi e integri”, con lo scopo di risollevare le sorti del suo popolo, sottraendolo non solo al colonialismo economico, ma anche a quello culturale. Diceva infatti Sankara: “Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”  

sabato 30 settembre 2017

L'insostenibile leggerezza dell'imperativo categorico del Che


     
                 



                                       
Parlare di Ernesto Che Guevara a 50 anni dalla sua morte è come contemplare un cielo stellato, non si sa da dove cominciare né dove finire.

I mortali, infatti, dovrebbero limitarsi, in questi casi, a tacere di fronte all'incommensurabilità degli immortali.

Ma anche un mortale può, come Kant scrisse efficacemente, considerare la morale che c'è in lui e oltre ad essa il cielo stellato che permane sopra di lui.

Perciò, nonostante il fiume di inchiostro che è stato versato, narrando la vita ed il pensiero del Che, fino a farlo divenire una icona rivoluzionaria, cercheremo di capire che la sua rivoluzione fu soprattutto etica e morale, prima ancora che sociale, economica o politica. E che fu, anche per questo, una delle vittime più illustri di un comunismo divenuto artificio e negazione della stessa morale su cui esso avrebbe dovuto fondarsi.

Il Che scoprì fin da bambino la ribellione e l'ingiustizia e fu spinto a trovare un modo per combatterle nell'immediato, anche dall'urgenza di una vita incalzata da una malattia che gli consentì di essere riformato nel servizio militare, nonostante poi sia diventato un grandissimo Comandante militare rivoluzionario, così sembra che anche il destino abbia voluto unire la sua ironia a quella proverbiale del Che. La sua vita, infatti, non bruciò lentamente come una candela, ma arse di un fuoco impetuoso e trascinante dall'inizio fino alla fine, espandendo la sua luce ed il suo calore oltre i confini dello spazio e del tempo. Tanto che ancora oggi essa perdura intatta nella sua fulgida essenza, infatti per quelli come lui, finisce sempre una vita terrena per iniziarne una leggendaria, che sicuramente anche gli esploratori spaziali o i futuri combattenti di guerre stellari di liberazione non potranno fare a meno di ricordare e tramandare.

Le tappe di questa vita straordinaria sono arcinote, per cui faremo a meno di ricordarle, lasciando ai biografi la narrazione dettagliata di questo percorso, dall'inizio fino alla fine, e raccomandando, però, a coloro che davvero vogliono pensare al Che e non limitarsi a parlarne o a scriverne o a sproloquiare su di lui, di leggere queste biografie, magari mettendole a confronto, per scoprirne anche le autenticità e le incongruenze.

Tra le migliori, ci sentiamo di raccomandare quella di Paco Ignacio Taibo II e di Castaneda, gli scritti di Moscato, quella di Massari (purtroppo mutila dell'ultimo periodo, dato il tempo in cui fu scritta) oltre a quella di Anderson, che però invitiamo a leggere per ultima dato che, apparentemente può sembrare la più documentata e celebrativa oltre che la più famosa, ma concretamente risulta una delle più mistificatorie, a partire dalla data di nascita e dalle circostanze della morte del Che.

Anderson, infatti, scrive che il Che nacque un mese prima, di quanto lui stesso ricordò persino nel suo diario boliviano, adducendo solo delle prove testimoniali, quasi volendo fare intendere che la sua vita sorse da una bugia. Un modo direi alquanto subdolo di fondare la biografia di un rivoluzionario, e conclude narrando una sorta di riappacificazione nell'abbraccio tra il suo carnefice e la sua vittima, lasciando intendere che la CIA volesse il Che più vivo che morto, tutte panzane per altro smentite da un rapporto dettagliato di due scrittori e storici cubani: Adys Cupull e Froilàn Gonzàles, intitolato “La CIA contra el CHE” e pubblicato in italiano da Edizioni Achab nel 2007.

Anche i film di recente usciti anche in Italia, per la regia di Steven Soderbergh, rivelano più o meno lo stesso intento, forse meno nel primo sulla vicenda rivoluzionaria cubana, ma sicuramente di più nel secondo sull'impresa boliviana: rappresentare il Che come un rivoluzionario straordinario ma molto donchisciottesco, cioè utopistico e sostanzialmente poco cosciente della realtà e della contingenza in cui si trovò ad operare, insomma una sorta di eroe e Cristo solitario, immortalato dalla sua ultima immagine cadaverica del lavatoio di Vallegrande. Una icona da venerare ed esaltare ma concretamente sempre fuori dal tempo.

mercoledì 20 settembre 2017

I racconti del Partigiano Giorgio Salvati dai bomboloni Il cinismo degli americani. Il guado delle scatolette (terza parte)


  



                              di Giorgio Giannelli


Il 19 settembre è il 73° anniversario della liberazione di Forte dei Marmi. 73 anni fa. Liberazione dai tedesci e dalle cannonate americane. Forse l'unico posto d'Italia. Due fatti storici in un solo giorno. Gli ameicani li avevo visti la mattina prima. Si seppe da una donna che veniva dal Fiumetto. Uscii dalla buca dove ero stato nascosto con il mio cugino Fabio e corsi lungo la Versliana, a bosco allora fitto. A metà percorso incontrai una pattuglia tedesca con un ferito sdraiato su una carriola da muratore.
 Per fortuna camminavano guardandosi alle spalle dalla paura degli americani o dei partigiani. Feci un salto in un grosso cespuglio. Non mi videro. Li vidi io mentre si allontanavno. Avevano altro da pensare. Sanguinante per le spine che mi avevano salvato la vita, raggiunsi l'uscita della Versiliana sul viale Apua completamente invaso da camion di soldati neri che procedevano a passo d'uomo. Oscuri, occhi che uscivano da sotto l'elmetto, fucile in mano, preoccupati e silenziosi. Al di là del cancello gli ufficiali bianchi avevano occupato la villa Liana, lo stesso così intitolata ancor oggi. In gran parte erano seduti sul terrazzino, le gambe appoggiate sulla ringhiera. Sembravano attori del cinema, divisa pulita, pantaloni stirati, stivaletti atletici ai piedi. Distribuivno cewing gum e sigarette a tutti, soprattutto ai ragazzini. Mi avvicinai e chiesi una sigaretta anch'io.

lunedì 18 settembre 2017

I racconti del Partigiano Giorgio Il calcio in culo al nipote del Duce, l'8 dicembre del 1942. Il discorso di Mussolini parte 2



                                  

                                       di Giorgio Giannelli


Una volta terminato la terza a Pietrasanta, mi iscrissi alla quarta ginnasiale a Viareggio, tornando al Carducci, nel palazzaccio di Viareggio dove avevo già sofferto prima di andare in collegio a Firenze. Mi seguì il solito Gianfranco Tonini e mi trovai con Tuccio Schouten, Marco Bicchieri, Silio Bassi, i pietrasantini Roberto Pardini, Luciano Meccheri, Giuliano Luisi, Remzo Croci e Viliano Vitiil, il camaiorese Paolo Dinelli, Giancarlo Sbrana, Luca Sampaolesi e Giovanni Oliva. C'era anche il figlio del segretario del fascio viareggino Francesco della Santina. La guerra continuava e quando si sentiva il giornale radio delle 13 dovevi alzarti in piedi e metterti sull'attenti. I ragazzi era comunque rimasti ragazzi e sul trmvai se ne combinavano di tutti i colori.
 I più terribili erano i fratelli Cirillo, Luigi, e soprattutto Ruggero, Angelo Ricci e Alberto Giusti del Fiumetto, specialista in barzellette oscene. I primi tre erano specializzati nello staccare la motrice dal rimorcho in modo da lasciare i passeggeri del rimorchio fermi e quelli della motrice che si allontanavano. Poi quando finalmente il conducente se ne accorgeva,presentarsi doveva tornare indietro un paio di chilometri. A tutti quelli che, come il nostro gruppetto, stavano nella seconda parte del convoglio, veniva ritirata la tessera tranviaria che, per riaverla, dovevano presentasi i nostri genitori. Giorgio Donati, detto Pancetta, si dedicava invece alle fialette puzzolenti che spezzava durante il tragitto, impestano la gente quando lo riteneva opportuno.

sabato 16 settembre 2017

Memorie del partigiano Giorgio. Prima parte: 8 settembre, leggi razziali e preambolo della guerra




                                   di Giorgio Giannelli


Forte dei Marmi 8 settembre 1943. Come tutti i giorni mi trovavo al caffè Grand'Italia, gestito dalla famiglia Burchi, dove si riunivano tutti gli “antifascisti”, primo fra tutti Cesare Tarabella, compresi molti di coloro che, fino a qualche mese prima, erano fascisti. A un certo punto sentimmo dalla radio che il governo del Re aveva firmato l'armistizio con gli Alleati. Fu un esplosione di gioia. Solo un maresciallo di marina, che non era uno stupido, gridò: “E' inutile che gridiamo tanto. I tedeschi ce la faranno pagare”. Infatti a due passi da noi c'erano, seduti a un tavolo, dei soldati tedeschi che cercavano di passare il pomeriggio. Come fanno i bravi turisti. Quando seppero della notizia, esultarono anche loro, aumentarono il giro delle bibite, urlando “Guerra finita. Italia e Germania kaputt. Hitler e Mussolini merda”. Si ubriacarono. Poco dopo, avviandosi verso la caserma, che si trovava nell'albergo Imperiale nella stessa piazza Dante, continuarono a esaltare la loro allegria rotolandosi nell'erba del giardino pubblico e a sberciare le loro solite parole, questa volta in tedesco. Vistoli in quelle condizioni, uscì un loro ufficiale che li prese a calci nel culo e li riportò in caserma, il cui cancello fu chiuso a chiave e la sentinella ritirata. Osservata a scena, era quasi l'ora di cena, quando arrivò il maresciallo dei carabinieri in bicicletta e ci ordinò di tornare ciascuno a casa sua. “Il coprifuoco continua ancora”, si giustificò. Il giorno dopo tornai al caffè dei Burchi per commentare quant'era accaduto, finché qualcuno, sopraggiunse di corsa dalla spiaggia gridando: “Stanno a arrivando gli inglesi!”. In pochi minuti fummo in cima al ponte. Effettivamente stava arrivando un mezzo navale. Scrutammo un po' finché sentimmo delle urla:”Ci sono i tedeschi?”. Quando arrivarono a portata di voce rispondemmo: “Certo che ci sono i tedeschi, ma stanno rinchiusi in caserma”. Era un rimorchiatore della Marina militare italiana. Ci lanciarono una fune e scesero. Scappati da La Spezia, erano tutti sporchi, neri di nafta e terrorizzati. Qualcuno prese la via di Quercata per montare sui treni, ma una decina rimase in paese, ospitati nelle case del Forte. Andai in camera mia, presi dei vestiti e tutti i soldi che aveva della squadra ragazzi della Rondinella e i marinai si divisero le poche centinaia di lire e si cambiarono immediatamente. Sembra incredibile, ma molti si fidanzarono e poi sposarono con qualche ragazza fortemarmina. Gli altri si rifugiarono sui monti raggiungendo i partigiani di Gino Lombardi alla Porta di Farnocchia. Uno era un sardo e si chiamava Luigi Mulargia. Fu ucciso in combattimento dai fascisti e le sue orecchie, tagliate, vennero messe in evidenza nei caffè di Pietrasanta. Molti di noi sono andati con loro, ma la maggior parte dei giovani si arruolarono, parecchi volontari, altri no, nella Xa Flottiglia Mas. Qualche mese più tardi, alcuni di loro, come Giuseppe Spinetti, morto anch'esso in combattimento contro tedeschi, ci raggiunsero nelle vaie formazioni partigiane che operavamo tra l'Altissimo e il Gabberi. Gli “inglesi” arrivarono solo un anno dopo. 

mercoledì 13 settembre 2017

Lo stupro allo specchio






                                          di Carlo Felici


E' bene che si sappia che, in Italia, secondo le statistiche, avvengono circa 10 stupri al giorno, commessi per il 60% da italiani e per il 40% da stranieri, ma la maggior parte di essi avviene in famiglia, dentro le pareti domestiche, e Dio solo sa quanti altri ne avvengono anche se non se ne sa nulla.
Sono cifre che indicano la progressione di una barbarie, sempre più diffusa per mancanza di educazione e di buoni esempi, che dovrebbero innanzitutto avvenire in famiglia, nelle istituzioni e anche da parte dei religiosi.
Invece cosa abbiamo? Abbiamo un incremento vertiginoso di violenze famigliari, che spesso finiscono nel cosiddetto femminicidio, una parola che, già di per sé, è una violenza verbale ma che corrisponde ad una tristissima e tragica realtà sotto gli occhi di tutti, quasi 50 donne uccise dall'inizio dell'anno o da ex amanti o da ex mariti, in gran parte italiani.
Abbiamo delle classi politiche corrotte all'ennesima potenza forse anche più che ai tempi dei Borgia, per cui ormai se un premier fa sfoggio di avere amanti e “stagiste” (l'ultimo eufemismo per mascherare una prostituzione d'alto bordo) minorenni, l'opinione pubblica tutt'al più alza le spalle e ne ride, considerando che sono affari suoi. Festini a base di cocaina, corti di nani, ballerine e damigelle che allietano vecchi rimpinzati di viagra e via così..tanto chi ci metti sennò?


martedì 12 settembre 2017

La statuafobia antifascista





                                    di Carlo Felici

La storia non si cancella, se non altro perché non si ripete mai, dato che, quando si prova a replicarla, non si rivela altro che una tragica o grottesca burla
E' capitato così con tutti coloro che si sono illusi di ripercorrere il passato con i soli strumenti del loro presente. E continuerà ad essere sempre così per chi continuerà a provarci.
La storia del fascismo e lo storicismo oggi sono banditi anche dalle università (corsi monografici nel merito o su Croce, Gentile, Gramsci o Dilthey? Meglio la trasmissione Chi lo ha visto?), perché prevale la tendenza ad assolutizzare il presente, tanto che che c'è persino chi ha teorizzato la fine della storia, però siamo altresì sicuri che, se ciò accadesse, sarebbe anche la fine dell'umanità.
Da quando, infatti, l'uomo ha imparato a scrivere la storia e a studiarla, si è anche scoperto libero, di fronte al futuro e alla speranza di un avvenire diverso dal passato. Non più quindi schiavo dei suoi errori e orrori, proprio perché costretto a vedere e rivedere in continuazione quei monumenti e quelle testimonianze di quel passato che ci ricorda in continuazione come e perché siamo quel che siamo nel presente, e come e quanto ci è costato arrivarci.
Solo i regimi totalitari e liberticidi hanno provato a cancellare il passato e i suoi monumenti, azzerando persino il calendario, quasi come se nulla fosse accaduto prima della loro “era” che pretendevano trionfale.

Oggi il totalitarismo ha il volto di un nuovo modello di fanatismo, il quale vorrebbe fare della storia un uso strumentale, essere cioè nella condizione di ergersi a giudice di ciò che è degno o non è degno di essere visto e ricordato, cancellando tutto il resto.
Ci sono molte versioni di questo fanatismo, da quella più rozza e barbara che fa saltare per aria le statue dei Buddha o che mina le rovine di Palmira, espressione dell'integralismo religioso alla massima potenza, e c'è quella che se la prende con i generali sudisti, con le statue di Colombo, anch'essa espressione dell'integralismo, ma stavolta del politically correct elevato al cubo, in una disgustosa ipocrisia che vede abbattere le statue di colui che è accusato di avere iniziato il genocidio degli indios, mentre tuttora si umiliano i nativi americani con un un lungo oleodotto capace di trasportare, una volta terminato, circa 500.000 barili di petrolio grezzo al giorno dal Nord Dakota all’Illinois. Qualcuno è andato forse ad abbattere i bulldozer?
Ovviamente noi non ci facciamo mancare nulla ed abbiamo anche noi gli integralisti monumentali, nostrani, quelli che, ad esempio, quando vedono un monumento fascista fremono di indignazione e vorrebbero eliminarli tutti o almeno rasare le scritte inneggianti a Mussolini, magari segando anche le braccia delle statue che fanno il saluto romano.
Sono gli stessi personaggi della stessa parte politica che non si è fatta scrupolo a suo tempo di decorare ex criminali di guerra fascisti. Tutto fa brodo, tutto può contribuire alla distrazione di massa, a far credere che il vero nemico oggi sia quello annientato più di 70 anni fa. Ovviamente confermando così il fallimento di una democrazia sia sul piano culturale che educativo, se ancora oggi si ha bisogno di reprimere e temere ciò che nella storia non esiste più, anche se riecheggia in certa coreografia e propaganda.
Ma propaganda di che? Di un tempo in cui il fascismo divenne regime solo perché aiutato dai poteri forti di allora? Re, Papa, industriali, agrari, banchieri, multinazionali del petrolio, riciclatori di residuati bellici?
Da che parte stanno, mutatis mutandis, questi poteri oggi? Ma evidentemente dalla parte di chi fa i loro interessi: azzera il diritto del lavoro, precarizza, riduce le pensioni, alza l'età pensionistica, privatizza i beni comuni, specula sui risparmi dei cittadini, azzera o riduce i contratti di lavoro a elemosina e..ovviamente per ridurre la fatica, cerca infine di modificare la Costituzione secondo i suoi interessi.
Ebbene, questi politici, oggi, sono gli stessi che sbraitano contro il fascismo fino a voler abbattere i suoi monumenti, e contemporaneamente, ne decorano gli esponenti più spregevoli.
Perché, in definitiva, a loro del fascismo o dell'antifascismo importa ben poco, quello che conta è che la gente pensi ad altro. Che creda all'incombere del pericolo dell'avanzare del fascismo, mentre deve dimenticare o trascurare del tutto le nuove forme di autoritarismo che vengono spacciate per democrazia, in una società in cui non si ha più bisogno di usare il manganello, ma basta licenziare, precarizzare, ricattare, emarginare, ridurre tutti al ruolo di migranti senza meta né patria, che si spostano, o meglio, vengono spostati dove conviene sfruttarli meglio, secondo la legge inossidabile del profitto. Poi, magari se protestano, sono troppi e vanno in piazza, pure con gli studenti..beh, allora il manganello torna sempre utile!
Questo è il vero autoritarismo odierno, senza più previdenza sociale, né opere per l'infanzia, senza più né piccole o grandi opere pubbliche se non destinate a sfasciarsi in pochi mesi, senza monumenti, con milioni varati e non spesi, che restano ad ingrassare istituti finanziari o banche, e non producono opere necessarie per il territorio che va in fumo o si sbriciola al primo nubifragio e per i cittadini che ci restano sotto.
Forse questo livore e quest'ira contro il passato che si lascia distruggere o si lascia marcire, come molti monumenti dell'antichità romana, deriva da un profondo senso di inadeguatezza, dal fatto che non si sa tramandare al futuro nulla che non sia un cumulo infinito di immondizia che ormai non si sa più nemmeno dove mettere.
Sarà quindi solo una grande discarica il monumento che ricorderà questi tempi così squallidi e consumisti. E in questa feroce e disperata consapevolezza si vorrebbe che ne facessero parte anche le rovine del passato.
Magari affinché nessuno in futuro possa pensare che un passato è mai esistito ed assuefacendosi e ammorbandosi nell'unico infernale presente a cui l'umanità si è condannata, non possa nemmeno immaginare che altro c'è stato e che altro è possibile.
Questo è l'unico destino che l'umanità dei monnezzari vorrebbe imporre: una grande discarica più alta e gloriosa di ogni obelisco.

lunedì 14 agosto 2017

L'IMPRONTA DI SATANA








                                                di Leonardo Boff


Il giorno due agosto 2017 è avvenuto un fatto preoccupante per l’umanità e per ciascuno di noi individualmente. E’ stato il giorno cosiddetto: “ Sovraccarico della Terra “ (Overshoot Day). Cioè: è stato il giorno in cui abbiamo consumato tutti i beni e servizi naturali, alla base della vita. Prima stavamo in quello verde e adesso siamo entrati nel rosso, ossia nello scacchiere speciale. Quello che consumeremo d’ora in poi sarà violentemente strappato alla Terra per venire incontro alle indispensabili richieste umane e, quel che è peggio, mantenere il folle livello di consumo dei paesi ricchi.

Questo fatto viene chiamato comunemente “ Orma ecologica della Terra”. Con questa si misura la quantità di terra fertile e di mare necessari a creare i mezzi di vita indispensabili come acqua , granaglie, carni, pesci, vegetali, energia rinnovabile e altro ancora. Disponiamo di 12 miliardi di ettari di terra fertile (foreste, pascoli, coltivi) ma in verità avremmo bisogno di 20 miliardi di terra fertile.

Come coprire questo deficit di 8 miliardi? Spremendo sempre più la Terra…ma fino a quando? Stiamo lentamente rivalutando la Madre Terra. Non sappiamo quando succederà il suo collasso: Ma a continuare con il livello di consumo e lo spreco dei paesi opulenti arriverà con conseguenze nefaste per tutti.

Quando parliamo di ettari di terra non pensiamo soltanto ai suoli, ma a tutto cio che permette di produrre come per esempio legni per mobili, tessuti di cotone, coloranti, principi attivi naturali per la medicina, minerali e altri.

Ogni persona avrebbe bisogno in media per la sua sopravivenza di 1,7 ettari di terra. Quasi metà dell’umanità ( 4,3 % ) sta sotto di questo come i paesi in cui imperversa la fame: l’Eritrea con un’orma ecologica di 0,4 ettari, Bangladesch con 0,7 il Brasile al di sopra della media mondiale con 2,9, 54 % della popolazione mondiale sta molto al di sopra delle loro necessità come gli USA con 8,2 ettari, Canadà con 8,2, Lussemburgo con 15,8, Italia con 4,6 e India con 1,2.

Questo sovraccarico ecologico è un prestito che prende alle generazioni future per il nostro uso e consumo attuale. E quando arriverà il loro turno in che condizioni potranno soddisfare le loro necessità di alimentazione, acqua, fibre, granaglie, carni, e legname? Potranno ereditare un pianeta impoverito.

giovedì 3 agosto 2017

I RUDERI ED IL PANTHEON DEL SOCIALISMO ITALIANO di Carlo Felici




Dio solo sa quanto chi scrive sia appassionato di storia e di valori socialisti e quanto sia immalinconito dalla sorte dell'ultimo partito che in Italia reca questo nome, purtroppo ridotto ad una sorte democritea, all'atomismo politico.
Inutile ripercorrerne la storia dopo la fine di Craxi, la conoscono tutti e non farebbe altro che aggiungere pena alle altre numerose ed attuali.
Fatto sta che quando da parte di tutti sarebbe necessario uno sforzo comune per ritrovare e rilanciare una tradizione che ha accompagnato la crescita della civiltà democratica e repubblicana di questo Paese indissolubilmente, ci guardiamo intorno e troviamo solo macerie, e compagni intenti più che altro a scavarle per cercare di rimettere insieme qualche rudere, facendone il sostegno di qualche architettura moderna in via di costruzione, più o meno come quel che è successo al teatro di Marcello a Roma, di cui si vede una parte di ciò che un tempo fu esternamente, ma che è ormai pienamente inglobato nelle costruzioni successive, e non è più percepibile per quello che era, non ha più la sua pianta originaria.

lunedì 31 luglio 2017

Foro di San Paolo. Managua, 15-19 luglio 2017.







di Giuseppe Angiuli


Foro di San Paolo.
Managua, 15-19 luglio 2017.

E’ la mia prima esperienza ad una riunione del Foro di San Paolo, a cui sono stato invitato a partecipare in qualità di Responsabile Esteri di Risorgimento Socialista, ammesso per la prima volta nel consesso latino-americano quale partito osservatore. Il Foro di San Paolo è il principale organismo di consultazione politica che raggruppa e coordina tutti i principali partiti socialisti, comunisti e della sinistra anti-liberista e “populista” dell’America Latina, tra cui: il Partito dei Lavoratori del Brasile (PT), il Partito Comunista di Cuba, il Frente Amplio dell’Uruguay, il Partito Socialista del Cile, la variegata componente di sinistra del peronismo argentino, il Partido Socialista Unido del Venezuela, il Partito del Lavoro del Messico, il Movimento Alianza Paìs dell’Ecuador, il Movimento al Socialismo della Bolivia, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua. Fondato 27 anni fa nell’omonima città brasiliana, il Foro di San Paolo ha visto incubare al suo interno alcune tra le più importanti battaglie politiche della sinistra anti-liberista mondiale, come quelle per la difesa della sovranità dei popoli, per il ripudio del debito pubblico ingiusto detenuto dalle grandi banche d’affari trans-nazionali, per la ri-pubblicizzazione dei beni collettivi come l’acqua, per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo eco-compatibile, oltre a tutte le altre lotte dei movimenti sociali contro ogni forma di liberismo e di sfruttamento del capitale finanziario sui popoli del mondo intero. Prima di raggiungere il centro America profondo, il piano di volo mi consente di effettuare una sosta di mezza giornata a Miami, metropoli cosmopolita dove si sente parlare indubbiamente più spagnolo che inglese. La città più latina degli U.S.A. è piena di parchi verdissimi, palme, spiagge da cartolina, grigliate di gamberi, tassisti di origine haitiana che ti chiedono una mancia aldilà del prezzo ufficiale della corsa e gruppi di cubani anti-castristi in grande eccedenza, che di sera affollano a ritmo di salsa il lungomare di Miami beach.

venerdì 28 luglio 2017

La droga del trasformismo


                   




                                   di Carlo Felici

La Camera dei Deputati ha appena bocciato la proposta di legalizzare la cannabis non solo per uso terapeutico, ma anche per uso ricreativo, nonostante una buona componente del partito di governo l'abbia già appoggiata. La proposta recava per questo la firma dell'illustre ex candidato sindaco di quel partito che già ci ha mostrato come potesse passare dalla negazione della privatizzazione dei trasporti a Roma alla raccolta di firme per privatizzarli, Giachetti così disse infatti solo un anno fa: il 9 aprile 2016 : «La privatizzazione di Atac, in questo momento, equivarrebbe ad una svendita. Io non ho nessun furore ideologico, ma se risanata vale 10 volte tanto».
Ma tant'è la questione che vogliamo esaminare oggi è un altra:
La proposta Giachetti di legalizzazione della cannabis ebbe un clamoroso lancio solo un anno fa con queste testuali parole: “La legalizzazione entro l'anno”, abbiamo prove certe e video di questa posizione, con una serie di motivazioni che sono sicuramente condivisibili. A firmare la proposta furono ben 213 deputati e una cinquantina di senatori bipartisan.
Cosa accade invece oggi a solo un anno da una proposta che nelle intenzioni dei firmatari avrebbe dovuto essere approvata nel giro sei mesi, e cioè più o meno entro la fine dello scorso anno?

martedì 25 luglio 2017

PER UN ALTRO RISORGIMENTO SOCIALISTA






                      di Carlo Felici


Abbiamo più volte auspicato il tramonto della sinistra e il risorgere del Sol dell'Avvenire, cioè di un autentico movimento Socialista capace di interpretare correttamente i nodi della crisi strutturale odierna e creare una alternativa di sistema che non corrisponda alle caratteristiche di uno sterile frontismo autoreferenziale di opposizione permanente, e allo stesso tempo non identificabile con il solito collateralismo delle truppe cammellate pronte alla bisogna per l'ennesimo centrosinistra in fregola di supposte alla vasellina.
Tutto questo ha motivato la nascita di Risorgimento Socialista che, nelle premesse e nelle assemblee fondative, aveva alimentato grandi speranze e una notevole partecipazione, se non altro per la curiosità di capire come, dove e se si sarebbe affermata questa proposta, tesa a catalizzare una sorta di alternativa di sistema, per produrre finalmente quella metamorfosi necessaria a passare da una sinistra di assemblati che hanno come programma praticamente solo la loro lista, ad un progetto socialista innovativo che fosse capace di camminare con le sue gambe, proprio per la qualità dei suoi contenuti e l'originalità dei suoi programmi.
Come e perché un autentico Socialismo, coniugato con la parola sinistra, sia da considerarsi, a seconda dei casi, o un ossimoro oppure un tautologismo, lo abbiamo già detto, così come intendiamo debba essere il Socialismo coniugato con le sfide e le contraddizioni del XXI secolo, per questo, pertanto, rimandiamo al precedente intervento.
Ora cerchiamo piuttosto di capire perché questo progetto chiamato per l'appunto Risorgimento Socialista, con l'intento di far risorgere contemporaneamente i valori e la specificità sia della proposta che del Paese a cui è destinata, rischi di fallire sul nascere.

NAPOMACRON





                                  di Carlo Felici

In un precedente intervento avevamo messo in risalto che l'elezione di Macron andava seguita più con attenzione al suo programma che alle eventuali critiche preconcette, ed oggi, che egli è presidente della Repubblica Francese, ne verifichiamo alcune conseguenze concrete.
Quello che appare dall'esordio di questo presidente è soprattutto più che il suo presidenzialismo, il suo presenzialismo, la volontà cioè di apparire sempre e comunque l'immagine di una Francia forte e protesa al suo riscatto, specialmente dopo le conseguenze subite dalla sua immagine in seguito ai recenti attentati.
Probabilmente questa immagine ha bisogno di riscontri esteri per mettere in secondo piano la difficoltà di misurarsi con i problemi sociali ed economici interni.
Ecco dunque che Macron alimenta la grandeur in campo internazionale e non esita a praticare politiche che, in qualsiasi tempo e luogo, non si ha difficoltà ad identificare come neocoloniali, e che sono soprattutto esercitare a scapito dell'anello debole dei Paesi europei nel Mediterraneo, dimostrando così di non avere affatto a cuore l'Unione Europea, ma di volerla piuttosto piegare a politiche revansciste e nazionaliste pro domo sua.
Ricordiamo in breve alcune iniziative a scapito del nostro Paese
A Sharara è stato aperto un pozzo di petrolio gestito dalla Total francese, dalla Repsol spagnola, dalla Omv austriaca e da Stato compagnia norvegese, in diretta concorrenza con la nostra Eni.
Mustafa Sanalla, che dirige la National Oil Company e controlla gran parte della produzione del greggio libico, l'ha incrementata, portandola ad un milione di barili di greggio al giorno. Il livello più alto dal 2013.
Quest'ultimo gode della fiducia della Francia, mentre noi continuiamo a fare affidamento su Serraj, il quale un tempo si alleò con le milizie jihadiste di Bengasi per strappare ad Haftar i terminali di Sidra e Ras Lanuf, ma quest'ultimo, sempre su consiglio della Francia, aveva già concordato con Sannalla e la sua compagnia la suddivisione del ricavato dai suoi terminali. E' del tutto evidente così un deciso arretramento delle posizioni italiane in Libia nell'estrazione del greggio.

venerdì 21 luglio 2017

VIA DALLA SERVITU' NUCLEARE


                           
                                                    di Carlo Felici

I cosiddetti sovranisti non fanno altro che parlare di uscita dall'euro, ma vi è una questione ancora più importante per il nostro Paese, parlando di sovranità concreta ed effettiva.
Un Paese non è mai sovrano se militarmente dipende da un altro. Sarebbe stata sovrana Roma se avesse avuto truppe cartaginesi a presidiare il suo territorio? E Atene, quando mai è stata sovrana con i soldati spartani a presidiare la sua pòlis?
Noi, dopo più di 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e dopo quasi 30 dalla fine della guerra fredda, abbiamo visto non diminuire, ma aumentare il numero di soldati statunitensi in Italia.
Forse perché con il muro di Berlino è caduto solo un tramezzo condominiale tra est e ovest? Sicuramente, dato che il muro portante, tra nord e sud, non solo è ancora in piedi, ma lo si rafforza in continuazione con armi sempre più potenti e sofisticate, che ovviamente per i flussi migratori servono a poco.
Così era anche ai tempi dell'impero romano, quando i confini servivano da filtro, e gli eserciti furono sempre più dispendiosi, ma alla fine del tutto inutili a impedire il crollo dei confini stessi.
Oggi i muri servono, come quello costruito contro i palestinesi, solo per marcare una differenza, una discriminazione, oppure, come quello tanto strombazzato da Trump ma che nessuno costruirà, per demagogia, per imbonire le masse e carpirne il consenso.