Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 13 ottobre 2017

Dopo il Che, come e più del Che: Thomas Sankara vive!





                        
                                  di Carlo Felici 


Non si è ancora spenta l'eco delle commemorazioni del cinquantenario della morte del Che, che dovrebbe iniziare la celebrazione di un altro straordinario Comandante-Presidente che fu, in tutto e per tutto, allievo del Che in Africa. Eppure, stentiamo a vedere manifesti o altro che lo riguardi.

Perciò, per quanto ci è possibile, cerchiamo di colmare questo vuoto, forse dovuto al fatto che questo altro grandissimo personaggio del XX secolo è andato ancora più avanti, nel suo progetto di contestazione globale dell'imperialismo e del capitalismo, rispetto al Che, in una realtà più vicina a quella nostra contemporanea, e pertanto risulta ancora più “scomodo”

Thomas Sankara fu assassinato 30 anni fa, dopo avere cambiato radicalmente il volto e persino il nome del Paese di cui fu Presidente, dal 1983 al 1987. Fu inzialmente Primo Ministro di un governo che lo epurò e lo mise in prigione per le sue idee alquanto controcorrente, dopo soli quattro mesi dal suo insediamento. Ma, in seguito a tumultuose rivolte popolari, dopo essere stato liberato a furor di popolo, si prese la rivincita impadronendosi del potere con una rivoluzione armata.

Si insediò in uno dei più poveri paesi africani, con un progetto ambiziosissimo che entrò nella nuova Costituzione: rendere felice il suo popolo. Innanzitutto cambiò nome a quello che allora si chiamava Alto Volta, una vecchia colonia francese sottomessa in tutto e per tutto a nuove forme di neocolonialismo che l'avevano resa completamente dipendente dalle importazioni, e con un debito crescente di proporzioni catastrofiche.

Chiamò quel paese Burkina Faso, la “terra degli uomini liberi e integri”, con lo scopo di risollevare le sorti del suo popolo, sottraendolo non solo al colonialismo economico, ma anche a quello culturale. Diceva infatti Sankara: “Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”  

sabato 30 settembre 2017

L'insostenibile leggerezza dell'imperativo categorico del Che


     
                 



                                       
Parlare di Ernesto Che Guevara a 50 anni dalla sua morte è come contemplare un cielo stellato, non si sa da dove cominciare né dove finire.

I mortali, infatti, dovrebbero limitarsi, in questi casi, a tacere di fronte all'incommensurabilità degli immortali.

Ma anche un mortale può, come Kant scrisse efficacemente, considerare la morale che c'è in lui e oltre ad essa il cielo stellato che permane sopra di lui.

Perciò, nonostante il fiume di inchiostro che è stato versato, narrando la vita ed il pensiero del Che, fino a farlo divenire una icona rivoluzionaria, cercheremo di capire che la sua rivoluzione fu soprattutto etica e morale, prima ancora che sociale, economica o politica. E che fu, anche per questo, una delle vittime più illustri di un comunismo divenuto artificio e negazione della stessa morale su cui esso avrebbe dovuto fondarsi.

Il Che scoprì fin da bambino la ribellione e l'ingiustizia e fu spinto a trovare un modo per combatterle nell'immediato, anche dall'urgenza di una vita incalzata da una malattia che gli consentì di essere riformato nel servizio militare, nonostante poi sia diventato un grandissimo Comandante militare rivoluzionario, così sembra che anche il destino abbia voluto unire la sua ironia a quella proverbiale del Che. La sua vita, infatti, non bruciò lentamente come una candela, ma arse di un fuoco impetuoso e trascinante dall'inizio fino alla fine, espandendo la sua luce ed il suo calore oltre i confini dello spazio e del tempo. Tanto che ancora oggi essa perdura intatta nella sua fulgida essenza, infatti per quelli come lui, finisce sempre una vita terrena per iniziarne una leggendaria, che sicuramente anche gli esploratori spaziali o i futuri combattenti di guerre stellari di liberazione non potranno fare a meno di ricordare e tramandare.

Le tappe di questa vita straordinaria sono arcinote, per cui faremo a meno di ricordarle, lasciando ai biografi la narrazione dettagliata di questo percorso, dall'inizio fino alla fine, e raccomandando, però, a coloro che davvero vogliono pensare al Che e non limitarsi a parlarne o a scriverne o a sproloquiare su di lui, di leggere queste biografie, magari mettendole a confronto, per scoprirne anche le autenticità e le incongruenze.

Tra le migliori, ci sentiamo di raccomandare quella di Paco Ignacio Taibo II e di Castaneda, gli scritti di Moscato, quella di Massari (purtroppo mutila dell'ultimo periodo, dato il tempo in cui fu scritta) oltre a quella di Anderson, che però invitiamo a leggere per ultima dato che, apparentemente può sembrare la più documentata e celebrativa oltre che la più famosa, ma concretamente risulta una delle più mistificatorie, a partire dalla data di nascita e dalle circostanze della morte del Che.

Anderson, infatti, scrive che il Che nacque un mese prima, di quanto lui stesso ricordò persino nel suo diario boliviano, adducendo solo delle prove testimoniali, quasi volendo fare intendere che la sua vita sorse da una bugia. Un modo direi alquanto subdolo di fondare la biografia di un rivoluzionario, e conclude narrando una sorta di riappacificazione nell'abbraccio tra il suo carnefice e la sua vittima, lasciando intendere che la CIA volesse il Che più vivo che morto, tutte panzane per altro smentite da un rapporto dettagliato di due scrittori e storici cubani: Adys Cupull e Froilàn Gonzàles, intitolato “La CIA contra el CHE” e pubblicato in italiano da Edizioni Achab nel 2007.

Anche i film di recente usciti anche in Italia, per la regia di Steven Soderbergh, rivelano più o meno lo stesso intento, forse meno nel primo sulla vicenda rivoluzionaria cubana, ma sicuramente di più nel secondo sull'impresa boliviana: rappresentare il Che come un rivoluzionario straordinario ma molto donchisciottesco, cioè utopistico e sostanzialmente poco cosciente della realtà e della contingenza in cui si trovò ad operare, insomma una sorta di eroe e Cristo solitario, immortalato dalla sua ultima immagine cadaverica del lavatoio di Vallegrande. Una icona da venerare ed esaltare ma concretamente sempre fuori dal tempo.

mercoledì 20 settembre 2017

I racconti del Partigiano Giorgio Salvati dai bomboloni Il cinismo degli americani. Il guado delle scatolette (terza parte)


  



                              di Giorgio Giannelli


Il 19 settembre è il 73° anniversario della liberazione di Forte dei Marmi. 73 anni fa. Liberazione dai tedesci e dalle cannonate americane. Forse l'unico posto d'Italia. Due fatti storici in un solo giorno. Gli ameicani li avevo visti la mattina prima. Si seppe da una donna che veniva dal Fiumetto. Uscii dalla buca dove ero stato nascosto con il mio cugino Fabio e corsi lungo la Versliana, a bosco allora fitto. A metà percorso incontrai una pattuglia tedesca con un ferito sdraiato su una carriola da muratore.
 Per fortuna camminavano guardandosi alle spalle dalla paura degli americani o dei partigiani. Feci un salto in un grosso cespuglio. Non mi videro. Li vidi io mentre si allontanavno. Avevano altro da pensare. Sanguinante per le spine che mi avevano salvato la vita, raggiunsi l'uscita della Versiliana sul viale Apua completamente invaso da camion di soldati neri che procedevano a passo d'uomo. Oscuri, occhi che uscivano da sotto l'elmetto, fucile in mano, preoccupati e silenziosi. Al di là del cancello gli ufficiali bianchi avevano occupato la villa Liana, lo stesso così intitolata ancor oggi. In gran parte erano seduti sul terrazzino, le gambe appoggiate sulla ringhiera. Sembravano attori del cinema, divisa pulita, pantaloni stirati, stivaletti atletici ai piedi. Distribuivno cewing gum e sigarette a tutti, soprattutto ai ragazzini. Mi avvicinai e chiesi una sigaretta anch'io.
 Tornai al Forte per testimoniare a quelli del C.L.N che la notizia era vera. Ci demmo appuntamento per il giorno dopo in Comune e così fu. C'erano Tullio Tonni il vecchio, Roberto Schouten, Corrado Buselli e Angelo Ugazzi. Si doveva fare una buona accoglienza agli Alleati. Il custode del palazzo, Ottorino Spadaccini, trovò un bandierone americano, delle bottiglie di spumante e i bicchieri. L'attesa fu lunga e vana. Ero il più giovane, m'impazientii senza sapere dove andare e, quando fui a pochi metri dall'orologio, sentii dall'altra parte di via Carduccci, sull'angolo della farmacia Di Ciolo, un grido: "O Giò c'eno i tedeschi". Era il postino Vincenzo Vanalesta. Mi fermai e, certo di non essere visto, detti un'occhiata a sinistra.
 C'erano proprio i tedeschi, dietro una barriera di sacchetti di rena dai quali spuntava una mitragliatrice pesante. Qualche minuto per riflettere. Avevo tre o quattro bombe a mano. Potevo attraversare di corsa la strada, entrare nel portone della società di mutuo soccorso, salire all'ultimo piano e, di tetto in tetto, sganciare sui nazisti le mie bombe.Avrei fatto una strage e forse sarei diventato un eroe. Ci pensai, ma se il colpo avesse fallito, che fine avrebbero fatto quelli che aspettavano i liberatori in Comune? Era meglio tornare indietro e avvertire gli amici che fuggirono per le scale, attraversarono piazza Marconi, sparendo sul viale Morin, mentre Ottorino nascondeva nella cassetta del W.C. la bandiera americana. Me la presi con calma e tornai a villa Liana. La situazione era immutata solo che il viale Apua, questa volta, era pieno di carri armati americani, con il cannone puntato verso Forte de Marmi. 
 A villa Liana la situazione era immutata, solo che nel frattempo era arrivata una ventina di carri armati USA che puntarono i loro cannoni verso Forte dei Marmi. Mi misi le mani nei capelli. Per fortuna pochi minuti dopo giunsero anche i partigiani, a piedi da Viareggio. Dal gruppo, sortì Mario Ugazzi che mi abbracciò. Piangevamo dalla commozione. Feci vedere a Piero come si erano posizionati i carri armati. Disse: "Puntano verso il nostro paese e questi sono mattti. Bisogna impedirlo". Vasco Galli aveva con sé un interprete che ci accompagnò dal comandante americano. "Sappiamo che al vostro paese c'è una pattuglia tedesca con tanto di mitragliatrice pensante. Non vogliamo che nessuno di noi rischi la pelle. Se volete, pensateci voi. Vi dò tre ore di tempo".
 Piero pensò che andava bene così. Dette l'ordine di chiamata e si partì di corsa, al passo dei bersaglieri. A me dettero una carabina che sparava un colpo alla volta. Guardai questi ragazzi, sembravano l'armata Brancaleone, capelli e barbe lunghe, vestiti di stracci, qualcuno aveva le scarpe aperte sulle dita dei piedi. Ricordo i nomi, quasi tutti marinai, pescatori, bagnini, studenti del paese: Fabio Frullani, Mario Ugazzi, Guglielmo Raffelli, Corrado Buselli, Mino Boni, Ultimino e Fidardo Tonini, Galliano Raffaelli, Lorenzo Stagi, Agostino Maggi, Cesarino Castagnini, Gianfranco Mattei, Loris Famigli, un ex carabiniere, due ex militari meridionali e due disertori dalle S.S. tedesche. Sono l'unico ancora vivo.
 Nel correre, il bosco rimbombava il frastuono delle nostre pentole e dei ferri che avevano a tracolla. Si arrivò a villa Manetti, oggi villa Moratti, e trovammo il cancello d'uscita chiuso a chiave. Piero puntò la rivoltella nella pancia della guardiana, la signra Sacchelli, che andò a prendere quello che serviva. Si prese via Leonardo da Vinci, via Morin, via Mazzini e ci si fermò riparati dal ponte abbattuto di via Piave dove le donne un tempo lavavano i panni. A un certo punto, un imprevisto scenario felliniano.
 La mamma e la sorella di Piero accompagnate da alcune amiche, ci vennero incontro con un vassoio pieno di bomboloni che sparirono in un attimo: Gugliè Raffaelli se ne cacciò tre o quattro in bocca. A me ne toccò uno. Dopo di che ci dividemmo in tre gruppi, uno verso via Morin, uno via Carducci, l'altro via Montauti. Qui ci dovevano essere i tedeschi, proprio davanti al celebre caffè Principe. Ci arrivammo sui ginocchi. Nel fortlizio non c'era nessuno. Trovammo ancora delle cicche tedesche accese. Se n'erano andati tre minui prima. Ormai erano a Marco Polo. Se fossimo arrivati in tempo, in un attimo ci avrebbero massacrati tutti. Quando furono a due o tre chilometri di distanza ci spararono una decina di colpi di mortai che non colpirono nessuno. Tentammo l'inseguimento, ma ormai il nemico era a distanza di sicurezza. Piero e Fabio si spinsero fino a Vittoria Apuana per avere notizie dei genitori Frullani, proprietari del'Alpemare. Cominciò a piovere, un'acqua fitta e continua ci inzuppò. Nessuno aveva l'impermeabile. Io avevo un maglione di lana che orami faceva scivolare la pioggia sulla pelle.
 Tornammo indietro, ci riparammo nella pensione Pescini in via Battisti e Piero ordinò a me di tornare al Fiumetto, non solo per avvertire che l'operazione era riuscita, ma per farsi dare del cibo. Proprio io? gli replicai. Si proprio te che sei il più fresco, intanto ci si va a lavare e a riposare. Ma mi mandi solo? continuai. Prenditi quei ragazzi lì - uno si chiamava Simonelli - e in bocca al lupo. Partii con la mia carabina a un colpo solo con due ragazzi che avranno avuto quindici anni. Si rivelarono bravissi e coraggiosi. Raggiunsi il Fiumetto dove l'interprete di Vasco riferì che i tedeschi al Forte non c'erano più. La posizione dei carri armati cambiò. Il Forte era salvo. Chiesi da mangiare. In pochi minuti mi portarono un centinaio di scatolette di ogni tipo. Per trasportarle mi dettero un carretto da gelataio. Sistemato il carico si tornò verso la pensione Pescini. Strada interrata, in tre a spingere il ridicolo mezzo nel bosco versiliano.

Precisazione

Ho diviso in due il racconto perchè due furono gli episodi che ebbbero per protagonisti i partigiani. Nello stesso giorno evitarono un cannoneggiamento americano già cinicamente deciso che avrebbe raso al suolo il nostro paese. Poi l'incosciente compito affidatoci dagli americani dell'impossibile elimazione dell'ultima pattuglia tedesca. Un merito glorioso su cui nessuno ha mai fatto attenzione. Gli americani ci mandarono allo sbaraglio, sicuri della nostra sicura morte.  Eravamo armati male. Quando chiesi a villa Liana un' arma più efficiente della carabina a un colpo solo, mi fecero la risata in faccia. Bastava un carro armato USA che passasse dalla via Carducci per ridurre in pezzi l'ultima resistenza dei krucchi prima della Linea gotiìca, da loro stabilita al Cinquale. Avemmo fortuna. I tedeschi erano informati che eravano in molti più di loro, ma non sapevano che eravamo l'armata Brancaleone. Se ne andarono sopravvalutando il pericolo. Fu la nostra vittoria. I nostri nomi non sono scritti in nessuna lapide, "vittime della barbarie nazista".

Quel carretto da gelataio pieno di scatolette americane non raggiunse mai la pensione Pescini, dove in via Battisti mi aspettevano i partigiani. Usciti dalla Versiliana, io e i mei attendenti-ragazzi, infilammo via S. Ellme e via della Barbiera. Sapevo che i tedeschi avevano minato alcuni ponti sul fosso del Fiumetto, ma credevo che quello di via Battisti fosse rimasto intatto. Invece, quando arrivammo lì, anche quel ponte era stato fatto saltare. Che fare? Uno dei miei ragazzi, il Simonelli (quanto ci terrei a sapere il cognome dell'altro) mi disse che, davanti a casa di sua nonna, lì a due passi, c'era il pattino detto il chiattino di Fede',che si usava per andare a pescare alla mazzazzera. Poco dopo avevo il pattino.
 Si trattava di caricarlo del carretto da gelataio che aveva due ruote di fianco e una, girevole, di dietro. Il problema era appunto quello. Piano piano caricammo il ridicolo mezzo di trasporto a bordo. C'erano cinque sei metri da fare nell'acqua. Io stavo attento al carretto, i due ragazzi spingevano il chiattino. Quando fummo quasi alla fine del guado il pattino si girò su se stesso e sparì nel fosso. Disperato, mi sedetti sulla riva del fosso. Avevo perso la mia guerra personale. Riflettei qualche minuto e poi decisidi andare ad avvertire i partigani lì a pochi metri, ma il signor Pescini mi disse che se ne erano appena andati. Faceva quasi buio. E dove li avrei trovati? Non gliel'avevano detto. Altra disperazione infinita. Gli chiesi se aveva una carriola da muratore. Me la dette, tornai sul fosso e cominciammo la pesca delle scatolette.
 C'era da tuffarisi nell'acqua sporca e raccoglierle una alla volta. Quei ragazzi fecero la loro parte. Pioveva e ci dovevamo buttare nel fiumiciattolo. Una fatica indescrivibile. Raccattammo una cinquantina di barattoli; poi, esausti, lasciammo il copioso resto dov'era caduto. Si caricarò il pescato sul carretto del Pescini e infilammo via Morin verso il Fiumetto.
 Era già notte. Detti la carabina a uno dei ragazzi con l'ordine di sparare al mio segnale e io tiravo il mezzo con le scatolette dentro. Fischiavo in continuazione il segnale dei partigiani che era quello del ritornello "Siamo ricchi e poveri" nella speranza di avere una risposta. Nulla. Decisi di farla finita. Bussai alla porta di una villetta. Mi aprì Narciso Puliti ma, quando mi vide armato e con l'elmetto della Marina militare in testa, richiuse subito. Gridai: Narci', non fare lo scemo, apri, sono il Giannelli.
 Riaprì, mi fece entrare, mi preparò un caffè e una brandina, salutai quei ragazzi e mi misi a dormire. La giornata di gloria si concluse così. Una settimana dopo ero a letto con la brochite. Mi curava il prof. Doemico Beggi con delle punture fatte con la pallina dell'uovo. Le farmacie erano ancora chiuse. Ringrazo gli "Amici" fortemarmini che non si sono fatti vivi leggendo i racconti della salvezza del loro paese dalle bombe americane. Oppure si vede che la parola liberazione non interessa, salvo pochi.

 © giorgio giannelli

lunedì 18 settembre 2017

I racconti del Partigiano Giorgio Il calcio in culo al nipote del Duce, l'8 dicembre del 1942. Il discorso di Mussolini parte 2



                                  

                                       di Giorgio Giannelli


Una volta terminato la terza a Pietrasanta, mi iscrissi alla quarta ginnasiale a Viareggio, tornando al Carducci, nel palazzaccio di Viareggio dove avevo già sofferto prima di andare in collegio a Firenze. Mi seguì il solito Gianfranco Tonini e mi trovai con Tuccio Schouten, Marco Bicchieri, Silio Bassi, i pietrasantini Roberto Pardini, Luciano Meccheri, Giuliano Luisi, Remzo Croci e Viliano Vitiil, il camaiorese Paolo Dinelli, Giancarlo Sbrana, Luca Sampaolesi e Giovanni Oliva. C'era anche il figlio del segretario del fascio viareggino Francesco della Santina. La guerra continuava e quando si sentiva il giornale radio delle 13 dovevi alzarti in piedi e metterti sull'attenti. I ragazzi era comunque rimasti ragazzi e sul trmvai se ne combinavano di tutti i colori.
 I più terribili erano i fratelli Cirillo, Luigi, e soprattutto Ruggero, Angelo Ricci e Alberto Giusti del Fiumetto, specialista in barzellette oscene. I primi tre erano specializzati nello staccare la motrice dal rimorcho in modo da lasciare i passeggeri del rimorchio fermi e quelli della motrice che si allontanavano. Poi quando finalmente il conducente se ne accorgeva,presentarsi doveva tornare indietro un paio di chilometri. A tutti quelli che, come il nostro gruppetto, stavano nella seconda parte del convoglio, veniva ritirata la tessera tranviaria che, per riaverla, dovevano presentasi i nostri genitori. Giorgio Donati, detto Pancetta, si dedicava invece alle fialette puzzolenti che spezzava durante il tragitto, impestano la gente quando lo riteneva opportuno.

sabato 16 settembre 2017

Memorie del partigiano Giorgio. Prima parte: 8 settembre, leggi razziali e preambolo della guerra




                                   di Giorgio Giannelli


Forte dei Marmi 8 settembre 1943. Come tutti i giorni mi trovavo al caffè Grand'Italia, gestito dalla famiglia Burchi, dove si riunivano tutti gli “antifascisti”, primo fra tutti Cesare Tarabella, compresi molti di coloro che, fino a qualche mese prima, erano fascisti. A un certo punto sentimmo dalla radio che il governo del Re aveva firmato l'armistizio con gli Alleati. Fu un esplosione di gioia. Solo un maresciallo di marina, che non era uno stupido, gridò: “E' inutile che gridiamo tanto. I tedeschi ce la faranno pagare”. Infatti a due passi da noi c'erano, seduti a un tavolo, dei soldati tedeschi che cercavano di passare il pomeriggio. Come fanno i bravi turisti. Quando seppero della notizia, esultarono anche loro, aumentarono il giro delle bibite, urlando “Guerra finita. Italia e Germania kaputt. Hitler e Mussolini merda”. Si ubriacarono. Poco dopo, avviandosi verso la caserma, che si trovava nell'albergo Imperiale nella stessa piazza Dante, continuarono a esaltare la loro allegria rotolandosi nell'erba del giardino pubblico e a sberciare le loro solite parole, questa volta in tedesco. Vistoli in quelle condizioni, uscì un loro ufficiale che li prese a calci nel culo e li riportò in caserma, il cui cancello fu chiuso a chiave e la sentinella ritirata. Osservata a scena, era quasi l'ora di cena, quando arrivò il maresciallo dei carabinieri in bicicletta e ci ordinò di tornare ciascuno a casa sua. “Il coprifuoco continua ancora”, si giustificò. Il giorno dopo tornai al caffè dei Burchi per commentare quant'era accaduto, finché qualcuno, sopraggiunse di corsa dalla spiaggia gridando: “Stanno a arrivando gli inglesi!”. In pochi minuti fummo in cima al ponte. Effettivamente stava arrivando un mezzo navale. Scrutammo un po' finché sentimmo delle urla:”Ci sono i tedeschi?”. Quando arrivarono a portata di voce rispondemmo: “Certo che ci sono i tedeschi, ma stanno rinchiusi in caserma”. Era un rimorchiatore della Marina militare italiana. Ci lanciarono una fune e scesero. Scappati da La Spezia, erano tutti sporchi, neri di nafta e terrorizzati. Qualcuno prese la via di Quercata per montare sui treni, ma una decina rimase in paese, ospitati nelle case del Forte. Andai in camera mia, presi dei vestiti e tutti i soldi che aveva della squadra ragazzi della Rondinella e i marinai si divisero le poche centinaia di lire e si cambiarono immediatamente. Sembra incredibile, ma molti si fidanzarono e poi sposarono con qualche ragazza fortemarmina. Gli altri si rifugiarono sui monti raggiungendo i partigiani di Gino Lombardi alla Porta di Farnocchia. Uno era un sardo e si chiamava Luigi Mulargia. Fu ucciso in combattimento dai fascisti e le sue orecchie, tagliate, vennero messe in evidenza nei caffè di Pietrasanta. Molti di noi sono andati con loro, ma la maggior parte dei giovani si arruolarono, parecchi volontari, altri no, nella Xa Flottiglia Mas. Qualche mese più tardi, alcuni di loro, come Giuseppe Spinetti, morto anch'esso in combattimento contro tedeschi, ci raggiunsero nelle vaie formazioni partigiane che operavamo tra l'Altissimo e il Gabberi. Gli “inglesi” arrivarono solo un anno dopo. 

mercoledì 13 settembre 2017

Lo stupro allo specchio






                                          di Carlo Felici


E' bene che si sappia che, in Italia, secondo le statistiche, avvengono circa 10 stupri al giorno, commessi per il 60% da italiani e per il 40% da stranieri, ma la maggior parte di essi avviene in famiglia, dentro le pareti domestiche, e Dio solo sa quanti altri ne avvengono anche se non se ne sa nulla.
Sono cifre che indicano la progressione di una barbarie, sempre più diffusa per mancanza di educazione e di buoni esempi, che dovrebbero innanzitutto avvenire in famiglia, nelle istituzioni e anche da parte dei religiosi.
Invece cosa abbiamo? Abbiamo un incremento vertiginoso di violenze famigliari, che spesso finiscono nel cosiddetto femminicidio, una parola che, già di per sé, è una violenza verbale ma che corrisponde ad una tristissima e tragica realtà sotto gli occhi di tutti, quasi 50 donne uccise dall'inizio dell'anno o da ex amanti o da ex mariti, in gran parte italiani.
Abbiamo delle classi politiche corrotte all'ennesima potenza forse anche più che ai tempi dei Borgia, per cui ormai se un premier fa sfoggio di avere amanti e “stagiste” (l'ultimo eufemismo per mascherare una prostituzione d'alto bordo) minorenni, l'opinione pubblica tutt'al più alza le spalle e ne ride, considerando che sono affari suoi. Festini a base di cocaina, corti di nani, ballerine e damigelle che allietano vecchi rimpinzati di viagra e via così..tanto chi ci metti sennò?


martedì 12 settembre 2017

La statuafobia antifascista





                                    di Carlo Felici

La storia non si cancella, se non altro perché non si ripete mai, dato che, quando si prova a replicarla, non si rivela altro che una tragica o grottesca burla
E' capitato così con tutti coloro che si sono illusi di ripercorrere il passato con i soli strumenti del loro presente. E continuerà ad essere sempre così per chi continuerà a provarci.
La storia del fascismo e lo storicismo oggi sono banditi anche dalle università (corsi monografici nel merito o su Croce, Gentile, Gramsci o Dilthey? Meglio la trasmissione Chi lo ha visto?), perché prevale la tendenza ad assolutizzare il presente, tanto che che c'è persino chi ha teorizzato la fine della storia, però siamo altresì sicuri che, se ciò accadesse, sarebbe anche la fine dell'umanità.
Da quando, infatti, l'uomo ha imparato a scrivere la storia e a studiarla, si è anche scoperto libero, di fronte al futuro e alla speranza di un avvenire diverso dal passato. Non più quindi schiavo dei suoi errori e orrori, proprio perché costretto a vedere e rivedere in continuazione quei monumenti e quelle testimonianze di quel passato che ci ricorda in continuazione come e perché siamo quel che siamo nel presente, e come e quanto ci è costato arrivarci.
Solo i regimi totalitari e liberticidi hanno provato a cancellare il passato e i suoi monumenti, azzerando persino il calendario, quasi come se nulla fosse accaduto prima della loro “era” che pretendevano trionfale.

Oggi il totalitarismo ha il volto di un nuovo modello di fanatismo, il quale vorrebbe fare della storia un uso strumentale, essere cioè nella condizione di ergersi a giudice di ciò che è degno o non è degno di essere visto e ricordato, cancellando tutto il resto.
Ci sono molte versioni di questo fanatismo, da quella più rozza e barbara che fa saltare per aria le statue dei Buddha o che mina le rovine di Palmira, espressione dell'integralismo religioso alla massima potenza, e c'è quella che se la prende con i generali sudisti, con le statue di Colombo, anch'essa espressione dell'integralismo, ma stavolta del politically correct elevato al cubo, in una disgustosa ipocrisia che vede abbattere le statue di colui che è accusato di avere iniziato il genocidio degli indios, mentre tuttora si umiliano i nativi americani con un un lungo oleodotto capace di trasportare, una volta terminato, circa 500.000 barili di petrolio grezzo al giorno dal Nord Dakota all’Illinois. Qualcuno è andato forse ad abbattere i bulldozer?
Ovviamente noi non ci facciamo mancare nulla ed abbiamo anche noi gli integralisti monumentali, nostrani, quelli che, ad esempio, quando vedono un monumento fascista fremono di indignazione e vorrebbero eliminarli tutti o almeno rasare le scritte inneggianti a Mussolini, magari segando anche le braccia delle statue che fanno il saluto romano.
Sono gli stessi personaggi della stessa parte politica che non si è fatta scrupolo a suo tempo di decorare ex criminali di guerra fascisti. Tutto fa brodo, tutto può contribuire alla distrazione di massa, a far credere che il vero nemico oggi sia quello annientato più di 70 anni fa. Ovviamente confermando così il fallimento di una democrazia sia sul piano culturale che educativo, se ancora oggi si ha bisogno di reprimere e temere ciò che nella storia non esiste più, anche se riecheggia in certa coreografia e propaganda.
Ma propaganda di che? Di un tempo in cui il fascismo divenne regime solo perché aiutato dai poteri forti di allora? Re, Papa, industriali, agrari, banchieri, multinazionali del petrolio, riciclatori di residuati bellici?
Da che parte stanno, mutatis mutandis, questi poteri oggi? Ma evidentemente dalla parte di chi fa i loro interessi: azzera il diritto del lavoro, precarizza, riduce le pensioni, alza l'età pensionistica, privatizza i beni comuni, specula sui risparmi dei cittadini, azzera o riduce i contratti di lavoro a elemosina e..ovviamente per ridurre la fatica, cerca infine di modificare la Costituzione secondo i suoi interessi.
Ebbene, questi politici, oggi, sono gli stessi che sbraitano contro il fascismo fino a voler abbattere i suoi monumenti, e contemporaneamente, ne decorano gli esponenti più spregevoli.
Perché, in definitiva, a loro del fascismo o dell'antifascismo importa ben poco, quello che conta è che la gente pensi ad altro. Che creda all'incombere del pericolo dell'avanzare del fascismo, mentre deve dimenticare o trascurare del tutto le nuove forme di autoritarismo che vengono spacciate per democrazia, in una società in cui non si ha più bisogno di usare il manganello, ma basta licenziare, precarizzare, ricattare, emarginare, ridurre tutti al ruolo di migranti senza meta né patria, che si spostano, o meglio, vengono spostati dove conviene sfruttarli meglio, secondo la legge inossidabile del profitto. Poi, magari se protestano, sono troppi e vanno in piazza, pure con gli studenti..beh, allora il manganello torna sempre utile!
Questo è il vero autoritarismo odierno, senza più previdenza sociale, né opere per l'infanzia, senza più né piccole o grandi opere pubbliche se non destinate a sfasciarsi in pochi mesi, senza monumenti, con milioni varati e non spesi, che restano ad ingrassare istituti finanziari o banche, e non producono opere necessarie per il territorio che va in fumo o si sbriciola al primo nubifragio e per i cittadini che ci restano sotto.
Forse questo livore e quest'ira contro il passato che si lascia distruggere o si lascia marcire, come molti monumenti dell'antichità romana, deriva da un profondo senso di inadeguatezza, dal fatto che non si sa tramandare al futuro nulla che non sia un cumulo infinito di immondizia che ormai non si sa più nemmeno dove mettere.
Sarà quindi solo una grande discarica il monumento che ricorderà questi tempi così squallidi e consumisti. E in questa feroce e disperata consapevolezza si vorrebbe che ne facessero parte anche le rovine del passato.
Magari affinché nessuno in futuro possa pensare che un passato è mai esistito ed assuefacendosi e ammorbandosi nell'unico infernale presente a cui l'umanità si è condannata, non possa nemmeno immaginare che altro c'è stato e che altro è possibile.
Questo è l'unico destino che l'umanità dei monnezzari vorrebbe imporre: una grande discarica più alta e gloriosa di ogni obelisco.