Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

lunedì 24 aprile 2017

Marchons, marchons! Macron, Macron!




Oggi a sinistra in Italia la confusione è assai grande, e l’unica cosa che da quelle parti pare si possa affermare, anziché un progetto politico condiviso, è copiare Melenchon, che per altro dagli agricoltori francesi non si è fatto nemmeno vedere, tanto lo sa che da loro non becca nemmeno una vanga in testa.  Ma imitare Melenchon, uno che come altri (ad esempio Fassina nel PD), ha condiviso a lungo tutte le brutture del Partito Socialista Francese, vuol dire ammazzare la sinistra prima ancora che nasca. Le elezioni francesi, infatti, insegnano che è già nato un nuovo modo di fare politica, il quale va ben al di là delle vecchie concezioni della destra e della sinistra, chi ne resta ancora prigioniero è destinato a perdere o a fare l'utile idiota in permanenza. La politica oggi segue il pragmatismo, le esigenze economiche e sociali e le paure della gente comune, a partire da lavoro e sicurezza, legata anche all'immigrazione. Oggi è l'epoca degli outsiders, che sanno interpretare questi bisogni e trasformarli in programma politico convincente senza legarsi alle vecchie categorie politiche ed ideologiche. Questo però non vuol dire che la cultura politica non conti, può essere un elemento in più, ma solo se si hanno già le qualità e l'intuito necessari per comprendere e intercettare gli umori popolari.
Gli stati, oggi, sono sempre di più interconnessi e la loro politica e la loro efficacia dipendono in gran parte non più da politiche nazionali, ma dalla capacità da parte di una nazione e della sua classe dirigente, di saper interagire efficacemente in un contesto più vasto ed articolato, traendone benefici e vantaggi anche per la propria popolazione. Questo è possibile solo se si appartiene ad una area comune di scambi economici e monetari che esalti e non penalizzi in maniera speculativa gli sforzi produttivi e finanziari di ciascun paese.

Per questo la qualità di base che ogni paese, oggi, deve avere è quella di saper tenere i suoi conti in ordine, colpendo speculazione, corruzione e malversazione, prima ancora di adottare politiche fiscali e sociali che siano giuste e condivise. Prima ancora di scaricare, per necessità ed acqua alla gola, i costi del permanente risanamento sempre e soltanto sulle spalle delle stesse categorie di cittadini. Lasciando privilegi insostenibili e scandalosi nelle mani dei soliti corrotti e corruttori al potere.
In Francia, ma anche nel resto d’Europa, la divaricazione sociale tende ad aumentare parallelamente alla paura di perdere libertà e diritti, e ovviamente anche la vita a causa dell’invadente terrorismo.
Queste sono ormai le motivazioni che spingono le persone a votare e a sostenere un candidato anziché un altro, si è cioè stimolati più dalla pancia che dal cervello, ed è questo anche il motivo per cui le categorie politiche del secolo scorso, basate in gran parte su presupposti ideologici ed escatologici, sono ormai definitivamente tramontate.
Si badi, però non è tramontata la cultura politica, e cioè quella capacità di essere competenti economicamente e socialmente, al punto da capire nel concreto, cosa si può e si deve fare e con chi, per poter interpretare e soprattutto attuare un buon programma politico.
Oggi in Francia abbiamo due candidati che sono lo specchio di tale situazione: Le Pen che alza la voce e i toni della politica ed intercetta ed interpreta le paure profonde, le insicurezze e la voglia di protesta anche sociale del suo popolo in chiave nazionalista (non azzarderei la parola fascista che resta confinata nel suo ambito storico) e sciovinista, Macron che invece abbassa i toni e con una freddezza e moderazione quasi incredibile per l’età che ha, dimostra di essere una persona competente, consapevole del contesto economico e politico non solo francese ma anche globale, e si propone come punto di mediazione e di efficacia in una realtà dove i poteri forti ormai agiscono incontrastati, ma hanno ancora un piccolo difetto…per governare devono avere il consenso della gente, un consenso che oggi risulta sempre di più la conseguenza di una paura.

sabato 15 aprile 2017

VIVIAMO PER MORIRE O MORIAMO PER RISUSCITARE?

                                        





                                                  di  Leonardo Boff



La Chiesa non annuncia mai solo la croce e non proclama mai solo la gioiosa notizia della resurrezione di Cristo. Croce e resurrezione costituiscono l'unità di uno stesso avvenimento: colui che è stato disprezzato sulla croce, è stato anche resuscitato alla gloria. Annunciare solo il martirio della croce esalterebbe il coraggio e l'abnegazione di un eroe in favore degli uomini, ma ci lascerebbe senza speranza. Annunciare solamente la resurrezione genererebbe certamente euforia ma ci lascerebbe insensibili di fronte al destino dei crocifissi della storia. Annunciando la morte e la resurrezione insieme, come fanno i vangeli, vogliamo professare la vittoria della vita sulla morte e l'irruzione della luce liberatrice a partire dalle tenebre dell'oppressione.
Possiamo comprendere a fondo il significato della resurrezione solo se prendiamo sul serio gli interrogativi radicali del cuore. Per tutti la morte è un enigma e un mistero. Che senso ha la vita, se procede inesorabilmente verso la morte? Il senso che diamo alla morte costituisce il senso che diamo alla vita. Se la morte significa dissoluzione della vita, questa perde tutto il suo valore.
Più angosciosa ancora è quest'altra questione: che senso ha la morte degli innocenti, di coloro che si sono impegnati a rendere la vita più giusta e più umana e sono stati violentemente eliminati? Chi può rendere loro giustizia? È sufficiente un minuto di silenzio per i martiri anonimi sacrificatisi per i diritti degli umiliati e degli offesi? Le rivoluzioni vittoriose non possono resuscitarli perché partecipino dei frutti del loro sacrificio. Siamo condannati a vivere per dovere alla fine morire? O al contrario, la morte e la resurrezione di Gesù ci insegnano un'altra verità, che, cioè, viviamo e moriamo per resuscitare?
Il mistero pasquale della morte e della resurrezione di Gesù risponde a tali questioni. La vita chiama la vita; la morte non distrugge la vita, apre solo alla possibilità di un'altra forma di vita più alta e piena, perché realizzata nello spazio dell'eternità. Alla fine non c'è un muro, ma una porta che si apre. La morte violenta di quanti si sono impegnati per la giustizia non è assurda. Apre l'accesso alla pienezza della vita, perché Gesù è stato condannato per il suo impegno a favore della giustizia del Regno di Dio e la sua resurrezione è venuta a legittimare questo tipo di morte. Morire così non è solo degno e santo. È ereditare la resurrezione, che significa pienezza della vita umana in Dio.
Questa vita nuova non irrompe dopo la morte. È più forte della morte, è anteriore alla morte. San Pietro, nel suo discorso negli Atti degli Apostoli, descrive, in una frase, com'era questa vita: Gesù di Nazaret, consacrato in Spirito Santo e potenza "passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo" (Atti, 10,38). Un'esistenza totalmente dedita al bene e alla liberazione degli oppressi non avrebbe potuto essere ingoiata dalla morte. Dio avrebbe smesso di essere quello che è, il Dio vivo e creatore di vita.
Il trionfo della vita di Cristo è talmente potente che coinvolge la vita di tutti coloro che assumono la sua causa: cominciano anch'essi a resuscitare (cfr Rm 6,3-13; 8,11.17).
Paolo evidenzia il fatto che siamo già stati resuscitati con Cristo (Col 3,1; Ef 2,5-6); certamente non si tratta di un fatto concluso, poiché abbiamo davanti a noi tutto il pellegrinaggio terreno, ma realmente un fatto già iniziato. È qui che risiede la fonte della gioia e della giovialità cristiane. Dopo che Cristo è resuscitato, non hanno più senso la tristezza e la paura angosciosa della morte. La morte è stata smascherata come uno spauracchio che metteva paura alla vita: "la morte è stata ingoiata per la vittoria" (1Cor 15,55). 
La resurrezione è un processo di vita nuova nel quadro della vecchia. Tutto ciò che fa crescere la vita nella sua autenticità umana sta alimentando i semi di resurrezione depositati nel nostro corpo mortale. Quello che rende la vita autenticamente umana è la ricerca dell'amore disinteressato, l'impegno per la giustizia di tutti, soprattutto degli oppressi, lo sforzo di creazione di strutture di convivenza fraterna, la capacità di perdonare e di sperare contro ogni speranza.
La morte libererà la potenza di questa vita nuova e le affiderà un'espressione simile a quella di Cristo glorioso (cfr Col 3,4). La resurrezione è dono prezioso di Dio, ma anche costruzione onerosa dell'essere umano, che già comincia nel presente e maturerà fino all'eternità.

martedì 11 aprile 2017

LA PLANETIZZAZIONE / GLOBALIZZAZIONE





Leonardo Boff*

Oggi c’è un forte confronto con il processo di globalizzazione, esacerbato da Donald Trump che ha calcato la mano su “l’America innanzi tutto,” diciamo meglio, “solo l’America”. Muove  guerra contro le corporazioni globalizzate a favore delle corporazioni dentro gli Stati Uniti.
Importante capire che si tratta di una lotta contro le grandi società economico- finanziarie che controllano grande parte della ricchezza mondiale nelle mani di un numero piccolissimo di persone. Secondo J. Stiglitz premio nobel per l’economia, abbiamo l’1 % dei miliardari contro il 99% di dipendenti impoveriti.
Questo tipo di globalizzazione è di natura economico-finanziario, mastodontica e a dire di Edgar Morin, siamo all’era di ferro della globalizzazione, che è più di una semplice economia. Si tratta di un processo irreversibile, una nuova tappa della evoluzione della Terra, a partire dal momento in cui l’abbiamo scoperta. Contemplandola venendo dal di fuori, come ce lo testimoniarono gli astronauti a partire dalle loro navi spaziali. Qui è chiaro che la Terra e l’Umanità formano una unica entità complessa.
E’ il grande impatto la testimonianza dell’astronauta nord-americano John W. Young, in occasione del quinto viaggio alla luna il giorno 16 aprile 1972: “Laggiù in basso, sta la Terra, un pianeta azzurro-bianco, bellissimo, risplendente, la nostra patria umana. Da qui alla luna io lo trattengo sul palmo della mia mano. E da questa prospettiva non ci sono sulla Terra né bianchi né neri, né divisioni tra est e ovest, né comunisti né capitalisti, né nord né sud. Tutti formiamo un’unica Terra. Dobbiamo imparare ad amare questo pianeta di cui facciamo parte”.