Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

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martedì 20 luglio 2021

Cuba necessita di una rivoluzione dell'intelligenza

 



                               di Carlo Felici


E' piuttosto meschino liquidare quel che sta avvenendo a Cuba, con le numerose proteste in corso e la repressione in atto da parte delle autorità governative, come i conati di un regime in crisi, per non aver saputo far fronte alla sua esigenza di rinnovarsi e nemmeno alle legittime esigenze della popolazione, così come è una palese idiozia imputare il malessere generale che pervade l'isola solamente alla voracità predatoria dell'imperialismo e al blocco economico e commerciale contro l'isola che perdura da ben 60 anni.

Cuba necessita di un cambiamento ma anche di una profonda riflessione e molto probabilmente di una seconda rivoluzione o meglio, di una rivoluzione debitamente aggiornata, le proteste mai così partecipate da 60 anni a questa parte, lo dimostrano palesemente.

A Cuba l'inflazione è aumentata del 500% e la carenza di generi alimentari si somma alla crisi del sistema sanitario e al suo affanno nell'affrontare la pandemia, dovuta soprattutto alla difficoltà di modernizzare le infrastrutture per mancanza di fondi destinati ad investimenti in tale settore. Persino reperire la farina è diventata una impresa proibitiva così come garantire a tutti acqua, energia elettrica e cibo basilari per la vita quotidiana.

E' del tutto evidente che se una rivoluzione finisce per non garantire a tutti ciò per cui ha lottato e ha cercato di affermarsi, allora essa è destinata a collassare su se stessa.

Per un Paese che importa il 70% dei beni alimentari che consuma e che ha visto crollare il suo PIL dell'11%, vedendosi arrestare uno dei principali canali di autofinanziamento pari al 10% del PIL, cioè il turismo, questo è il prologo del collasso.

Cuba che ha sempre fatto della sua lotta strenua all'imperialismo e della sua irriducibilità al diktat del gigante statunitense la sua fiera bandiera di Davide contro Golia, ora si riduce a imporre a molti negozi autorizzati dallo Stato che vendono generi alimentari l'uso dei pagamenti solo in dollari. Questa non può che essere l'ennesima beffa, la goccia che fa traboccare il vaso e rischia di aprirlo come quello di Pandora.

A ciò si aggiunga la riduzione delle vendite di petrolio dal Venezuela che per anni ha sostenuto l'economia cubana, fornendo la principale materia prima energetica a prezzi stracciati, di qui l'arresto di molte centrali elettriche e i numerosi black out nell'isola, e anche il fatto che la principale fonte produttiva dell'isola, la canna da zucchero ha subito una raccolta che è stata tre le peggiori degli ultimi anni.

Cuba ha uno dei migliori sistemi sanitari al mondo e un numero di medici straordinario in rapporto alla popolazione, ma tutto ciò è destinato ad essere vanificato dal fatto che mancano le medicine.

A fronte di tutto ciò, dobbiamo dar ragione al governo cubano quando rileva che l'embargo ha gravissime responsabilità per l'acuirsi della crisi, esso per esempio, dal 2001, esclude i generi alimentari, i medicinali e il materiale sanitario, ma prevede che sia vietato ogni metodo di finanziamento di generi alimentari, imponendo di fatto all'isola di acquistare cibo solo in contanti ed in valuta pregiata, cioè in dollari, ed è evidente che se manca la principale fonte di approvvigionamento in dollari, cioè il turismo a causa della pandemia, comprare cibo dagli Usa che ne sono il principale esportatore nell'isola, diventa alquanto proibitivo

E' vero, d'altra parte, che il governo cubano non ha dimostrato alcuna capacità di riformare il sistema economico, favorendo maggiore flessibilità, controllo ed efficienza. Un sistema che non consente alcuna iniziativa imprenditoriale, che nella sua centralizzazione, non ha facoltà di comprendere come certe leggi non siano più adeguate ai tempi (per esempio anche solo quelle che consentono la macellazione dei capi di bestiame), che in periodi di crisi non serve barricarsi dietro agli slogan, ma bisogna soprattutto più che scendere nelle piazze a contrastare la protesta, andare nei campi e nelle fabbriche a lavorare e a dar il buon esempio, non può che perdere di credibilità verticalmente agli occhi del suo popolo.

Ormai non solo la Chiesa ma anche la Massoneria che ha visto tra le sue file autorevoli protagonisti della indipendenza prima e della rivoluzione poi a Cuba, fanno levare la loro voce per un autentico cambiamento, e un leader che non ha più alle spalle la lotta rivoluzionaria da cui poter trarre anche una benché minima forma di carisma residuo, è come un re nudo in una gabbia che rischia di finire arrosto, perché le sbarre diventano sempre più incandescenti.

Di fronte a tutto ciò, non può che tornare alla mente il fulgido esempio del “guerrillero eroico” non come un mito logorato dal tempo o come un testimonial buono per bandiere sbiadite di ogni stagione, ma per le sue parole e soprattutto per l'esempio che egli seppe dare sia come combattente in tutte le contrade del mondo che come governante e al contempo lavoratore in prima persona in tutti i settori della economia.

Ernesto Che Guevara, tra i suoi numerosi discorsi e scritti diceva così: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza”

E' evidente che se si blocca il libero sviluppo dell'intelligenza, si blocca conseguentemente qualsiasi altro settore che si basa sulla stessa intelligenza costruttiva.

Cuba ha dunque bisogno di un'altra rivoluzione ma non armata, perché essa si ridurrebbe ad una tragica e cruenta guerra civile e a guadagnarne sarebbe solo di nuovo il solito capitalismo predatorio.

Cuba ha bisogno di una rivoluzione dell'intelligenza, tale da mettere a confronto per il libero sviluppo delle sue energie pregiate e vitali, tutte le migliori intelligenze dello straordinario popolo che le appartiene, fuori e dentro Cuba, tenendo anche conto del fatto che da Cuba non si scappa più, e non per colpa del cosiddetto regime cubano, ma a causa di chi predica da una parte i diritti del popolo cubano e dall'altra, come Alejandro Mayorkas, segretario alla sicurezza dell'amministrazione Biden, impone alle imbarcazioni di immigrati cubani un disumano respingimento. Un governo americano che non solo continua ad imporre un embargo anacronistico e tragico dopo ben sessant'anni e dopo che lo stesso ONU si è dichiarato contrario per decine di volte, ma che ora nega pure accoglienza agli affamati emigrati cubani,, non è in condizione di pontificare su diritti e democrazia, anche se è retto da un presidente che appartiene ad un “partito democratico”

Cuba si rinnoverà solo grazie allo spirito indomabile e indipendente di tutto il popolo cubano, solo mediante il dialogo tra chi sta fuori e chi sta ancora dentro Cuba, non per l'interesse degli avvoltoi del mercato multinazionale o di qualche boss in cerca di rivincita e nemmeno per quello di chi crede ostinatamente che una nomenklatura di potere possa arrogarsi il diritto di governare in eterno il destino dell'isola, solo grazie agli slogan o alla strumentalizzazione di un passato glorioso.

Cuba saprà rinnovarsi solo se il suo popolo, dentro e fuori dell'isola, comprenderà che “vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere” prime tra tutte la giustizia sociale e la libertà.

La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori”

Sarà bene stampare nella mente queste “perle” del Che, piuttosto che la sua immagine logora sulle magliette.



sabato 19 gennaio 2019

IL VATE RIVOLUZIONARIO



                                                                 

                                                    di Carlo Felici


"Ieri, come oggi, oggi come domani, quando la stirpe o l'uomo sta per diventare la ragione di vivere, insorgere è risorgere" G. D'Annunzio



 Uno degli aspetti più sconosciuti e interessanti dell’opera di uno dei più grandi artisti e poeti italiani, è quello della sua vita rivoluzionaria, un vivere che, come lui scrisse, e ci possiamo davvero credere, fu “chiamato inimitabile”
 Sino ad ora, l’aspetto della vita di D’Annunzio, dedito alla causa rivoluzionaria, era stato esplorato solo in parte da De Felice, con alcuni testi in merito alle esperienze del poeta nella Repubblica del Carnaro, oggi abbiamo invece uno studio più approfondito che è il frutto di una bella ricerca svolta da Antonio Alosco, il quale ha pubblicato di recente un libro dal titolo: Gabriele D’Annunzio socialista, oltre ad una bella raccolta di suoi scritti rivoluzionari curata da Emiliano Cannone, dal titolo “manuale del rivoluzionario”. Diciamo subito che è un titolo alquanto azzardato, dato che, strictu sensu, il Vate, socialista, non lo fu mai, almeno nell’accezione ordinaria del termine che possiamo riferire alla militanza in un partito e, in particolare, alla adeguazione della propria prassi verso le sue gerarchie interne.
 Fu però autenticamente rivoluzionario e vedremo perché. D’Annunzio adeguò il mondo in cui visse, in maniera mirabilmente cosmica e storica, a se stesso, pur imprimendo alla sua epoca una sua personalissima, originalissima e vitalissima impronta caratteriale, artistica e anche politica.
 La sua esperienza con la sinistra storica di fine Ottocento inziò nel 1897 nelle file della destra, ma con intenti tutt’altro che conservatori, il suo, infatti, fu solo un voler portare in Parlamento “la causa dell’intelligenza contro i barbari”, lo disse testualmente: “dopo il guerriero, dopo il sacerdote, dopo il mercante, venga colui che pensa”, fu quindi forse il primo ad inventare in Italia il ruolo dell’intellettuale impegnato, organico, in un’ epoca, per altro, non esente da corruttele e trasformismi, purtroppo mali endemici del nostro paese.
 Fu presente nelle file della destra, ma non pronunciò mai alcun discorso, stette lì solo in veste di osservatore, fino all’avvento al potere del generale Pelloux e al varo di una serie di leggi liberticide che seguirono ai moti di piazza e alla strage di Milano del 1898.

venerdì 18 gennaio 2019

Il misterioso destino di ognuno di noi





Leonardo Boff* 

Ognuno di noi ha l'età dell'universo, che ha 13,7 miliardi di anni. Eravamo tutti virtualmente insieme in questo puntino, più piccolo della testa di uno spillo, ma pieno di energia e materia. La grande esplosione avvenne e generò le enormi stelle rosse all'interno delle quali si formarono tutti gli elementi fisico-chimici che compongono l’universo e tutti gli esseri. Siamo figli e figlie delle stelle e della polvere cosmica. Siamo anche quella porzione della Terra vivente che è arrivata a sentire, a pensare, ad amare e a venerare. Secondo noi la Terra e l'universo sentono di formare un grande “Tutto”. E possiamo sviluppare la consapevolezza di questa appartenenza.
Qual è il nostro posto all'interno di questo “Tutto”? Più precisamente, nel processo di evoluzione? All'interno di Madre Terra? All'interno della storia umana? Non ci è ancora permesso saperlo. Forse questa sarà la grande rivelazione quando faremo il passaggio alchemico da questo  lato della vita all'altro. Li, spero, tutto sarà chiaro e saremo sorpresi perché saremo tutti collegati, in modo ombelicale, formando l'immensa catena di esseri e il tessuto della vita. Cadremo, credo, nelle braccia di Dio-Padre-e-Madre di infinita misericordia per coloro che ne hanno bisogno a causa delle loro cattive azioni e in un eterno abbraccio amorevole per coloro che sono stati guidati dal bene e dall'amore. Dopo aver attraversato la clinica di Dio-misericordia, arriveranno anche gli altri.

domenica 13 gennaio 2019

CARLO ROSSELLI E TROZKI




                                                       di Carlo Felici

Varie volte il pensiero e l’esempio di Carlo Rosselli sono stati utilizzati da una certa pseudosinistra per giustificare una sorta di distacco dal marxismo, oppure un riformismo di tipo liberale, molto annacquato e sostanzialmente collateralista rispetto alla deriva neoliberista in atto, con un modello a senso unico di globalizzazione che tende a sfruttare popoli e materie prime per puri fini di profitto.
Lo fece Veltroni in Italia, ma ancor prima Craxi, ora ci prova maldestramente anche Calenda assieme ai sostenitori di un fantomatico terzo polo, e  bisogna dire che tali tentativi di recupero del pensiero di Rosselli appaiono sempre piuttosto grossolani e strumentali, almeno a chi conosce seriamente il pensiero e gli scritti di Carlo Rosselli. Il tutto rimane confinato nell’ambito di slogan, senza invece portare ad un serio approfondimento delle opere di Carlo Rosselli che, purtroppo, non sono nemmeno state ristampate frequentemente.
In particolare, è stato completamente messo in ombra sia il taglio rivoluzionario del contributo di Rosselli sia il forte legame che egli cercò di intraprendere con i movimenti rivoluzionari internazionalisti, compreso quello bolscevico di Trotsky.
Non molti sanno che Rosselli incontrò personalmente il rivoluzionario bolscevico ed ebbe con lui un fruttuoso scambio di idee, che però non si tradusse in una prospettiva ad ampio raggio, di collaborazione attiva ma che avrebbe potuto preludere, almeno in Spagna, ad una convergenza di azioni comuni.

Il tutto è documentato in un articolo-intervista di Carlo Rosselli uscito su Giustizia e Libertà a Parigi il 25 maggio 1934. Lo scritto è addirittura preceduto da una citazione dagli scritti giovanili dello stesso Trotsky in cui si dice: “La gioia più grande è quella della lotta per la grande causa della giustizia e della libertà” Rosselli volle quell’incontro per proporre al rivoluzionario sovietico una collaborazione alla rivista di GL, e nell’articolo trapela una chiara ammirazione nei suoi confronti, scrive Rosselli: “Vi fu mai nella storia esule più vittorioso? Una dopo l’altra si chiudono davanti a lui le frontiere, proletarie, borghesi. Le classi di governo sono prese da un immenso sgomento a ragione di quella vittoria che Trotsky porta seco, la rivoluzione d’Ottobre, onde il suo nome sarà ricordato nei secoli accanto a quello di Lenin. Né sorprende che la frontiera più arcigna sia quella della sua rivoluzione. L’eroe di ottobre è troppo dinamico, non c’è posto per lui in Russia nei periodi di quiete. E’ un genio da ammirarsi in segreto e a distanza, vicino è troppo incomodo e pericoloso..”
La conversazione tra i due non fu particolarmente lunga ma restò comunque significativa. Trotsky non escluse la sua collaborazione anche se conservò delle riserve pregiudiziali verso il movimento socialista rivoluzionario di Rosselli che gli ricordava la sua prima esperienza, poi superata, di social rivoluzionario a Nicolaieff. Gli disse Trotsky: “Credo di conoscervi e di essere abbastanza informato sul movimento Giustizia e Libertà, vi ho già incontrato più volte nella mia vita, nella lotta rivoluzionaria in Russia..” ma poi replicò seccamente: “Oggi siete feroci contro Mussolini e il fascismo, è naturale. Ma domani? Domani, quando tornerete in Italia e gli abissi tra le classi si spalancheranno, da che parte starete?”
Ma Rosselli replicò altrettanto duramente da vero rivoluzionario: “Crediamo di avere capito la lezione di Ottobre, la vostra lezione. Non attenderemo Costituenti. Non forniremo Kerenskj. Gli obiettivi supremi li conquisteremo subito. Giustizia e Libertà è un movimento giovane, appena agli inizi, non potete imprigionarlo nelle formule ed esperienze del passato”
Trotsky allora quasi si persuase e replicò: “Finché il fascismo era un fatto che si svolgeva ai margini della vita europea, si poteva supporre che il popolo italiano si sarebbe sottratto alla legge comune. Ma dopo la Germania, una rivoluzione italiana non sfuggirà ai binari obbligati” e quindi, messo di fronte ai concreti fatti dell’azione antifascista, non si sottrasse alla possibilità, un giorno, di poter collaborare, però, da vecchio bolscevico non si fece molte illusioni e concluse: “Ma domani, in pieno processo rivoluzionario, vi combatterò”. Egli infatti prevedeva una rottura netta tra borghesia e proletariato in Italia, insistendo sull’aut aut tra l’essere bolscevichi e leninisti o alleati della borghesia. Naturalmente Rosselli non ebbe difficoltà a replicare che in Italia il proletariato doveva necessariamente tener conto dei ceti medi e piccolo borghesi e che Trotsky stesso aveva sostenuto la tesi che dove la rivoluzione non segue il disastro militare è necessaria e inevitabile una lunga fase di transizione.
Il colloquio infine si chiuse per la necessità di Trotsky di adempiere ad altri impegni e l’impressione di Rosselli fu che il rivoluzionario russo fosse “prigioniero del suo passato, e della storia polemica con Stalin, col bolscevismo, che lo ha saccheggiato rinnegandolo”
Pur tuttavia Rosselli torna ad ammirarlo chiudendo il suo articolo con queste parole: “Trosky è la rivoluzione vittoriosa...e la limitazione [della sua opera] è piuttosto dovuta alla straordinaria forza di astrazione di un pensiero che si svolge nel suo intimo in modo così coerente e completo da non aver bisogno dei contributi altrui”..L’unico contributo di cui può avere bisogno uno come lui è quello di un popolo, conclude Rosselli, anche se dubita che questo popolo possa essere quello occidentale.
Perché ricordare oggi tutto questo?
Innanzitutto per sfatare una sorta di uso strumentale del pensiero di Rosselli in funzione pseudo liberale e antirivoluzionaria o contraria ad una vera e propria lotta di classe, di cui Rosselli, con Gobetti, lo ricorda esplicitamente in quel dialogo, voleva ardentemente essere partecipe e che oggi si configura nella contrapposizione tra potentati economico-finanziari, grandi multinazionali e masse destinate alla marginalizzazione, al precariato e allo sfruttamento delocalizzato. E poi anche per capire che attualmente, la migliore attuazione del pensiero social rivoluzionario di Rosselli che, non dimentichiamocelo, intende il liberalismo come il cammino della lotta per la libertà dall’oppressione del capitalismo che impone la miseria ai lavoratori, è la creazione di un partito che sia coerente con quel che egli stesso scrisse pochi mesi prima di morire, in circostanze non ancora del tutto chiarite, e che forse videro, proprio in funzione antisocialista e antitroskista, convergere gli sforzi congiunti dei servizi segreti fascisti e stalinisti.
Ricordiamo le sue parole sul bolscevismo e sulla Rivoluzione Russa:
"Prima di ogni consacrazione marxista e di ogni atrocità dittatoriale sta la rivoluzione che ha distrutto l’autocrazia, che ha dato la terra ai contadini. Questa rivoluzione noi l’amiamo e la difenderemo.
La rivoluzione non è la dittatura di Stalin, è evidente. Ma se fossimo posti a scegliere tra il mondo capitalista, così come ci fu rivelato dalla guerra e dalla crisi, e il mondo bolscevico dovremmo risolverci, non senza angosce, per il secondo.
Ma è questa alternativa che rifiutiamo; è questo dualismo rozzo e brutale – Dio o il Diavolo; il comunismo o il capitalismo – che ci ripugna. Tra Dio e il Diavolo stiamo, molto semplicemente, per l’Uomo. Il nostro sforzo sarà rivolto a superare il dissidio nel nome di una nuova sintesi; nel nome di un socialismo penetrato dall’idea di libertà nel quale i Piani servano gli uomini, e non gli uomini i Piani.
Se oggi difendiamo la rivoluzione russa è anche perché essa, malgrado tutti i suoi errori ed orrori, rappresenta nel mondo dell’economia l’alternativa. La dimostrata possibilità di esistenza di una economia collettivista è una esperienza interessante per il genere umano. L’economia collettivista era sino a ieri per la scienza ufficiale una eresia, una economia impossibile; in ogni caso una economia statica destinata al rapido crollo per la sua impotenza a risparmiare e accumulare" 
«Quaderni di Giustizia e Libertà», n. 2, marzo 1932
 Cosa scrisse Rosselli sui comunisti italiani è noto: "Probabilmente il Partito Comunista, così come è oggi è costituito e funziona, non può modificare i suoi caratteri essenziali.
Ma un nuovo partito unito del proletariato nel quale i comunisti portassero le loro grandi virtù di organizzazione, di disciplina, di entusiasmo, di lavoro, e trovassero quella libertà intellettuale, quel fermento critico che loro difetta, consentirebbe non solo di superare su un piano di rinnovamento e di vita la scissione proletaria, ma di condurre con risolutezza e con frutto la nuova politica dai comunisti auspicata."

 Rosselli lo scrisse quasi come in un testamento, il 9 aprile 1937..solo due mesi prima di morire.
 Questo oggi potrebbe essere tranquillamente il programma fondativo di un vero grande partito della sinistra solidamente ancorato all'Internazionale Socialista.  Carlo Rosselli resta un grande rivoluzionario sostenitore, ieri come oggi, di una lotta di classe che attualmente è da intendersi in forma globale, esattamente come Trotsky intendeva dovesse svolgersi la sua “rivoluzione permanente”. Cambiano senza dubbio, nel contingente, gli strumenti per concretizzarla, perché non abbiamo un’armata rossa in cui arruolarci, ma un mondo in cui scegliere da che parte stare. O dalla parte degli speculatori che fanno crescere i prezzi delle derrate alimentati e lucrano oltre che sui prezzi del cibo e delle materie prime anche sui fattori eversivi che spingono i popoli a ribellarsi, traendo enormi profitti dalle guerre che ne conseguono, oppure dalla parte di chi si ribella e coordina i suoi sforzi su scala globale, avendo ben chiaro in mente che una lotta comune, non può avere obiettivi meramente nazionalistici, ma mete convergenti condivise su scala planetaria.
“Il compito di una società socialista non è di distruggere la concorrenza degli uomini e delle organizzazioni ma di renderla veramente effettiva e libera” affermava Carlo Rosselli.

Carlo Felici

PS L'articolo-intervista di Rosselli si può trovare integralmente nel libro edito da Massari Editore della collana Contro Corrente, intitolato: Lev Trotsky "Scritti sull'Italia" introduzione e cura di Antonella Marazzi.

mercoledì 9 gennaio 2019

Contro il nuovo governo di ultra-destra san Giorgio ci aiuti




Leonardo Boff* 

Contro il nuovo governo di ultra-destra, furioso e persecutore, che già tocca i diritti fondamentali dei cittadini, in particolare i salari e le persone di un diverso orientamento sessuale, dobbiamo unire le nostre forze di resistenza e di critica, per l’imperativo etico di salvaguardare la democrazia e i beni comuni, che appartengono al popolo brasiliano.
Oltre a questo sforzo civico, abbiamo bisogno dell'aiuto del santo preferito dai cariocas, San Giorgio. La sua storia leggendaria può darci coraggio e forza.
Un terribile drago minacciava una piccola città nel Nord Africa. Richiedeva vite umane scelte a sorte. Un giorno, la sorte cadde sulla figlia del re. Questa con l’abito di sposa andò incontro alla morte. Ecco che San Giorgio irruppe con il suo cavallo bianco e la sua lunga lancia. Ferisce il drago e lo doma. Lega la sua bocca con la cintura della principessa e lo guida, docile come un agnello, fino al centro della città.
Dobbiamo interpretare questa leggenda in quanto può migliorare la nostra consapevolezza di chi siamo veramente. Seguo qui le riflessioni sulla psicologia analitica di Jung, soprattutto del suo allievo preferito, Erik Neumann (vedi la “Storia della origini della coscienza”, Astrolabio 1978). Secondo lui, il drago spaventoso e il cavaliere eroico sono due dimensioni dello stesso essere umano. Il drago in noi è il nostro inconscio, la nostra oscura ancestralità, le nostre ombre, la nostra rabbia e odio.

lunedì 24 dicembre 2018

Nonostante le tribolazioni celebriamo ancora il Natale


Leonardo Boff*

Viviamo nel mondo e nel nostro paese tempi oscuri. C'è molta rabbia e persino odio. Soprattutto, c'è una mancanza di sensibilità verso i nostri simili, specialmente verso i bambini, come il Bambino Gesù, che vivono per le strade e vengono maltrattati. Eppure viviamo l'umanità del nostro Dio che ha assunto la nostra condizione umana in modo contraddittorio.

Il cristianesimo non annuncia la morte di Dio, ma l'umanità, la benevolenza e l'amore misericordioso di Dio. Guardiamo il Bambino tra il bue e l'asino: in lui sorride la giovialità e l'eterna giovinezza di Dio stesso.

Sono passato per Betlemme di Giuda e udii un tenero sussurro. Era la voce di Maria cullando il suo figliolo: “Sole, figlio mio, come posso coprirti con i vestiti? Come ti allatterò, se sei tu a nutrire tutte le creature?

Dal presepe venne anche una voce angelica che mi disse: “O creatura umana, perché hai paura di Dio? Non vedi che sua madre avvolge in fasce il suo fragile piccolo corpo? Un bambino non minaccia nessuno. Ne condanna nessuno. Non ascolti il suo dolce pianto? Più che aiutare, ha bisogno di essere aiutato e portato in grembo”.

Non lasciamo che sia vero ciò che scrisse l'evangelista San Giovanni: “Venne fra i suoi e il suoi non lo hanno ricevuto”. Vogliamo essere tra coloro che Lo ricevono come nostro fratello e compagno.

L'arrivo di Dio nel mondo non è stato rumoroso. È sucesso ai margini della storia ufficiale, fuori città, nel mezzo della notte buia, in una grotta di animali. A Roma, capitale dell'impero e a Gerusalemme, il centro religioso del popolo di Israele, nessuno sapeva nulla. Quasi nessuno l’ha notato. Solo quelli che avevano un cuore semplice come i pastori di Betlemme andarono alla grotta dove il Divino Bambino tremava.

Il Natale ci offre la chiave per decifrare alcuni misteri insondabili della nostra dura esistenza. Gli esseri umani si sono sempre chiesti e richiesti: perché la fragilità della nostra esistenza? Perché l'umiliazione e la sofferenza? E Dio taceva. Ecco, a Natale arriva una risposta: Lui è diventato fragile come noi. Si è umiliato e ha sofferto come tutti gli umani. Questa era la risposta di Dio: non con parole ma con un gesto di identificazione. Non siamo più soli nella nostra immensa solitudine. Lui è con noi. Il suo nome è Gesù.

Il Natale rivela anche una risposta definitiva al significato dell'essere umano. Siamo un progetto infinito. Solo un infinito può realizzare la nostra piena umanità. Ecco, l'infinito diventa umano per l'umano per realizzare il suo progetto infinito. L'infinito divenne un essere umano così che l'essere umano divenne Infinito.

Per concludere niente di più toccante di questi versi di Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, sul Gesù Bambino:

È l'Eterno Bambino, il Dio che mancava.

Lui è l'umano che è naturale,

È il divino che sorride e gioca.

Ecco perché io so per certo

Che lui è il vero bambino Gesù.

È un bambino così umano che è divino.

Andiamo così d'accordo l'uno con l'altro.

In compagnia di tutto

Che mai pensiamo all'uno o all'altro.

venerdì 14 dicembre 2018

AUGURI, LEONARDO BOFF!

Con questo nuovo post di Leonardo Boff, festeggiamo i suoi 80 anni, di impegno, di preghiera, di condivisione della sorte delle creature più disgraziate della Terra, non solo umane, ma comprese le piante e gli animali.
Ne valeva la pena?
"Tutto vale la pena se l'anima non è piccola" lo diceva Pessoa e lo conferma Leonardo Boff.
E l'anima, con una vita come la sua, si dilata fino a raggiungere la dimensione dell'eternità e dell'infinito
Come e quando lo sa solo Dio
Auguri, Leonardo con tutto il nostro cuore!


STUPIDITÀ DELL’ANTI-GLOBALISMO
Leonardo Boff*



Si sta gonfiando in giro per il mondo un’onda anti-globalista. Forse perché poche erano le stupidaggini altrettanto retrive sparate nel mondo attuale. C’era un certo anti-globalismo, frutto del protezionismo di vari paesi che non minacciava il processo generale e irreversibile della globalizzazione. Questa è stata assunta come piattaforma politica da Donald Trump il quale, secondo il premio Nobel in economia Paul Krugman, sarebbe uno dei presidenti più stupidi della storia nordamericana. Lo stesso vale per il presidente eletto recentemente, capitano Bolsonaro e i suoi ministri dell’educazione e degli affari esteri negazionisti di questo fenomeno che soltanto i disinformati e pieni di preconcetti non riescono a percepire.

Perché si tratta di una sparata delle più insensate? Perché va direttamente contro la logica del processo storico irrefrenabile. Abbiamo raggiunto un livello nuovo della storia della Terra e dell’Umanità. Vediamo: sono migliaia di anni, che gli esseri umani, sorti e nati in Africa (siamo tutti Africani), cominciarono a disperdersi in giro per tutta la Terra, a cominciare dall’Eurasia e terminando con l’Oceania. Alla fine del paleolitico superiore, circa quaranta mila anni fa, circa un milione di persone già occupava tutto il pianeta. A partire dal secolo XVI cominciò una nuova diaspora.
Nel 1521 Fernando Magellano fece il periplo del pianeta,  comprovando che è rotondo. Ogni luogo può essere raggiunto a partire da qualsiasi luogo.

Il progetto colonialista europeo occidentalizzava il mondo. Grandi reti, specialmente commerciali allacciarono tutti con tutti. Questo processo è durato dal secolo XVII al secolo XIX quando l’imperialismo europeo, a ferro e fuoco, sottomise ai suoi interessi il mondo intero. Noi dall’estremo occidente siamo nati già globalizzati. Questo movimento si rinforzò nel secolo XX, dopo la seconda guerra mondiale. È arrivato al suo culmine ai giorni nostri quando le reti sociali avvicinano tutti alla velocità della luce, l’economia si è impadronita del processo, specialmente attraverso la “Grande Trasformazione” (K. Polanily) che ha significato il passaggio da un’economia di mercato a una società di mercato. Tutto e tutti, perfino le cose più sacre della verità e della religione diventarono merce. Karl Marx nella “Miseria della filosofia” (1847) chiamò questa cosa “corruzione generale” e “venalità universale”.