Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

giovedì 1 agosto 2024

MADURO E IRAN: UN ASSIT PER TRUMP

 



In questi giorni torridi anche la temperatura degli eventi che riguardano il quadro internazionale sembra innalzarsi verso livelli alquanto allarmanti

Due vicende in particolar modo stanno infiammando i media attualmente: la vittoria di Maduro e l'ennesimo colpo mirato contro l'Iran, nel suo territorio, con l'assassinio di uno dei capi più importanti di Hamas.

Sono vicende che non possono non avere ripercussioni nelle rispettive aree geo strategiche in cui si sono verificati

Cominciamo dall'elezione di Maduro, assai controversa per le reazioni interne ed internazionali, perché da una parte le organizzazioni degli osservatori per altro provenienti prevalentemente da partiti amici di Maduro come quello socialista spagnolo, sembrerebbero confermare la loro validità, dall'altra le contestazioni e le denunce di brogli da parte dell'opposizione sono all'ordine del giorno e rischiano di creare un clima da guerra civile.

In questa situazione, in cui specialmente se la tensione aumenterà, è veramente difficile stabilire torti e ragioni, dato soprattutto l'incremento progressivo delle proteste e degli scontri dell'opposizione verso i sostenitori del governo di Maduro, molti dicono che gli oppositori sono manovrati dai servizi USA e dalla CIA, ma se ciò fosse vero, questi servizi, avrebbero già corrotto polizia ed Esercito che in Venezuela, è noto a tutti, si danno volentieri al migliore offerente, è già successo in passato, e potrà accadere anche in futuro

Però, con tutto che comprendiamo il pericolo dell'ennesima dittatura militare e del colpo di Stato che riporterebbe il solito fantoccio al potere e al servizio delle multinazionali petrolifere, c'è da rilevare che Maduro ha iniziato la vendita del petrolio in Petro, una criptovaluta, per sottrarre il mercato al dominio del dollaro e alla svalutazione. Paga addirittura le pensioni in Petro, tuttavia sappiamo quanto siano volatili le criptovalute, tali da aumentare e azzerare il loro valore in modo rapidissimo. Inoltre egli nel 2018 è stato messo sotto accusa dalla Corte Internazionale Penale e nel 2020 dall'ONU, per la repressione su vasta scala e con torture, dei movimenti di opposizione. Maduro non ha la stoffa né di Chavez né di Fidel, nonostante sembra voglia seguirne le orme, ed è evidentemente sostenuto da quei paesi antagonisti dell'Occidente: Cuba, Russia, Cina Iran, Siria, Nicaragua, Corea del Nord, Bielorussia, Bolivia ed Honduras, che si giovano delle esportazioni di petrolio venezuelane. Maduro ha impedito a 5 milioni di venezuelani in gran parte espatriati per sfuggire alla repressione, di votare. Rischia di comportarsi peggio di Pinochet che accettò la sconfitta referendaria, ma il problema è un altro: senza il sostegno della polizia e dei militari, Maduro difficilmente potrebbe conservare il potere, e questo appoggio rischia di diventare sempre più caro e rischioso. Perché a manifestare contro di lui non ci sono solo molti poveri nei confronti dei quali Maduro ha adottato poco più che una politica assistenziale, ma anche vari poliziotti che sono stati visti togliersi la divisa. Il rischio è dunque che, se scoppierà una guerra civile, sarà manovrata come al solito, in Sudamerica, dai servizi segreti della Superpotenza che ha usato per molto tempo i paesi di quel continente come il cortiletto servile di casa. In questo caso, dunque, sarà molto importante vedere come reagiranno altri paesi sudamericani, in particolare quelli che ultimamente hanno mostrato di voler difendere la loro autonomia, e come lo stesso Maduro saprà destreggiarsi per conservare il potere senza trincerarsi nella autoreferenzialità più assoluta.

Passando all'Iran, notiamo che il lancio del missile sui bambini inermi avvenuto ad opera di milizie filoiraniane, guarda caso, arriva all'indomani dell'elezione di un Presidente iraniano considerato tra i “moderati” e mentre si apriva uno spiraglio per le trattative sulla liberazione degli ostaggi.

La reazione “mirata” di Israele, la cui precisione è davvero stupefacente perché, nonostante sia avvenuta in un altro Paese, e per questo non rivendicata apertamente, ha colpito solo l'edificio dove era individuato il bersaglio senza danneggiare le cruciali e governative zone limitrofe, in modo alquanto diverso rispetto a ciò che avviene a Gaza o in Ucraina, anch'esse zone colpite da razzi provenienti da altri stati e territori. La questione quindi di colpire uno Stato oltre i propri confini, assume toni sempre più marginali se non ridicoli, considerando ciò che avviene quotidianamente, e anche ciò che è avvenuto dopo la reazione che già ci fu qualche tempo fa da parte dell'Iran con il lancio di centinaia di missili su Israele, quasi tutti intercettati

Tutti hanno timore di una escalation del conflitto in Medio Oriente, ma difficilmente prendono in considerazione sia il fatto che né Netanyhau, né l'Iran hanno interesse a espandere la guerra, chi è al potere in Israele e in Iran ha solo interesse a prolungarla per ricattare il proprio popolo e mantenersi così al potere. Sia Netanyhau che Khamenei hanno una sequela di oppositori, tenuti a freno con apparati repressivi e solo in nome della guerra. Ma questi oppositori esistono e manifestano, anche rischiando la prigione e la morte, un colpo così mirato Israele non avrebbe potuto portarlo a termine se non con l'aiuto degli oppositori interni iraniani, che vogliono liberarsi del regime integralista

Alla luce di tutto ciò, appare sempre più evidente che, all'approssimarsi delle elezioni americane, Trump non potrà che avvantaggiarsi nel conquistare crescenti consensi in una opinione pubblica stanca di sovvenzionare apparati militari, e guerre permanenti, alla ricerca di un personaggio forte che sappia mettere fine alle situazioni di crisi

Come ha già rilevato Rampini, una situazione di crisi crescente in Venezuela potrà incrementare la pressione migratoria verso gli USA con nuove ondate di migranti, nei confronti delle quali Kamala Harris ha già dimostrato palesemente la sua impotenza e incompetenza, così come difficilmente potrà svolgere un ruolo autorevole nei confronti di Israele, che già si è inimicata con le sue affermazioni durante la visita di Netanhyhau, o nei confronti del regime iraniano che già Trump aveva colpito soprattutto nei suoi interessi economici, non parliamo poi del conflitto tra Russia e Ucraina in cui la Harris rischia di contare come il due di briscola, o verso Cina e Corea del Nord.

Le conclusioni che possiamo trarre sono piuttosto semplici, se continua così, in America e forse anche altrove, se Trump non esagererà con la demonizzazione della sua avversaria, ma continuerà a dimostrare la sua incompetenza, la gente lo vedrà sempre di più nelle vesti dell'uomo forte e del pompiere che spegne gli incendi e rimette in moto l'economia americana

Forse servirebbe anche da noi un pompiere dato che abbiamo a che fare non con un Nerone redivivo, ma con chi lascia che l'incuria e la mancanza di controllo incendino le zone più centrali e pregiate della capitale, intorno a centri nevralgici per la comunicazione, per la tutela dell'ordine e la gestione della giustizia.

Noi, per fortuna, non abbiamo più tanti rivoluzionari da operetta in fregola di bombe molotov, ma solo gente accampata intorno a bivacchi improvvisati, e non sono nemmeno di manipoli, ma solo di gente da manipolare.


Carlo Felici

mercoledì 24 luglio 2024

KAMALA HARRIS, UN BEL VOLTO PER IL "DI MALE IN PEGGIO"

 



Il ritiro di Biden per i democratici rischia di trasformarsi in una clamorosa sconfitta, portandoli al “di male in peggio”, specialmente con la scelta di Kamala Harris alla successione del Presidente ancora in carica, che non si capisce perché, oltre a rinunciare a candidarsi ancora, non abbia pure rassegnato le dimissioni da Presidente USA, esponendo la sua Nazione ad ulteriore debolezza, specie in campo internazionale.

Nonostante anche i media e vari giornalisti italiani stiano prendendo posizione per sostenere la Harris, quasi che questa sia una campagna elettorale nostrana di piccoli valvassini attenti più alle questioni di facciata che a quelle sostanziali, ella è ben lungi da avere le carte in regola per poter battere Trump, i cui consensi in aree prima in bilico, dopo il fallito attentato alla sua persona, sembrano crescere inevitabilmente, e Kamala non ha le qualità politiche e un consenso tale da spostare a suo favore gli elettori degli Stati del Midwest finora in bilico.

Già nel 2020 stentò a superare i consensi nelle primarie ed ebbe successo solo in California, come vicepresidente non ha brillato per iniziativa politica e rischia di passare per una che non è “né carne né pesce”, ella è infatti troppo radicale per vari repubblicani, e troppo moderata per vari democratici, del tutto inesperta in questioni internazionali, è difficile vederla nelle vesti di chi rappresenta gli USA e l'Occidente nel dialogo con Xi, con Putin, con il leader coreano, con le autorità iraniane e in particolare con la leadership israeliana.

La Harris quindi si presenta come il classico candidato di bandiera che non ha altro metodo per contrastare il suo avversario che la demonizzazione politica e giudiziaria, al limite quindi della deformazione professionale, più o meno come avveniva un tempo da noi con Berlusconi e Craxi.

Famosa per avere lanciato nel 2021 una sorta di proclama contro gli immigrati dal Messico, nonostante abbia avuto una nomina per occuparsi nello specifico di quelle delicate questioni, con iniziative rivolte anche a vari Stati Sudamericani, per trovare accordi mirati a limitare i flussi migratori, di fatto, non mostrò alcuna iniziativa concreta per risolvere un problema cruciale che è diventato il cavallo di battaglia di Trump.

A suo tempo dichiarò di voler difendere le conquiste fatte per le donne afghane, ma quando si attuò il ritiro sconclusionato e frettoloso delle truppe americane dall'Afghanistan, lasciando lì una gran quantità di armi e mezzi logistici ai talebani, non disse sostanzialmente nulla, mostrando evidentemente tutta la sua incapacità e impotenza politica.

Nelle questioni interne ella ha invece rivelato una maggiore capacità di iniziativa, sostenendo le proteste del movimento Black Lives Matter ed impegnandosi per promuovere norme contro certi comportamenti razzisti della polizia. Note sono anche le sue iniziative per la parità salariale, il suo impegno durante la campagna vaccinale contro il COVID, proteggendo in particolare le donne lavoratrici colpite dalla pandemia, così come il suo impegno contro i cambiamenti climatici.

Non sono queste componenti positive però tali da assicurarle un allargamento dei consensi nell'America profondamente colpita dalle delocalizzazioni, dalla crisi dei mutui, dalla precarietà e dalla disoccupazione crescente, o da quella che vede nelle spese militari crescenti un inutile spreco di risorse che, altrimenti, potrebbero essere utilizzate per migliorare settori cruciali come la Sanità.

In buona sostanza, Kamala Harris è una perfetta candidata “di facciata”, con una figura adatta ai media e alle copertine dei tabloid, ma del tutto priva di quel carisma e di quel peso politico tale da rappresentare con efficace forza gli interessi del popolo americano, colpito in particolare dalla concorrenza di una immigrazione senza controllo, dalle delocalizzazioni e da una crisi derivante dalla divaricazione sempre maggiore tra redditi stratosferici e stipendi sempre più miseri che costringono ormai la gente a dormire per strada o a fare doppi e tripli lavori, senza una adeguata assistenza previdenziale.

Kamala è invece perfetta per rappresentare le lobbies che hanno interesse a continuare una politica speculativa, a foraggiare le industrie belliche le quali divorano le risorse del Tesoro americano, e che alimentano la corruzione a tutti i livelli. Quindi il paradosso di questa candidatura è proprio il fatto che essa si presenti per combattere quello che considera il maggiore corruttore, per poi poter essere manovrata, per mancanza di efficace esperienza politica, dalle lobbies che usano proprio la corruzione per garantirsi, a livello di politica interna ed estera, i propri interessi

Non per niente le maggiori critiche che giungono alla Harris sono quelle che tendono a mettere in risalto una certa sua “ipocrisia”, ricordiamo ad esempio che nonostante la Corte Suprema le imponesse di rilasciare 5000 prigionieri per reati non violenti, lei preferì obbligarli in carcere per farli lavorare gratis, e sappiamo bene a chi vanno poi i profitti di un lavoro gratis o non pagato, che tra l'altro equivale ad una schiavitù.

Ben altro ci voleva per battere Trump, come una candidatura proveniente dal basso, politicamente credibile e competente, capace di intercettare i consensi di quelle classi medie falcidiate dalla crisi e dalle sempre più dispendiose guerre che hanno avvantaggiato solo i grandi oligopoli, con un carisma tale da fare impallidire certi suoi antagonisti in campo internazionale, ed estremamente deciso a responsabilizzare gli Alleati su loro impegno per la difesa degli interessi e della cultura occidentale.

Ma pare che anche in questo la Harris sia stata surclassata da Trump che ha già trovato un personaggio simile nel suo vice e forse successore. Se quindi egli troverà un po' di traffico nell'autostrada che si è aperta davanti a lui, specialmente dopo il fallito attentato, se egli non strombazzerà inutilmente con un inutile clackson sessista, molto probabilmente non avrà difficoltà ad arrivare alla meta


Carlo Felici

giovedì 18 luglio 2024

VANCE, A NEW FLASHING STAR ON AMERICAN FLAG

 



La scelta di Vance come vicepresidente si presenta come la vera carta vincente di Trump il quale, dopo il mancato attentato alla sua vita, sembra vedere ormai aprirsi una autostrada in vista della sua rielezione a presidente. E pensare che fino a qualche mese fa molti, per i suoi guai giudiziari, lo davano per spacciato, mentre le sue foto che lo mostrano rialzarsi, sfuggendo anche ai servizi di protezione, con il pugno levato, mentre grida di lottare, ormai sono diventate il simbolo di chi, sfidando ogni condizione avversa si rialza e combatte fino alla fine e fino alla vittoria. Tutto questo fa parte del mito dell'eroe americano che abbiamo visto in centinaia di film western o polizieschi, il protagonista, proprio quando sta per vacillare, si rialza e assesta il colpo definitivo.

Anche la candidatura di Vance fa parte integrante di questo mito, ma solo il tempo ci darà l'opportunità di capire se è solo propaganda oppure farà la vera differenza.

Un tempo avversario di Trump, fino a definirlo “Hitler americano”, poi pentito e persuaso in tutto e per tutto a seguirlo, Vance ha mostrato con la sua autobiografia intitolata “Una elegia americana” e presto divenuta best-seller, fino ad essere trasposta in un film, che un americano povero e svantaggiato, ma determinato ed intelligente, può ancora incarnare il mito del self made man, di chi, con una ferrea volontà e credendo fermamente nei suoi obiettivi, può riuscire a conquistare le vette del successo economico e politico

La sua autobiografia ci dice di più sulle sue idee rispetto al film, e ci spiega anche le ragioni profonde del dilagare del successo di Trump soprattutto fra quei ceti svantaggiati da un modello turbocapitalista di globalizzazione che li ha costretti a vite sempre più marginali e spesso sull'orlo del fallimento o della disperazione. Cresciuto con una nonna amorevole che si è scoperto, per stessa dichiarazione di Vance, che conservava ben 19 fucili carichi in casa, ma che ha saputo garantirgli le basi formative e caratteriali per superare i problemi avuti con una madre tossicodipendente la quale, dopo essersi disintossicata ha partecipato al suo successo applaudendo al suo discorso, Vance rischia di essere “socialmente più avanzato” dello stesso Sanders. 

Egli infatti non condanna né demonizza il capitalismo (di cui per altro è divenuto interprete come imprenditore di successo nella Silicon Valley) affermando come Sanders che “i miliardari non dovrebbero esistere”, ciò nonostante le sue idee sono quasi agli antipodi di certa ideologia iperliberista diffusa nel Partito Repubblicano USA, poiché ad esempio, è favorevole alla sindacalizzazione aziendale e al salario minimo, così come è contrario ai tagli alla spesa sociale e non ostile all'incremento delle tasse per il superprofitti, mostrando così di sapere interpretare una sorta di populismo più efficace di quello dello stesso Trump.

Ma non è questo l'unico asso che egli ha nella manica per contribuire al successo dell'ex presidente, Vance infatti è molto popolare presso i giovani e in alcuni Stati in bilico e cruciali per il successo elettorale come Michigan, Wisconsin, Ohio dove egli ha le sue origini, il Minnesota e la stessa Pennsylvania che quasi stava per costare la vita a Trump. Alla popolarità presso l'elettorato giovanile che si identifica in lui come un modello da imitare, proprio perché egli è partito dal nulla, si aggiunge quella di una vecchia generazione delusa dal Partito Democratico che non ha saputo difendere opportunità e posti di lavoro in quelle aree, proteggendole da una delocalizzazione speculativa e selvaggia.

A ciò si aggiunga il fatto che Vance è apertamente schierato contro un aumento delle spese militari per sostenere l'Ucraina, è un ex marine che ha visto la guerra da vicino, e che ha criticato fortemente l'intervento americano in Iraq e in Afghanistan, ribadendo che i militari americani debbono essere utilizzati solo per proteggere gli USA.

Con un curriculum simile, Vance avrebbe potuto seriamente essere il migliore antagonista dello stesso Trump se avesse militato nel Partito Democratico, anche se il PD americano sembra avere dimenticato, un po' come la sua brutta copia italiana, le politiche sociali e quelle contro la guerra.

Invece egli è il migliore sostenitore di Trump e deve stare molto attento, se davvero Trump sarà eletto a non fare la figura dell' “utile idiota”, come di fatto è capitato a Sanders con Biden, vedendo vanificare la maggior parte delle sue proposte senza nemmeno ottenere la vicepresidenza, o come Melenchon in passato con Macron, avendolo sempre sostenuto per contrastare la Le Pen al doppio turno, e come rischia tuttora pur avendo conseguito una maggioranza relativa.

Vance che è favorevole ad una politica antitrust senza se e senza ma, e che non esista a schierarsi anche per questo contro i grossi oligopoli tecnologici, rischia di essere surclassato da un ministro dell'Economia come Jamie Dimon, amministratore delegato di uno di quegli imperi economici che sono nel suo mirino, come la JP Morgan. Trump infatti ha dichiarato che, in caso di vittoria, prenderà in considerazione Dimon come Segretario al Tesoro, tanto per dare serie garanzie a Wall Street.

In questo caso Vance verrà del tutto bypassato e vanificato, e le speranze di molti dei suoi elettori si trasformeranno ben presto in amare illusioni.

Vance d'altra parte, può contare sull'appoggio di un mondo neo tech, capace di generare con l'innovazione e l'inventiva enormi profitti, lo stesso mondo in cui egli è cresciuto a livello imprenditoriale e che ha tra i suoi massimi rappresentanti Elon Musk e David Sacks, oltre che Tucker Carlson, un uomo di punta di Fox News, tutti personaggi di un nuovo modello di capitalismo, non tanto di rapina o speculativo, ma piuttosto basato sull'originalità, la fantasia, la creatività e la capacità di offrire opportunità di crescita e di lavoro, specialmente nel settore mediatico.

Una sfida, in termini più semplici, tra passato e futuro, tra innovazione e conservatorismo, all'interno dello stesso Partito Repubblicano

Assumere la vicepresidenza, vuol dire avere il fiato sul collo del presidente, osservando ogni sua mossa da vicino, ma con uno come Trump, a tutti i livelli, significa anche il rischio di essere “fired” in ogni momento se si contraddicono le sue direttive, lo abbiamo già visto in passato con molte sostituzioni dei suoi collaboratori.

Saprà Vance, la nuova giovane stella che brilla nella bandiera americana, essere migliore di loro, e arrivare, se Trump sarà eletto, alla sua scadenza abbastanza forte da candidarsi a sua volta? Questa eventualità, è del tutto evidente, dipenderà in gran parte da quanto saprà restare in sella e domare il suo “cavallo”, attuando il MAGA non tanto con il “Make America Great Again”, ma piuttosto con il “Make Americans Great Again”.

E' questo un Rodeo alquanto rischioso in cui, sinceramente gli auguriamo di avere successo, o almeno di non uscirvi con le ossa rotte.

Carlo Felici

lunedì 15 luglio 2024

LA FRAGILE FORZA DELLA DEMOCRAZIA USA

 



L'attentato a Trump racchiude sicuramente un archetipo ricorrente della democrazia, e in particolare di quella più antica del mondo moderno. Se si vuole mostrare la sua forza che consiste nella unità indissolubile di un leader politico con il suo popolo, ci si deve necessariamente esporre alla sua fragilità.

Non si può infatti garantire mai al cento per cento che un uomo politico che cerca consenso in mezzo alla gente, possa essere esente da attentati alla sua persona come quello messo in atto contro Trump. Anche se sicuramente, in questo caso, le falle del sistema di sicurezza sono state tanto rilevanti da sembrare abnormi.

Partiamo dunque da qui, per una analisi a tutto campo. Un personaggio politico di tale rilievo, in quanto candidato alla presidenza USA ed ex presidente, richiedeva il massimo delle misure di sicurezza, invece non gli è stato garantito nemmeno il minimo che avrebbe reso necessario controllare tutti i tetti della zona circostante il suo comizio, anche con un elicottero, per scongiurare atti simili. A ciò si aggiunga che le non poche segnalazioni dello stesso pubblico in merito all'attentatore sul tetto di un capannone sono stare praticamente ignorate e, se guardiamo attentamente uno dei filmati da diversa angolazione che inquadrano contemporaneamente il colpo dell'attentatore e anche uno dei cecchini del servizio di sicurezza appostato su un tetto, ci accorgiamo che il suo colpo rivolto contro l'attentatore è quasi contemporaneo a quelli di quest'ultimo. Ciò vuol dire che, come minimo, l'agente lo aveva già nel mirino. Perché dunque non gli è stato ordinato di sparare prima? Perché Trump non è stato immediatamente portato giù dal palco e messo in sicurezza?

Se, in base a questi semplici dati, dovessimo pensare ad un complotto, ovviamente per pura ipotesi investigativa anche senza ulteriori prove rilevanti, dovremmo credere che tale sia stato per far fuori un candidato il cui successo, con il passare del tempo, sembra essere sempre più scontato, nonostante i vari altri tentativi in ambito giudiziario, falliti in precedenza.

Se poi dovessimo considerare il modo miracoloso in cui è scampato alla morte con un imprevedibile movimento del capo alla sua sinistra, allora davvero dovremmo credere ad un intervento divino, che Trump è stato, come lui stesso ha affermato salvato da una mano celeste.

Ma dovendo fare una analisi politica e non complottista o metafisica, e scampando a certe affermazioni di dubbia rilevanza oltre che di pessimo gusto, del tipo..”chi semina vento raccoglie tempesta”, tendenti impropriamente ad addossare allo stesso Trump l'innalzamento dei toni politici che avrebbero causato la demonizzazione dell'avversario e l'incrudelirsi della lotta politica, tesi che subdolamente appare giustificazionista, dobbiamo seriamente tornare alla affermazione iniziale.

La democrazia americana, la più antica di quelle occidentali, sebbene sia viziata da forti condizionamenti lobbistici nella scelta dei candidati e nel loro sostegno alla Presidenza degli USA, richiede, come in tutti i casi in cui si è formata nel tempo, dalla guerra di indipendenza a quella civile, alla conquista del West, uno stretto rapporto tra rappresentante della comunità e il popolo, così è per gli sceriffi, così è per i governatori, e altrettanto lo è per i presidenti.

Ciò ovviamente costituisce un rischio perché, per quanto si possano mettere in atto le misure di sicurezza più stringenti, resta imprevedibile cosa possa accadere quando si assiste ad un bagno di folla. Ecco perché i rappresentanti del popolo americano godono di un carisma superiore a certi altri rappresentati in altri paesi che sono del tutto blindati nelle loro dimore e nei loro apparati di sicurezza fino a rendere impossibile uno stretto rapporto con il loro popolo, se non mediante strumenti mediatici, per altro perfettamente manipolabili, come accade ad esempio in Russia, Cina o Iran, in cui il pubblico previsto per certe occasioni è strettissimamente selezionato.

Possiamo quindi affermare senza tema di smentita che la forza della democrazia americana è indissolubile rispetto alla sua necessaria fragilità, per altro dimostrata nel tempo, perché questo attentato non è che uno della lunga serie di attentati politici che si sono verificati dalla sua nascita e che non sempre hanno trovato un movente o mandanti pienamente chiari ed individuabili, pensiamo a quello più clamoroso contro Kennedy

In questo caso anzi, potremmo dire che Trump era un bersaglio anche più facile rispetto a Kennedy, colpito in movimento mentre Trump era fermo sopra un palco, uno democratico, l'altro repubblicano ma entrambe molto scomodi per molti interessi economici e geostrategici di non poche lobbies che tendono a manovrare la politica negli USA e anche soprattutto i media.

Trump infatti è stato fatto oggetto di una campagna mediatica demonizzante che forse non ha confronto nella storia delle candidature politiche. Nonostante ciò, egli ha avuto sempre una fortissima presa su gran parte degli elettori americani i quali si sono spinti addirittura fino al cuore delle istituzioni USA per manifestare la loro rabbia in occasione della mancata riconferma nelle scorse elezioni. Ricordiamo però che fu lo stesso Trump a fermare i tumulti a suo favore, ricordiamo i suoi numerosi appelli alla unità, persino quello recentissimo dopo il suo attentato.

Sovente noi siamo portati a valutare i candidati USA sulla base dell'eco mediatico che proviene da quel Paese, rilanciato spesso senza alcun senso critico dai nostri media, quasi fossero la brutta copia o la caricatura di quelli americani.

Ma se siamo obiettivi ed analizziamo complessivamente l'operato di Trump durante gli anni della sua presidenza, possiamo pure rilevare che al di là delle sue sparate propagandistiche che fanno presa spesso sullo stomaco dell'americano medio frustrato perennemente dall'estabilishment, egli in campo internazionale, ha propiziato accordi e la pace, più di quanto sia avvenuto negli ultimi quattro anni, che egli rimise in moto l'economia americana e l'occupazione preservandola dalle derive inflazionistiche che si sono verificate con la recente amministrazione, e che soprattutto ha posto un problema di non poco conto: se gli europei ci tengono alla loro sicurezza, devono essere capaci di impegnarsi e spendere per garantirsela senza contare sempre sull'ombrello americano che ovviamente presuppone una limitazione della loro sovranità

Difficile però intendere ciò quando si ha un debito di 3000 miliardi e non si possono stampare dollari per al contempo incrementare e ovviare al proprio, ponendo come garanzia la propria potenza militare e geostrategica.

Se quindi l'Europa vuole davvero ottenere una maggiore sovranità deve affrontare all'unisono due questioni fondamentali, quella di un debito comune e quella di un sistema legislativo e fiscale comune che debba garantire che non vi siano squilibri tra uno Stato e l'altro, per creare un sistema di difesa comune, basato su una comune ripartizione di spese.

Invece l'Europa non solo non sa e non vuole varare una legislazione comune sugli armamenti, tanto che persino sulle armi ad aria compressa vi sono differenze tali che, mentre in alcuni Stati sono in libera vendita, in altri sono considerate armi a tutti gli effetti solo per una questione di joule, mentre magari emana leggi comuni sulle grate degli ascensori, ma sbraita pure contro gli USA ritenendo che lì esista una sorta di legge del Far West sulla vendita delle armi.

Ebbene, mi dispiace smentire questi solerti tutori del disarmo cittadino, ma in Italia, ad esempio è perfettamente legale acquistare un fucile come quello con cui ha sparato l'attentatore di Trump, se si ha un porto d'armi anche solo per uso sportivo. Basta solo digitare qualche sito di qualche armeria italiana per rendersene conto.

L'unica differenza tra noi e gli USA è che da noi il porto d'armi non è un diritto, ma una concessione dello Stato e delle sue autorità di polizia, in base a stringenti condizioni di idoneità e di salute, e può essere revocato per una qualsiasi disattenzione, mentre negli USA il diritto ad armarsi è parte della Costituzione americana e della storia di quel Paese formatosi con cittadini volontari in armi dalla guerra di Indipendenza a quella Civile fino alla conquista del West.

Il problema quindi non sono le armi, ma l'educazione al loro uso e la loro regolamentazione, considerando persino che nel nostro paese ad inventare il Tiro a segno Nazionale fu colui che inventò l'Italia stessa: Giuseppe Garibaldi e che la autonomia, libertà e indipendenza della nostra Patria è stata spesso garantita da semplici cittadini volontari in armi, dal Risorgimento alla Resistenza.

L'attentatore, prima di diventare un aspirante killer, sembra proprio che fosse uno studente particolarmente dotato in matematica, ma molto isolato e soggetto a bullismo, con tendenze quindi a rivalersi in altri ambiti, quindi un ragazzo sfuggito ad un buon sistema formativo, come purtroppo ne capitano tanti, altrettanto letali persino contro le scuole negli USA, e come purtroppo ne stanno capitando anche qui, anche se per fortuna ancora non usano armi da fuoco.

Una buona scuola che non lascia indietro nessuno e non mette al primo posto una esasperata competitività è sicuramente il miglior sistema di prevenzione per atti di violenza che scoppiano quando rabbia e frustrazione soverchiano l'intelligenza e la consapevolezza, perché siamo portati a credere che uno studente premiato in matematica, non fosse proprio un deficiente nel senso etimologico, non gli mancasse l'intelligenza. Probabilmente invece è stato inondato da rabbia e frustrazione soprattutto mediante i media, fino a che non si sono tramutate in una perversa missione personale. Siamo arrivati fino al punto che la creazione di fake news ha fatto credere per un breve periodo che il responsabile fosse un altro che se ne stava invece ignaro dall'altra parte del mondo

Se non educhiamo i giovani ad un uso corretto dei media, se li isoliamo e li emarginiamo quando non corrispondono alle nostre aspettative, se alimentiamo tra loro le differenze e le sterili competizioni, non faremo altro che riservarci un futuro di inferno.

Il problema fondamentale che nessuno dei due candidati ha messo in risalto in questa campagna elettorale accuratamente e doverosamente, negli USA, come in altri Paesi occidentali, è duplice: da una parte vi è una ristretta cerchia di cittadini che si arricchisce anche con i media sempre di più e senza limitazioni, mentre una larga parte della popolazione viene spinta rapidamente e progressivamente sull'orlo della miseria, o costretta a salti mortali con snervanti doppi e tripli lavori, senza adeguate tutele pensionistiche e sanitarie, dall'altra il sistema educativo è sempre meno efficace e sempre più frustrante, perché non garantisce né occupazione né più mobilità sociale, pur restando esasperatemente competitivo

Mi pare che questa questione cruciale sia stata affrontata adeguatamente solo da Sanders, in particolare nel suo recente libro “Sfidare il capitalismo” tradotto ed edito anche in Italia Ma se poi una mente e un candidato come Sanders, che pure aveva raccolto una larga parte dei consensi, viene tradito dai suo stessi compagni di partito e si riduce a portare “acqua” a colui che si rivela non solo politicamente e geo-strategicamente, ma anche fisicamente non adeguato, come magari potrebbe capitare per Melenchon con Macron, allora è del tutto evidente che saranno altri a prevalere, e alla fine anche il buon Dio, per mancanza di alternative al libero arbitrio, si rassegnerà a mettersi dalla loro parte.

Carlo Felici

lunedì 17 giugno 2024

MATTEOTTI UNA MOSTRA DA TRAMANDARE





Purtroppo volge al termine la mostra di palazzo Braschi dedicata a Giacomo Matteotti, in occasione del centenario del suo vile assassinio per mano fascista.

E' stata una bellissima finestra spalancata sulla storia di uno dei massimi protagonisti della nostra democrazia e della nostra civiltà italiana, possiamo dire che con la fine Matteotti la nostra stessa identità di italiani, nell'accezione morale, politica e storica del termine, fece un salto nel buio, sprofondando con lui nella tomba.

E sappiamo bene chi si assunse piena responsabilità storica, morale e politica di tale abisso in cui trascinò con la morte di Matteotti, tutta l'Italia.

Fiumi di inchiostro sono stati scritti su questo illustre socialista che, pur essendo nato privilegiato ed avendo scelto di tutelare la vita dei più poveri e svantaggiati, veniva sbeffeggiato dai suoi detrattori, come il “socialmilionario” e la mostra efficacemente ha illustrato con documenti d'epoca, foto giornali, lettere, libri e filmati, la sua vita. Dall'infanzia in Polesine alla sua fine tragica, percorrendo le sale dedicate alla sua memoria, si ha l'impressione di esser presi per mano proprio da lui in un percorso, ben illustrato dalle didascalie che accompagnano il visitatore fino al calvario finale, consegnandoci un monito. Quello di restare fedeli a quell'idea immortale di libertà e giustizia sociale a cui egli sacrificò la sua vita e che rappresenta tuttora la sua resurrezione.

In particolare, emerge dai documenti raccolti con grande perizia dallo storico Canali, sempre con maggiore evidenza, la tesi per cui Matteotti fu ucciso più per quello che avrebbe detto di lì a poco in Parlamento, che per il suo famoso discorso del 30 Maggio.

Soprattutto la mostra è fondamentale per la minuzia di particolari dedicati agli ultimi anni della sua vita che coincidono con la fine dello Stato liberale e l'avvento di quello dittatoriale, comprendiamo così, attraverso i discorsi, le lettere e le testimonianze su questa lotta titanica del parlamentare socialista, come egli fosse il nemico numero uno del regime, l'unico capo carismatico di una opposizione purtroppo sempre più fiacca e l'unico capace di scuoterlo davvero sin dalle sue fondamenta.

Appare nella mostra molto bene l'intreccio di trame affaristiche legate a tangenti pagate ai rappresentanti del regime nascente più vicini a Mussolini che contribuirono a finanziarne e a consolidarne l'ascesa.

Ancor più evidente, risalta l'impunità dei suoi sicari con le foto che li ritraggono in prigione come se fossero in una suite d'albergo, nutriti con i migliori vini e le migliori pietanze, ci viene incontro lo stesso memoriale di Dumini, il capo dei sicari di Matteotti, il quale ammette chiaramente la trama affaristica e gli straripanti interessi economici che, ben oltre i confini italiani, coinvolgevano società petrolifere d'oltreoceano, disposte a pagare e a cedere quote azionarie rilevanti ad altissimi personaggi della gerarchia di potere italiana, pur di mantenere il loro regime di monopolio

E ci vengono in mente altri morti illustri, su scenari simili più vicini a noi, Mattei che cercava di restituire dignità al nostro Paese, con contratti concorrenziali rispetto ad altre multinazionali del petrolio, Falcone che indagava su come la mafia andasse a riciclare denaro ben oltre i confini della Sicilia, Borsellino che stava focalizzando le losche collusioni tra apparati deviati dello Stato e i malavitosi. Trame purtroppo ricorrenti in un Paese dalla democrazia ancora fragile, in cui vanno esaurendosi le generazioni che l'hanno creata e in cui purtroppo stenta a consolidarsi la loro eredità.

In Italia non si dovrebbe più evocare il fascismo se non per ragioni storiche, invece ci sono fenomeni ben concreti e reali che purtroppo ci rinverdiscono la memoria sullo squadrismo e su certi metodi fascisti.

E ci chiediamo quindo a che serve dichiarare nella commemorazione di Matteotti che fu ucciso dallo “squadrismo fascista” se poi si ammutolisce di fronte a quello stesso squadrismo che viene praticato impunemente in Parlamento, sotto gli occhi dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale, con aggressioni da ultrà da stadio e solo per avere sventolato una bandiera italiana.

In un Paese dove si viene identificati dalla Polizia solo per aver gridato: “viva l'Italia antifascista”, in cui intellettuali che criticano aspramente personaggi di governo vengono portati in tribunale, in cui gli organi pubblici di informazione sono sempre più inariditi di pluralismo fino ad impedire ad uno scrittore di recitare un monologo antifascista, in cui la Storia si studia sempre meno e quella cruciale viene relegata al margine dei programmi ministeriali, bisogna seriamente riflettere anche su ciò che Umberto Eco ebbe a dichiarare già dall'aprile del 1995, quando parlò di Ur fascismo, cioè di un fenomeno che va ben al di là del suo momento storico ventennale di affermazione in Italia.

Egli infatti allora ebbe a dire: Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo” spiega Eco “dicendo: voglio che le camice nere sfilino di nuovo nelle piazze italiane. La vita non è così semplice. L’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

Ebbene la mostra su Matteotti ha contribuito proprio a questo scopo nobile e imprescindibile, quello di dover smascherare tutte le nuove forme in cui il potere prova ad affermarsi ribadendo la sua impunità, e non facendo un passo indietro nemmeno quando la corruzione lo mette sotto accusa.

Proprio per questo bisogna reclamare a gran voce che questa mostra, in un apposito luogo della memoria o istituzionale, che sia via Tasso o altri non importa, divenga permanente, che sia a disposizione dei cittadini di oggi e del futuro, specialmente di quelli che si formano nelle scuole, affinché crescano con una limpida coscienza democratica, l'unica capace di renderli forti e mai succubi del potere, l'unica capace di far loro comprendere che l'unico potere valido è quello esercitato dalla sovrana volontà popolare

Come ha anche ricordato il Ministro Tajani, in occasione della celebrazione del centenario presso il monumento sul Lungotevere a Roma, la libertà trae fondamento dalla forza delle idee, non da quella della brutalità dell'aggressione fisica, verbale o armata

Di Matteotti ci ricorderemo anche nei secoli futuri e da lui potremo trarre esempio per i cittadini che devono ancora nascere, o per quelli che emigrano nel nostro Paese e si integrano nella nostra democrazia, dei suoi assassini, si ricorderanno solo gli storici, per consegnare al futuro anche lontano la sentenza della loro condanna

Non lasciamo dunque che i riflettori si spengano su questa bella mostra, ma facciamone un serio monito per il futuro, un pilastro per la nostra democrazia.

Carlo Felici

martedì 4 giugno 2024

BUOZZI, IL SOCIALISTA "DIMENTICATO"



E' uno strano segno del destino che il regime fascista si apra con il sacrificio di un socialista come Matteotti, e che si chiuda, venti anni dopo, con il sacrificio di un altro grande socialista come Bruno Buozzi, entrambi socialisti riformisti, entrambi impegnati per emancipare i lavoratori, entrambi in lotta fino alla morte per la libertà e per la giustizia sociale in Italia.

Entrambi rimossi da una politica attuale che sembra dare più risalto a guitti e caciaroni/e, piuttosto che a figure che hanno contribuito a forgiare l'ossatura della nostra Repubblica.

Buozzi, come Turati e Matteotti, apparteneva a quel partito che invano cercò una soluzione parlamentare alla crisi determinata dall'avvanto del fascismo e in particolare, dal delitto Matteotti, aderì alla secessione aventiniana, dopo avere strenuamente contrastato il tentativo fascista di portarlo a collaborare con il regime, esattamente come aveva fatto anche De Ambris che era su posizioni più rivoluzionarie.

Fu costretto per questo all'esilio in Francia, contribuendo validamente ad organizzare le forze antifasciste in esilio e a raccogliere preziose risorse necessarie per combattere in Spagna l'avanzata dei fascisti di Franco, fu lui che assistette l'anziano leader socialista Turati in Francia, fino alla sua morte. Fu poi arrestato, durante l'occupazione tedesca, prima trasferito in Germania poi in Italia.

Fu poi cndannato al confino in Italia a Montefalco, e liberato nel 1943 alla fine di luglio.

Su di lui Di Vittorio scrisse: “fu anche il tipo più compiuto e più vero dell’autodidatta. Pur continuando a lavorare nel suo mestiere di operaio metallurgico, altamente specializzato, s’era formata una vasta cultura, ch’Egli mise, come tutto se stesso, al servizio del proletariato, alla cui causa consacrò e donò la sua vita. Si poteva consentire o dissentire su alcune vedute particolari di Bruno Buozzi - come è capitato al sottoscritto -, ma ci si sentiva sempre legati a Lui da un profondo rispetto e da un grande affetto. Chi scrive - aggiunge Di Vittorio - ha potuto seguire l’opera di Buozzi in Italia ed in esilio ed ammirarne la continuità, anche quando questa opera costava non lievi sacrifici. Io mi legai d’una particolare amicizia personale con Lui, sin dal 1934, da quando fummo per lunghi anni entrambi componenti il Comitato d’unità di azione socialista e comunista, poi nel grande movimento popolare antifascista creato su basi unitarie nell’emigrazione italiana all’estero. Mi sia consentito di affermare che in quella nostra attività comune sorsero i primi germi di quella più vasta unità sindacale realizzata in seguito e di cui Buozzi fu uno degli artefici principali (...)Insieme, ancora, fummo tradotti ammanettati in Italia, attraverso la Germania, passando di carcere in carcere. Ci ritrovammo ancora assieme a Roma, dopo il 26 luglio e durante il periodo dell’occupazione tedesca, nel corso del quale, in riunioni clandestine, furono gettate le basi della nostra odierna unità sindacale, onore e vanto dei lavoratori italiani, che fu principalmente opera di Bruno Buozzi”. 

Buozzi fu arrestato dai fascisti il 13 aprile 1944 e condotto a via Tasso, i tedeschi lo inserirono in una lista di prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma quando gli alleati erano alle porte della capitale, forse con lo scopo di avere degli ostaggi per poter meglio ritirarsi verso nord.

La sera del 3 giugno, Priebke diede l'ordine di trasferimento e Buozzi fu caricato su un camion, diretto verso la Cassia, la mattina successiva, assieme ad altri 13 prigionieri, tra i quali un agente segreto britannico. Non si sa bene per quali circostanze, forse un guasto, forse per le proteste dei tedeschi appiedati, ma il camion si fermò poco dopo il 14° chilometro della Cassia, prima della Storta in località che oggi si chiama Giustiniana, i prigionieri, vennero fatti scendere e con ogni probabilità, sempre per ordine di Priebke, (che almeno siamo riusciti ad assicurare alla giustizia in Italia dopo la sua fuga in Sudamerica) vennero barbaramente giustiziati.

Sono trascorsi 80 anni da quel sacrificio e il luogo del martirio andrebbe sottratto al degrado e meriterebbe ben altra cura e pellegrinaggi continui da parte delle scuole.

Buozzi oltre ad essere stato uno strenuo oppositore del fascismo, in esilio non smise mai di nutrire una grande speranza per il futuro dell'Italia e, proprio nel 1930, quando Mussolini sembrava godere di grande popolarità, lui che avrebbe avuto tutto da guadagnare, in termini personali a rispondere positivamente agli appelli del duce, così scrisse: “L’esperienza fascista, soprattutto in campo operaio, è ingiustizia atroce, un passo all’indietro, la perdita di anni preziosi. Ma nel popolo italiano, sobrio e lavoratore, tenace e paziente, si registra una forza vitale così meravigliosa, una energia così sincera e così sicura che i lavoratori d’Italia, quando si saranno liberati dal fascismo, sapranno recuperare in fretta gli anni perduti. E di questa parentesi umiliante nella sua violenza e nella sua brutalità gli italiani avranno allora avuto un solo beneficio: la ferma convinzione che la libertà è una condizione necessaria per qualsiasi elevazione delle masse, e che in questo consiste il bene supremo; un bene, però, da conquistare e difendere ogni giorno”

Buozzi chiuse, con il suo sacrificio quella parentesi, non sappiamo cosa pensò prima di morire proprio lo stesso giorno della liberazione di Roma, ma siamo convinti che nel suo cuore c'era l'anelito, la speranza e la fede in una Italia migliore, quella in cui noi tuttora dobbiamo lottare per renderla più dignitosa

Buozzi si adoperò stenuamente per ricomporre quelle fratture della sinistra che erano state la principale causa dell'avvento del fascismo e del suo violento strapotere parlamentare. La sua figura ed il suo esempio andrebbero sempre messi al primo posto, con Matteotti e Carlo Rosselli, entrambi vittime della violenza nazifascista, per costruire uno schieramento coeso e determinato a rinnovare l'Italia grazie ad una unità di intenti e di azione che raccolga larghi consensi proprio in virtù della realizzazione di obiettivi cari al popolo: piena occupazione, sanità garantita per tutti senza costi esorbitanti, scuola pubblica efficiente e competitiva, beni comuni come l'acqua non privatizzati, lavoro per i giovani con salari dignitosi e senza condanne alla precarietà endemica, sussidi per le madri lavoratrici, pensioni adeguate soprattutto per chi è disabile o invalido, impegno sindacale unitario per i lavoratori, senza sconti a governi “amici”, tutela dell'ambiente senza mire speculative che debordino in più spese e tasse per i cittadini, soprattutto tutela della vita dei lavoratori nei loro luoghi di lavoro, fino a far cessare le loro morti bianche. Perché un Paese in cui muoiono otre mille lavoratori in un anno è un Paese che bestemmia la memoria di Matteotti e Buozzi, anche con le sue belle celebrazioni parlamentari.

Questa la differenza tra una sinistra impegnata e credibile e una impegnata solo a raccogliere consensi clientelari per le sue candidature, magari nel salotti “bene”, citando solo Berlinguer e Moro, anziché nelle piazze e nei luoghi di lavoro messi a rischio.

In poche parole una sinistra che sappia anche fare a meno della parola “sinistra” fin troppo abusata e fin troppo poco credibile ormai, per essere sempre ed autenticamente, come Matteotti, Buozzi e Rosselli, SOCIALISTA.

Carlo Felici

 

lunedì 3 giugno 2024

MATTEOTTI IL SOCIALISTA “SCONOSCIUTO”


Di Matteotti si parla molto in questo periodo a causa del centenario della sua morte, in particolare per le circostanze in cui avvenne e per gli sgherri fascisti che lo assassinarono.

Persino la Presidente del Consiglio ha finalmente rimarcato che fu “vittima dello squadrismo fascista”, e che “La lezione di Matteotti, oggi più che mai, ci ricorda che la nostra democrazia è tale se si fonda sul rispetto dell’altro, sul confronto, sulla libertà, non sulla violenza”

La lezione di Matteotti andrebbe oggi rinnovata ogni anno nelle scuole, affinché esse stesse la assimilino civilmente e rinnovino la memoria di questo grande Maestro, vorrei pertanto ricordarla in questo mio intervento di qualche anno fa in veste di docente: 

 https://vimeo.com/30241828

“Matteotti fu un grande testimone della democrazia e dell'antifascismo e soprattutto del socialismo, la sua lotta fu dovuta ad uno strenuo impegno contro un regime ed una dittatura che conquistò il potere, sostenuta da un gruppo affaristico corrotto e proteso al mantenimento dei suoi privilegi.

Il regime fascista impedì per circa venti anni che si parlasse anche solo di sfuggita di un uomo la cui morte commosse l'Italia e fece vacillare la nascente dittatura. Prima della sua morte tentarono pure vanamente di attirarlo in un tranello, solo di notte, in campagna, ma non riuscirono a piegarne la volontà indomita. Tuttora gli storici discutono su quali fossero stati i veri mandanti del suo assassinio, ma è ormai chiaro che esso fu dovuto non solo al suo strenuo antifascismo, ma soprattutto alla sua capacità di smascherare una perversa collusione tra potere e corruzione.

Scrisse con molta chiarezza Carlo Silvestri: “L'uccisione di Matteotti è stato uno dei tanti delitti di quel capitalismo deteriore e carinamente speculatore a cui in gran parte dobbiamo se l'Italia si trova in queste miserabili condizioni”

E' stato il primo martire della nostra democrazia ma purtroppo non l'ultimo, perché sappiamo bene come la nostra storia sia stata cosparsa ancora fino ad oggi di cadaveri eccellenti, ricordiamo tra i tanti quelli di Falcone, Borsellino, anche se centinaia sono state le vittime tra poliziotti, carabinieri, imprenditori, sindacalisti, giornalisti, attivisti politici per aver contrastato quei poteri criminali che hanno sempre minacciato la nostra democrazia con ingenti risorse economiche frutto di traffici illeciti.

In un libro molto interessante: “Il delitto Matteotti” Mauro Canali spiega bene questa trama criminale ed affaristica che irretì e manovrò il regime e spinse i suoi sicari ad uccidere Giacomo Matteotti. Egli fu quindi assassinato non solo per ciò che aveva denunciato, ma soprattutto per quello che stava per denunciare, con coraggio onestà e trasparenza e con piena documentazione.

Un coraggio democratico e civile che nessuno spazio lasciava a fatui sogni insurrezionali o rivoluzionari, perché Matteotti, come tanti altri martiri illustri della nostra storia recente, credeva nelle istituzioni e solo da esse si augurava potesse giungere una autentica svolta democratica.

Matteotti credeva nella scuola e tra le tante cose che si potrebbero dire su di lui, e su questo in particolare ci potremmo soffermare, considerando che nel suo libro “Un anno di di dominazione fascista” il quale, circolando all'estero screditava molto il regime, sulle subdole trame che portavano allora il governo fascista a tagliare preziose risorse alla scuola pubblica, affermò in particolare egli stesso: “La scuola media viene trasformata con lo scopo di allontanarne il maggior numero di scolari e di regalarli alle scuole private anche se queste non esistono o sono peggiori di quelle pubbliche”

Matteotti come amministratore locale e come parlamentare si impegnò molto per la scuola, soprattutto di base, considerandola uno strumento fondamentale di emancipazione civile, l'unico modo per fornire a tutti le stesse pari opportunità, con cui ciascuno mediante i suoi meriti, avrebbe potuto poi non solo progredire individualmente, ma anche contribuire validamente al progresso umano.

Si impegnò da deputato affinché giungessero maggiori finanziamenti alla Pubblica Istruzione, in particolare per l'edilizia scolastica, per le biblioteche popolari, ed i corsi serali per gli adulti. Criticò aspramente sia gli insegnanti meno scrupolosi sia un ministro della Pubblica Istruzione del calibro di Benedetto Croce, dicendogli senza remore in Parlamento: “Voi state speculando filosoficamente sulle nuvole, qui non si viene con i libri di estetica, ma con dei programmi pratici e questi si ha il dovere di assolvere”

Matteotti non credeva nell'odio di classe, come quei rivoluzionari che vogliono sovvertire le istituzioni con la violenza, lui teorizzò una insurrezione solo per non far passare una folle violenza estesa a tutto il mondo, per impedire l'inutile strage della guerra mondiale

Però credeva nella coscienza di classe, e la considerava lo strumento essenziale per l'emancipazione civile, per l'affermazione della giustizia contro lo sfruttamento e la povertà. Queste le sue parole rivolte alla scuola: “Ma il primo elemento necessario per una migliore produzione è senza dubbio la scuola, la cultura del popolo, cioè non quella istruzione che serve a pochi per spostarli dal lavoro produttivo, o per farne degli sfruttatori del lavoro altrui, ma quella diffusa in tutta la massa, per farla diventare tutta capace di una più intensa e migliore produzione nella grande gara tra i paesi più civili del mondo. Riaffermiamo e rivendichiamo tutto il nostro interesse alla istruzione e all'educazione dei lavoratori, strumento primo e validissimo della loro emancipazione, condizione prima del lampeggiare della loro coscienza di classe, requisito e mezzo indispensabile per dare vita durevole alle loro organizzazioni, alla loro convivenza e per offrire ai dubitosi e agli avversi la prova della possibilità di un mondo più consapevolmente umano e civile. L'istruzione e l'elevazione morale dei lavoratori è il primo e lultimo anello della catena dei nostri principi e dei nostri atti”


E' stato recentemente destinato un seggio permanente alla memoria di Matteotti, in Parlamento, che egli occupò un tempo e che non sarà mai più occupato da nessuno, ma che resterà riservato alla presenza spirituale di questo grandissimo Padre della Patria democratica ed antifascista, per sempre. Opera lodevolissima, però credo fosse doveroso aggiungere al suo nome la dicitura “socialista”

Perché se è vero che la memoria di un uomo che ha lottato fino alla morte per la democrazia e la trasparenza, appartiene a tutta la cittadinanza italiana, fino a costituirne la stessa ossatura e il suo DNA, è anche sacrosanto ricordare a tutti che i valori di Matteotti erano valori specificatamente “socialisti”, di libertà e giustizia sociale i quali hanno segnato la storia migliore della nostra civiltà europea

Sono quei valori che pare che questo governo sia impegnato strenuamente, mediante la sua democratica guida, a mandare all'opposizione in Europa

Invece vanno migliorati, vanno applicati, vanno scrupolosamente aggiornati, nella loro funzione emancipatrice, nella loro forza di pace e di giustizia sociale, per una libertà che sia ampia e condivisa da tutti, senza guerre, oppressioni e speculazioni.

Bisogna amaramente riconoscere che, a cento anni dal sacrificio di Matteotti che era socialista riformista e progressista, cioè rimasto a combattere democraticamente, nella sua opposizione al regime fascista nascente, praticamente da solo la sua battaglia parlamentare, consapevole per altro che il suo strenuo impegno gli sarebbe fruttato solo una “orazione funebre”, ebbene dopo tutto questo tempo, la stessa memoria del Socialismo Italiano, che tanto ha dato all'Italia in termini di civiltà e amor di una Patria libera e giusta sin dai tempi di Garibaldi, rischia di essere cancellata

Questo per i mali di sempre che lo hanno devastato ed afflitto: le scissioni e diatribe interne, gli sterili massimalismi, la rincorsa ai patti di potere (primo tra tutti lo sciagurato “patto di pacificazione con lo stesso fascismo nel 1921), la paura di mostrarsi per quelli che si è, da sempre e per sempre, senza altre liste e legittimazioni, ma in piena autonomia, in definitiva la difficoltà a rivendicare e a rimarcare una identità che è quella dei socialisti da sempre e che è stata di Matteotti in quanto deputato socialista.

Inutile quindi cercare colpe di tutto ciò in altri perché non rinnovano questa memoria e non rimarcano questa identità, se gli stessi socialisti italiani non sono impegnati abbastanza a fare la differenza, e se tuttora hanno bisogno di “trenini elettorali” o di qualcuno che li sostenga nelle sue liste.

Matteotti era in un partito socialista minoritario, che ebbe alle elezioni del 1924 poco più del 5%, eppure era di fatto il capo dell'opposizione al fascismo, perché nessuno allora ebbe più coraggio di lui, e fu più meticoloso nello smascherare le trame con cui Mussolini il trasformista cercava di consolidare il potere

E' questo che manca oggi al Socialismo Italiano ed Europeo, il coraggio e la trasparenza di essere autenticamente dalla parte della libertà e della giustizia sociale, di impegnarsi per la pace in ogni modo e in ogni teatro bellico del mondo. E aggiungo gli manca anche la competenza che fu il pregio più temuto di Matteotti che non disse mai a Mussolini: “Voi non siete democratico” come certi socialisti in Europa fanno nei confronti dei conservatori. Matteotti aveva la capacità di trovare documenti che avvaloravano fatti innegabili con i quali si smascherava il tentativo dei fascisti di autolegittimarsi legalmente e democraticamente, mentre essi operavano per il contrario della democrazia. Perché questo era il vero intento di Mussolini fino che non fu costretto a gettare la maschera nel gennaio del 1925, assumendosi la “responsabilità storica, politica e morale” di quel delitto e instaurando una dittatura che prevedeva anche di scaricare periodicamente letame sul luogo del suo assassinio e di non pronunciare mai il suo nome.

Se l'IDEA a cui Matteotti sacrificò la sua vita diventa solo “memoria e celebrazione”, il suo sacrificio sarà sempre stato vano ed egli davvero sarà stato un illustre “pellegrino del nulla” nella storia, se invece quella stessa IDEA torna a camminare sulle gambe dei cittadini, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, di aggregazione sociale, di impegno civile, di mobilitazione per la pace e la giustizia tra i popoli, anche sfidando le manganellate, e soprattutto in Parlamento, con la sua identità di sempre e con la coerenza necessaria richiesta dalla sua storia, allora Matteotti sarà ancora vivo e lotterà in mezzo a noi

Carlo Felici