Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

martedì 10 ottobre 2023

CUI PRODEST?

 



Nelle tragiche incombenze che stiamo vivendo in questo scenario di inizio millennio, in cui pare proprio che il male più infettivo e dirompente non possa essere debellato, soprattutto perché molti lucrano abbondantemente sui conflitti in corso, la vittima più illustre, oltre a quelle che indiscriminatamente vengono colpite senza pietà e con furia sempre più disumana e distruttiva, appare la ragione umana.

Essa infatti presuppone una capacità di analisi che vada ben oltre la scelta binaria, ben più in là di ogni aut aut, per cogliere le cause nascoste e sottese dei fenomeni e, oggi in particolare, delle varie guerre che si stanno avvicendando e il cui scopo principale sembra essere durare il più a lungo possibile, con tutto lo scenario di morte e distruzione che ne consegue.

Per quanto riguarda, in particolare, l'ennesimo scontro tra israeliani e palestinesi che oggi vede come novità soprattutto il numero notevole forse mai raggiunto nella storia di Israele, di vittime ed ostaggi, presi del tutto alla sprovvista, quello che ci occorre, per avere una visione chiara degli eventi, è soprattutto rinunciare al manicheismo dei “buoni e dei cattivi”

E' ovvio che per molti dei musulmani i “cattivi” sono per l'ennesima volta gli israeliani, tanto quasi da giustificare la feroce ed aggressiva reazione di Hamas, mentre per i sostenitori di Israele i “cattivi” sono i terroristi di Hamas, per cui bisogna spianare Gaza

Pochi così considerano che non pochi “cattivi” sono ai vertici di Hamas, così come ai vertici dello Stato israeliano. Noi siamo propensi a considerare “buoni” solo le vittime innocenti che, come in ogni vigliacca guerra contemporanea, sono sempre più tra i civili e sempre meno tra i militari che usano ormai abbondantemente la robotica, in particolare dei droni e dei missili, per fare stragi soprattutto di gente inerme.

Cominciamo da Hamas, che soprattutto negli ultimi tempi appare una organizzazione sempre meno politica e sempre più militare e delirante, evitiamo la solita definizione “terrorista” buona per tutte le stagioni che non aiuta per niente a capire la struttura e le motivazioni e soprattutto per conto di chi vengono messe in atto determinate azioni.

Hamas ha predicato a lungo e tuttora predica la necessaria fine di Israele, con una posizione condivisa, anche se ambiguamente, ormai tra i paesi arabo-musulmani, solo dall'Iran. Ma fin qui siamo ancora in un ambito politico. Negli ultimi tempi però l'azione di Hamas, rifiutando le tregue, martirizzando i civili palestinesi esposti alle ritorsioni, e in particolare con gli attacchi indiscriminati contro i civili israeliani, assomiglia sempre di più a quella del Daesh, e per questo non riceve più particolare sostegno dai paesi musulmani, specialmente tra quelli che cercano di raggiungere un difficile equilibrio di convivenza con Israele, tanto che lo stesso Hamas può ormai contare sostenitori (ma non dichiarati) solo in Iran e in Qatar che conserva ancora legami con i Fratelli Musulmani

Questo movimento già dal 1988 nel suo statuto ha come fine dichiarato nell'articolo 12 il seguente principio: "Hamas considera il nazionalismo (Wataniyya) come parte del credo religioso" D'altro canto lo stesso statuto in un altro articolo recita: “ Il Movimento di Resistenza Islamico (Hamas) deriva le proprie linee guida dall'Islam, dal suo pensiero, dalle sue interpretazioni e dalla sua visione della vita e dell'umanità; all'Islam si ispira per la propria condotta e per qualunque decisione"

Ora questa è già una contraddizione lampante, perché l'Islam non è nazionalista e non è rivolto in alcun modo a fare strage indiscriminata di gente inerme.

Sia la sharī‘a che la ǧihād sono rivolti nell'Islam alla tutela e al perfezionamento di una comunità religiosa più che di una nazione in senso stretto, e se osserviamo la storia dell'Islam, vediamo che esso è progredito e si è espanso di più in strutture che non avevano confini definiti ma corrispondevano a imperi o califfati come zone di influenza, cosa ben diversa dal concetto moderno di nazione.

Per quanto riguarda poi la prassi di uccidere il Corano è piuttosto chiaro in alcuni suoi passaggi: “..e a parte il buon diritto (di autodifesa) non uccidete nessuno di coloro che Allah ha reso sacri. Ecco quello che vi comanda affinché comprendiate” Corano 6:151. Oppure “ Chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera” Corano 5: 32

Del tutto evidente, dunque, che non è legittima secondo l'Islam una prassi volta a combattere un popolo inerme, anche se per ritorsione o vendetta. Mentre può essere più comprensibile la prassi che in passato adottarono alcuni stati a guida islamica per combattere militarmente Israele, sentendosi minacciati dal suo espansionismo, il quale per altro è avvenuto lo stesso, quando Israele si è apprestata a combattere e anche a difendersi.

Da queste considerazioni si evince che la prassi di Hamas, non solo non è coerente con i principi coranici, ma di fatto assomiglia sempre di più a quella dei gruppi islamisti radicali come Daesh che colpiscono indiscriminatamente e senza distinzioni tra obiettivi militari e civili

Né questo è giustificabile solo tenendo conto delle condizioni discriminatorie e ghettizzanti in cui sono tenuti i palestinesi, soprattutto nella striscia di Gaza, perché evidentemente escludendo le vie politiche e limitandosi soltanto alla opzione militare, li si espone a ritorsioni e a massacri, sicuramente criminali e ingiustificati, ma pur tuttavia, sempre e solo con conseguenze tragiche a loro svantaggio.

Si sa bene che Hamas utilizza molte delle risorse economiche che dalla comunità internazionale provengono per alleviare le sofferenze del popolo palestinese, per procurarsi armi e missili sempre più efficaci, con il risultato che nessun benessere e nessun miglioramento ne trae la popolazione e che Gaza è diventata un ghetto e una prigione sempre più angusta, ma ostinarsi ad attaccare uno Stato militarmente più potente per ottenere risultati alquanto effimeri, non è certo una strategia costruttiva o vincente. Tale prassi è più comprensibile però se la si inquadra in un orizzonte più vasto in cui l'azione di Hamas tende a manifestare la debolezza di Israele e ad acuire il suo isolamento nel contesto internazionale del Medio Oriente. Speculare però sulla disperazione di un popolo che non ha più nulla da perdere, se non in continuazione solo la propria vita, non è certamente una azione politica eclatante.

Veniamo adesso ad Israele che è governata da un premier che solo poco tempo fa ha dovuto recarsi in tribunale per difendersi da vari capi di imputazione, in particolare tre. Il primo riguarda il caso di aver accettato regali dal miliardario Arnon Milchan, e dal magnate australiano James Parker una somma corrispondente a circa 260mila euro. Il secondo riguarda un accordo con l'editore di un quotidiano per avere una copertura mediatica positiva in cambio di una legge che avrebbe sfavorito il rivale di questo editore. Il terzo e più grave concerne l'accusa di corruzione per avere negoziato, quando Netanyhau era premier e ministro delle telecomunicazioni, con il principale azionista del gigante Bezeq per ottenere una copertura positiva da parte di un notiziario, in cambio di favori politici verso gli interessi di quella società. Sua moglie nel frattempo si è dichiarata colpevole ed ha patteggiato per una accusa di avere usato denaro pubblico per fini privati.

Dopo queste vicissitudini, lo scorso anno Netanyahu ha vinto di stretta misura le elezioni, contando soprattutto sul sostegno dell'estrema destra sionista, essendo però costretto a governare con una maggioranza risicata di cinque parlamentari, e condizionato dai partiti ultra ortodossi, in buona sostanza dal fondamentalismo sionista. Quelli che considerano i palestinesi una sorta di “razza inferiore”, che mettono in atto provocazioni eclatanti e girano armati. Per mettersi al riparo da contestazioni e ulteriori guai giudiziari, il premier israeliano ha varato una riforma della giustizia che prevede l'abbandono dei veti della Corte suprema su leggi e nomine da parte dell'esecutivo. In pratica un passo decisivo per trasformare Israele in una dittatura a sfondo nazionalista e fondamentalista con il fine dichiarato di limitare fortemente le libertà civili e ostacolare il processo di secolarizzazione della società israeliana. In particolare la riforma si accanisce contro il principio di “ragionevolezza” utilizzato dalla Corte per revocare nomine e decisioni legislative, come nel caso di Aryeh Deri, esponente politico ultra-ortodosso a cui è stato impedito di partecipare al governo del premier perché si é ritenuto irragionevole nominarlo in quanto condannato di recente per frode fiscale. In definitiva, questo è stato un attacco frontale alla democrazia israeliana, per sottrarre l'operato del governo al controllo della magistratura e per negare il principio sacrosanto della divisione dei poteri, indispensabile in ogni stato democratico moderno

Le reazioni della società israeliana non sono mancate e sono state anche eclatanti, dato che gli stessi riservisti hanno minacciato di non impegnarsi più nel loro compito se il governo avesse imposto questa riforma

E' in questo contesto che l'attacco di Hamas, il quale sembra aver avuto successo come con un coltello che penetra nel burro, cosa molto sospetta per uno Stato dotato di grandi capacità tecnologiche e con l'apparato dei servizi segreti tra i più efficienti e preparati al mondo.

Il sospetto è infatti che il premier, pur avendo avuto varie avvisaglie, si parla addirittura di un avvertimento dei servizi segreti egiziani che stava per accadere “qualcosa di grosso”, non abbia fatto nulla di concreto e convincente per affrontare e prevenire questa minaccia, dando più importanza alla situazione in Cisgiordania che al pericolo imminente al confine con la striscia di Gaza. Più o meno come quello che accadde alla vigilia dell'11 settembre negli USA e che dette il via all'invasione dell'Afghanistan e alla guerra in Iraq

Ora è presto per considerare quali conseguenze su vasta scala avrà questa che è da considerarsi, per numero di vittime ed ostaggi nelle mani di Hamas, la giornata più nera per Israele dalla sua fondazione. Però un dato è sicuramente certo: l'opposizione a Netanyahu è stata tacitata in nome della sicurezza nazionale, è stato dichiarato lo stato di guerra, che amplia i poteri del governo, tutti i riservisti sono stati mobilitati e richiamati in vista anche di una offensiva di terra che però non si presenta né facile né sicura, dato il numero di ostaggi nelle mani di Hamas e data la configurazione del territorio che impone una guerriglia quartiere per quartiere, casa per casa e in cui le rovine dei palazzi sono le strutture migliori in cui difendersi e colpire senza essere visti.

Il governo israeliano, già criticato per quella riforma di cui si è parlato, anche in campo internazionale, oggi si appresta a raccogliere la solidarietà indiscussa di tutti i paesi occidentali. Di Hamas pare che in Italia non si debba parlare se non in termini di organizzazione terroristica, persino nelle scuole si minacciano azioni ispettive per scongiurare una azione propagandistica. Mentre si preparano manifestazioni di sostegno al popolo palestinese che, per l'ennesima volta, viene colpito e martirizzato senza badare a scrupoli in aree a densissima popolazione civile in cui vengono colpiti ospedali, condomini, infrastrutture, e per di più vengono bloccati tutti gli aiuti internazionali e sigillata ogni possibilità di uscire da quella che rischia di diventare una tomba a cielo aperto, una fossa comune, dove solo i topi che si nascondono sotto terra possono salvarsi

Cosa ha ottenuto Hamas e cosa il governo israeliano?

Hamas sicuramente nessun vantaggio territoriale, l'azione infatti si è esaurita in poco tempo e senza alcun consolidamento in territorio israeliano, l'isolamento anche tra i paesi musulmani è più che evidente, i sauditi prendono tempo, gli iraniani prendono ambiguamente le distanze pur essendo i principali finanziatori di Hamas, l'unico sostegno (anche se non dichiarato palesemente) pare sia quello di certa sinistra radicale, senza se e senza ma nostrana, in nome della sacrosanta causa del popolo palestinese.

Come se, per l'ennesima volta un male ne giustificasse un altro, come se l'eccidio di tanti palestinesi da parte delle truppe israeliane possa essere un fondamento valido per le atrocità ed umiliazioni messe in atto contro la popolazione israeliana inerme, con i suoi ragazzi, con le sue donne e i suoi bambini esposti al ludibrio mediatico globale.

E Netanyahu cosa ci guadagna? Nell'immediato sicuramente consenso interno ed internazionale, ma alla lunga? Lui ha già dichiarato che sarà una lunga guerra, ed è evidente, perché gli occorre per non essere contestato e continuare a governare senza opposizione alcuna

Ma, nonostante ciò, Haaretz quotidiano nazionale di Tel Aviv in Israele già titola: “Il disastro che si è abbattuto su Israele durante la festività di Simchat Torah è chiaramente responsabilità di una sola persona: Benjamin Netanyahu"

In Italia una delle voci più ragionevoli che sembra non avere imboccato la strada del manicheismo “buoni-cattivi” che imperversa nei telegiornali è la Bonino, la quale, da sempre filo israeliana fa alcune considerazioni che meritano la massima attenzione. Ella tra l'altro dichiara: “È triste pensarlo, ma il calcolo cinico dei leader di Hamas è verosimilmente quello che una ritorsione sanguinosa di Israele, con tante vittime civili, torni a mobilitare le piazze arabe contro Israele, renda implausibile politicamente, per qualsiasi governante arabo, sostenere il ravvicinamento diplomatico con Israele, e riporti la questione palestinese al centro dell’agenda internazionale” E ancora: trovo, come gran parte dei democratici ebrei e filo-israeliani nel mondo, che sia un errore mortificare una democrazia vibrante come quella israeliana con coalizioni di governo costruite tatticamente, che includono partiti estremisti e politici xenofobi. Questi atteggiamenti sono parte del problema

In conclusione, appare del tutto evidente che il problema non si risolve in maniera manichea, sostenendo a spada tratta coloro che si ergono a “campioni dei palestinesi” e che operano con metodologie più terroristiche che militari, né sostenendo Israele senza se e senza ma, solo perché aggredita.

In essa il governo di coalizione che si appresta ad affrontare la crisi dovrà risultare una seria opportunità per valutare non solo l'interesse della sopravvivenza dello Stato di Israele che non è certo messo seriamente in discussione dalle armi di Hamas e dal suo operato, ma soprattutto sul futuro e sulla efficienza della sua democrazia, affinché non risulti uno Stato fondamentalista tra i vari altri dell'area, con l'unica conseguenza della guerra e dell'impoverimento permanente della sua popolazione, già in atto con la caduta libera della moneta israeliana

Gli Usa d'altra parte, sono presenti nell'area, ma stavolta è molto difficile che stacchino una cambiale in bianco, con la crisi ucraina tuttora aperta e di difficilissima soluzione. Cina e Russia stanno a guardare ma è evidente che non possono che trarre vantaggio da una crisi permanente in Medio Oriente, sia perché distoglie l'attenzione dall'Ucraina, sia perché amplifica il loro ruolo di grandi potenze nello scenario internazionale.

Resta il fatto che Hamas e Netanyahu, risaltano come “i migliori nemici”, da quando sono al potere infatti non fanno altro che rendere il loro potere inossidabile e senza alternative, strumentalizzando la paura del popolo palestinese e di quello israeliano e rendendo lo scenario senza alternative a loro stessi, in un vortice di morte e distruzione che appare senza fine

A chi giova dunque tutto ciò? E a chi l'ennesima guerra in Medio Oriente mentre l'Europa, come con l'Ucraina, rivela ancora una volta tutta la sua dabbenaggine ed impotenza?

Ce lo ha detto il Papa: “il terrorismo e la guerra non portano a nessuna soluzione” e noi aggiungiamo con Teilhar de Chardin: “noi stessi siamo il nostro peggior nemico. Nulla può distruggere l'umanità ad eccezione dell'umanità stessa”. E' una riflessione che non riguarda solo palestinesi ed israeliani che dovrebbero poter convivere ciascuno in un rispettivo Stato sovrano, ma anche tutti noi che viviamo in un habitat mondiale sempre più stretto e pericoloso


Carlo Felici.

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