Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

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giovedì 1 agosto 2013

Antifascismo e '68 (ancora zanzare per Diego Fusaro)



In un mio intervento di ieri avevo scritto che avrei rimandato ad altra sede alcune mie ulteriori critiche al caro amico Diego, che pur continuo a stimare e a considerare uno dei più validi filosofi italiani di oggi (non aggiungo giovani, perché Epicuro guarda anche me)
Ebbene, egli, in particolare, in quasi tutti i suoi interventi, mette in risalto che ci sono due date cruciali che inaugurano l'era del capitalismo assoluto: la caduta del muro di Berlino nel 1989, e, ancor prima il 1968.
Quest'ultimo momento, in particolare, segnerebbe una sorta di divaricazione assoluta tra capitalismo e borghesia, tale da portare ad una rimozione completa di quella coscienza “infelice” di cui buona parte della stessa borghesia, fino ad allora, era stata dotata, e che le aveva consentito di impugnare la bandiera rossa anche quando non ne aveva bisogno.
Il 1968, come movimento definito da Diego, antiborghese ma non anticapitalista, avrebbe inoltre generato una sorta di annichilimento dello stesso “métron” di cui, pur nei suoi valori spesso bacchettoni, la borghesia sarebbe stata sempre dotata, inducendo al “vietato vietare” al “tutto è possibile” e, in definitiva, alla smodatezza della dsimisura, conseguenza della quale, sottolinea sempre Diego, mutatis mutandis, sarebbe anche il fenomeno del “berlusconismo”.
Fu davvero così? E' questa una definizione sufficientemente documentata di quel fenomeno, in particolare, da parte di chi non lo ha vissuto in prima persona?
Sul 1968 esiste una analisi molto ben documentata e ben dettagliata, svolta da uno dei suoi protagonisti: Roberto Massari e condensata in un libro che consiglio a tutti di leggere con attenzione, dal titolo: “il '68 come e perché”Roberto Massari editore.
In quest'opera viene spiegato dettagliatamente quel fenomeno, che si dimostra essere stato non una specificità italiana, ma un evento di portata internazionale e globale. E per di più, si dimostra che esso fu accompagnato da una straordinaria stagione di lotte sociali e salariali, spesso coronate da successo (basti pensare solo allo Statuto dei Lavoratori e al nuovo Diritto di famiglia), che oggi, in piena regressione e recessione non solo economica, ma anche sociale, fa molto comodo rimuovere anche dalla memoria.
Scrive Massari: “Chi crede ancora oggi che pesanti attacchi al livello di vita delle masse implichino o favoriscano necessariamente decise risposte da parte degli stessi lavoratori colpiti, dovrebbe solo confrontare lo svolgimento dimesso e assai insoddisfacente dei rinnovi contrattuali del '66 con l'ondata delle lotte del '69” Non gli consigliamo ulteriori confronti con il presente perché sarebbero assai deprimenti.
Quelle lotte furono condotte, infatti, autenticamente contro un modello di capitalismo che incentivava lo sviluppo economico a scapito della forza lavoro.
Nella parte finale dell'opera di Massari vi è un intero paragrafo dedicato al significato anticapitalista del '68, che vorrei che Diego leggesse con attenzione, per ovvie ragioni di spazio non lo posso menzionare tutto, ma una parte significativa la posso riportare ed è la seguente:
Per chi volesse negare che vi fosse una forte carica anticapitalista nel movimento degli studenti e/o quello dei lavoratori, si potrebbe citare l'atteggiamento dell'avversario. I principali responsabili del funzionamento del sistema capitalistico italiano non ebbero dubbi: l'unità degli operai con gli studenti era percepita come una minaccia rivolta contro le fondamenta stesse del potere, dello Stato e, in quanto tale, venne affrontata come un autentico pericolo. I provvedimenti che furono adottati (dalla strategia della tensione al graduale inserimento dei riformisti nella compagine di governo) [il '68 fu anche, come movimento radicale, antiriformista n.d.r.] lo stanno a dimostrare.”
Per gli ulteriori ed innumerevoli aspetti di un fenomeno che va tuttora studiato con perizia storiografica, e che non si può certo liquidare con due o tre slogan, rinvio alla lettura dettagliata del libro menzionato.
Certo che, in un momento di particolare tensione sociale come quello contingente, in cui sia il mondo giovanile che quello del lavoro risultano fortemente penalizzati dal modello imperante di turbocapitalismo globalizzato, rimuovere la memoria storica di un fenomeno che fu la prima concreta reazione globale al suo progredire inarrestabile fa molto comodo, soprattutto a chi, come ripete anche Diego, “lavora per il re di Prussia”


E veniamo dunque anche all'altra questione sulla quale vale la pena di soffermarsi e che emerge da alcuni scritti e da alcune dichiarazioni di Diego, quella che riguarda l'antifascismo.
In una intervista egli afferma, in particolare: “Per questo io dico che il lavoro precario è la forma lavorativa più meschina dal tempo dei sumeri ad oggi; è una schiavitù perfetta quella del lavoro precario, perché ti rende sempre disponibile alla “chiamata” del capo e, di più, ti priva di ogni possibilità di progettarti l’esistenza. Oltre a costringerci a questo schifo, ci dicono che il problema era il fascismo, il nazismo o il comunismo, che certamente sono stati problemi nel Novecento, ma sono problemi per fortuna estinti. Il mio problema non è il fatto che ci sia il fascismo o il comunismo o il nazismo, il mio vero problema è l’oggi, e si chiama capitalismo: il mio problema, in altri termini, è  il fatto che non ci sia lavoro, che a fine mese non arrivi lo stipendio, che si possa licenziare senza una giusta causa, che tutto – anche l’uomo – sia considerato merce. Per questo trovo indecente questa retorica di antifascismo, anticomunismo e antinazismo, in assenza completa di fascismo, comunismo e nazismo.”
Già qui possiamo rilevare che, ad un attento osservatore dei fenomeni storici e sociali, il fatto di accomunare nazismo, fascismo e comunismo, sebbene in una sorta di opposizione che viene individuata come “retorica” è piuttosto improprio, data la specificità di ciascun fenomeno, e che, oltre a ciò, ognuno di essi (in particolare, il fascismo e il nazismo) non è avulso dal capitalismo e da ciò che esso ha generato e continua a generare nella storia, in piena continuità tra Ottocento, Novecento e Terzo Millennio incipiente, solo la lettura di un libro come quello di Rehinard Kuhn “Due forme di dominio borghese: Liberalismo e Fascismo” lo dimostra ampiamente.
La chiamata autoritaria di un capo fascista, non era altro che il prodotto generato dalla chiamata di un capo capitalista, lo stesso che aveva abbondantemente sovvenzionato l'ascesa del capo fascista al potere e che oggi genera forme analoghe di poteri a cui ci si dice in continuazione che non si può opporre alcuna alternativa.
Certo, i fenomeni storici non si presentano mai nello stesso modo nel tempo e tanto meno con lo stesso nome, lo stesso fascismo, nella sua dinamica e dialettica diacronica, fu soggetto a trasformazioni interne: una cosa fu il Sansepolcrismo, altra lo squadrismo, altra ancora il regime-stato fascista, altra infine l'epilogo repubblichino. Solo il regime-stato fascista si è suicidato definitivamente il 25 luglio del 1943, ma il resto?
Altra è infatti la forma con cui il neofascismo si è ripresentato, talvolta anche in giacca e cravatta, nel dopoguerra e che tuttora festeggia il centenario di certi sgherri nazisti.
Pochi nostalgici? Poca cosa, specialmente su scala internazionale? Non direi, specialmente considerando certe reiterate violenze ed insulti contro categorie specifiche di persone, come omosessuali, immigrati, persino ministri italiani di origine africana ed osservando varie e crescenti recrudescenze come Alba Dorata che sembrano alimentate oggi, come nel periodo della crisi del 29, proprio dalla miseria, dall'insicurezza e dal disorientamento sociali determinati dalla crisi generata dal turbocapitalismo.
Possiamo dunque dire con Diego che siamo “in assenza totale di fascismo”? Che il fascismo è solo stato rappresentato dalla sua forma più eclatante incarnata dallo stato-regime?
Lascio serenamente la risposta alla coscienza storica, civile e politica di ciascuno.
E ancora: si può, oggi, socraticamente, dialogare con tutti, anche se tra quei tutti vi è chi, in spregio ai valori costituzionali, si richiama espressamente a ciò che considera tuttora valore e cultura fascista, dimostrando, quanto meno, con ciò, di “rispettarla”, come pare che lo stesso Diego faccia, rilasciando certe interviste?
Certamente ognuno, quando qualcuno le chiede (che sia ANPI o Cultura Fascista forse per Diego è lo stesso), è libero di accettarle o rifiutarle, ma noi siamo ancora convinti che una società libera non possa includere negli orizzonti della libertà e del rispetto chi fa aperta professione di voler cancellare tali prospettive, avendo dimostrato ampiamente nel corso della storia di averlo già fatto.
Sandro Pertini, che per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di stimarlo, resta di gran lunga, specialmente oggi, il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani, alla domanda: “lei rispetta anche i fascisti?” rispose seccamente: “no perché il fascismo è l'antitesi della fede politica, perché opprime tutti coloro che la pensano diversamente”
Antifascismo e anticapitalismo sono infatti tuttora la stessa cosa, è quindi del tutto inopportuno ed antistorico separare i due fenomeni o addirittura vederli come contrapposti.
Questo, ovviamente, senza indulgere in alcuna forma di retorica celebrativa autoreferenziale o, peggio, senza fare in modo che l'uno adombri l'altro con improprie strumentalizzazioni
Un libro purtroppo assai raro e difficile da leggere tuttora, e non si sa perché, di Giacomo Matteotti: "Un anno di dominazione fascista" che circolava, ovviamente solo all'estero, prima che egli fosse assassinato dagli sgherri fascisti, prova ampiamente la natura capitalista del fascismo ed il suo intento di precarizzare il mondo del lavoro, rendendolo anche corporativamente dipendente dagli interessi del capitale.
Nella sua introduzione egli scrive: “l'economia e la finanza italiana, nel loro complesso, hanno continuato quel miglioramento e quella lenta ricostruzione delle devastazioni della guerra, che erano già cominciati ed avviati negli anni precedenti; ma ad opera delle energie sane del paese, non per gli eccessi o le stravaganze della dominazione fascista; alla quale una sola cosa è certamente dovuta : che i profitti della speculazione e del capitalismo sono aumentati di tanto, di quanto sono diminuiti i compensi e le più piccole risorse della classe lavoratrice e dei ceti intermedi, che hanno perduta insieme ogni libertà e ogni dignità di cittadini”
Le ultime tre righe sono piuttosto emblematiche e si adattano perfettamente anche alla realtà odierna di un regime politico che ci appare sempre di più come quello di un monopartitismo imperfetto
Il fascismo appena salito al potere, come ci ricorda lo stesso Matteotti nel libro menzionato: “ha tassato per la prima volta (ma possiamo aggiungere non l'ultima) tutti i salari dei dipendenti dello Stato, Enti, Comuni, Società ferroviarie e tranviarie e di navigazione (Decreti 16/novembre 1922n.1660 e 21 dicembre 1922 n.1661), decurtandoli in una ragione media del 10%, ha iniziato nuove imposte sui redditi anche pei piccoli agricoltori, e mantenute le 20 lire sui prodotti vinicoli nonostante la riduzione dei prezzi” Altre misure tributarie che ci ricordano dannatamente il presente.
Se i banchieri di JP Morgan, cardinali supremi del monoteismo del mercato, dicono apertamente che per arrivare a creare il Nuovo Ordine Mondiale, (Governo Mondiale) bisogna che gli Europei smantellino la loro Costituzione Antifascista e troppo spostata a Sinistra, una ragione pur c'è, e quindi non vorremmo che la rimozione dell'antifascismo fosse proprio il “lavoro del re di Prussia” di cui tanto Diego parla e che non ci pare di voler svolgere, tanto meno da cottimisti.
Diceva Alain (Émile-Auguste Chartier), ne Le avventure del cuore, 1945 : “La storia è un grande presente, e mai solamente un passato.” Non può dunque esistere né sussistere alcuna piena coscienza del presente in atto se non sia indissolubilmente accompagnata da quella del corso degli eventi storici. La “magistra vitae” non insegna nulla a chi non vive con un Io pienamente attualizzato e storicizzato, ma questo Diego lo sa meglio di chiunque altro, come ha ampiamente dimostrato nel suo ultimo libro, molto ben riuscito: “Idealismo e Prassi”.
Tuttora il “fare” coincide con l'agire, per affrontare e vincere gli ostacoli e non arrestarsi al contingente, in questo Diego è bravissimo, nel medesimo testo, a notare, seppur da prospettive con esiti divergenti, la consonanza filosofica tra Gentile e Gramsci.
E se allora questo è vero, dobbiamo anche chiederci se la missione di un “dotto” sia solo quella di parlare e di scrivere o non piuttosto anche quella di lottare e partecipare o almeno protestare, specialmente se i suoi conterranei cercano strenuamente di salvare la loro terra dalla devastazione ambientale e dalle speculazioni mafiose, con un progetto che la Francia ha di fatto accantonato e che qui, invece, si vuole portare avanti a tutti i costi solo per far tornare un clima da "anni di piombo".
Anche in questo caso, in ultimo, come nell'intervento precedente, non vorremmo che la riposta fosse consegnata ai posteri, e tanto meno..agli attuali poteri..
E con questo le “punture inoculanti” sono finite..per ora..
C.F.

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