
Il livello di civiltà di
un popolo si misura in base alla sua humanitas. Il significato latino
di humanitas va ben oltre il concetto che oggi abbiamo di “umanità”,
i latini infatti associavano al termine “humanitas”, il
considerarsi tutti appartenenti alla medesima “natura universale”,
dal momento stesso in cui si è nati (diritto naturale) e tali da
dover per questo sviluppare nel corso della vita una sorta di
“amicizia ecumenica”, nel senso etimologico del termine che
richiama alla “casa comune, intesa come habitat umano e contesto
naturale di vita, senza distinzioni di etnia, cultura o provenienza.
Per questo era garantito il rispetto di tutti quei culti che non
mettevano in discussione l'auctoritas dell'impero, anche se
anticamente due principi spesso sono stati in collisione tra loro:
quello secondo cui “veritas non auctoritas facit legem”, che è
poi il principio di Socrate, della “legge non scritta” di
Antigone, e in definitiva del primo Cristianesimo, fino ad arrivare
al giusnaturalismo.
Vi fu poi quello, che
animava il Diritto Romano, anche se tale ambito era garantito da
leggi che potessero essere universali ed ecumeniche, appartenenti
cioè ad una cittadinanza che nel terzo secolo venne estesa a tutto
l'impero, ma che divenne molto più restrittivo col formarsi degli
Stati nazionali, in epoca moderna e che richiama la dottrina di
Hobbes.
In base ciò vige il
principio per cui “auctoritas, non veritas, facit legem”, in
virtù di questo l'autorità sovrana dello Stato rappresentata
dall'assolutismo regio, fonda la legge ed il suo indiscutibile valore
con tutti i poteri concentrati che ne conseguono. Nè la divisione
dei poteri teorizzata dall'Illuminismo e applicata prima con la
rivoluzione americana e poi con quella francese, mettono più in
discussione il fatto che l' “auctoritas” dello Stato sia
inappellabile. Essa può essere solo suffragata dal consenso popolare
ma mai contraddetta, su di essa, in epoca moderna si fonda la stessa
convivenza umana, messa così al riparo dal caos, dal “bellum
omnium contra omnes”, dal conflitto permanente tra nature diverse e
conciliabili solo mediante l'inflessibile potere della legge.
E' del tutto evidente che
questo principio scaturito in un contesto storico denso di conflitti
e guerre, specialmente di religione, ha continuato a caratterizzare
l'ossatura degli stati moderni, fino ad incancrenirsi nei regimi
totalitari, di varia natura ideologica o religiosa, in cui l'autorità
dello Stato diventa dittatura e autocrazia (ma pur sempre figlia del
Leviatano di Hobbes)
E' altrettanto palese che
tale principio scaturisce da una profonda sfiducia nella natura
umana, e da un terrore che, per evitare il terrorismo degli istinti
contrapposti, non ha esitato, fin dai tempi rivoluzionari, a farsi
esso stesso strumento di potere, fino a tagliare le teste
come le zucchine.
Persino l'impero romano
era più elastico in tal senso, lo vediamo nella stessa
contrapposizione tra Gesù e Pilato il quale alla verità del Cristo,
basata sulla sua stessa natura universale, contrappone prima la sua
domanda “Che cosa è la verità?”, supponendo che essa sia nulla
di fronte alla sua “auctoritas”, ma poi lascia alla folla
decidere il senso concreto di quella “veritas”, facendo intendere
che lo “ius” universale si dovesse comunque adattare ai contesti
e alle culture locali
Negli Stati moderni lo
ius non è più universale ma invece segue immancabilmente i loro
confini e al loro interno resta indiscutibile ed inflessibile, ne
conseguono le espulsioni o lo schiavismo di coloro che non
corrispondono ad una determinata legislazione di cittadinanza (quasi
che fossero invisibili, nella loro “prescindenza”) e
l'incarceramento anche in condizioni disumane di coloro che violano
la legge che lo Stato impone.
Ma vi erano altri due
principi che contraddistinguevano l'humanitas, il primo che
identifica ogni essere umano in quanto dotato di una insopprimibile
dignità, specificità e natura, le quali vanno oltre l'appartenenza ad un
contesto religioso o culturale, e il secondo in base al quale un
cittadino è tale in quanto dedito ad “otium” e “negotium”,
cioè ad una sua formazione culturale permanente, data anche dalle
relazioni che ha nel contesto in cui vive, e ad un impegno lavorativo
e produttivo che arreca benefici a se stesso e alla comunità in cui
opera.
Questi antichi principi
furono ripresi dallo stesso Mazzini, padre nobile della nostra
Repubblica, quando affermò che un vero Stato e una vera democrazia
si hanno solo quando tutti i cittadini hanno una buona educazione
culturale (istituti scolastici solidi ed efficienti), la possibilità
di votare direttamente i loro rappresentanti (e non una lista
riempita da un segretario di partito), e infine l'opportunità di
lavorare per emanciparsi ed emancipare la società in cui vivono
Dopo questa ampia
premessa che spazia dai tempi antichi fino ai nostri, osserviamo bene
che il nostro Paese, se nello sport conquista un numero di medaglie
sempre maggiore, nel campo della “civitas” e dell' “humanitas”
è tuttora ben lungi dal salire sul podio ed essere pienamente
appagato dall'inno nazionale per una Italia che purtroppo “desta
non è”
Basta osservare alcune
questioni fondamentali, riferendosi sempre ai principi mazziniani e
alle loro antiche origini.
Non abbiamo, di fatto,
una Costituzione Italiana “fondata sul lavoro” come dovremmo, e
non rispettiamo i lavoratori che muoiono come mosche nei posti di
lavoro quotidianamente, secondo uno studio della UIL sono infatti
centinaia i lavoratori che muoiono ogni anno soprattutto nei settori
edilizio ed agricolo. Molti di essi sono stranieri, privi di
cittadinanza e diritti, ridotti in una condizione di semi schiavitù,
diciamo semi, solo perché sono liberi di crepare altrove per strada
o sotto i ponti o magari tentando altri viaggi della fortuna in
condizioni disastrose.
E' del tutto evidente che
un sistema che vuole progredire non solo in benessere, ma anche in
libertà e giustizia sociale, deve trovare un modo per formare queste
persone e garantire loro i diritti e i doveri di cittadinanza.
Molti di loro, ma anche
non pochi cittadini italiani, privi di opportunità e in condizioni
disperate, per degrado famigliare e mancanza di adeguata assistenza
sociale, finiscono nella rete della criminalità organizzata o nel
gorgo della disperazione, della droga o di azioni criminose compiute
persino in famiglia. La conseguenza è che le carceri si sono
riempite a dismisura e che la popolazione carceraria ormai vive in
condizioni subumane, per cui sicuramente ora possiamo dire che un
animale in uno zoo vive meglio di un detenuto.
Il carcere così, è
divenuto non uno strumento di riabilitazione per rendere consapevole
il reo del suo misfatto e rieducarlo ad un reinserimento sociale e
produttivo, ma è oggi di fatto solo un strumento di tortura, come
dimostrano anche certe affermazioni grottesche e fuori da ogni logica
umana e di cultura di chi respinge il problema dicendo; “il carcere
non è un hotel”, evidentemente così si dimostra solo ignoranza e
dabbenaggine politica
Quanto abbiamo messo in
evidenza contribuisce quindi a mostrare che i problemi delle carceri,
della cittadinanza e del lavoro sono interconnessi. E' un unico
problema che deve essere affrontato non a compartimenti stagni ma
tenendo conto proprio di questa interdipendenza.
Alla forza lavoro va
riconosciuta la sua dignità e la sua qualificazione. Ad un immigrato
che vuole lavorare in Italia va fatto innanzitutto un corso di
Italiano e poi vanno indicate le norme sulla sicurezza sui posti di
lavoro, mostrando a chi può rivolgersi senza essere ricattato o
ridotto in schiavitù e soprattutto che non deve sopravvivere
nascondendosi. Il nostro territorio ha immensi problemi idrogeologici
che richiedono interventi permanenti di messa in sicurezza e di
manutenzione con un apporto di manodopera crescente che potrebbe
essere utilizzata anche portando i detenuti a compierla, per
riabilitarsi. Gli immigrati che lavorano nel Meridione o in altre
regioni per la raccolta di vari prodotti agricoli, in varie aziende
senza scrupoli, vivono in condizioni peggiori degli schiavi negli
Stati Confederati prima della guerra civile americana, perché non
hanno alloggio né protezione, e se subiscono un infortunio vengono
scaricati senza pietà in mezzo alla strada come un sacco di
immondizia.
Chi non ha una cultura
purtroppo non è nemmeno capace di tutelarsi, per questo è
indispensabile fornire incentivi all'acquisizione della cultura. Per
questo lo Ius culturae o Ius scholae non può essere una questione di
contrapposizione politica, ma è un principio di humanitas e di
civiltà da condividere universalmente
Lo stravolgimento
etnico-culturale da alcuni paventato per contrastare quella che
qualcuno ha definito addirittura come “sostituzione etnica”, è
tipico soltanto di una società debole, incapace di trasmettere i
suoi valori di civiltà “forti”, ed evidentemente impotente
rispetto ad altre culture che si affermano non con la forza delle
armi ma con quella dei loro principi che sono maggiormente condivisi,
perché ritenuti più credibili ed efficaci
E' del tutto evidente che
una società in cui la famiglia, la scuola, la sanità, l'inserimento
lavorativo, la rieducazione, fanno acqua da tutte le parti, è sempre
più fragile e incapace non solo di integrare ma anche di proporsi
come un modello condivisibile di Stato e di convivenza
Il principio per cui si
diventa italiani non solo da genitori italiani, ma per il
riconoscimento della lingua, della cultura e delle leggi italiane è
sacrosanto e in passato ha fatto la differenza tra una democrazia
come quella ateniese, xenofoba, sessista e schiavista durata ben
poco, e la millenaria civiltà romana che emancipava gli schiavi
facendoli anche arricchire come liberti, portava le donne ad avere
risalto politico fino a tramare contro la vita degli stessi
imperatori ed era sostanzialmente costituita da etnie eterogenee che
non per questo non potevano arrivare alla massima “auctoritas”
imperiale, pur provenendo dalle parti più disparate dell'impero e
senza alcuna forma di razzismo, ma in ogni caso nel rispetto
universale del diritto romano.
Come dunque abbiamo
dimostrato, la questione delle carceri e dello ius scholae sono non
solo interconnesse ma alla base della stessa civiltà e di una
democrazia compiuta, dovrebbero trovare quindi un consenso
trasversale nella loro risoluzione, invece sono all'origine di
contrasti politici, spesso anche sulla “lana caprina”. Come per
esempio il fatto che la cittadinanza si acquisisca con 13 anni di
frequenza scolastica anziché con 8. Perché la questione non sono
gli anni, ma cosa si fa durante quegli anni, se si scalda la sedia e
si va avanti con esami finti e senza sapere mettere una frase dopo
l'altra persino durante il percorso universitario, oppure se anche con
un corso 150 ore pienamente efficace si acquisiscono la capacità di parlare e scrivere
in Italiano correntemente e senza errori sintattici ed ortografici,
si conoscono la Costituzione e le leggi del nostro Paese,
specialmente quelle che tutelano il lavoro, e ci si sa difendere e
organizzare di fronte ad un rinnovato schiavismo o ad una accusa
ingiusta, perché le carceri sono state affollate anche con errori
giudiziari, costati a tutti noi cifre astronomiche.
Se la Destra in Italia
continua a ignorare o a porre questioni che impediscono una rapida
risoluzione di questi problemi e la componente più liberale di
questo governo che non vuole assecondarla ma nemmeno si posiziona su
questioni demagogiche e velleitarie tali da creare solo un polverone
propagandistico per fini elettorali, ma vuole invece acquisire
maggiore autonomia nella sua fisionomia politica e nel suo operato,
non possiamo che incoraggiarla ed esserne contenti, perché qui non si tratta di una idea "di sinistra", ma di una questione di civiltà.
Il problema infatti non è
dare a questo Paese un assetto politicamente stabile, ma assicurare
che in esso i problemi cruciali vengano risolti con un consenso politico adeguato
Perché non giova dare
del “coglione” a chi procede in senso ostinatamente inverso,
solleticando la frustrazione e la rabbia popolare e i peggiori
istinti xenofobi, traendo anche notevoli benefici dalle vendite di
opinioni quanto meno discutibili, giova dimostrare come in uno Stato
dotato di humanitas e di civitas, la fisionomia dell'italiano è data
non dal colore della sua pelle, ma dal successo che si trae in tutti
i settori da una formazione italiana di ottimo livello non solo nello
sport, ma soprattutto con una scuola e un apparato accademico
efficiente, e non fatiscente o nepotista
Le medaglie olimpioniche
o i primati tennistici infatti non sono solo dei singoli atleti, di
varia origine etnica e culturale, sono soprattutto, per loro stessa
ammissione, della scuola sportiva che li ha formati e della squadra
con cui hanno interagito fino a raggiungere primati mondiali
Può l'Italia essere una
squadra vincente non solo nel calcio o nello sport? Evidentemente no,
se ci sono allenatori incapaci e scuole inadeguate
Vale la pena di citare
per intero la conclusione di una delle Lettere a Lucilio di Seneca
(un capolavoro della civiltà romana) per comprenderne davvero il
senso evitando facili e false interpretazioni: “Quemadmodum omium
rerum, sic litterarum quoque intemperantia laboramus: non vitae sed
scholae discimus” che possiamo tradurre con “come in tutte le
faccende, così anche in quelle culturali, ci adoperiamo da incapaci.
Ci interessano più le dispute sulla scuola che quelle che riguardano
la vita”
Così in passato ci siamo
accalorati per cambiare voti, giudizi, materie, cicli scolastici, con
l'unico risultato di rendere il percorso scolastico sempre più
inadeguato e miserevole, e non lo abbiamo invece reso tale da essere
la base risolutiva dei problemi cruciali della vita di ogni
cittadino, fino almeno ad avvicinarci a qualche primato di civiltà e
di..humanitas.
Carlo Felici