Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

mercoledì 29 luglio 2026

QUALE SINISTRA, QUALE SOCIALISMO?






Torno su un dibattito che ha visto coinvolti i compagni (io chi si proclama socialista lo chiamo ancora così) Francesco Di Lorenzi e Mauro del Bue rispettivamente sulle pagine dell'Avanti! e della Giustizia

La vextata quaestio è se i socialisti debbano stare a sinistra.

Il problema non è tanto definire i Socialisti, che dalla loro nascita hanno configurato la loro identità su due valori intramontabili, ricordati bene da Sandro Pertini: la libertà e la giustizia sociale, il problema la cui risoluzione, mi si consenta l'allegoria, è copernicana, è la sinistra.

Cosa è infatti la sinistra? Possiamo avere una definizione chiara di questa differenza fittizia tra destra e sinistra con le parole di Mazzini che già nel 1849, precisamente il 10 marzo, poco dopo essere giunto a Roma dove era stata proclamata la Repubblica, in seguito alla fuga di Pio IX, ebbe a dichiarare:

“Ho udito parlare intorno a me di diritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate alla retorica delle vecchie raggiratrici monarchie costituzionali; denominazioni che nelle vecchie monarchie costituzionali rispondono alla divisione dei tre poteri, e tentano di rappresentarli; ma che qui sotto un Governo repubblicano, ch'è fondato sull'unità del potere, non significano cosa alcuna" 

Oggi l'unità del potere è rappresentata dall'Assemblea Parlamentare, la sola che dovrebbe legiferare, e non l'esecutivo a colpi di decreti e di maggioranze, ottenute anche con premi elettorali che indebitamente non rappresentano la sovranità popolare, così come non la rappresentano le liste bloccate che impediscono all'elettore di esprimere le sue preferenze.

Spesso ci si accapiglia sul mantenimento di una identità storica, senza considerare la prassi effettiva che l'essere socialisti oggi comporta.

Lo abbiamo ricordato, il socialismo intesto come libertà e giustizia sociale affonda le sue radici nella componente democratica risorgimentale che traeva ispirazione dalle idee di Mazzini e Garibaldi, che fu presente alla Prima Internazionale, ma che contestò, come fu contestato in seguito anche da Matteotti, non tanto il principio della lotta di classe per emancipare la componente più disagiata della società, quanto quello dell'odio di classe, del livore che allora portava a lotte fratricide e oggi a provvedimenti rancorosi come certe patrimoniali una tantum che non risolvono i problemi strutturali ma sono solo una toppa su un vestito logoro.

Il socialismo che vediamo oggi in azione, rifiorire in Europa e persino negli Stati Uniti, è quello che mette in risalto l'azione decisiva di chi governa, per potenziare i servizi sociali, per contrastare le manovre speculative delle grandi multinazionali, per arginare il loro potere e la loro influenza nella compagine politica degli Stati, in definitiva per impedire che il mondo finisca nelle mani di pochi multimiliardari senza scrupoli, i quali, pur di alimentare i loro profitti sono disposti a devastare gli ambienti naturali e a scatenare le guerre, perché per loro uomini e natura sono solo utili come merce per fini di profitto. Le ragioni della pace, della giustizia sociale, del rispetto della natura e della dignità umana, sono pilastri fondamentali di ogni azione che possa definirsi autenticamente socialista.

Negli USA il socialismo, anche se i nostri media asserviti alle amministrazioni vigenti non ce lo dicono, sta avanzando conquistando spazi mai immaginati prima, come è accaduto con il sindaco di New York che ha reso universale l'accesso ai servizi di cura ed assistenza per i bambini, ha lanciato un piano per la realizzazione di punti vendita alimentari di proprietà comunali per contrastare il caro vita e ha varato un piano di interventi mirati per la manutenzione urbana e per lo sviluppo di una mobilità accessibile. La Spagna sta dando un esempio di grande fermezza nella difesa di principi socialisti per quanto riguarda le misure sociali adottate, basti pensare alle più recenti in favore delle zone devastate dagli incendi dove è stato istituito un sussidio straordinario per i lavoratori che non possono lavorare a causa degli incendi, pari al 70% della base contributiva, durevole 4 mesi che non richiede contributi minimi, non intacca la futura indennità di disoccupazione, con uno Stato che copre integralmente i contributi previdenziali. 

Qui in Italia ci stiamo accapigliando ancora sulle legittimazioni storiche, sul pedigree dei socialisti, più che sull'opera concreta dei vari governi per invertire una tendenza che ha visto complici i governi di ogni schieramento da almeno 30 anni, fino a snaturare completamente la differenza tra destra e sinistra. Si sono infatti susseguiti tagli a servizi fondamentali come scuola, sanità e trasporti, non si è avuto uno straccio di politica salariale per adeguare gli stipendi alla media europea, né per altro per tutelare il potere d'acquisto dei pensionati, spesso usati come bancomat da uno Stato che arranca sempre nelle sue politiche fiscali e che si guarda bene dal colpire gli straripanti profitti delle grandi multinazionali che oggi operano soprattutto nel settore mediatico. La questione dell'ordine pubblico, spesso legata al problema migratorio è stata trattata come argomento di scontro tra due opposte demagogie, quella che vorrebbe introdurre il principio della remigrazione, magari deportando i migranti nei centri di raccolta dislocati altrove, e quella dell'accoglienza senza integrazione effettiva per sopperire ad una manodopera mancante, ma di fatto introducendo la prassi della schiavitù salariale, che è peggio di quella antica, perché non garantisce alloggio e sussistenza.

La Questione Meridionale tuttora critica, non è stata affrontata potenziando una serie di infrastrutture al Sud, dopo avere azzerato la possibilità che gli appalti cadano nelle mani di associazioni malavitose, ma resta sospesa nel limbo di opere faraoniche come il ponte sullo stretto che tuttora resta senza capo né coda.

I governi che si susseguono, e che sotto molti aspetti si oppongono in maniera del tutto fittizia, non escono dalla demagogia e non entrano in un piano di investimenti che produca servizi e lavoro, forse solo Roma, negli ultimi tempi, con la sua ultima amministrazione ha dimostrato di andare in controtendenza, tenendo però conto che non basta realizzare opere e dare lavoro, bisogna anche garantire la loro durata e manutenzione.

I governi italiani e in gran parte le strutture amministrative, spesso sono ostaggio di clientele e consorterie da accontentare, amici e amici degli amici, indipendentemente dal colore della “amicizia” e in questo rincorrere favori e clientele, se non proprio grandi lobbies, spesso le azioni decisive si perdono per strada.

Quando poi si blinda il consenso con leggi elettorali che minano la stessa base della rappresentanza, allora a farsi fottere non ci va solo il principio di ogni forma dignitosa di Socialismo, ma anche quella della sostanza della democrazia in uno Stato.

Negli USA i recenti successi nelle amministrazioni locali sono dovuti a personaggi, uomini e donne, basti pensare a Katie Wilson, eletta sindaco di Seattle, che si definiscono apertamente socialisti democratici in un Paese che fino a poco tempo fa considerava la stessa parola socialista come una bestemmia.

Da noi permane una sorta di “damnatio memoriae” rispetto ad un aggettivo che piuttosto dovrebbe essere considerato sostantivo senza attributi, dai tempi di Tangentopoli e dal fiorire della flora politica, ulivi, rose, garofani, mancano solo i crisantemi.

Il Socialismo ha fatto la storia di Italia è stato da sempre, pur nelle sue convulsioni interne, il tentativo di porre un argine di giustizia e di democrazia a governi che dall'Unità in poi, hanno operato per tutelare privilegi e ricchezza di ristrette minoranze. Tutto ciò tra vittorie e sconfitte e soprattutto tra tante azioni autolesioniste, come l'adesione ai patti di pacificazione con Mussolini, l'adesione al frontismo, l'appiattimento su un ruolo subalterno al PCI e anche l'immaginare di potere egemonizzare, sotto l'egida craxiana, un PCI che pur in dissoluzione rimaneva compatto e machiavellicamente proteso alla conquista del potere anche a costo di unirsi con i democristiani progressisti.

Per questo la sorte odierna dei socialisti italiani è dovuta in gran parte a loro e alla loro incapacità di unirsi e rinnovarsi, al parlare di poli, come se fossimo una specie rara di orsi polari o di foche da proteggere con il WWF, anche se si scannano tra loro, invece di parlare di cosa è il Socialismo oggi, anche sul piano internazionale. Come con l'Ucraina e la Palestina, in cui sono in atto dei veri e propri crimini di guerra, in una guerra senza fine che si è estesa anche ad altre zone nevralgiche del Medio Oriente. Può ridursi l'operato di un socialista al fornire armi ad oltranza senza capire come e quando il Paese che le ottiene possa conseguire una pace durevole? Ve la immaginate l'Italia dell'immediato dopoguerra che dopo avere cacciato i nazisti combatte ad oltranza contro gli Jugoslavi comunisti per non cedere nemmeno un centimetro del suo territorio magari rifornita da armi da altri paesi e perdurando la sua distruzione e le sue macerie?

Il Socialismo non può che difendere sempre le ragioni della pace e della libertà e democrazia dei popoli anche perché siamo perfettamente consapevoli che la democrazia è la prima vittima di tutte le guerre che sono imposte ai popoli, specialmente più poveri e disagiati. Il Socialismo da sempre vuole che si svuotino gli arsenali e si riempiano i granai, anche se questo può apparire utopistico, il Socialismo concepisce l'utopia senza dogmi, come qualcosa non di astratto, ma di concreto, da realizzare progressivamente. Questo è l'autentico significato dell'essere progressisti e socialisti

Ma il Socialismo altresì non è concepibile come cerchiobottismo o come semplice polo. Si è socialisti in quanto si appartiene e si milita in un Partito che si chiama Socialista, indipendentemente dalla sua collocazione, e si perseguono politiche coerenti con i principi di libertà e di giustizia sociale anche criticando l'operato del suo gruppo dirigente in modo costruttivo.

Quindi, per concludere, la questione fondamentale resta non tanto quella di stabilire quanto e come il Socialimo italiano sia o no di sinistra, ma quella di capire se chi si definisce socialista in Italia poi lo sia o no, nella sua prassi politica concreta.

Forse oggi a parlare autenticamente di Socialismo non tanto nella dottrina, quanto nella prassi pur scontrandosi fieramente con i poteri forti della nostra epoca, resta una Chiesa persino con un suo Papa americano e noi pure ci dovremmo ricordare di un prete coraggioso che diceva che l'obbedienza non è più una virtù, che difendeva rischiando la galera gli obiettori di coscienza e che si spendeva per emancipare culturalmente i più poveri e disagiati. Don Lorenzo Milani diceva infatti: “ Il sistema socialista rappresenta il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e uguaglianza ai poveri” E i poveri oggi sono gli “invisibili” che per quattro soldi sono soggetti a schiavitù e se si ribellano vengono bruciati vivi, sono i giovani, senza futuro o con lavoretti da 800 euro al mese, che non avranno mai casa e famiglia senza aiuti dai genitori e dai nonni, quando li hanno, e che spesso finiscono per strada o all'estero, sono gli anziani e disabili, senza aiuti adeguati e soprattutto servizi a misura d'uomo spesso lasciati cronicizzarsi nelle loro malattie senza interventi o farmaci adeguati perché costano troppo oppure con reparti idonei perché i soldi vengono dirottati altrove.

Perché un Paese perennemente in ostaggio di mafie, consorterie e lobbies di vario genere può continuare a blaterare all'infinito e persino a perdersi in convulsioni interne su quanto il Socialismo possa essere di sinistra, ma nonostante un nome residuale, Socialista non lo sarà mai

Carlo Felici

lunedì 20 luglio 2026

GIUSTIZIA, NON GIUSTIZIERI

 




In questi giorni il caldo intenso non sembra bastare, dato che pare ci si debba ulteriormente “accalorare” per la vicenda di un gioielliere condannato per omicidio volontario, ampiamente strumentalizzata dal Governo e dalla Presidente del Consiglio.

I fatti sono ben noti, il gioielliere, una volta rapinato, si è messo ad inseguire e a sparare per strada ai suoi rapinatori, uno è morto colpito alle spalle, un altro per terra è stato freddato dopo essere stato ferito, un altro ancora, pur ferito, è riuscito a fuggire.

La pistola del gioielliere e corpo del reato, pare fosse detenuta illegalmente perché egli era stato condannato in precedenza per minaccia a mano armata e, come si sa bene, in questi casi, avviene il ritiro immediato di tutte le armi e del porto d'armi contestualmente.

La pena prevista per l'omicidio volontario è 30 anni di galera, che corrispondono all'ergastolo, ma lui è riuscito ad ottenere uno sconto di pena con attenuanti, riducendo così la pena a 14 anni. Il gioielliere è un settantenne, per cui il giudice potrebbe valutare la possibilità di scontarla ai domiciliari, oppure mediante dei servizi sociali, a ciò si aggiunge un notevole risarcimento pecuniario. Una vicenda questa, che dovrebbe essere piuttosto chiara, se non che il solerte personaggio, prima improvvisatosi giustiziere, si è mostrato poi nei social, ovviamente senza mostrare un minimo di pentimento, come una vittima di un sistema che tende a privilegiare le ragioni dei criminali su quelle degli onesti cittadini, e come si sa, i social sono la gran cassa di ogni corbelleria che un cittadino possa sparare alzandosi ogni mattina, e seguendo l'umore del momento, senza nemmeno risponderne con una identità chiara.

Come se non bastasse, questa triste vicenda è stata cavalcata senza ritegno alcuno da questo governo, impegnando in prima persona il Presidente del Consiglio e chiamando pure in causa il Ministro di Giustizia e addirittura il Presidente della Repubblica, per una richiesta di grazia

A che mira tutto questo? Diciamolo subito, prendere apertamente le parti di un omicida condannato con tre gradi di giudizio, esprime disprezzo per la Magistratura e si presta ad essere definito come “apologia di reato”, inaugurando una prassi pericolosissima, quella cioè di legittimare il giustizialismo spicciolo a colpi di arma da fuoco.

Io credo che nemmeno nel Far West si sparasse alle spalle e si freddassero malviventi feriti per strada. Ma ve lo immaginate cosa sarebbe potuto accadere se nei prossimi dintorni ci fosse stata una madre con il suo bambino, o un altro qualsiasi cittadino inerme ed innocente? Già che il gioielliere non poteva allenarsi a sparare bene in un poligono perché gli era interdetto il porto d'armi, poi era pure in movimento, infine i proiettili possono attraversare i corpi e colpire anche altri, oppure rimbalzare e colpire persone che non sono nella loro traiettoria. Nemmeno la polizia, sotto il fuoco dei malviventi è autorizzata automaticamente a reagire in tale modo, ma deve sempre valutare il contesto in cui la reazione viene messa in atto.

Quindi, tutto considerato, e in particolare l'evidenza e il cinismo mostrato attraverso le telecamere di sorveglianza, dovremmo ritenere che il gioielliere è indifendibile, che può solo sperare, per buona condotta e pentimento, di poter scontare e ridurre la pena ai domiciliari o mediante lavori socialmente utili.

E invece no, i nostri politici dell'ultra destra si sono affrettati a dirci che sono dalla sua parte, generale improvvisatosi politico, in testa. Hanno fatto a gara per chi avesse più da dire a sua tutela e difesa, mostrandolo solo come una vittima di una criminalità impunita. Possiamo asserire che se il solerte gioielliere invece di consegnare il bottino, di fronte alla minaccia di una pistola a salve che, senza tappo rosso, non è distinguibile da una vera, avesse sparato nel negozio ai rapinatori, sarebbe stato molto più comprensibile e giustificabile, avendo già subito altre rapine, e condannabile solo per porto d'arma abusivo, che però si sarebbe attenuato di fronte ad una reale minaccia alla sua incolumità e di chi gli stava vicino. Invece prima si è impaurito, poi preso dalla rabbia, si è messo a sparare per strada con un comportamento assolutamente criminoso e condannabile da chiunque possegga legalmente un'arma, e non solo dai giudici.

Perché tutta questa caciara dei politici che hanno persino richiesto la grazia a Nordio, pur avendo giurato su una Costituzione che prevede che la grazia possa essere concessa esclusivamente dal Presidente della Repubblica?

La strumentalizzazione di questa vicenda arriva dopo numerosi tentativi di imporre una legge elettorale favorevole alla continuazione dell'esercizio del potere da parte delle destre, sulla falsariga della legge Acerbo che spianò la strada a Mussolini, e per di più arriva dopo aver ribadito che è ora di un Presidente della Repubblica di destra dopo tutti gli innumerevoli di sinistra che ci sono stati. E' evidente che i Presidenti della Repubblica di sinistra sono stati solo tre: Saragat, Pertini e Napolitano, se proprio il migliorismo oltranzista si vuole considerarlo di sinistra con non poche forzature.

Quindi, in definitiva, considerando il quadro generale, l' “accaloramento” ora ci appare più chiaro. Il governo è a caccia di consensi tra la gente impaurita, che per paura si procura un'arma, proprio quando l'uso delle armi, anche solo per sport, dovrebbe essere vietato innanzitutto a gente turbata ed impaurita, perché esso richiede un estremo autocontrollo ed una calma assoluta.

Il fine è chiaro, varare una legge elettorale favorevole a chi è al potere, giovarsi di essa per eleggere un Presidente della Repubblica che è contiguo a tale potere, magari Nordio stesso, e infine procedere a quella manomissione della Costituzione che è tuttora antifascista, bypassando le tornare referendarie. Per di più disarmando i cittadini con la scusa che le armi sono pericolose e che solo le forze di Polizia possono usarle a certe condizioni

Se Mazzini diceva che una vera democrazia si ha solo quando un popolo vota per farsi rappresentare direttamente (e non con liste bloccate) quando ha un lavoro (e non una collezione di precariati) e infine una scuola per tutti efficace e moderna (e non allo sfascio per tagli e mancanza di fondi dirottati alle scuole private), e Garibaldi aggiungeva che per tutelare la libertà di un popolo è necessario che tutto questo popolo sappia usare le armi, e per questo inventò il poligono nazionale, più o meno come avviene tuttora in Svizzera. Ebbene considerando ciò, è ancor più necessario, soprattutto dopo l'abolizione della leva obbligatoria, che l'uso delle armi sia non solo consentito, ma garantito a tutti i cittadini solo in condizioni di piena sicurezza, scoraggiando e punendo ogni uso improprio

Per evitare derive autoritarie da cui poi è sanguinosissimo uscire, noi dobbiamo sempre associare la libertà del cittadino regolata dalle leggi con la responsabilità che consegue al loro rispetto assoluto. E garantire l'indipendenza dal potere politico della Magistratura affinché ciò possa avvenire senza rischi e forzature

Il cittadino è chiamato a farlo con il proprio voto in democrazia, e solo come ultima ratio, in armi come nel Risorgimento e nella Resistenza

Per cui la raccomandazione per tutti è..ESTOTE PARATI, con una coscienza libera, lucida, indipendente e informata, con l'unità degli intenti e con gli strumenti che possono tutelare responsabilmente l'incolumità e la vita dei cittadini liberi e consapevoli, qualsiasi deviazione non può, nell'interesse di tutti, essere tollerata


Carlo Felici

venerdì 17 luglio 2026

ODISSEA NOLAN, UN FUMETTONE DARK

 




Diciamolo francamente, Nolan sa far spettacolo, ma come sceneggiatore, almeno nel caso del suo ultimo kolossal: l'Odissea, lascia molto a desiderare. E sicuramente Omero merita di più di essere divulgato come un fumettone dark

In un'epoca in cui essere sorpresi dagli effetti speciali e vivere un film senza riflettere troppo, ma stando incollati sulla sedia senza un attimo di respiro, questo può pure funzionare.

Ma quando si ha a che fare con un poema che ha sfidato i millenni, che la civiltà ellenica usava come “manuale educativo” anche nelle scuole, che ha ispirato una miriade di artisti, in tutti i tempi  fino ad oggi, bisogna stare molto attenti, non tanto agli effetti, quanto ai contenuti

E questa trasposizione cinematografica, bisogna dirlo chiaramente, è davvero povera di contenuti, presenta infatti una sceneggiatura che pare scritta in quattro e quattr'otto, tanto per fare stare in piedi uno spettacolo che deve avere come scopo quello di stupire

Ma il povero Ulisse qui, nel suo delirio onirico nella sua vicissitudine bellica, non assomiglia nemmeno lontanamente al protagonista di Apocalypse now, sebbene evochi abbastanza apertamente la cattiva coscienza di un'America che va in guerra senza sapere perché, seguendo pedissequamente i suoi capi, per poi uscirne stordita e senza più nemmeno una identità

La bravura di Matt Damon nell'interpretare questo smarrimento è davvero straordinaria, bisogna dire un capolavoro di interpretazione artistica della serie..non so che sto facendo, né perché, non so nemmeno dove vado ma right or wrong this is my country.

Diciamo che un po' tutti gli attori si son dati un gran da fare, dalla splendida Anna Hathaway, che interpreta una Penelope combattuta tra la nostalgia e la brama di dimostrare che una donna governa come e più di un uomo, a Tom Holland, un Telemaco che vorrebbe dimostrare chissà che e menar sempre le mani, anche se poi le prende sempre, a John Leguizamo che interpreta un Eumeo molto invecchiato mezzo cieco che non si sa nemmeno come faccia a riconoscere Ulisse, al potente Menelao, ben interpretato da un  Jon Bernthal intabarrato in una armatura nera che starebbe bene ad un nazista ante litteram ma che, senza, pare un bullo del Bronx, e che dire di Robert Pattirson che interpreta un Antinoo manipolatore combattuto tra seduzione e cinismo assoluto e descritto senza un briciolo di umanità per cui non si capisce come Penelope potesse minimamente ascoltarlo, invece arriva quasi a sedurla, fino alla magnifica Charlize Theron, forse la più riuscita nella sua parte di Calypso, se non fosse perché è stata confusa un po' con qualcuno dei Lotofagi i quali dimoravano in ben altra sede, ebbene gli attori ce l'hanno messa tutta per dare il meglio di sé. Persino la povera Samantha Morton a cui è toccato l'ingrato compito di interpretare una Circe imbruttita oltre misura che pare una baraccata anziché una regina delle selve e che non si capisce come Ulisse possa aver trascorso un anno a deliziarsi con lei, come ci dice Omero ma che, giustamente, nel film scappa da lei più veloce della luce. Ma non senza che prima lei ci abbia ammannito sulla giustizia della sua punizione per quei soldatacci che sono in realtà dei porci imperialisti, andati ad ammazzare, bruciare e stuprare senza ritegno alcuno

Peccato che per i Greci la guerra di Troia fosse stata ben altro che una guerra imperialista, ma piuttosto una guerra di sopravvivenza, dato che Troia bloccava il passaggio verso il Mar Nero e quella che oggi si chiama Ucraina, martoriata più di allora per lo stesso motivo, le sue immense risorse alimentari (grano in primis) e minerarie. I Greci da Giasone in poi, il cui vello d'oro non era altro che il grano, dovevano per forza andare lì per sopravvivere e sopperire ad un terreno piuttosto impervio e pietroso.

Ci sono poi delle sequenze davvero esilaranti in questo film che ambirebbe ad essere onirico ma che manca del tutto del lirismo che accompagna ogni sogno ad occhi aperti, e a tratti fa davvero ridere come incontrando un Polifemo che non dice nulla, ha un solo occhio per giunta storto, e riesce pure a pizzicare ad ingoiare quasi al buio i compagni di Ulisse, o quando sbucano da un bosco giganti dotati di lucenti armature che sembrano uscite da un film di fantascienza o da un video game, e ributtano in mare i poveri Achei, rincorrendoli e maciullandoli davvero come fossero comandati da una Playstation. E che dire dell'Ade trasformato in una sorta di terra di Zombi i quali immancabilmente alla fine rincorrono i malcapitati venuti a disturbarli

In effetti questo è un film in cui scappano tutti, tranne lo spettatore che resta incollato dal capolavoro della fotografia di Hoyte van Hoytema che davvero supera in magia sia Circe che Calypso trasportandoci in un mondo dark, attraversato da lampi fugaci di luci, attraverso paesaggi incontaminati  e cangianti, quasi caleidoscopici fatti di acqua, deserto, notte, fuoco, grotte e tempeste con una fisicità tridimensionale che pochi film possono offrire. Anche il sonoro è davvero mirabile con Ludwig Göransson, che è riuscito ad evocare un tempo incastonato nel mito, restituendogli tutto il suo valore evocativo, con una partitura costruita anche su strumenti dell'antica Grecia e gong di bronzo.

Per cui forse questo film vale la pena di essere visto solo mediante le immagini e il sonoro, senza i dialoghi, che francamente spesso sono da fumetto, non da grande opera letteraria.

Purtroppo siamo abituati a queste operazioni cinematografiche che interpretano le grandi opere della letteratura mondiale solo in maniera spettacolare, e sempre più stupefacente con il passare del tempo, snaturando il valore letterario e i contenuti umani dei grandi capolavori del passato, specialmente in un'epoca in cui si leggono sempre meno libri, e si è sempre più ipnotizzati dai media e dalle piattaforme mediatiche televisive.

Non parliamo poi delle mutilazioni o storpiature iconografiche. Ulisse quando arriva all'isola di Nausicaa, personaggio chiave completamente rimosso, da Nolan, è nudo e ha perso tutto: nave compagni, bottino, persino i venti favorevoli, donatigli da un Eolo scomparso anch'esso in questo fumettone, e direi persino la sua identità, quando si presenta alla reggia dei Feaci, quasi non sa più che dire perché ha difficoltà persino a riconoscere se stesso. Sarà l'ospitalità e la gentilezza di coloro che rispettano la norma di Zeus onorando e non solo sfamando l'ospite, a restituirgli la sua regalità. L'amore vero di una donna che non potrà soddisfarlo, il vigore nel combattimento per i giochi istituiti in suo onore, e la sua autocoscienza nel racconto da cui si dipana l'Odissea e che invece Nolan fa fare da Ulisse a Calypso, a restituirgli se stesso. Solo un Re, riconosce un altro Re, così Ulisse potrà tornare ad Itaca con una nave regale, ma nelle vesti di un furbo mendicante, per poi vendicarsi facendo strage del Proci, una strage che nel film appare davvero estenuante, fino a non finire mai e che sicuramente poteva durare dieci minuti in meno.

Tralasciamo, per non incorrere nel “politicamente corretto” la carnagione scura di Elena, descritta da Omero “dalle bianche braccia λευκώλενος” e bionda anche da Esiodo e Saffo "ξανθὴν Ἑλένην", e Clitemnestra che era sua sorella  ma non gemella perché avevano padri diversi, Atena dagli occhi azzurri γλαυκώπις che non vediamo nemmeno da lontano nella sua fisionomia originaria  e che nel film invece di essere protagonista, appare quasi in sordina. Quando il woke si unisce al politically correct il risultato è solo esilarante e la vera cultura va a farsi benedire

Ma perché oggi non si fa più vera cultura ed arte con il cinema come qualche decennio fa? Perché come per i bilanci degli Stati, "ce lo dicono i mercati", se non si fa un gran spettacolo e cassetta accontentando i gusti di un po' tutti gli spettatori, anche se sono volgari ed ignoranti, l'opera non passa

Per cui godiamoci questo fumettone dark, ma se proprio volete un po' di cultura leggetevi l'Odissea e se non potete in greco usate almeno la traduzione di un grande poeta come Emilio Villa oppure rivedetevi il capolavoro prodotto dalla RAI quasi sessant'anni fa, non li dimostra davvero come Omero non dimostra mai la sua età, solo in questo caso, in quello di una vera opera d'arte si può davvero dire “age is only a number”

Per fare davvero cultura bisogna entrare in una dimensione in cui la fatica e il coraggio sono la via d'accesso, sicuramente non la fretta di ottenere risultati spettacolari..ce lo dice persino Omero quando si rivolge ad Ulisse prima che entri nel palazzo di Alcinoo, re dei Feaci e ritrovi se stesso:

“Entra, e non avere timore nell'animo: un uomo che ha coraggio riesce meglio in ogni cosa” 

Ma questo Nolan, che ha rimosso i Feaci, forse non lo sa

Carlo Felici

venerdì 3 luglio 2026

QUID EST VERITAS?

 



Nell'era in cui l'artificio ha assunto una potenza esponenziale, tanto da costituire una sorta di protesi indispensabile dell'essere umano, viene da chiedersi che fine abbia fatto il significato di verità.

Esiste ancora una verità “oggettiva” in un mondo in cui la realtà virtuale virtualità ha ampiamente surclassato nei rapporti umani quella realtà che un tempo si costruiva mediante la relazione e il confronto tra esseri umani, che si guardano negli occhi e hanno imparato ad ascoltarsi?

E' difficile dire quanto ci si possa ancora esprimere liberamente o capire la verità di un rapporto, in un mondo in cui le relazioni sono sempre più veicolate da strumenti mediatici e con un tocco o un click si possono aprire o chiuderle, senza possibilità di appello, è poi oltre mondo complicato mantenere rapporti che sono sempre più a rischio di essere sbattuti nelle prime pagine dei socials, dove il narcisismo e l'egocentrismo la fanno da padroni.

E' dunque assai importante risalire al significato autentico di “verità” non solo per capire come orientarsi nei rapporti umani e nella stessa realtà che ci circonda, ma anche per sfuggire alle sirene suadenti di artifici dietro i quali si può celare di tutto, persino l'opposto di quello che ci si fa credere.

Cominciamo col dire che noi siamo sviati in partenza dalla necessità di associare alla parola verità, non il dubbio e la ricerca, ma qualcosa che siamo portati invece a credere, senza dubitare

La parola verità, nella lingua occidentale, sia di origine latina che germanica, oppure slava, è qualcosa che ha a che fare con ciò che si deve credere indubitabilmente

Verità viene dal latino Veritas che ha come radice Ver, corrispondente ad una sorta di barriera tra ciò che deve essere creduto e quel che non lo deve. Veritas come l'inglese Truth o il tedesco Wahrheit, hanno la stessa radice: latina Ver, sassone treowp da cui anche trust e tree, tedesca wahr.

Tutte esprimono una fede, qualcosa di saldamente piantato (come un albero in protoeuropeo dru) nel nostro animo per orientare il nostro agire, qualcosa che elimina il dubbio in partenza, perché lo esclude a priori dal suo senso originario...pensiamo dunque la verità, senza dubbio.

Non era così per gli antichi Greci i quali identificavano ciò che noi chiamiamo verità, con alètheia che ha un significato completamente diverso in una duplice accezione, anche secondo le riflessioni di Heidegger.

Alétheia, presenta un' alfa privativo, come in tante parole italiane di derivazione greca come ateo per esempio (a, senza theos dio), e due possibili derivazioni. Una dal verbo lanthàno, che vuol dire nascondo, e l'altra da lèthe che vuol dire oblio, quindi anche riportandoci alle memorie platoniche o dantesche, qualcosa che fa dimenticare, in particolare in attesa di una nuova vita o gloriosa o reincarnata.

La verità per i greci è quindi il “non nascondimento”, il “disvelamento”, la scoperta, indispensabile perché si creda vero qualcosa, ed è sempre soggetta a perfettibilità con nuove scoperte. Ma è anche la non dimenticanza, cioè la memoria, la reminiscenza che è alla base stessa della storia umana, come insegnamento di vita e come, secondo Platone, viatico per il ritorno, mediante la conoscenza, alla purezza dell'Iperuranio.

Si è quindi parlato, nella storia del pensiero umano di “doppia verità” o meglio, di "duplice via" verso la verità, come fu sottolineato anche da Averroè, e cioè di una verità di fede, che presuppone orizzonti dogmatici di fatto, ma non etimologici, in quanto dogma è anch'essa parola di derivazione greca (da dokeo) che semplicemente esprime una opinione, non una verità incontrovertibile. E altresì si può parlare di una verità che scaturisce dalla ragione, cioè dal confronto di varie tesi le quali, mediante la logica e la sperimentazione, possono arrivare ad essere credibili

La prima verità di fede è la più facile, ma anche la più pericolosa, perché ci porta a credere in qualcosa non generato da noi stessi, ma da una autorità che si fonda appunto sulla fede che si ripone in essa.

La seconda che si avvicina molto al significato originario di Alétheia, è invece più difficile, perché comporta l'esercizio di una ragione educata, mediante la cultura, a dubitare e a verificare la sua fondatezza, non una volta per tutte, ma, volta per volta, a seconda delle circostanze e degli interlocutori

Non per nulla Gesù associa sempre la verità alla via e alla vita, nel suo insegnamento, mediante la Sua persona, non solo nella fede, ma anche nella condivisione di un cammino vissuto

Questa differenza sostanziale non si riflette solo nell'ambito del pensiero e della spiritualità umana, ma anche nei rapporti esistenziali e politici.

E' la distinzione tra un rapporto che vede in una relazione anche matrimoniale un punto di arrivo indissolubile (non per niente la fede nuziale si chiama vera), oppure un punto di partenza tra tanti punti da vivere in un percorso, volta per volta e da riscoprire per ripartire, giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.

E' la differenza tra un regime che esige non solo di credere, obbedire e combattere, ma anche la fede in quello che ha un modello di economia e di rapporti sociali spacciati per democrazia, e che nasconde sotto il tappeto della “fede democratica”, forme subdole di oligarchia, plutocrazia e persino di schiavismo. Mentre una società si rivela davvero “aperta” quando lo è verso forme innovative al suo interno, non veicolate da sovrastrutture internazionali, da modelli economici senza alternativa, e persino da ferree alleanze militari che spesso sono il fondamento della sudditanza politica e sociale.

Una società che valorizza la “scoperta” sulla “fede” è fondata innanzitutto sulla educazione alla scoperta, quindi investe nella scuola, nella ricerca scientifica, in nuovi strumenti di terapia medica, in tutti quegli apparati che propiziano nel cittadino la creatività, il confronto e la innovazione, premiando i migliori risultati in questi campi, anziché tagliare risorse, per incrementare gli strumenti bellici. 

In tale ambito il cittadino è orientato a scoprire chi è degno della sua fiducia e può rappresentarlo nella compagine parlamentare, preferendolo ad altri. Mentre in un contesto in cui la verità delle opinioni politiche è affidata a liste bloccate e predefinite, al cittadino non resta che avere “fede” votando ciò che è deciso dai “capitani di ventura” dell'apparato politico, spesso veicolati dalle lobbies che li finanziano. Così come si è portati a credere che l'unica “vera” alternativa ai mali economici di una società sia una tassa patrimoniale, che mette una toppa su un vestito logoro che invece andrebbe radicalmente rinnovato, risolvendo in primis questioni come l'aumento dei salari e delle pensioni adeguandoli alla media europea, con contratti migliori per i giovani che si affacciano al lavoro per impedir loro di scappare all'estero, migliorando l'assetto sanitario del paese azzerando le liste d'attesa, sterminando le mafie che opprimono i territori altrimenti destinati ad un maggiore sviluppo. Non si creano migliori opportunità colpendo i capitali in Italia, ma attraendo altri capitali dall'estero, e facendo pagare le tasse a chi non le paga. La fede nei “pannicelli caldi” da riscoprire ogni tanto prima delle elezioni, come una sorta di “livore proletario”, non risolve nulla. Quando una mancanza di alternativa affonda le sue radici nella indiscutibile “verità” dei mercati, e si rinuncia a battersi per l'uguaglianza sociale a favore di chi è più svantaggiato, si finisce inevitabilmente per appiattirsi su chi non ha mai disvelato nulla di diverso rispetto al contingente, così un riformismo debole rinuncia in partenza alla Alethèia, cioè alla scoperta che ci può e deve essere qualcosa di più autentico e costruttivo che rincorrere chi fonda il suo potere sulla paura di ciò o di chi è “diverso” perché questo intacca privilegi consolidati. Così non si fa altro che legittimare il potere contingente e affondare nell'inerzia

 

La fede, in definitiva e a lungo andare, tende ad essere cieca, e soporifera e ha sempre come suo fondamento la cosiddetta “mancanza di alternative”, la quale, a sua volta, ha origine nella mancanza di cultura e di educazione. In definitiva questa è la base del “gregge” che sarà portato a credere nel suo “capo branco”, andando anche incontro alla rovina che esso può causare alla collettività, per poi addossare a lui tutte le colpe, deresponsabilizzando la propria coscienza.

La fede infatti spesso “deresponsabilizza” nel suo facile affidarsi a chi si mostra come suo tutore, mentre la “ricerca”, spesso accusata di relativismo, non fa altro che cercare di scoprire nuovi orizzonti in cui migliorare la nostra visione del mondo, rinunciando all'egocentrismo, per diventare più consapevoli, e aiutando anche altri a percorrere il cammino di Alètheia, la cui meta è il cammino stesso, sempre mediante il confronto, il dialogo costruttivo, nel rispetto delle tesi altrui ed in nome di una verità non imposta, ma condivisa liberamente.

Noi viviamo nell'epoca in cui l'apparato mediatico è ormai protesi umana, pensiamo ad esempio all'indispensabilità delle app, nella vita quotidiana e di ciò che abbiamo sempre in mano dove appare di tutto, e dove vengono vissuti impropriamente anche i rapporti sentimentali

E' una realtà che George Orwell aveva ben prefigurato nei suoi libri, e però fu lo stesso Orwell a dire che “in tempi di menzogna universale, cercare e dire la verità è un fatto rivoluzionario”.

Io aggiungerei anche...senza paura di essere soli, perché come ci ricorda Epitteto: “La verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici”


Carlo Felici