Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 3 luglio 2026

QUID EST VERITAS?

 



Nell'era in cui l'artificio ha assunto una potenza esponenziale, tanto da costituire una sorta di protesi indispensabile dell'essere umano, viene da chiedersi che fine abbia fatto il significato di verità.

Esiste ancora una verità “oggettiva” in un mondo in cui la realtà virtuale virtualità ha ampiamente surclassato nei rapporti umani quella realtà che un tempo si costruiva mediante la relazione e il confronto tra esseri umani, che si guardano negli occhi e hanno imparato ad ascoltarsi?

E' difficile dire quanto ci si possa ancora esprimere liberamente o capire la verità di un rapporto, in un mondo in cui le relazioni sono sempre più veicolate da strumenti mediatici e con un tocco o un click si possono aprire o chiuderle, senza possibilità di appello, è poi oltre mondo complicato mantenere rapporti che sono sempre più a rischio di essere sbattuti nelle prime pagine dei socials, dove il narcisismo e l'egocentrismo la fanno da padroni.

E' dunque assai importante risalire al significato autentico di “verità” non solo per capire come orientarsi nei rapporti umani e nella stessa realtà che ci circonda, ma anche per sfuggire alle sirene suadenti di artifici dietro i quali si può celare di tutto, persino l'opposto di quello che ci si fa credere.

Cominciamo col dire che noi siamo sviati in partenza dalla necessità di associare alla parola verità, non il dubbio e la ricerca, ma qualcosa che siamo portati invece a credere, senza dubitare

La parola verità, nella lingua occidentale, sia di origine latina che germanica, oppure slava, è qualcosa che ha a che fare con ciò che si deve credere indubitabilmente

Verità viene dal latino Veritas che ha come radice Ver, corrispondente ad una sorta di barriera tra ciò che deve essere creduto e quel che non lo deve. Veritas come l'inglese Truth o il tedesco Wahrheit, hanno la stessa radice: latina Ver, sassone treowp da cui anche trust e tree, tedesca wahr.

Tutte esprimono una fede, qualcosa di saldamente piantato (come un albero in protoeuropeo dru) nel nostro animo per orientare il nostro agire, qualcosa che elimina il dubbio in partenza, perché lo esclude a priori dal suo senso originario...pensiamo dunque la verità, senza dubbio.

Non era così per gli antichi Greci i quali identificavano ciò che noi chiamiamo verità, con alètheia che ha un significato completamente diverso in una duplice accezione, anche secondo le riflessioni di Heidegger.

Alétheia, presenta un' alfa privativo, come in tante parole italiane di derivazione greca come ateo per esempio (a, senza theos dio), e due possibili derivazioni. Una dal verbo lanthàno, che vuol dire nascondo, e l'altra da lèthe che vuol dire oblio, quindi anche riportandoci alle memorie platoniche o dantesche, qualcosa che fa dimenticare, in particolare in attesa di una nuova vita o gloriosa o reincarnata.

La verità per i greci è quindi il “non nascondimento”, il “disvelamento”, la scoperta, indispensabile perché si creda vero qualcosa, ed è sempre soggetta a perfettibilità con nuove scoperte. Ma è anche la non dimenticanza, cioè la memoria, la reminiscenza che è alla base stessa della storia umana, come insegnamento di vita e come, secondo Platone, viatico per il ritorno, mediante la conoscenza, alla purezza dell'Iperuranio.

Si è quindi parlato, nella storia del pensiero umano di “doppia verità” o meglio, di "duplice via" verso la verità, come fu sottolineato anche da Averroè, e cioè di una verità di fede, che presuppone orizzonti dogmatici di fatto, ma non etimologici, in quanto dogma è anch'essa parola di derivazione greca (da dokeo) che semplicemente esprime una opinione, non una verità incontrovertibile. E altresì si può parlare di una verità che scaturisce dalla ragione, cioè dal confronto di varie tesi le quali, mediante la logica e la sperimentazione, possono arrivare ad essere credibili

La prima verità di fede è la più facile, ma anche la più pericolosa, perché ci porta a credere in qualcosa non generato da noi stessi, ma da una autorità che si fonda appunto sulla fede che si ripone in essa.

La seconda che si avvicina molto al significato originario di Alétheia, è invece più difficile, perché comporta l'esercizio di una ragione educata, mediante la cultura, a dubitare e a verificare la sua fondatezza, non una volta per tutte, ma, volta per volta, a seconda delle circostanze e degli interlocutori

Non per nulla Gesù associa sempre la verità alla via e alla vita, nel suo insegnamento, mediante la Sua persona, non solo nella fede, ma anche nella condivisione di un cammino vissuto

Questa differenza sostanziale non si riflette solo nell'ambito del pensiero e della spiritualità umana, ma anche nei rapporti esistenziali e politici.

E' la distinzione tra un rapporto che vede in una relazione anche matrimoniale un punto di arrivo indissolubile (non per niente la fede nuziale si chiama vera), oppure un punto di partenza tra tanti punti da vivere in un percorso, volta per volta e da riscoprire per ripartire, giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.

E' la differenza tra un regime che esige non solo di credere, obbedire e combattere, ma anche la fede in quello che ha un modello di economia e di rapporti sociali spacciati per democrazia, e che nasconde sotto il tappeto della “fede democratica”, forme subdole di oligarchia, plutocrazia e persino di schiavismo. Mentre una società si rivela davvero “aperta” quando lo è verso forme innovative al suo interno, non veicolate da sovrastrutture internazionali, da modelli economici senza alternativa, e persino da ferree alleanze militari che spesso sono il fondamento della sudditanza politica e sociale.

Una società che valorizza la “scoperta” sulla “fede” è fondata innanzitutto sulla educazione alla scoperta, quindi investe nella scuola, nella ricerca scientifica, in nuovi strumenti di terapia medica, in tutti quegli apparati che propiziano nel cittadino la creatività, il confronto e la innovazione, premiando i migliori risultati in questi campi, anziché tagliare risorse, per incrementare gli strumenti bellici. 

In tale ambito il cittadino è orientato a scoprire chi è degno della sua fiducia e può rappresentarlo nella compagine parlamentare, preferendolo ad altri. Mentre in un contesto in cui la verità delle opinioni politiche è affidata a liste bloccate e predefinite, al cittadino non resta che avere “fede” votando ciò che è deciso dai “capitani di ventura” dell'apparato politico, spesso veicolati dalle lobbies che li finanziano. Così come si è portati a credere che l'unica “vera” alternativa ai mali economici di una società sia una tassa patrimoniale, che mette una toppa su un vestito logoro che invece andrebbe radicalmente rinnovato, risolvendo in primis questioni come l'aumento dei salari e delle pensioni adeguandoli alla media europea, con contratti migliori per i giovani che si affacciano al lavoro per impedir loro di scappare all'estero, migliorando l'assetto sanitario del paese azzerando le liste d'attesa, sterminando le mafie che opprimono i territori altrimenti destinati ad un maggiore sviluppo. Non si creano migliori opportunità colpendo i capitali in Italia, ma attraendo altri capitali dall'estero, e facendo pagare le tasse a chi non le paga. La fede nei “pannicelli caldi” da riscoprire ogni tanto prima delle elezioni, come una sorta di “livore proletario”, non risolve nulla. Quando una mancanza di alternativa affonda le sue radici nella indiscutibile “verità” dei mercati, e si rinuncia a battersi per l'uguaglianza sociale a favore di chi è più svantaggiato, si finisce inevitabilmente per appiattirsi su chi non ha mai disvelato nulla di diverso rispetto al contingente, così un riformismo debole rinuncia in partenza alla Alethèia, cioè alla scoperta che ci può e deve essere qualcosa di più autentico e costruttivo che rincorrere chi fonda il suo potere sulla paura di ciò o di chi è “diverso” perché questo intacca privilegi consolidati. Così non si fa altro che legittimare il potere contingente e affondare nell'inerzia

 

La fede, in definitiva e a lungo andare, tende ad essere cieca, e soporifera e ha sempre come suo fondamento la cosiddetta “mancanza di alternative”, la quale, a sua volta, ha origine nella mancanza di cultura e di educazione. In definitiva questa è la base del “gregge” che sarà portato a credere nel suo “capo branco”, andando anche incontro alla rovina che esso può causare alla collettività, per poi addossare a lui tutte le colpe, deresponsabilizzando la propria coscienza.

La fede infatti spesso “deresponsabilizza” nel suo facile affidarsi a chi si mostra come suo tutore, mentre la “ricerca”, spesso accusata di relativismo, non fa altro che cercare di scoprire nuovi orizzonti in cui migliorare la nostra visione del mondo, rinunciando all'egocentrismo, per diventare più consapevoli, e aiutando anche altri a percorrere il cammino di Alètheia, la cui meta è il cammino stesso, sempre mediante il confronto, il dialogo costruttivo, nel rispetto delle tesi altrui ed in nome di una verità non imposta, ma condivisa liberamente.

Noi viviamo nell'epoca in cui l'apparato mediatico è ormai protesi umana, pensiamo ad esempio all'indispensabilità delle app, nella vita quotidiana e di ciò che abbiamo sempre in mano dove appare di tutto, e dove vengono vissuti impropriamente anche i rapporti sentimentali

E' una realtà che George Orwell aveva ben prefigurato nei suoi libri, e però fu lo stesso Orwell a dire che “in tempi di menzogna universale, cercare e dire la verità è un fatto rivoluzionario”.

Io aggiungerei anche...senza paura di essere soli, perché come ci ricorda Epitteto: “La verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici”


Carlo Felici


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