Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

giovedì 18 luglio 2024

VANCE, A NEW FLASHING STAR ON AMERICAN FLAG

 



La scelta di Vance come vicepresidente si presenta come la vera carta vincente di Trump il quale, dopo il mancato attentato alla sua vita, sembra vedere ormai aprirsi una autostrada in vista della sua rielezione a presidente. E pensare che fino a qualche mese fa molti, per i suoi guai giudiziari, lo davano per spacciato, mentre le sue foto che lo mostrano rialzarsi, sfuggendo anche ai servizi di protezione, con il pugno levato, mentre grida di lottare, ormai sono diventate il simbolo di chi, sfidando ogni condizione avversa si rialza e combatte fino alla fine e fino alla vittoria. Tutto questo fa parte del mito dell'eroe americano che abbiamo visto in centinaia di film western o polizieschi, il protagonista, proprio quando sta per vacillare, si rialza e assesta il colpo definitivo.

Anche la candidatura di Vance fa parte integrante di questo mito, ma solo il tempo ci darà l'opportunità di capire se è solo propaganda oppure farà la vera differenza.

Un tempo avversario di Trump, fino a definirlo “Hitler americano”, poi pentito e persuaso in tutto e per tutto a seguirlo, Vance ha mostrato con la sua autobiografia intitolata “Una elegia americana” e presto divenuta best-seller, fino ad essere trasposta in un film, che un americano povero e svantaggiato, ma determinato ed intelligente, può ancora incarnare il mito del self made man, di chi, con una ferrea volontà e credendo fermamente nei suoi obiettivi, può riuscire a conquistare le vette del successo economico e politico

La sua autobiografia ci dice di più sulle sue idee rispetto al film, e ci spiega anche le ragioni profonde del dilagare del successo di Trump soprattutto fra quei ceti svantaggiati da un modello turbocapitalista di globalizzazione che li ha costretti a vite sempre più marginali e spesso sull'orlo del fallimento o della disperazione. Cresciuto con una nonna amorevole che si è scoperto, per stessa dichiarazione di Vance, che conservava ben 19 fucili carichi in casa, ma che ha saputo garantirgli le basi formative e caratteriali per superare i problemi avuti con una madre tossicodipendente la quale, dopo essersi disintossicata ha partecipato al suo successo applaudendo al suo discorso, Vance rischia di essere “socialmente più avanzato” dello stesso Sanders. 

Egli infatti non condanna né demonizza il capitalismo (di cui per altro è divenuto interprete come imprenditore di successo nella Silicon Valley) affermando come Sanders che “i miliardari non dovrebbero esistere”, ciò nonostante le sue idee sono quasi agli antipodi di certa ideologia iperliberista diffusa nel Partito Repubblicano USA, poiché ad esempio, è favorevole alla sindacalizzazione aziendale e al salario minimo, così come è contrario ai tagli alla spesa sociale e non ostile all'incremento delle tasse per il superprofitti, mostrando così di sapere interpretare una sorta di populismo più efficace di quello dello stesso Trump.

Ma non è questo l'unico asso che egli ha nella manica per contribuire al successo dell'ex presidente, Vance infatti è molto popolare presso i giovani e in alcuni Stati in bilico e cruciali per il successo elettorale come Michigan, Wisconsin, Ohio dove egli ha le sue origini, il Minnesota e la stessa Pennsylvania che quasi stava per costare la vita a Trump. Alla popolarità presso l'elettorato giovanile che si identifica in lui come un modello da imitare, proprio perché egli è partito dal nulla, si aggiunge quella di una vecchia generazione delusa dal Partito Democratico che non ha saputo difendere opportunità e posti di lavoro in quelle aree, proteggendole da una delocalizzazione speculativa e selvaggia.

A ciò si aggiunga il fatto che Vance è apertamente schierato contro un aumento delle spese militari per sostenere l'Ucraina, è un ex marine che ha visto la guerra da vicino, e che ha criticato fortemente l'intervento americano in Iraq e in Afghanistan, ribadendo che i militari americani debbono essere utilizzati solo per proteggere gli USA.

Con un curriculum simile, Vance avrebbe potuto seriamente essere il migliore antagonista dello stesso Trump se avesse militato nel Partito Democratico, anche se il PD americano sembra avere dimenticato, un po' come la sua brutta copia italiana, le politiche sociali e quelle contro la guerra.

Invece egli è il migliore sostenitore di Trump e deve stare molto attento, se davvero Trump sarà eletto a non fare la figura dell' “utile idiota”, come di fatto è capitato a Sanders con Biden, vedendo vanificare la maggior parte delle sue proposte senza nemmeno ottenere la vicepresidenza, o come Melenchon in passato con Macron, avendolo sempre sostenuto per contrastare la Le Pen al doppio turno, e come rischia tuttora pur avendo conseguito una maggioranza relativa.

Vance che è favorevole ad una politica antitrust senza se e senza ma, e che non esista a schierarsi anche per questo contro i grossi oligopoli tecnologici, rischia di essere surclassato da un ministro dell'Economia come Jamie Dimon, amministratore delegato di uno di quegli imperi economici che sono nel suo mirino, come la JP Morgan. Trump infatti ha dichiarato che, in caso di vittoria, prenderà in considerazione Dimon come Segretario al Tesoro, tanto per dare serie garanzie a Wall Street.

In questo caso Vance verrà del tutto bypassato e vanificato, e le speranze di molti dei suoi elettori si trasformeranno ben presto in amare illusioni.

Vance d'altra parte, può contare sull'appoggio di un mondo neo tech, capace di generare con l'innovazione e l'inventiva enormi profitti, lo stesso mondo in cui egli è cresciuto a livello imprenditoriale e che ha tra i suoi massimi rappresentanti Elon Musk e David Sacks, oltre che Tucker Carlson, un uomo di punta di Fox News, tutti personaggi di un nuovo modello di capitalismo, non tanto di rapina o speculativo, ma piuttosto basato sull'originalità, la fantasia, la creatività e la capacità di offrire opportunità di crescita e di lavoro, specialmente nel settore mediatico.

Una sfida, in termini più semplici, tra passato e futuro, tra innovazione e conservatorismo, all'interno dello stesso Partito Repubblicano

Assumere la vicepresidenza, vuol dire avere il fiato sul collo del presidente, osservando ogni sua mossa da vicino, ma con uno come Trump, a tutti i livelli, significa anche il rischio di essere “fired” in ogni momento se si contraddicono le sue direttive, lo abbiamo già visto in passato con molte sostituzioni dei suoi collaboratori.

Saprà Vance, la nuova giovane stella che brilla nella bandiera americana, essere migliore di loro, e arrivare, se Trump sarà eletto, alla sua scadenza abbastanza forte da candidarsi a sua volta? Questa eventualità, è del tutto evidente, dipenderà in gran parte da quanto saprà restare in sella e domare il suo “cavallo”, attuando il MAGA non tanto con il “Make America Great Again”, ma piuttosto con il “Make Americans Great Again”.

E' questo un Rodeo alquanto rischioso in cui, sinceramente gli auguriamo di avere successo, o almeno di non uscirvi con le ossa rotte.

Carlo Felici

lunedì 15 luglio 2024

LA FRAGILE FORZA DELLA DEMOCRAZIA USA

 



L'attentato a Trump racchiude sicuramente un archetipo ricorrente della democrazia, e in particolare di quella più antica del mondo moderno. Se si vuole mostrare la sua forza che consiste nella unità indissolubile di un leader politico con il suo popolo, ci si deve necessariamente esporre alla sua fragilità.

Non si può infatti garantire mai al cento per cento che un uomo politico che cerca consenso in mezzo alla gente, possa essere esente da attentati alla sua persona come quello messo in atto contro Trump. Anche se sicuramente, in questo caso, le falle del sistema di sicurezza sono state tanto rilevanti da sembrare abnormi.

Partiamo dunque da qui, per una analisi a tutto campo. Un personaggio politico di tale rilievo, in quanto candidato alla presidenza USA ed ex presidente, richiedeva il massimo delle misure di sicurezza, invece non gli è stato garantito nemmeno il minimo che avrebbe reso necessario controllare tutti i tetti della zona circostante il suo comizio, anche con un elicottero, per scongiurare atti simili. A ciò si aggiunga che le non poche segnalazioni dello stesso pubblico in merito all'attentatore sul tetto di un capannone sono stare praticamente ignorate e, se guardiamo attentamente uno dei filmati da diversa angolazione che inquadrano contemporaneamente il colpo dell'attentatore e anche uno dei cecchini del servizio di sicurezza appostato su un tetto, ci accorgiamo che il suo colpo rivolto contro l'attentatore è quasi contemporaneo a quelli di quest'ultimo. Ciò vuol dire che, come minimo, l'agente lo aveva già nel mirino. Perché dunque non gli è stato ordinato di sparare prima? Perché Trump non è stato immediatamente portato giù dal palco e messo in sicurezza?

Se, in base a questi semplici dati, dovessimo pensare ad un complotto, ovviamente per pura ipotesi investigativa anche senza ulteriori prove rilevanti, dovremmo credere che tale sia stato per far fuori un candidato il cui successo, con il passare del tempo, sembra essere sempre più scontato, nonostante i vari altri tentativi in ambito giudiziario, falliti in precedenza.

Se poi dovessimo considerare il modo miracoloso in cui è scampato alla morte con un imprevedibile movimento del capo alla sua sinistra, allora davvero dovremmo credere ad un intervento divino, che Trump è stato, come lui stesso ha affermato salvato da una mano celeste.

Ma dovendo fare una analisi politica e non complottista o metafisica, e scampando a certe affermazioni di dubbia rilevanza oltre che di pessimo gusto, del tipo..”chi semina vento raccoglie tempesta”, tendenti impropriamente ad addossare allo stesso Trump l'innalzamento dei toni politici che avrebbero causato la demonizzazione dell'avversario e l'incrudelirsi della lotta politica, tesi che subdolamente appare giustificazionista, dobbiamo seriamente tornare alla affermazione iniziale.

La democrazia americana, la più antica di quelle occidentali, sebbene sia viziata da forti condizionamenti lobbistici nella scelta dei candidati e nel loro sostegno alla Presidenza degli USA, richiede, come in tutti i casi in cui si è formata nel tempo, dalla guerra di indipendenza a quella civile, alla conquista del West, uno stretto rapporto tra rappresentante della comunità e il popolo, così è per gli sceriffi, così è per i governatori, e altrettanto lo è per i presidenti.

Ciò ovviamente costituisce un rischio perché, per quanto si possano mettere in atto le misure di sicurezza più stringenti, resta imprevedibile cosa possa accadere quando si assiste ad un bagno di folla. Ecco perché i rappresentanti del popolo americano godono di un carisma superiore a certi altri rappresentati in altri paesi che sono del tutto blindati nelle loro dimore e nei loro apparati di sicurezza fino a rendere impossibile uno stretto rapporto con il loro popolo, se non mediante strumenti mediatici, per altro perfettamente manipolabili, come accade ad esempio in Russia, Cina o Iran, in cui il pubblico previsto per certe occasioni è strettissimamente selezionato.

Possiamo quindi affermare senza tema di smentita che la forza della democrazia americana è indissolubile rispetto alla sua necessaria fragilità, per altro dimostrata nel tempo, perché questo attentato non è che uno della lunga serie di attentati politici che si sono verificati dalla sua nascita e che non sempre hanno trovato un movente o mandanti pienamente chiari ed individuabili, pensiamo a quello più clamoroso contro Kennedy

In questo caso anzi, potremmo dire che Trump era un bersaglio anche più facile rispetto a Kennedy, colpito in movimento mentre Trump era fermo sopra un palco, uno democratico, l'altro repubblicano ma entrambe molto scomodi per molti interessi economici e geostrategici di non poche lobbies che tendono a manovrare la politica negli USA e anche soprattutto i media.

Trump infatti è stato fatto oggetto di una campagna mediatica demonizzante che forse non ha confronto nella storia delle candidature politiche. Nonostante ciò, egli ha avuto sempre una fortissima presa su gran parte degli elettori americani i quali si sono spinti addirittura fino al cuore delle istituzioni USA per manifestare la loro rabbia in occasione della mancata riconferma nelle scorse elezioni. Ricordiamo però che fu lo stesso Trump a fermare i tumulti a suo favore, ricordiamo i suoi numerosi appelli alla unità, persino quello recentissimo dopo il suo attentato.

Sovente noi siamo portati a valutare i candidati USA sulla base dell'eco mediatico che proviene da quel Paese, rilanciato spesso senza alcun senso critico dai nostri media, quasi fossero la brutta copia o la caricatura di quelli americani.

Ma se siamo obiettivi ed analizziamo complessivamente l'operato di Trump durante gli anni della sua presidenza, possiamo pure rilevare che al di là delle sue sparate propagandistiche che fanno presa spesso sullo stomaco dell'americano medio frustrato perennemente dall'estabilishment, egli in campo internazionale, ha propiziato accordi e la pace, più di quanto sia avvenuto negli ultimi quattro anni, che egli rimise in moto l'economia americana e l'occupazione preservandola dalle derive inflazionistiche che si sono verificate con la recente amministrazione, e che soprattutto ha posto un problema di non poco conto: se gli europei ci tengono alla loro sicurezza, devono essere capaci di impegnarsi e spendere per garantirsela senza contare sempre sull'ombrello americano che ovviamente presuppone una limitazione della loro sovranità

Difficile però intendere ciò quando si ha un debito di 3000 miliardi e non si possono stampare dollari per al contempo incrementare e ovviare al proprio, ponendo come garanzia la propria potenza militare e geostrategica.

Se quindi l'Europa vuole davvero ottenere una maggiore sovranità deve affrontare all'unisono due questioni fondamentali, quella di un debito comune e quella di un sistema legislativo e fiscale comune che debba garantire che non vi siano squilibri tra uno Stato e l'altro, per creare un sistema di difesa comune, basato su una comune ripartizione di spese.

Invece l'Europa non solo non sa e non vuole varare una legislazione comune sugli armamenti, tanto che persino sulle armi ad aria compressa vi sono differenze tali che, mentre in alcuni Stati sono in libera vendita, in altri sono considerate armi a tutti gli effetti solo per una questione di joule, mentre magari emana leggi comuni sulle grate degli ascensori, ma sbraita pure contro gli USA ritenendo che lì esista una sorta di legge del Far West sulla vendita delle armi.

Ebbene, mi dispiace smentire questi solerti tutori del disarmo cittadino, ma in Italia, ad esempio è perfettamente legale acquistare un fucile come quello con cui ha sparato l'attentatore di Trump, se si ha un porto d'armi anche solo per uso sportivo. Basta solo digitare qualche sito di qualche armeria italiana per rendersene conto.

L'unica differenza tra noi e gli USA è che da noi il porto d'armi non è un diritto, ma una concessione dello Stato e delle sue autorità di polizia, in base a stringenti condizioni di idoneità e di salute, e può essere revocato per una qualsiasi disattenzione, mentre negli USA il diritto ad armarsi è parte della Costituzione americana e della storia di quel Paese formatosi con cittadini volontari in armi dalla guerra di Indipendenza a quella Civile fino alla conquista del West.

Il problema quindi non sono le armi, ma l'educazione al loro uso e la loro regolamentazione, considerando persino che nel nostro paese ad inventare il Tiro a segno Nazionale fu colui che inventò l'Italia stessa: Giuseppe Garibaldi e che la autonomia, libertà e indipendenza della nostra Patria è stata spesso garantita da semplici cittadini volontari in armi, dal Risorgimento alla Resistenza.

L'attentatore, prima di diventare un aspirante killer, sembra proprio che fosse uno studente particolarmente dotato in matematica, ma molto isolato e soggetto a bullismo, con tendenze quindi a rivalersi in altri ambiti, quindi un ragazzo sfuggito ad un buon sistema formativo, come purtroppo ne capitano tanti, altrettanto letali persino contro le scuole negli USA, e come purtroppo ne stanno capitando anche qui, anche se per fortuna ancora non usano armi da fuoco.

Una buona scuola che non lascia indietro nessuno e non mette al primo posto una esasperata competitività è sicuramente il miglior sistema di prevenzione per atti di violenza che scoppiano quando rabbia e frustrazione soverchiano l'intelligenza e la consapevolezza, perché siamo portati a credere che uno studente premiato in matematica, non fosse proprio un deficiente nel senso etimologico, non gli mancasse l'intelligenza. Probabilmente invece è stato inondato da rabbia e frustrazione soprattutto mediante i media, fino a che non si sono tramutate in una perversa missione personale. Siamo arrivati fino al punto che la creazione di fake news ha fatto credere per un breve periodo che il responsabile fosse un altro che se ne stava invece ignaro dall'altra parte del mondo

Se non educhiamo i giovani ad un uso corretto dei media, se li isoliamo e li emarginiamo quando non corrispondono alle nostre aspettative, se alimentiamo tra loro le differenze e le sterili competizioni, non faremo altro che riservarci un futuro di inferno.

Il problema fondamentale che nessuno dei due candidati ha messo in risalto in questa campagna elettorale accuratamente e doverosamente, negli USA, come in altri Paesi occidentali, è duplice: da una parte vi è una ristretta cerchia di cittadini che si arricchisce anche con i media sempre di più e senza limitazioni, mentre una larga parte della popolazione viene spinta rapidamente e progressivamente sull'orlo della miseria, o costretta a salti mortali con snervanti doppi e tripli lavori, senza adeguate tutele pensionistiche e sanitarie, dall'altra il sistema educativo è sempre meno efficace e sempre più frustrante, perché non garantisce né occupazione né più mobilità sociale, pur restando esasperatemente competitivo

Mi pare che questa questione cruciale sia stata affrontata adeguatamente solo da Sanders, in particolare nel suo recente libro “Sfidare il capitalismo” tradotto ed edito anche in Italia Ma se poi una mente e un candidato come Sanders, che pure aveva raccolto una larga parte dei consensi, viene tradito dai suo stessi compagni di partito e si riduce a portare “acqua” a colui che si rivela non solo politicamente e geo-strategicamente, ma anche fisicamente non adeguato, come magari potrebbe capitare per Melenchon con Macron, allora è del tutto evidente che saranno altri a prevalere, e alla fine anche il buon Dio, per mancanza di alternative al libero arbitrio, si rassegnerà a mettersi dalla loro parte.

Carlo Felici

lunedì 17 giugno 2024

MATTEOTTI UNA MOSTRA DA TRAMANDARE





Purtroppo volge al termine la mostra di palazzo Braschi dedicata a Giacomo Matteotti, in occasione del centenario del suo vile assassinio per mano fascista.

E' stata una bellissima finestra spalancata sulla storia di uno dei massimi protagonisti della nostra democrazia e della nostra civiltà italiana, possiamo dire che con la fine Matteotti la nostra stessa identità di italiani, nell'accezione morale, politica e storica del termine, fece un salto nel buio, sprofondando con lui nella tomba.

E sappiamo bene chi si assunse piena responsabilità storica, morale e politica di tale abisso in cui trascinò con la morte di Matteotti, tutta l'Italia.

Fiumi di inchiostro sono stati scritti su questo illustre socialista che, pur essendo nato privilegiato ed avendo scelto di tutelare la vita dei più poveri e svantaggiati, veniva sbeffeggiato dai suoi detrattori, come il “socialmilionario” e la mostra efficacemente ha illustrato con documenti d'epoca, foto giornali, lettere, libri e filmati, la sua vita. Dall'infanzia in Polesine alla sua fine tragica, percorrendo le sale dedicate alla sua memoria, si ha l'impressione di esser presi per mano proprio da lui in un percorso, ben illustrato dalle didascalie che accompagnano il visitatore fino al calvario finale, consegnandoci un monito. Quello di restare fedeli a quell'idea immortale di libertà e giustizia sociale a cui egli sacrificò la sua vita e che rappresenta tuttora la sua resurrezione.

In particolare, emerge dai documenti raccolti con grande perizia dallo storico Canali, sempre con maggiore evidenza, la tesi per cui Matteotti fu ucciso più per quello che avrebbe detto di lì a poco in Parlamento, che per il suo famoso discorso del 30 Maggio.

Soprattutto la mostra è fondamentale per la minuzia di particolari dedicati agli ultimi anni della sua vita che coincidono con la fine dello Stato liberale e l'avvento di quello dittatoriale, comprendiamo così, attraverso i discorsi, le lettere e le testimonianze su questa lotta titanica del parlamentare socialista, come egli fosse il nemico numero uno del regime, l'unico capo carismatico di una opposizione purtroppo sempre più fiacca e l'unico capace di scuoterlo davvero sin dalle sue fondamenta.

Appare nella mostra molto bene l'intreccio di trame affaristiche legate a tangenti pagate ai rappresentanti del regime nascente più vicini a Mussolini che contribuirono a finanziarne e a consolidarne l'ascesa.

Ancor più evidente, risalta l'impunità dei suoi sicari con le foto che li ritraggono in prigione come se fossero in una suite d'albergo, nutriti con i migliori vini e le migliori pietanze, ci viene incontro lo stesso memoriale di Dumini, il capo dei sicari di Matteotti, il quale ammette chiaramente la trama affaristica e gli straripanti interessi economici che, ben oltre i confini italiani, coinvolgevano società petrolifere d'oltreoceano, disposte a pagare e a cedere quote azionarie rilevanti ad altissimi personaggi della gerarchia di potere italiana, pur di mantenere il loro regime di monopolio

E ci vengono in mente altri morti illustri, su scenari simili più vicini a noi, Mattei che cercava di restituire dignità al nostro Paese, con contratti concorrenziali rispetto ad altre multinazionali del petrolio, Falcone che indagava su come la mafia andasse a riciclare denaro ben oltre i confini della Sicilia, Borsellino che stava focalizzando le losche collusioni tra apparati deviati dello Stato e i malavitosi. Trame purtroppo ricorrenti in un Paese dalla democrazia ancora fragile, in cui vanno esaurendosi le generazioni che l'hanno creata e in cui purtroppo stenta a consolidarsi la loro eredità.

In Italia non si dovrebbe più evocare il fascismo se non per ragioni storiche, invece ci sono fenomeni ben concreti e reali che purtroppo ci rinverdiscono la memoria sullo squadrismo e su certi metodi fascisti.

E ci chiediamo quindo a che serve dichiarare nella commemorazione di Matteotti che fu ucciso dallo “squadrismo fascista” se poi si ammutolisce di fronte a quello stesso squadrismo che viene praticato impunemente in Parlamento, sotto gli occhi dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale, con aggressioni da ultrà da stadio e solo per avere sventolato una bandiera italiana.

In un Paese dove si viene identificati dalla Polizia solo per aver gridato: “viva l'Italia antifascista”, in cui intellettuali che criticano aspramente personaggi di governo vengono portati in tribunale, in cui gli organi pubblici di informazione sono sempre più inariditi di pluralismo fino ad impedire ad uno scrittore di recitare un monologo antifascista, in cui la Storia si studia sempre meno e quella cruciale viene relegata al margine dei programmi ministeriali, bisogna seriamente riflettere anche su ciò che Umberto Eco ebbe a dichiarare già dall'aprile del 1995, quando parlò di Ur fascismo, cioè di un fenomeno che va ben al di là del suo momento storico ventennale di affermazione in Italia.

Egli infatti allora ebbe a dire: “Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo” spiega Eco “dicendo: voglio che le camice nere sfilino di nuovo nelle piazze italiane. La vita non è così semplice. L’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

Ebbene la mostra su Matteotti ha contribuito proprio a questo scopo nobile e imprescindibile, quello di dover smascherare tutte le nuove forme in cui il potere prova ad affermarsi ribadendo la sua impunità, e non facendo un passo indietro nemmeno quando la corruzione lo mette sotto accusa.

Proprio per questo bisogna reclamare a gran voce che questa mostra, in un apposito luogo della memoria o istituzionale, che sia via Tasso o altri non importa, divenga permanente, che sia a disposizione dei cittadini di oggi e del futuro, specialmente di quelli che si formano nelle scuole, affinché crescano con una limpida coscienza democratica, l'unica capace di renderli forti e mai succubi del potere, l'unica capace di far loro comprendere che l'unico potere valido è quello esercitato dalla sovrana volontà popolare

Come ha anche ricordato il Ministro Tajani, in occasione della celebrazione del centenario presso il monumento sul Lungotevere a Roma, la libertà trae fondamento dalla forza delle idee, non da quella della brutalità dell'aggressione fisica, verbale o armata

Di Matteotti ci ricorderemo anche nei secoli futuri e da lui potremo trarre esempio per i cittadini che devono ancora nascere, o per quelli che emigrano nel nostro Paese e si integrano nella nostra democrazia, dei suoi assassini, si ricorderanno solo gli storici, per consegnare al futuro anche lontano la sentenza della loro condanna

Non lasciamo dunque che i riflettori si spengano su questa bella mostra, ma facciamone un serio monito per il futuro, un pilastro per la nostra democrazia.

Carlo Felici

martedì 4 giugno 2024

BUOZZI, IL SOCIALISTA "DIMENTICATO"



E' uno strano segno del destino che il regime fascista si apra con il sacrificio di un socialista come Matteotti, e che si chiuda, venti anni dopo, con il sacrificio di un altro grande socialista come Bruno Buozzi, entrambi socialisti riformisti, entrambi impegnati per emancipare i lavoratori, entrambi in lotta fino alla morte per la libertà e per la giustizia sociale in Italia.

Entrambi rimossi da una politica attuale che sembra dare più risalto a guitti e caciaroni/e, piuttosto che a figure che hanno contribuito a forgiare l'ossatura della nostra Repubblica.

Buozzi, come Turati e Matteotti, apparteneva a quel partito che invano cercò una soluzione parlamentare alla crisi determinata dall'avvanto del fascismo e in particolare, dal delitto Matteotti, aderì alla secessione aventiniana, dopo avere strenuamente contrastato il tentativo fascista di portarlo a collaborare con il regime, esattamente come aveva fatto anche De Ambris che era su posizioni più rivoluzionarie.

Fu costretto per questo all'esilio in Francia, contribuendo validamente ad organizzare le forze antifasciste in esilio e a raccogliere preziose risorse necessarie per combattere in Spagna l'avanzata dei fascisti di Franco, fu lui che assistette l'anziano leader socialista Turati in Francia, fino alla sua morte. Fu poi arrestato, durante l'occupazione tedesca, prima trasferito in Germania poi in Italia.

Fu poi cndannato al confino in Italia a Montefalco, e liberato nel 1943 alla fine di luglio.

Su di lui Di Vittorio scrisse: “fu anche il tipo più compiuto e più vero dell’autodidatta. Pur continuando a lavorare nel suo mestiere di operaio metallurgico, altamente specializzato, s’era formata una vasta cultura, ch’Egli mise, come tutto se stesso, al servizio del proletariato, alla cui causa consacrò e donò la sua vita. Si poteva consentire o dissentire su alcune vedute particolari di Bruno Buozzi - come è capitato al sottoscritto -, ma ci si sentiva sempre legati a Lui da un profondo rispetto e da un grande affetto. Chi scrive - aggiunge Di Vittorio - ha potuto seguire l’opera di Buozzi in Italia ed in esilio ed ammirarne la continuità, anche quando questa opera costava non lievi sacrifici. Io mi legai d’una particolare amicizia personale con Lui, sin dal 1934, da quando fummo per lunghi anni entrambi componenti il Comitato d’unità di azione socialista e comunista, poi nel grande movimento popolare antifascista creato su basi unitarie nell’emigrazione italiana all’estero. Mi sia consentito di affermare che in quella nostra attività comune sorsero i primi germi di quella più vasta unità sindacale realizzata in seguito e di cui Buozzi fu uno degli artefici principali (...)Insieme, ancora, fummo tradotti ammanettati in Italia, attraverso la Germania, passando di carcere in carcere. Ci ritrovammo ancora assieme a Roma, dopo il 26 luglio e durante il periodo dell’occupazione tedesca, nel corso del quale, in riunioni clandestine, furono gettate le basi della nostra odierna unità sindacale, onore e vanto dei lavoratori italiani, che fu principalmente opera di Bruno Buozzi”. 

Buozzi fu arrestato dai fascisti il 13 aprile 1944 e condotto a via Tasso, i tedeschi lo inserirono in una lista di prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma quando gli alleati erano alle porte della capitale, forse con lo scopo di avere degli ostaggi per poter meglio ritirarsi verso nord.

La sera del 3 giugno, Priebke diede l'ordine di trasferimento e Buozzi fu caricato su un camion, diretto verso la Cassia, la mattina successiva, assieme ad altri 13 prigionieri, tra i quali un agente segreto britannico. Non si sa bene per quali circostanze, forse un guasto, forse per le proteste dei tedeschi appiedati, ma il camion si fermò poco dopo il 14° chilometro della Cassia, prima della Storta in località che oggi si chiama Giustiniana, i prigionieri, vennero fatti scendere e con ogni probabilità, sempre per ordine di Priebke, (che almeno siamo riusciti ad assicurare alla giustizia in Italia dopo la sua fuga in Sudamerica) vennero barbaramente giustiziati.

Sono trascorsi 80 anni da quel sacrificio e il luogo del martirio andrebbe sottratto al degrado e meriterebbe ben altra cura e pellegrinaggi continui da parte delle scuole.

Buozzi oltre ad essere stato uno strenuo oppositore del fascismo, in esilio non smise mai di nutrire una grande speranza per il futuro dell'Italia e, proprio nel 1930, quando Mussolini sembrava godere di grande popolarità, lui che avrebbe avuto tutto da guadagnare, in termini personali a rispondere positivamente agli appelli del duce, così scrisse: “L’esperienza fascista, soprattutto in campo operaio, è ingiustizia atroce, un passo all’indietro, la perdita di anni preziosi. Ma nel popolo italiano, sobrio e lavoratore, tenace e paziente, si registra una forza vitale così meravigliosa, una energia così sincera e così sicura che i lavoratori d’Italia, quando si saranno liberati dal fascismo, sapranno recuperare in fretta gli anni perduti. E di questa parentesi umiliante nella sua violenza e nella sua brutalità gli italiani avranno allora avuto un solo beneficio: la ferma convinzione che la libertà è una condizione necessaria per qualsiasi elevazione delle masse, e che in questo consiste il bene supremo; un bene, però, da conquistare e difendere ogni giorno”

Buozzi chiuse, con il suo sacrificio quella parentesi, non sappiamo cosa pensò prima di morire proprio lo stesso giorno della liberazione di Roma, ma siamo convinti che nel suo cuore c'era l'anelito, la speranza e la fede in una Italia migliore, quella in cui noi tuttora dobbiamo lottare per renderla più dignitosa

Buozzi si adoperò stenuamente per ricomporre quelle fratture della sinistra che erano state la principale causa dell'avvento del fascismo e del suo violento strapotere parlamentare. La sua figura ed il suo esempio andrebbero sempre messi al primo posto, con Matteotti e Carlo Rosselli, entrambi vittime della violenza nazifascista, per costruire uno schieramento coeso e determinato a rinnovare l'Italia grazie ad una unità di intenti e di azione che raccolga larghi consensi proprio in virtù della realizzazione di obiettivi cari al popolo: piena occupazione, sanità garantita per tutti senza costi esorbitanti, scuola pubblica efficiente e competitiva, beni comuni come l'acqua non privatizzati, lavoro per i giovani con salari dignitosi e senza condanne alla precarietà endemica, sussidi per le madri lavoratrici, pensioni adeguate soprattutto per chi è disabile o invalido, impegno sindacale unitario per i lavoratori, senza sconti a governi “amici”, tutela dell'ambiente senza mire speculative che debordino in più spese e tasse per i cittadini, soprattutto tutela della vita dei lavoratori nei loro luoghi di lavoro, fino a far cessare le loro morti bianche. Perché un Paese in cui muoiono otre mille lavoratori in un anno è un Paese che bestemmia la memoria di Matteotti e Buozzi, anche con le sue belle celebrazioni parlamentari.

Questa la differenza tra una sinistra impegnata e credibile e una impegnata solo a raccogliere consensi clientelari per le sue candidature, magari nel salotti “bene”, citando solo Berlinguer e Moro, anziché nelle piazze e nei luoghi di lavoro messi a rischio.

In poche parole una sinistra che sappia anche fare a meno della parola “sinistra” fin troppo abusata e fin troppo poco credibile ormai, per essere sempre ed autenticamente, come Matteotti, Buozzi e Rosselli, SOCIALISTA.

Carlo Felici

 

lunedì 3 giugno 2024

MATTEOTTI IL SOCIALISTA “SCONOSCIUTO”


Di Matteotti si parla molto in questo periodo a causa del centenario della sua morte, in particolare per le circostanze in cui avvenne e per gli sgherri fascisti che lo assassinarono.

Persino la Presidente del Consiglio ha finalmente rimarcato che fu “vittima dello squadrismo fascista”, e che “La lezione di Matteotti, oggi più che mai, ci ricorda che la nostra democrazia è tale se si fonda sul rispetto dell’altro, sul confronto, sulla libertà, non sulla violenza”

La lezione di Matteotti andrebbe oggi rinnovata ogni anno nelle scuole, affinché esse stesse la assimilino civilmente e rinnovino la memoria di questo grande Maestro, vorrei pertanto ricordarla in questo mio intervento di qualche anno fa in veste di docente: 

 https://vimeo.com/30241828

“Matteotti fu un grande testimone della democrazia e dell'antifascismo e soprattutto del socialismo, la sua lotta fu dovuta ad uno strenuo impegno contro un regime ed una dittatura che conquistò il potere, sostenuta da un gruppo affaristico corrotto e proteso al mantenimento dei suoi privilegi.

Il regime fascista impedì per circa venti anni che si parlasse anche solo di sfuggita di un uomo la cui morte commosse l'Italia e fece vacillare la nascente dittatura. Prima della sua morte tentarono pure vanamente di attirarlo in un tranello, solo di notte, in campagna, ma non riuscirono a piegarne la volontà indomita. Tuttora gli storici discutono su quali fossero stati i veri mandanti del suo assassinio, ma è ormai chiaro che esso fu dovuto non solo al suo strenuo antifascismo, ma soprattutto alla sua capacità di smascherare una perversa collusione tra potere e corruzione.

Scrisse con molta chiarezza Carlo Silvestri: “L'uccisione di Matteotti è stato uno dei tanti delitti di quel capitalismo deteriore e carinamente speculatore a cui in gran parte dobbiamo se l'Italia si trova in queste miserabili condizioni”

E' stato il primo martire della nostra democrazia ma purtroppo non l'ultimo, perché sappiamo bene come la nostra storia sia stata cosparsa ancora fino ad oggi di cadaveri eccellenti, ricordiamo tra i tanti quelli di Falcone, Borsellino, anche se centinaia sono state le vittime tra poliziotti, carabinieri, imprenditori, sindacalisti, giornalisti, attivisti politici per aver contrastato quei poteri criminali che hanno sempre minacciato la nostra democrazia con ingenti risorse economiche frutto di traffici illeciti.

In un libro molto interessante: “Il delitto Matteotti” Mauro Canali spiega bene questa trama criminale ed affaristica che irretì e manovrò il regime e spinse i suoi sicari ad uccidere Giacomo Matteotti. Egli fu quindi assassinato non solo per ciò che aveva denunciato, ma soprattutto per quello che stava per denunciare, con coraggio onestà e trasparenza e con piena documentazione.

Un coraggio democratico e civile che nessuno spazio lasciava a fatui sogni insurrezionali o rivoluzionari, perché Matteotti, come tanti altri martiri illustri della nostra storia recente, credeva nelle istituzioni e solo da esse si augurava potesse giungere una autentica svolta democratica.

Matteotti credeva nella scuola e tra le tante cose che si potrebbero dire su di lui, e su questo in particolare ci potremmo soffermare, considerando che nel suo libro “Un anno di di dominazione fascista” il quale, circolando all'estero screditava molto il regime, sulle subdole trame che portavano allora il governo fascista a tagliare preziose risorse alla scuola pubblica, affermò in particolare egli stesso: “La scuola media viene trasformata con lo scopo di allontanarne il maggior numero di scolari e di regalarli alle scuole private anche se queste non esistono o sono peggiori di quelle pubbliche”

Matteotti come amministratore locale e come parlamentare si impegnò molto per la scuola, soprattutto di base, considerandola uno strumento fondamentale di emancipazione civile, l'unico modo per fornire a tutti le stesse pari opportunità, con cui ciascuno mediante i suoi meriti, avrebbe potuto poi non solo progredire individualmente, ma anche contribuire validamente al progresso umano.

Si impegnò da deputato affinché giungessero maggiori finanziamenti alla Pubblica Istruzione, in particolare per l'edilizia scolastica, per le biblioteche popolari, ed i corsi serali per gli adulti. Criticò aspramente sia gli insegnanti meno scrupolosi sia un ministro della Pubblica Istruzione del calibro di Benedetto Croce, dicendogli senza remore in Parlamento: “Voi state speculando filosoficamente sulle nuvole, qui non si viene con i libri di estetica, ma con dei programmi pratici e questi si ha il dovere di assolvere”

Matteotti non credeva nell'odio di classe, come quei rivoluzionari che vogliono sovvertire le istituzioni con la violenza, lui teorizzò una insurrezione solo per non far passare una folle violenza estesa a tutto il mondo, per impedire l'inutile strage della guerra mondiale

Però credeva nella coscienza di classe, e la considerava lo strumento essenziale per l'emancipazione civile, per l'affermazione della giustizia contro lo sfruttamento e la povertà. Queste le sue parole rivolte alla scuola: “Ma il primo elemento necessario per una migliore produzione è senza dubbio la scuola, la cultura del popolo, cioè non quella istruzione che serve a pochi per spostarli dal lavoro produttivo, o per farne degli sfruttatori del lavoro altrui, ma quella diffusa in tutta la massa, per farla diventare tutta capace di una più intensa e migliore produzione nella grande gara tra i paesi più civili del mondo. Riaffermiamo e rivendichiamo tutto il nostro interesse alla istruzione e all'educazione dei lavoratori, strumento primo e validissimo della loro emancipazione, condizione prima del lampeggiare della loro coscienza di classe, requisito e mezzo indispensabile per dare vita durevole alle loro organizzazioni, alla loro convivenza e per offrire ai dubitosi e agli avversi la prova della possibilità di un mondo più consapevolmente umano e civile. L'istruzione e l'elevazione morale dei lavoratori è il primo e lultimo anello della catena dei nostri principi e dei nostri atti”


E' stato recentemente destinato un seggio permanente alla memoria di Matteotti, in Parlamento, che egli occupò un tempo e che non sarà mai più occupato da nessuno, ma che resterà riservato alla presenza spirituale di questo grandissimo Padre della Patria democratica ed antifascista, per sempre. Opera lodevolissima, però credo fosse doveroso aggiungere al suo nome la dicitura “socialista”

Perché se è vero che la memoria di un uomo che ha lottato fino alla morte per la democrazia e la trasparenza, appartiene a tutta la cittadinanza italiana, fino a costituirne la stessa ossatura e il suo DNA, è anche sacrosanto ricordare a tutti che i valori di Matteotti erano valori specificatamente “socialisti”, di libertà e giustizia sociale i quali hanno segnato la storia migliore della nostra civiltà europea

Sono quei valori che pare che questo governo sia impegnato strenuamente, mediante la sua democratica guida, a mandare all'opposizione in Europa

Invece vanno migliorati, vanno applicati, vanno scrupolosamente aggiornati, nella loro funzione emancipatrice, nella loro forza di pace e di giustizia sociale, per una libertà che sia ampia e condivisa da tutti, senza guerre, oppressioni e speculazioni.

Bisogna amaramente riconoscere che, a cento anni dal sacrificio di Matteotti che era socialista riformista e progressista, cioè rimasto a combattere democraticamente, nella sua opposizione al regime fascista nascente, praticamente da solo la sua battaglia parlamentare, consapevole per altro che il suo strenuo impegno gli sarebbe fruttato solo una “orazione funebre”, ebbene dopo tutto questo tempo, la stessa memoria del Socialismo Italiano, che tanto ha dato all'Italia in termini di civiltà e amor di una Patria libera e giusta sin dai tempi di Garibaldi, rischia di essere cancellata

Questo per i mali di sempre che lo hanno devastato ed afflitto: le scissioni e diatribe interne, gli sterili massimalismi, la rincorsa ai patti di potere (primo tra tutti lo sciagurato “patto di pacificazione con lo stesso fascismo nel 1921), la paura di mostrarsi per quelli che si è, da sempre e per sempre, senza altre liste e legittimazioni, ma in piena autonomia, in definitiva la difficoltà a rivendicare e a rimarcare una identità che è quella dei socialisti da sempre e che è stata di Matteotti in quanto deputato socialista.

Inutile quindi cercare colpe di tutto ciò in altri perché non rinnovano questa memoria e non rimarcano questa identità, se gli stessi socialisti italiani non sono impegnati abbastanza a fare la differenza, e se tuttora hanno bisogno di “trenini elettorali” o di qualcuno che li sostenga nelle sue liste.

Matteotti era in un partito socialista minoritario, che ebbe alle elezioni del 1924 poco più del 5%, eppure era di fatto il capo dell'opposizione al fascismo, perché nessuno allora ebbe più coraggio di lui, e fu più meticoloso nello smascherare le trame con cui Mussolini il trasformista cercava di consolidare il potere

E' questo che manca oggi al Socialismo Italiano ed Europeo, il coraggio e la trasparenza di essere autenticamente dalla parte della libertà e della giustizia sociale, di impegnarsi per la pace in ogni modo e in ogni teatro bellico del mondo. E aggiungo gli manca anche la competenza che fu il pregio più temuto di Matteotti che non disse mai a Mussolini: “Voi non siete democratico” come certi socialisti in Europa fanno nei confronti dei conservatori. Matteotti aveva la capacità di trovare documenti che avvaloravano fatti innegabili con i quali si smascherava il tentativo dei fascisti di autolegittimarsi legalmente e democraticamente, mentre essi operavano per il contrario della democrazia. Perché questo era il vero intento di Mussolini fino che non fu costretto a gettare la maschera nel gennaio del 1925, assumendosi la “responsabilità storica, politica e morale” di quel delitto e instaurando una dittatura che prevedeva anche di scaricare periodicamente letame sul luogo del suo assassinio e di non pronunciare mai il suo nome.

Se l'IDEA a cui Matteotti sacrificò la sua vita diventa solo “memoria e celebrazione”, il suo sacrificio sarà sempre stato vano ed egli davvero sarà stato un illustre “pellegrino del nulla” nella storia, se invece quella stessa IDEA torna a camminare sulle gambe dei cittadini, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, di aggregazione sociale, di impegno civile, di mobilitazione per la pace e la giustizia tra i popoli, anche sfidando le manganellate, e soprattutto in Parlamento, con la sua identità di sempre e con la coerenza necessaria richiesta dalla sua storia, allora Matteotti sarà ancora vivo e lotterà in mezzo a noi

Carlo Felici  

venerdì 17 maggio 2024

I DANNATI

 



Il film “I Dannati” di Roberto Minervini, che esce in questi giorni nelle sale cinematografiche e che è stato presentato al Festival di Cannes, è ambientato nel 1862, durante la guerra civile americana, in quel West allora ancora tutto da scoprire e da “colonizzare”, in cui si prefigurava già la corsa all'oro.

Un drappello di soldati yankees viene mandato ad esplorare quei territori che furono una delle concause del conflitto, per la questione dei “free soils”, dei territori ancora liberi, dove gli unionisti non volevano che l'economia schiavista del Sud potesse espandersi

Di conseguenza, a guerra in corso, drappelli di soldati di ambo le parti, venivano mandati ad Ovest non tanto per esplorare, ma per verificare se in essi ci fosse già una presenza nemica.

La trama del film è piuttosto semplice, il drappello nordista avanza verso Ovest, fino alle Montagne Rocciose e contemporaneamente al suo interno si intrecciano le vite di tre generazioni a confronto e messe a dura prova da quella guerra fratricida.

Ci sono giovani che sembrano dover diventare uomini solo usando le armi, uomini che hanno sostituito alla fede il senso morale di ciò che è giusto o sbagliato ma che sembra non possano trovarlo più, altri che sono ancora sorretti da una fede messa a dura prova da una guerra che appare completamente contraddittoria rispetto a tutti i principi religiosi, e chi trova nell'oro l'unica ragione per giustificare la sua presenza in quei luoghi.

Il film dunque presenta varie tipologie umane a confronto e messe a dura prova da un conflitto che non si svolge solo contro un nemico umano, che appare, colpisce e scompare come una presenza demoniaca, ma anche contro una natura incontaminata, ostile ed impervia e ancora in gran pare sconosciuta.

Di fronte a questo destino che porterà il gruppo a subire attacchi, vittime e a disperdersi fino a che i superstiti appaiono avanzare ancora nel nulla di montagne innevate e orizzonti sconfinati, il regista ci porta ad interrogarci sulla “dannazione” che incombe su chiunque possa trovarsi a combattere una guerra che è destinata a stravolgere ogni convinzione morale e ogni valore religioso, mettendo la sopravvivenza al primo posto e riportando l'essere umano ad una condizione bestiale, come quella di un branco di lupi, gli stessi che aprono il film e fanno da sottofondo in varie sequenze.

Il film ha il pregio di saper focalizzare un mosaico di personalità umane che, mano a mano che la marcia procede e le difficoltà aumentano, si presenta sempre più espressivo nella sua eterogeneità e nel confronto che emerge tra loro, assieme alla disperazione di poter trovare un senso a tale vicenda che sia convincente e definitivo.

Tuttavia, nell'incrociare i paesaggi naturali con le vicende dei protagonisti, la narrazione procede con eccessiva lentezza, nei panorami, nei primi piani, in immagini come quella dei lupi che divorano la preda in apertura, del cavallo restato legato, dopo che al campo base non è sopravvissuto nessuno, in un simbolismo che appare a tratti esasperato.

Inoltre manca del tutto una riflessione sulla controparte, il nemico spara nascosto, compare all'improvviso e colpisce, oppure sfila nella boscaglia, ma non c'è nessun controcampo, non si sa cosa pensi, quale sia la sua ragione, quali i suoi drammi interni. E' solo una controparte incombente, pressoché disumanizzata, e tutto ciò in una guerra civile stona parecchio, perché confina la vicenda all'interno di un solo orizzonte umano, quello di chi poi sarà il solo vincitore, ma che nella vicenda rappresentata dal film è ancora lungi da venire. Il film appare dunque una bella riflessione sul sé, quasi come una sorta di autocoscienza collettiva, ma manca del tutto quella sull'altro da sé.

La conclusione quasi metafisica dei soldati che persi nelle montagne e nella neve, sollevano il capo verso l'alto, quasi anelando ad una salvezza impossibile nel cielo che li copre di fiocchi di neve, è ancora più emblematica del senso di abbandono e di “dannazione” che incombe su chi combatte una guerra che non si sa più che senso abbia, ieri come oggi, specialmente se ha davanti un nemico che parla la stessa lingua con la stessa faccia incrudelita dal nulla in cui sprofonda.


Carlo Felici

giovedì 9 maggio 2024

9 MAGGIO, GIORNATA DI QUALE VITTORIA?

 



Sebbene la firma della capitolazione del Reich nazista fosse avvenuta a Berlino il 9 maggio 1945, essa entrò in vigore retroattivamente dalle ore 23,01, ora dell'Europa centrale, che equivale alle 01, 01 del 9 maggio, ora di Mosca.

Sono passati 79 anni da quel momento decisivo della Seconda Guerra Mondiale, e l'Europa sembra quasi aver dimenticato il suo passato, vedendo risorgere al suo interno forme di nazionalismo,  antisemitismo, e di neonazismo e neofascismo che, soprattutto appropriandosi dei mezzi di comunicazione, cercano, soprattutto agitando, così come ieri il pericolo bolscevico, oggi quello russo, di consolidare il proprio potere

Eppure l'Europa, anche grazie al sacrificio di 27 milioni di sovietici, non ha mai vissuto, in epoca moderna, un periodo più lungo di pace che, dalla caduta del muro di Berlino, si è reso, prima con le guerre nella ex Jugoslavia, oggi con quella in Ucraina, sempre più fragile e precario.

Oggi più di ieri la russofobia si è fatta, a tutti i livelli, dalle gare sportive alle università, persino più forte dell'antibolscevismo di un tempo. Così come la stretta contro chi dissente rispetto alla guerra in corso, in Russia, è persino più oppressiva in vari casi di quella che veniva messa in opera un tempo contro il dissenso degli oppositori al governo sovietico.

Molti si chiedono oggi cosa potrà accadere se Putin sfonderà le difese ucraine, dilagherà in Europa? Avremo di nuovo cosacchi che si abbeverano alle fontane di S. Pietro? Ma i cosacchi di un tempo, sarà bene ricordarlo, erano ucraini..

Molti così hanno dimenticato cosa poteva accadere se Hitler avesse sfondato a Stalingrado e l'Unione Sovietica fosse stata sconfitta.

Tutte le sue armate sarebbero state trasferite contro gli angloamericani che avrebbero fatto la fine degli italiani a Caporetto. I campi di sterminio sarebbero dilagati in tutta Europa, le risorse alimentari ed energetiche russe avrebbero consentito di unire il Mediterraneo sotto la croce uncinata.

Si sa, la fantapolitica non sostituisce la storia, e la storia è quella davanti ai nostri occhi.

Oggi la giornata della vittoria si celebra in Russia molto più in sordina e con toni meno trionfalistici rispetto al passato, soprattutto non è condivisa con altri rappresentanti di altre nazioni che pur contribuirono alla disfatta del nazifascismo.

E soprattutto non abbiamo più una classe politica ed una Europa unita in nome dell'opposizione al fascismo, addirittura equiparato al comunismo.

Ricordiamoci però molto bene che gli sbarchi in Sicilia e in Normandia degli alleati avvennero più di 6 mesi dopo la vittoria sovietica a Stalingrado e mentre l'Armata Rossa avanzava a passi da gigante verso Berlino, raggiungendola prima degli alleati.

Molti governi europei non sono consapevoli che oggi il popolo russo, un po' per la propaganda, un po' per convinzione, è veramente persuaso di dover combattere una nuova Guerra Patriottica come quella del passato, per evitare che la propria nazione venga accerchiata dalle armi nucleari della NATO.

Molti quindi non considerano che, così come in questi due anni, la Russia non è stata scalfita dalle sanzioni e ha trovato nuovi mercati per le sue materie prime soprattutto in Oriente, in Sudamerica e in Cina, di contro l'Europa ha visto calare il PIL, fino quasi alla recessione, e pagare sempre di più le risorse energetiche con la crescita conseguente dell'inflazione.

C'è però una sostanziale differenza rispetto al passato. Il sistema comunista prevedeva una rete internazionalista di rapporti politici ed economici, spesso basata anche su scambi ineguali e tali da garantire all'Unione Sovietica l'egemonia sui Paesi satelliti, ma tale però al contempo da impedire conflitti economici e militari all'interno della propria rete di influenza, garantendo comunque una rete di servizi, magari non efficientissimi ma utile in ogni caso alla maggioranza dei cittadini dei Paesi dell'intero blocco sovietico, per vivere dignitosamente.

Oggi, tuttavia, con l'estendersi dei nazionalismi, spesso contigui a quello emerso in Russia, la forbice tra ricchi e poveri è destinata sempre di più a tagliare risorse per coloro che sono così spinti verso l'indigenza, mentre allo stesso tempo fenomeni di corruzione e malavitosi contigui al potere nazionalista, emergono con sempre maggiore virulenza.

Putin, da ex funzionario del KGB, è solito dire: "Chi non rimpiange l'URSS non ha cuore, chi la vuol rifare non ha cervello"

E già questa frase dice tutto su chi vive separando cuore e cervello al punto da non considerare le conseguenze dei suoi bombardamenti rovinosi su quello che un tempo era lo stesso popolo sovietico.

Ma la questione è un'altra, ed è che finché questa guerra continuerà, Putin avrà buon gioco a mantenersi al potere, contando sul consenso dei russi impauriti dalla incombenza della NATO, dal terrorismo internazionale e da una situazione di instabilità politica che potrebbe portare alla stessa disgregazione della Russia. 

Quindi molti, in Russia oggi, anche se sono contrari alla guerra, di fatto la sostengono obtorto collo, in mancanza di alternative e garanzie di maggiore integrità per quella che tuttora considerano la loro Patria.

E noi pensiamo che interrompendo l'inno russo per una atleta che ha vinto una competizione sportiva internazionale o vietando lo studio di Dostoevskij nelle università, il popolo russo possa considerare di avere molti amici in Europa se saprà liberarsi da Putin?

Stiamo andando verso elezioni europee inutili, specialmente esaltando i cosiddetti "Stati Uniti d'Europa" che sono una caricatura inesistente dei veri Stati Uniti rimasti, una superpotenza in decadenza che vede oggi milioni di suoi cittadini dormire per strada, e al contempo assiste all'arricchimento stratosferico di personaggi che lucrano sulle speculazioni e sul nulla virtuale, magari comprandosi persino gli yacht giganti sequestrati agli oligarchi russi, o che preparano nuove forme illusorie di propaganda mediatica grazie all'uso della cosiddetta Intelligenza Artificiale

Ma una vera Intelligenza che non può fare a meno di rapportarsi con la sfera umana dei valori etici e di quelli affettivi, non sarà mai artificiale. Perché sarà sempre basata su una esperienza concreta e reale del mondo e di ciò che vive in esso, non su una proiezione illusoria di esso.

Stiamo per votare un Parlamento Europeo che è persino riuscito ad equiparare nella sua condanna nazismo e comunismo, cioè mettendo sullo stesso piano la giustizia sociale e l'eguaglianza tra uomo e donna, con la supremazia della razza dell'uomo bianco ariano su tutto fino alla sottomissione e allo sterminio dei diversi, azzerando e misconoscendo quindi non solo il sacrificio di 27 milioni di cittadini sovietici comunisti, ma anche il loro contributo alla vittoria sul nazismo...tanto nazismo e comunismo sono la stessa cosa...no?

E' quindi del tutto evidente che una Europa che azzera la memoria storica e celebra se stessa stravolgendo lo stesso passato che l'ha resa possibile, non solo è inutile ma persino dannosa.

Mi si dirà che non vi è alternativa ad essa se non nel rigurgito dei nazionalismi riemergenti, ma la replica a questo è fin troppo facile

Noi abbiamo bisogno di una Europa protagonista di pace e benessere non solo in essa, ma capace di promuoverlo in tutto il mondo. E per rifarla bisogna azzerate i grandi feudatari soprattutto finanziari di questa, con tutti i loro vassalli, valvassori e valvassini, come fecero un tempo i Comuni contro un impero fatiscente e vessatorio, come i patrioti di ogni paese europeo nella “Primavera dei Popoli” del 1848, come i patrioti-partigiani fecero contro il Reich nazifascista.

Con un nuovo '68, se necessario, e soprattutto con tanti giovani in movimento decisi più che mai a spezzare le catene della loro marginalizzazione, del loro precariato, e della loro mancanza di futuro, ripiegati oggi su piccole ombre, che come un braccialetto elettronico, segnano il tempo della loro schiavitù mediatica nel palmo della loro mano.

In poche parole una Europa basata sulla speranza, non sulla paura della guerra totale.


Carlo Felici