Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 19 gennaio 2024

IL MANDANTE

 



Tra le varie pubblicazioni che stanno uscendo per il centenario dell'assassinio di Giacomo Matteotti, spicca per originalità e dettagliata documentazione quella di Mario Gianfrate, dal titolo “Il delitto Matteotti. Il Mandante”

l'Onorevole Matteotti, sappiamo bene che fu il più fiero e pericoloso oppositore di Mussolini quando il futuro duce considerava di dover normalizzare la situazione istituzionale a suo favore, per conservare e consolidare il suo potere.

Ci aveva già provato con il “patto di pacificazione” firmato da una parte degli incauti socialisti, il 3 agosto del 1921, il quale ebbe come conseguenza più rilevante l'isolamento e la progressiva distruzione dell'unica organizzazione combattente che avrebbe potuto contrastare, armi in pugno, la violenza omicida dello squadrismo: gli Arditi del Popolo. Sappiamo altresì che l'ascesa del fascismo fu favorita dalle varie scissioni del Partito Socialista, fino alle elezioni del 1924, in cui il listone fascista vinse soprattutto grazie alla legge maggioritaria, alle violenze intimidatorie e alle divisioni delle opposizioni.

Mussolini contava, con ogni probabilità, di mantenere “formalmente” il regime parlamentare, magari cercando una sponda con certi suoi vecchi amici socialisti e la CGL, in nome della pacificazione nazionale e della fine delle violenze. La sua opera parlamentare, infatti, inizialmente, nonostante vari toni arroganti, si proponeva di attrarre ulteriori consensi in nome di ciò che egli aveva già offerto ai socialisti nel 1921, ma anche con la conseguenza di farsi nemica la gran parte dello schieramento squadrista.

Matteotti era pienamente consapevole di questo rischio essendo di fatto il capo dell'opposizione parlamentare, e non solo quello dei socialisti riformisti. Per questo, con ostinazione indefessa e precisione certosina, aveva cercato di raccogliere ampie prove dei brogli elettorali e anche delle manovre torbide che, specialmente sul piano finanziario, accompagnavano l'ascesa del fascismo e preparavano l'affermazione del suo regime.

Doveva quindi essere messo a tacere, per quello che coraggiosamente aveva detto in Parlamento e per quello che ancora più causticamente si apprestava a dire, con una ulteriore gran quantità di documenti.

Il suo discorso pronunciato in Parlamento il 30 maggio 1924, è stato immortalato anche nel bellissimo film di Florestano Vancini uscito poco più di 50 anni fa, con attori di gran calibro come Franco Nero, Vittorio de Sica e Umberto Orsini, e che andrebbe visto in tutte le scuole, specialmente di questi tempi in cui le braccia sono anche troppo tese..

Esso ripropone alla lettera quello che allora fu stenografato e il clima che allora si visse in Parlamento.

Il contributo di Gianfrate che ha consultato e presentato la documentazione e il resoconto della seduta parlamentare di vari giornali dell'epoca di diversa tendenza, però potrebbe portare a dar vita ad un film ancora più realista, crudo e veritiero, perché con una perizia notevole nel raccogliere le testimonianze, ci appare 100 anni dopo un Parlamento in cui ci fu non solo l'arringa del coraggioso tribuno socialista portata avanti etiam spes contra spem e più volte interrotta dai fascisti, ma una vera e propria rissa con tanto di scontro fisico e intimidazioni in stile mafioso da parte di chi aveva già da tempo in odio Matteotti.

Il discorso che Giacomo Matteotti svolge nell’aula parlamentare nella tumultuosa seduta del 30 maggio 1924, rappresenta infatti una vera e propria requisitoria nei confronti di Mussolini della maggioranza vincitrice delle elezioni politiche del 6 aprile dello stesso anno nelle quali, per la prima volta, si va alle votazioni con le modalità previste dalla Legge Acerbo, la legge di riforma elettorale che ha introdotto nel Paese il sistema maggioritario voluto da Mussolini in base al quale la lista maggiormente suffragata che abbia ottenuto il 25% dei suffragi consegue un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi disponibili in Parlamento.

Una legge che consente a una forza politica minoritaria che, per effetto di uno sproporzionato premio di maggioranza, determina una situazione antitetica ai principi di democrazia; Matteotti lo scrive acutamente su La Giustizia osservando che “dare tutto il potere ad una minoranza significa la facoltà di instaurarvi l’arbitrio e la dittatura, promuovere, quindi una ribellione e una rivoluzione in permanenza, poiché nessuna garanzia è data a tutti gli altri cittadini che, pur suddivisi in diversi partiti, costituiscono magari la maggioranza assoluta o hanno comunque diritto di influire sulla vita pubblica del Paese e di difendere le elementari garanzie costituzionali”. Con una legge elettorale siffatta – che Matteotti definisce “perfida” - condita da una serie di violenze e di brogli che inquineranno le elezioni, per il fascismo sarà gioco facile vincerle.

Nella seduta del 30 maggio, una tra le prime nella quale Mussolini ha fatto inserire all’ordine del giorno la convalida di tutti gli eletti spiazzando le opposizioni, il segretario del Psu si assume il pesante onere di incriminare il fascismo e Mussolini in prima persona, per aver creato il clima di illegalità nel quale è maturata la vittoria.

L’indomani della seduta del 30 maggio, il Popolo d’Italia, organo del partito fascista di cui è direttore Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, definisce “mostruosamente provocatorio” l’intervento di Matteotti. Un intervento che ha scosso l’intero apparato fascista e additato al mondo la responsabilità di Mussolini nell’aver creato nel Paese un clima di violenza, di tirannia, di arbitrio e di aver riportato l’Italia indietro, divisa “in padroni e sudditi”, quasi fosse incapace di “reggersi da sé” al punto da “essere governata con la forza”.

A distanza di cento anni un libro di Mario Gianfrate, storico pugliese, “Delitto Matteotti, il Mandante” pubblicato da Les Flaneurs, porta alla luce un aspetto inedito della vicenda, soffermandosi proprio sull’ultimo discorso del segretario e deputato del Psu: dalla versione ufficiale, il testo stenografico parlamentare, scompaiano diverse interruzioni – tra le quali una di Mussolini – che invece ci furono durante l’intervento del segretario socialista unitario.

In breve, il testo, prima di essere trascritto nei registri dei verbali, ha subito una depurazione, con la eliminazione da esso di alcuni passaggi dei quali non doveva restar traccia nella storia del nostro Paese.

La ricostruzione più completa e meno conforme alle esigenze del regime è stata possibile attraverso il confronto del testo ufficiale e la cronaca della seduta del 30 maggio riportata su quattro quotidiani dell’epoca: La Giustizia, organo del Partito Socialista Unitario; L’Avanti!, del Partito Socialista Italiano; l’Unità, del Partito Comunista d’Italia; e, infine, del Corriere delle Puglie, giornale fascistissimo e ricco di particolari inediti.

Da tale confronto emergono particolari che rendono ancor più drammatico il clima incandescente e intimidatorio nel quale Matteotti è costretto a parlare ma che, indubbiamente, ne rende ancor più fulgida la figura dell’uomo politico socialista, assassinato dieci giorni dopo dagli squadristi della Ceka, alle dirette dipendenze di Mussolini con a capo Amerigo Dumini.

Tutto ciò ci interroga oggi su quali fossero i mandanti non solo “morali” ma anche “penali” di quell'infame delitto e su come, anche a cento anni di distanza, la nostra responsabilità per onorare il sacrificio di Matteotti sia tuttora immensamente necessaria.

Carlo Felici



sabato 13 gennaio 2024

IL SURREALISMO METAFISICO DI PIETRO CASTELLITTO

 



Tra i registi che si affacciano alla ribalta del cinema italiano, Pietro Castellitto è senz'altro tra i più interessanti, e diremmo anche tra i più innovativi.

Potremmo anche affermare che ha inaugurato un nuovo filone cinematografico, anche se sulla scia di altri registi come Brian De Palma e Quentin Tarantino, superando però la cruda e grottesca visione di entrambi.

Il suo è infatti un “surrealismo metafisico”, che risente molto della formazione nietzschiana dell'autore. Tutti i suoi personaggi sono infatti descritti non solo per quello che sono, ma soprattutto per il loro voler “andare oltre” la loro umanità, anche quando, volendo disperatamente esaltarla, ne restano tragicamente prigionieri.

Castellitto ha infatti la straordinaria capacità di raccontare tante storie nella storia, le quali si intrecciano si affastellano ma creano uno straordinario caleidoscopio di categorie umane, il cui sfondo è la disperata voglia di vivere superando la loro stessa singola vita.

Già questa conformazione era stata dipanata nel suo primo film “I predatori” i cui personaggi sono appunto “predatori” della loro stessa vita, sempre a caccia di nuove opportunità di senso, ma anche tragicamente incastrati nelle loro dinamiche esistenziali. La bravura di Castellitto nello scrivere la sceneggiatura è stata proprio quella di non disperdere e non frammentare ciascuna di queste storie, ma di raccordarle sempre in un caleidoscopio unitario in cui risaltasse l'insieme, nel tessuto di una Roma decadente tra idiosincrasie borghesi e miserie e velleità del sottoproletariato suburbano

Nel film Enea, possiamo dire che la perizia del regista nel creare immagini che spaziano dall'intimismo famigliare al ritmo sincopato e dirompente della festa con i suoi primissimi piani e le dissolvenze incrociate, in una pirotecnia di sequenze da angolature impreviste e diversificate, fino alle panoramiche urbane che richiamano un po' il Sorrentino della Grande Bellezza, ed extraurbane a volo d'uccello fino a precipitare in quello radente, rappresenta un notevole salto di qualità rispetto alla sua opera prima. Perché il caleidoscopio, qui ha colori e immagini molto più intensi che bucano quasi lo schermo.

E' il protagonista Enea, eroe di una tragica peregrinazione interiore, che parte come quello virgiliano da una casa famigliare “in fiamme”, la quale brucia per depressione e disperazione, e tenta un disperato approdo in un sogno romantico, evocato da una donna di cui si innamora, ma che è bruscamente interrotto dallo stesso destino che si è scelto, a rendere la storia, anche questa volta arricchita da altre al suo interno, fortemente unitaria.

I personaggi di Castellitto sono tutti “iperpersonaggi” anche nella loro umanità, e sono per questo “iperborei” in quanto tentano di innalzarsi al di sopra della aurora boreale di ciascuna delle loro illusioni con cui hanno cercato di abbellire e narcotizzare la loro esistenza. Lo stesso Enea è un narcotrafficante, uno che narcotizza i sogni, e nel finale fa questo tragico tentativo di andare oltre se stesso con suo onirismo romantico, spinto anche dal suo boss che, prima del tragico finale della sua vita, ripercorre i sogni della sua infanzia e suggerisce al protagonista una “disperata” uscita di scena che possa salvarlo in un happy end.,

Quello non arriva, perché a “giocare a scacchi con Dio” si perde sempre, da Dio si può infatti solo “imparare a giocare”, anche se è un po' difficile quando “Dio è morto”

Il surrealismo quindi di Castellitto emerge dalla stessa configurazione dei suoi personaggi e dalle sequenze che li caratterizzano, diremmo che nel finale del film con i due che si levano in volo, indifferenti a ciò che accade tragicamente alle loro spalle, ci sta tutta l'apoteosi di questo surrealismo come in un richiamo ad un quadro di Chagall.

La metafisica è in ciò che aleggia in tutte le sequenze del film, nel disperato confronto tra Valentino ed Enea, in un amore impossibile che sfocia in un bacio “in nero” perché l'autore nietzschianamente non vuole e rifiuta una metafisica trascendentale, fatta di utopie, che esalta le essenze e la sostanza ideale dei personaggi. E ne preferisce una immanente, che riguarda la loro disperata e lacerata materia umana e sociale, in una dimensione in cui la “potenza” del vivere si oppone, come osserviamo anche in uno dei dialoghi del film, al “potere” di vivere, perché la “potenza” va sempre oltre la vita di ciascuno, mentre il “potere” si avvita sempre su se stesso in una spirale di violenza, di disperazione e di paure.

In tutto ciò sembra riecheggi l'insegnamento dello stesso Nietzsche che ammonisce: “guardiamoci allo stesso tempo dall'essere più ricchi ed avari, più ricchi perché abbiamo compreso più in fondo il nostro essere prima di tutto in fondo materia, quindi il nostro vivere, l'essere legati alla terra e al mondo, ma non dobbiamo diventare “poveri” in questa visione materialistica, perché comunque il nostro pensiero, cioè il nostro spirito, ha una importanza fondamentale”

Platone diceva che l'amore è sempre figlio di “penìa e pòros” di povertà e ricchezza, per questo il film di Castellitto, nonostante appaia come un gangster movie senza vero gangster, in fondo è un film d'amore, in cui la povertà e la miseria di ciascun personaggio, indipendentemente dalla sua condizione economica e sociale, si sposano alla perfezione con la tragica ricchezza dell'anelito di ciascuno a superare se stesso, per diventare iperpersonaggio.

Piccolo paradosso nella realizzazione in cui il cast degli attori anche esordienti ha interagito alla perfezione forse guidato da un giovane “sciamano” più che da un regista quasi esordiente: il protagonista dice che l'alternativa nella vita è tra l'individuo e il clan, ebbene nel film prevale l'individuo, ma nella sua realizzazione trionfa il clan Castellitto, a confermare ancora una volta niezschianamente “la compenetrazione degli opposti”.


Carlo Felici

mercoledì 10 gennaio 2024

MANI TESE, VERSO DOVE?

 



Sarà bene precisarlo subito, prima di svolgere ogni ulteriore riflessione: il neofascismo italiano è stato sempre una tragica buffonata.

A spiegarlo bene e con tutti i particolari è l'unico “velleitario fascista” rimasto in Italia, Vincenzo Vinciguerra, a cui abbiamo già dedicato un articolo lo scorso maggio, tuttora in carcere perché condannato all'ergastolo, in un suo libro dal titolo: “Camerati, addio”

Diciamo “velleitario” perché, essendo nato nel 1949, lui del fascismo storico non vide nemmeno l'ombra, autenticamente “fascista”, perché se non altro, nei suoi assunti e scritti, è sempre stato coerentemente contro le demoplutocrazie e contro i loro sostenitori “atlantisti”, fino a pensare di combatterle militarmente e donchisciottescamente.

Non a caso il libro di Vinciguerra reca in copertina la fiamma del MSI, oggi perdurante nel simbolo di Fratelli d'Italia, a cui si sovrappone la bandiera USA.

Perché è del tutto evidente che il neofascismo sia moderato che terrorista, ha avuto sempre come sostenitore occulto e come, a sua volta, finalità di sostegno, l'Alleanza Atlantica, la NATO, il ferreo anticomunismo, fino alla caduta del muro di Berlino ed oltre. Ora naturalmente la finalità e antirussa, perché i poteri forti filoatlantisti hanno come scopo una divaricazione profonda tra Europa e Russia, non solo sul piano militare, ma soprattutto su quello energetico e delle materie prime. E' facile comprenderne la motivazione: una accresciuta e strettissima dipendenza militare, economica ed energetica dell'Europa dagli USA, grande potenza che rischia di essere messa all'angolo nell'egemonia mondiale, dall'alleanza tra Russia e Cina.

Di qui il conflitto in Ucraina e l'allargamento del fronte del conflitto al Medio Oriente, che rischia una ulteriore espansione su altri scenari bellici.

Il neofascismo italiano, è sempre stato inossidabilmente fedele alla strategia di guerra fredda (con folate molto calde) che ha investito il dopoguerra, come quinta colonna in Italia di servizi segreti militarizzati, a loro volta guidati in quel periodo da personalità di spicco del mondo militare ex fascista.

E ciò nonostante lo stesso Mussolini in uno dei suoi ultimi roboanti discorsi avesse proclamato che “L'antitesi Mosca-Nuova York si supera solo con la pratica e la dottrina di Roma”.

Evidentemente non spiegò quale Roma dato che di “città eterne”, nel corso della storia, ce ne sono state tante, quella antica repubblicana, quella davvero imperiale, quella universalmente cristiana, quella papalina, quella brevemente repubblicana e mazziniana, quella savoiarda e infine quella falsamente imperial-fascista..prima della Roma capitale della nostra Repubblica..e di certa mafia..

Egli evidentemente intendeva la “sua”, regalatagli e sottrattagli da un re codardo e fuggitivo, in cui Mussolini aveva cercato di rinnovare gli antichi fasti più con la cartapesta e con la retorica che con fatti e conquiste durature e concrete.

Ma il Duce, se non altro, pur essendo stato sponsorizzato nella conquista del suo governo dai “poteri forti” di allora...Massoneria, Vaticano, industriali, agrari, multinazionali petrolifere estere e via dicendo.., nell'ultimo periodo della sua sciagurata avventura politica, pur facendo da sostenitore ad un regime nazista, razzista, xenofobo e genocida, che occupava il nostro Paese e non ci avrebbe più ridato le “terre irredente” costate quasi un milione e mezzo di morti, feriti, mutilati e dispersi, cercò di recuperare fuori tempo massimo i valori del socialismo sansepolcrista, provando almeno a salvare l'apparato produttivo dell'Italia settentrionale dalla distruzione e dallo schiavismo a cui lo avrebbe sottoposto un Hitler agonizzante e in delirio da “arma segreta”.

Quelli della Repubblica Sociale Italiana erano principi sostenuti anche da coloro che erano stati autenticamente socialisti, come Bombacci, o avevano fatto una seria riflessione sul socialismo e il marxismo, come Gentile. E cozzavano frontalmente contro il neoliberismo, l'atlantismo, il capitalismo sfrenato, quello che, con buona pace di tutti i partigiani che combatterono la Lotta di Liberazione, si è poi imposto nel nostro Paese, anche in barba alla nostra Costituzione, che ormai sta stretta a molte forze politiche, e che è l'ultimo baluardo contro l'abbattimento di ogni residuo di Stato sociale, dai beni comuni, alla sanità, alla scuola, ai trasporti e così via.. Tanto che molti dei reduci della RSI chiesero di aderire al PCI, rifiutati come furono da Nenni, emblematico fu il caso di Stanis Ruinas.

Ebbene il neofascismo italiano, con la perenne sponda di un MSI che, da una parte faceva l'occhiolino ai movimenti estremisti falsamente “antisistema”, e dall'altra non vedeva l'ora di legittimarsi come forza politica parlamentare, è sempre stato la quinta colonna di tale apparato atlantista e ipercapitalista. Anche quando teorizzava di volerlo abbattere, in realtà, veniva “usato” per sostenerlo, esattamente come è stato fatto con i movimenti di estrema sinistra. La cosiddetta “strategia della tensione” infatti, ha sempre avuto come finalità non l'abbattimento dello Stato, ma piuttosto il rafforzamento dello Stato in un senso sempre maggiormente plutocratico e capitalista, senza freni e senza limiti. E questo, sarà bene ricordarlo, è avvenuto anche con la connivenza di apparati mafiosi, massonici deviati, criminali e clericali. Come avviene, in modi meno “rozzi”, in gran parte nei paesi anglosassoni, nati per fare dello Stato una espressione della società civile, la quale però ora si sta ampiamente rassegnando a subire il potere delle grandi lobbies iperattive in tutti i settori, in particolare ultimamente, in quello mediatico.

L'Italia, uscita dagli anni di piombo e dalle macerie della prima Repubblica in cui a governare erano ancora le generazioni provenienti dalla Resistenza e dalla creazione della Costituzione, è piombata velocemente nelle mani dei grandi lobbisti, primo fra tutti chi si è inventato un partito per conquistare il potere e garantire i suoi interessi, allineandosi con quelli dei plutocrati come lui sia ad Est che ad Ovest.

Tutto il neofascismo italiano, rinnegando i principi del fascismo morente che illusoriamente inseguiva i suoi sogni della prima ora, condivisi anche da socialisti rivoluzionari come De Ambris e calpestati prima della conquista del potere, tradendo la rivoluzione fiumana, ha servito questa strategia, sia con le sue frange estremiste, sia con il partito destinato a fare la sua lunga marcia nella conquista del potere, recentemente avvenuta.

Perché questo governo, è del tutto evidente, sta al potere non solo perché ha vinto le elezioni, presentandosi prima come il principale antagonista delle politiche calate dall'alto da governi tecnocratici come quelli di Monti e Draghi, per poi di fatto, realizzare tecnocraticamente le stesse misure economiche e anche più penalizzanti e restrittive, prendendo così per i fondelli il suo elettorato narcotizzato dai media occupati politicamente da giornalisti asserviti ad esso, ma sta in piedi soprattutto perché sostenuto dagli USA. I quali, si badi, soprattutto con questa amministrazione democratica, non hanno particolare simpatie per chi governa in Italia, però, in mancanza di alternative, lo considerano il referente ed alleato più servile, fedele ed affidabile. In particolare in questo momento critico in cui gli equilibri geostrategici nel Mediterraneo sono messi a rischio dai vari conflitti in corso.

C'è anche da dire che più una amministrazione USA non brilla per determinazione, forza ed autorevolezza, più è destinato a contare chi la sostiene come alleato, indipendentemente dal suo colore o valore politico, anche se, come abbiamo visto spesso in passato, gli USA fanno presto a cambiare referente in base ai loro interessi. La loro costante è solo l' “orticaria” verso governi socialisti anche se poi, in casa loro, non pochi ormai, tra i cittadini, sono coloro che vedono in un socialismo democratico e aperto alle dinamiche di mercato, ma attento alle tutele verso il cittadino, una valida alternativa al contingente; per le lobbies e le oligarchie plutocratiche però esso evidentemente resta il principale nemico.

Allora, alla luce di tutto questo, la manifestazione con le braccia tese nel saluto romano, il bonario buffetto del Presidente del Senato che a parole condanna il neofascismo e ricorda che il saluto romano non è da tutti considerato reato, così come la levata di scudi antifascista degli schieramenti politici che sono antigovernativi più che antifascisti, dato che i loro rappresentanti, poi a tali commemorazioni ci vanno come altri, il silenzio di chi è a capo del governo, le grida come quelle del pastorello della favola di “Al lupo! Al lupo” quando non ci sono più “pecore” antifasciste da proteggere, tutto questo fa amaramente sorridere, per quanto sia grottesco e senza senso. Noi dobbiamo temere ben altro

Noi dobbiamo temere in Italia una deriva Sudamericana più che il ritorno di un Mussolini in formato bonsai.

Noi dobbiamo scongiurare seriamente un completo snaturamento della Costituzione, vero baluardo per derive fascistoidi, la quale per altro fu difesa votando No, anche da Fratelli d'Italia in occasione dello sciagurato referendum renziano.

Noi oggi dobbiamo dire un NO chiaro, deciso e democratico sia contro lo sfascio dell'Italia delle cosiddette autonomie differenziate che si traducono in un banalissimo: “ogni regione si faccia gli affari suoi” e dobbiamo dirne un altro altrettanto forte e chiaro contro un autoritarismo di ritorno dato da un premierato che azzererebbe il fondamentale compito del Presidente della Repubblica di tutela di quella Costituzione che ci ha garantito ormai quasi 80 anni di Repubblica, per quanto sgangherata, tuttora libera e democratica.

Perché ambedue i progetti, oltre a snaturare la Costituzione, corrisponderebbero al motto fascista “Me ne frego”, che originariamente nacque come sprezzo del pericolo e come affermazione di audacia rivoluzionaria a Fiume, ma che poi è diventato il motto di un potere autocratico e autoreferenziale che ha agonizzato riducendo l'Italia in macerie e oggi rischia di fare lo stesso, riducendo in macerie specialmente i diritti sociali ed economici dei cittadini e il principio di eguaglianza su cui si fonda la legge.

Cerchiamo quindi di guardare in profondità a ciò che ci accade, ascoltando con attenzione le osservazioni allarmate del nostro Presidente della Repubblica, cerchiamo di individuare e contrastare quelle forze che politicamente sembrano opporsi, ma ambiguamente poi sostengono questa deriva antidemocratica, e che lo hanno già fatto in passato. Cerchiamo di mobilitarci di fronte a certi pericoli imminenti, in tutti i modi, dalle piazze reali a quelle virtuali

Quando il dito punta la luna, guardiamo la luna piuttosto che il dito, quando una mano è tesa, quindi, guardiamo il vero futuro a cui tende, più che il passato che evoca.

La verità infatti è sempre lo smascheramento delle più illusorie idiozie.

Carlo Felici.

mercoledì 3 gennaio 2024

I PESSIMI ESEMPI DEI PISTOLERI

 





L'anno che si è appena aperto non poteva aprirsi in un modo peggiore, data la quantità di violenze e delitti messi in atto la notte di Capodanno, sono stati infatti numerosissimi i ferimenti, comprendenti anche amputazioni e abbiamo avuto anche delle morti

Soffermiamoci in particolare su due episodi accaduti in quella occasione.

Il primo riguarda un uomo che aveva acquistato una pistola illegalmente e ha sparato un colpo uccidendo la zia, inizialmente cercando di depistare le indagini e parlando di “proiettile vagante”, poi costretto ad ammettere le sue responsabilità e dimostrando palesemente di possedere non solo abusivamente un'arma, ma anche di non saperla usare, dato che la credeva scarica mentre essa conservava il colpo in canna.

Il secondo riguarda un deputato che secondo un testimone citato dal giornale Repubblica: “è arrivato a fine serata stavamo andando via: era allegro, ha tirato fuori la pistola senza che nessuno glielo avesse chiesto e all’improvviso è partito lo sparo»

Lui sostiene di non avere sparato, ma in ogni caso, se la pistola era sua, conserva lo stesso pienamente la responsabilità dell'atto scellerato.

Per di più di fronte alla richiesta delle Forze dell'Ordine di consegnare gli abiti per il controllo di rito sulla polvere da sparo, ha invocato l'immunità parlamentare. Come se questa garantisse una sorta di impunità per reati anche piuttosto gravi.

Di fronte a tutto ciò si è scatenata, specialmente sui social, una diatriba con toni anche accesi sull'uso delle armi in Italia, per cui sarà bene fare una certa chiarezza.

L'uso delle armi, nel nostro Paese, è soggetto ad una delle legislazioni più restrittive al mondo. Per detenerle e usarle è necessario non solo un certificato rilasciato dalla ASL o da un medico militare, attestante le condizioni di idoneità psicofisica del soggetto richiedente, in base alle sue motivazioni, ma anche una specifica autorizzazione della Questura, previa analisi della capacità del soggetto di saperle usare, rilasciata da un poligono di tiro.

Basta anche un semplice incidente domestico, soggetto a denuncia, che la Polizia può entrare in casa e sequestrare ogni tipo di arma, propria o impropria, per motivi cautelari, ed evidentemente il cittadino, in tal caso, non può invocare alcuna immunità, ma solo rivolgersi al suo avvocato. Tale idoneità può quindi essere revocata ad arbitrio della Questura a tempo indeterminato o finché il cittadino non richieda che le ragioni dell'interdizione possono essere concretamente e per motivi validi rimosse, anche in questo caso il parere della Questura sarà vincolante

Nonostante questa serie di norme restrittive, purtroppo, assistiamo lo stesso ad episodi di uso eccessivo o indiscriminato di armi, come nel caso del gioielliere che ha inseguito i rapinatori fuori del suo negozio, improvvisandosi brutalmente come uno spietato giustiziere. Forse aveva visto troppi film con il tenente Callaghan, o piuttosto aveva sentito troppi proclami di certi politici sulla necessità sacrosanta del cittadino di autodifendersi.

Certamente il diritto all'autodifesa è sancito dalla legge, ma sempre in modo proporzionato all'offesa e non è certo un motivo per scavalcare le sentenze dei giudici, la cui autonomia è altrettanto sacrosanta.

Ecco quindi che il problema non è la legge vigente e se debba essere ancora più restrittiva, perché, come abbiamo osservato, le norme già ci sono e testimoniano del fatto che il possesso e l'uso di armi in Italia non è un diritto ma una semplice concessione, per motivi validi e motivati, e in ogni caso soggetta a verifica ed eventualmente anche a rimozione.

Invocare l'immunità parlamentare per evitare queste norme è palesemente la dimostrazione di una personalità che non tiene conto del rispetto della legge e delle norme che ne consentono l'applicazione. Se andiamo incontro a periodi in cui i politici usano le armi protetti dall'immunità parlamentare, mentre i cittadini ne sono privati anche per motivi non del tutto rilevanti, stiamo pur certi che precipiteremo in epoche buie e di tristissima memoria.

Garibaldi, che fu l'artefice dell'unità d'Italia, istituì con legge 2 luglio 1882, n.883, il Tiro a Segno Nazionale, per consentire a tutti i cittadini di conoscere le armi da fuoco, saperle usare e addestrarsi al loro uso. Successivamente tale istituzione divenne una vera e propria disciplina sportiva regolata dal CONI.

Ma quale era allora il vero intento di Garibaldi? Evidentemente quello poi sancito dall'articolo 52 della nostra Costituzione: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino..” Dice “sacro” perché la vita stessa di ognuno è “sacra” e il tutelare e difendere quella di tutti coloro che appartengono alla comunità che li ha fatti nascere, li ha educati e resi liberi mediante il lavoro (questi restano gli intenti della Costituzione anche se di difficile attuazione) è ancor più “sacro”, perché può portare persino a sacrificare la propria vita, come abbiamo visto nei vari casi di agenti o magistrati.

Di qui il servizio militare obbligatorio, oggi anche per le donne (cittadine a tutti gli effetti) ma su base volontaria, su questo elemento della volontarietà si potrebbe discutere ma esuleremmo dall'argomento di oggi.

Chi come il sottoscritto è memore della stagione degli anni di piombo sa più di altri a cosa possa portare l'uso indiscriminato di armi, allora compiuto da frange estremiste con varie “coperture” anche di servizi deviati, e che portò anche all'assassinio di ragazzi e ragazze inermi che distribuivano solo volantini o volevano solo esercitare il diritto di firmare per far svolgere dei referendum, oltre a ferimenti e uccisioni di vari magistrati e giornalisti.

Evidentemente le organizzazioni criminali e terroristiche conservano tuttora l'uso indiscriminato delle armi e per questo vanno contrastate con la necessaria fermezza, senza esitazione e con tutti i mezzi possibili. Solo quando tali organizzazioni eversive o un pericolo esterno soverchiano la possibilità che lo Stato con le sue Forze Armate e di Polizia ha di difendersi, o quando queste sono soggiogate da una tirannide, non solo può, ma deve intervenire il cittadino in armi, come accadde durante il Risorgimento e durante la Lotta di Liberazione. Per questo il principio di Garibaldi, debitamente regolato e controllato, conserva tutta la sua validità.

Ma in tali circostanze l'esistenza stessa dello Stato e della democrazia sarebbe messa a rischio. Quindi se vogliamo prevenire tali eventualità, dobbiamo esercitare la necessaria fermezza anche con chi fa un uso improprio delle armi, manifestando con questo direi tutta la sua ignoranza ed idiozia.

Perché credo che anche un bambino sappia che una pistola può essere caricata a salve, facendo solo un gran botto e nessun danno se non alle orecchie. Non dubitiamo che nipoti e deputati lo sappiano benissimo, e se lo ignorano almeno vanno messi in condizione di non nuocere e di non dare pessimi esempi.

Garibaldi non amava né le armi né la guerra. La pistola che usò durante le sue imprese, da quella dei Mille in poi, gli fu regalata da Samuel Colt in persona, lui che amava più gli animali, per i quali istituì anche la Società di Protezione e l'agricoltura, che la guerra, alla fine delle sue campagne militari la regalò ad un amico, il quale la donò al Museo del Risorgimento di Torino da cui è stata trafugata circa 50 anni fa, e mai più ritrovata

Purtroppo il furto e l'uso improprio delle armi riguarda anche la storia e la memoria, non solo l'attualità. Soprattutto perché i buoni esempi sono ancora troppo pochi

Carlo Felici

venerdì 29 dicembre 2023

Molte sono le cose terrificanti ma..




Si sta per chiudere il secondo anno della postpandemia e, gettando uno sguardo a ritroso, ci rendiamo conto che l'umanità, dopo essere stata costretta a rintanarsi, ha accumulato parecchia frustrazione, vediamo quindi che le rapine sono aumentate del 75% , gli attentati del 53%, gli omicidi volontari del 35,3 %, i tentati omicidi del 65,1, le lesioni del 33.8% e le percosse del 50%, questi sono i dati sconfortanti della Direzione centrale della Polizia criminale.

La violenza è sempre espressione di un malessere, nasce dalla frustrazione in individui incapaci di realizzarsi che sfogano su altri la propria impotenza ed angoscia interiore.

Viene spontaneo dunque chiedersi da cosa nasca tale incapacità e patire nell'essere umano.

L'uomo più di altri esseri viventi è capace di cose straordinarie e terrificanti. E' l'unica specie vivente in grado di modificare radicalmente l'ambiente terrestre e anche di annientare la biodiversità, sebbene, con ciò in definitiva egli minacci solo la propria sopravvivenza su questo pianeta il quale a lungo a fatto a meno dell'essere umano e può benissimo continuare ad esistere se l'umanità si estinguerà. Per la natura, infatti, non fa una gran differenza che sulla Terra vivano gli esseri umano o gli scarafaggi, lo dice anche il proverbio “ogni sfarrafone e bello a mamma soja” Per madre Terra quindi se ad un conflitto atomico generalizzato sopravviveranno gli scarafaggi, molto resistenti alle radiazioni, o gli esseri umani, non cambierà nulla né nella sua rivoluzione né nella sua rotazione millenaria.

C'è un verso dell'Antigone di Sofocle che rende bene l'idea di una umanità allo stesso tempo, meravigliosa e terrificante, di come convivano in essa natura angelica e demoniaca.

Esso in greco recita così: πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει. E vuol dire “molte cose sulla Terra sono terrificanti ma nessuna lo è più dell'essere umano.

Si tenga conto che però “deina” non rappresenta al plurale neutro solo “le cose terrificanti e mostruose” ma anche quelle “straordinarie per abilità e perizia”

Quindi è proprio della natura umana possedere una sostanza che la rende al contempo meravigliosa e terribile, capace di creare come di annientare.

Sofocle stesso prosegue, mediante il Coro della Tragedia, dicendo “Contro le insidie del futuro non va mai privo di risorse; solo contro la morte non ha scampo, ma pure a malattie incurabili ha trovato rimedi. Padrone della scienza e del pensiero, padrone delle tecniche oltre ogni speranza, si può volgere al male o al bene..”

E conclude affermando che solo il rispetto della legge e dei giuramenti divini gli potrà garantire grandezza nella sua città, mentre ne sarà bandito se la sua abitudine di vita sarà fondata sull'eccesso, sulla tracotanza.

I Greci definivano l'eccesso con la parola ὕβρις cioè l'orgoglio smodato che porta ad una smisurata esaltazione di sé e del proprio Ego in tutti i campi del vivere, persino sessuale, tanto che lo stuprare si dice in greco hybrìzō.

Tale condizione implica una rottura del mètron, l'equilibrio su cui si fonda un'esistenza virtuosa, la quale è consapevole dei limiti da non oltrepassare, per relazionarsi correttamente con gli altri individui e la comunità della pòlis.

La hybris genera necessariamente la nemesis, la rottura dell'equilibrio infatti causa inevitabilmente la sua ricomposizione da parte del destino della necessità, rappresentato dagli dei o dalla Tyche, la quale era la personificazione della Fortuna intesa come sorte ed è quindi legata alla giustizia e alle sue leggi.

Nella tragedia di Sofocle si contrappongono infatti le “leggi scritte” della polis e della nascente democrazia, con quelle norme derivanti dalla Tradizione e dal sangue, in particolare aristocratico, che, pur non essendo scritte, rappresentano i legami famigliari su cui si fonda il ghenos, la stirpe, l'onore dell'appartenere a una Tradizione e ad una Civiltà.

Tornando alle considerazioni iniziali e a certa violenza che vediamo dilagare anche in conflitti armati non lontani dalla nostra “civile Europa”, e di fronte ai quali le istituzioni comunitarie rivelano tutta la loro impotenza, rileviamo che molta della violenza dilagante da frustrazione è causata sia dalla incapacità di ritrovarsi e rispettare norme di legge comuni a tutti noi, sia dalla mancanza di “norme interiori”, di leggi non scritte che appartengano al substrato culturale o religioso di una comunità e che determinano il senso dell'onore e della rispettabilità

Per questo, ad esempio, abbiamo donne che cacciano di casa i mariti dopo un divorzio, ottenendo l'affidamento dei figli e l'abitazione, portando in essa i loro compagni o amanti, senza considerare la rabbia che ciò può generare in un ex marito o compagno, e abbiamo anche fidanzati che, perdendo il controllo che esercitano sulla vita della loro partner, sono spinti a reazioni incontrollate le quali non di rado determinano degli omicidi.

In tutti questi casi la hybris prevale fino ad annichilire la personalità di un individuo e c'è da chiedersi se anche l'assuefazione ai media dove prevalgono scene e immagini in cui la vita degli esseri umani è crudelmente annientata, possa contribuire a fare emergere dall'inconscio in maniera dirompente questi meccanismi distruttivi.

La nostra epoca è palesemente orientata all'eccesso, anzi, spesso tale “anormalità” diventa norma trasgressiva, nel vestire, nel parlare, nell'imporsi con la gestualità e, in generale, nelle relazioni in cui chi più “sgomita” si afferma.

La pseudo-civiltà del capitalismo consumista si fonda sull'illusione del desiderio inesauribile, con la conseguenza che il desiderare e il possedere determinano lo status delle persone in quanto proprietarie di “status symbol”, l'automobile, il vestito griffato, la casa, l'orologio e persino il corpo tatuato.

Di qui l'eclissi della persona in nome della sua immagine da ostentare nei media, in particolare nei social che non sono altro che il palco mediatico in cui tale ostentazione si afferma su scala globale.

E dove tale affermazione è frustrata o schernita subentra la violenza mediante lo stalking, l'umiliazione, il bullismo che, specialmente in personalità fragili, adolescenziali e poco aiutate dai rapporti famigliari, possono fare danni terrificanti e addirittura spingerle al suicidio

Alla radice di ogni sofferenza c'è sempre un desiderio irrealizzato, questa è una verità che fu scoperta anche dal Buddha moltissimi secoli fa, la riduzione della sofferenza e della violenza che scaturisce da essa mediante la frustrazione, passa attraverso la consapevolezza di un individuo e la conoscenza del suo sé, per cui la virtù suprema di ciascuno si fonda non tanto su norme legislative religiose, dogmatiche o morali che variano a seconda dei contesti, ma sul socratico γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón conosci te stesso, scritto anche nel tempio di Apollo a Delfi. Apollo è il dio che propizia la conoscenza e la cura, ma anche quello che, con le sue frecce, ristabilisce l'equilibrio violato. Il suo simbolo era il carro del Sole che attraversa il cielo

Un firmamento che oggi noi guardiamo con occhi disincantati, e che abbiamo anche riempito di rifiuti orbitali

La perdita del senso del sacro, soprattutto collegato agli eventi naturali, quella dell'equilibrio fondato sull'onore dell'appartenenza ad una Tradizione e ad una stirpe, l'illusione che tutto sia a portata di mano, se si soggiace alla volontà di potenza nell'accrescimento del potere del denaro, sono gli elementi che determinano il contingente violento e disperato in cui ci troviamo pieni di oggetti, ma completamente desertificati di senso

Allora sarà bene ricominciare a distinguere ciò che è naturale e ci è necessario per vivere e sopravvivere, non solo cibo, abitazione, e cure mediche, che per altro in veri paesi anche sviluppati, per le diseguaglianze sono già a rischio, mentre in altri sono completamente annientati da insensate guerre, ma anche la trama dei rapporti autenticamente umani che identifichiamo come amicizie, in grado di comprenderci, di sostenerci e di consigliarci. Distinguerlo da quello che pur essendo naturale, spesso non è necessario, come il cibo smodato, i vestiti griffati, tanto appariscenti quanto spesso soggetti a mode passeggere, i numerosissimi oggetti che affollano le nostre case, i rapporti inutili che ci causano sofferenza e che non siamo capaci di troncare, magari per necessità lavorative o persino per troppa compassione, i cellulari che cambiamo in continuazione, in definitiva una vita orientata dai messaggi pubblicitari e dallo spirito di emulazione, direi persino il sesso, quando esso assume la dimensione di una voglia temporanea che si esaurisce in uno sfogo tanto misero quanto effimero. Per evitare accuratamente ciò che non è naturale né necessario, come tatuarsi tutto il corpo, compiere strani riti che hanno come scopo ultimo solo l'illusione dell'accrescimento del nostro sé, del nostro potere e dei soldi che ne derivano, soprattutto sapendo fare a meno di ciò che non solo genera in noi stessi sofferenza e violenza, ma anche in altri, innanzitutto col nostro parlare, con l'eccesso di messaggi mediatici che non rispettano la capacità di accoglienza dell'altro/a, in particolare osservando e rispettando l'altro per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse

Si badi, l'altro non è solo l'essere umano inquadrabile come “prossimo”, ma ogni essere vivente che entra nel quadro della “prossimia” a cui noi andiamo incontro inevitabilmente nella nostra vita, in particolare gli animali che danno di tutto e di più all'essere umano senza chiedere in cambio altro che affetto e rispetto, come i cani e i gatti, i quali sono esposti oggi a indicibili violenze gratuite, come lo scuoiamento, la tortura e l'abbandono.

Un essere vivente che pratica tali violenze come può pretendere di essere migliore di coloro che chiama con disprezzo “bestie”?

Chi ci aiuta a conoscere e ad emendare i nostri desideri? La cultura, la meditazione, le buone amicizie e soprattutto un buon tirocinio. Un atleta non è tale se non si allena, così un essere umano non è tale se non si allena ad essere “pienamente umano” mediante una capacità di vivere e gestire la propria vita nel rispetto degli altri esseri viventi, nella sua capacità di relazionarsi con loro per ridurre reciprocamente la sofferenza di ciascuno. E perseverando nella Via della gentilezza che il buddismo chiama Dharma.

Sono verità note fin dai tempi di Epicuro, lo stesso che esortava molti secoli fa ad intraprendere il cammino da subito, senza timore di essere troppo vecchi o troppo giovani e che purtroppo è rimasto inascoltato

La nostra civiltà, così ricca e “desiderabile”, si fonda sul desiderio smodato ed inesauribile, e per questo sulla condanna all'infelicità, alla disperazione, alla sofferenza che genera la violenza, la quale si illude di esorcizzarla mentre la eleva all'ennesima potenza

Invece il tempo della felicità è ora, qui, adesso, hic et nunc, se sappiamo conoscere e dosare i nostri desideri e relazionarli con quelli legittimi di qualsiasi altro essere vivente

Così, vivere per rimuovere la sofferenza dal mondo ci apparirà infinitamente meglio che alimentarla con infiniti desideri individuali e collettivi, il cui limite è solo il conflitto, la competizione e alla fine, quando sono incontrollati e generalizzati, la guerra.

Se davvero ci meritiamo di meglio, impariamo a meritarcelo.


Carlo Felici

lunedì 20 novembre 2023

Una barbarie senza onore

 




L'omicidio di Giulia riempie tutti noi di rabbia e di commozione, non solo per la sua efferatezza, ma anche perché è l'ennesimo assassinio di una donna in Italia dopo una lunga serie. Sono infatti ben più di cento gli omicidi di donne commessi dall'inizio di quest'anno, senza contare poi le violenze domestiche denunciate e spesso taciute.

E' la cifra di una barbarie che ci interroga tutti sul livello di pseudociviltà che abbiamo sotto gli occhi in Italia. In particolare, crescono i delitti in ambito famigliare e affettivo del 4%, così come crescono della stessa percentuale gli omicidi commessi dal partner o dall'ex partner.

Siamo di fronte ad una vera e propria piaga sociale che non è possibile sanare solo con leggi penali preventive o repressive.

Il problema riguarda soprattutto la formazione e l'educazione, ma né la società e tanto meno la scuola sembrano attrezzarsi a sufficienza per porvi un efficace rimedio.

Nelle scuole si è resa trasversalmente obbligatoria l'ora di Educazione Civica, il che vuol dire che ogni insegnante, per la sua materia, deve svolgere un certo numero di ore collegando argomenti suoi specifici con quelli inerenti all'educazione del futuro cittadino. Purtroppo però si dà molto risalto ad argomenti come l'educazione stradale, la prevenzione delle droghe e dell'alcoolismo, la legalità, che sono importantissimi, senza ombra di dubbio, ma si trascura totalmente l'educazione sessuale e sentimentale. Anzi, se corsi di educazione sessuale vengono svolti da personale medico, nulla di quanto concerne i rapporti interpersonali, affettivi e sentimentali viene trattato, e il tutto si riduce spesso ad una lezione di fisiologia dell'apparato genitale.

In televisione, inoltre assistiamo a spot di ogni genere, anche contro le fake news, o per la prevenzione degli incidenti stradali, ma poco o nulla per quanto riguarda i rapporti, i sentimenti ed il dovuto rispetto che dovrebbe intercorrere tra le persone di ogni genere e sesso.

E' del tutto evidente che questi argomenti così delicati non vanno affidati esclusivamente alla misericordia divina così mirabilmente invocata ed esposta da questo Papa senza pregiudizio alcuno e anche coraggiosamente contro le non poche resistenze dei conservatori curiali.

E' lampante che una emergenza nazionale deve essere affrontata con gli strumenti idonei e a tambur battente, c'è una battaglia culturale da combattere in cui ciascuno, per la propria parte e per il ruolo che svolge in ambito sociale, lavorativo e soprattutto famigliare, è tenuto ad arruolarsi e a combattere. Il nemico è per tutti uno: l'ignoranza, l'insensibilità e l'indifferenza che si incarnano periodicamente nel “mostro insospettabile” preda della sua furia disumana

Per combattere un nemico così insidioso ed imprevedibile però bisogna tenere ben presenti alcuni principi basilari, il primo è che nessun ruolo svolto da ciascuno dà la possibilità di essere credibili ed incisivi in questa prevenzione e in questa lotta, non basta essere padre o madre, non basta essere insegnante, non basta essere carabiniere, poliziotto, sacerdote, regista o giudice per ottenere risultati efficaci. Quello che è piuttosto indispensabile per combattere la disumanità che rende gli esseri umani peggiori degli animali, i quali usano solo l'istinto per auto conservarsi, mentre gli esseri umani usano il raziocinio e persino la fantasia per i loro piani criminali, è il contrario della disumanità e cioè l'umanità

Ma che cosa è l'umanità? Una frase di Terenzio autore latino dell'epoca degli Scipioni recita così “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” che tradotto significa: sono un uomo perché nulla di umano ritengo mi sia estraneo.

Per capire questo concetto che fu poi alla base della concezione cristiana e rinascimentale dell'inalienabile diritto di ogni persona alla dignità umana che caratterizzò tutto lo sviluppo della civiltà occidentale e che oggi è fortemente messo in crisi, bisogna risalire alle sue origini.

L'Humanitas per i latini era una risultante di varie componenti e fattori, tutti indispensabili a definire come un essere umano potesse risaltare in ogni contesto civile e distinguerlo dal barbaro, non solo in ambito linguistico: il primo concetto assimilabile alla filantropia, è quello di riconoscersi appartenenti tutti a un unico destino naturale, indipendentemente dalle origini, del sesso, della religione o della etnia di ciascuno, un principio questo mutuato dallo stoicismo

Il secondo è quello di avere una cultura che non sia erudizione ma scienza dei valori umani, non solo in ambito umanistico, ma anche in quello scientifico. I nostri nonni e bisnonni non avevano, per la gran parte di loro, una laurea ma avevano una cultura ereditata dai loro genitori e dalle comunità in cui vivevano che li proteggeva, con i suoi tabù, dalle peggiori efferatezze messe in atto oggi anche da tanta gente laureata.

Il terzo fattore, altrettanto importante, è il senso del decoro che non è un principio meramente estetico ma è legato al concetto di onore in base al quale un atto disonorevole rende un essere umano spregevole per se stesso e per lo stesso contesto in cui egli vive, e un tempo lo portava a pene esemplari o all'esilio perpetuo costringendolo ad essere “errante” in un duplice senso, quello di colui che commette errore e quello di colui che è costretto a girovagare senza meta, fino allo sfinimento.

L'educatore, in ambito famigliare, mediatico ed istituzionale deve innanzitutto puntare sulla divulgazione e sull'insegnamento di questi capisaldi della civiltà, poi imparare ad analizzare i casi che, volta per volta, si presentano stigmatizzando ciò che li ha causati ed evidenziando come si possano prevenire

Ogni rapporto interpersonale ha le sua specificità, per cui è impossibile generalizzare creando una scuola in cui si insegni come amare e rapportarsi con i propri partners affettivi. Un libro però ci sentiamo almeno di consigliarlo, ed è “L'arte di amare” di Erik Fromm.

Alcune situazioni, però, particolarmente frequenti le possiamo analizzare cercando di scardinarne le distorsioni che portano ad atteggiamenti criminali

Perché nelle vicende dei nostri nonni e padri erano quanto meno più sporadici certi atteggiamenti? Innanzitutto il tessuto culturale, religioso e sociale era molto diverso, in particolare, poi, il ruolo della donna era svolto in maniera molto differente. E' l'emancipazione femminile che ha causato nell'uomo medio italiano la crisi depressiva, per mancanza di accettazione della perdita di rapporto, fino al donnicidio? Femminicidio ci pare infatti l'ennesima squalificazione del ruolo femminile, non diciamo infatti maschicidio ma omicidio, cominciamo quindi da una rieducazione lessicale.

Chi ha vissuto le battaglie degli anni '70, il 77 e dintorni ha difficoltà a credere a questa motivazione, perché allora si capovolgevano certi valori tradizionali in pieno e comune accordo, per cui i giovani di quelle generazioni, che si lasciavano e si mettevano insieme senza problemi e che avevano vissuto con piena passione quella stagione, sono forse i più immuni da certi fenomeni, che riguardavano piuttosto certa destra eversiva con episodi eclatanti come quello del Circeo.

Diremmo piuttosto, in accordo con Pasolini, che in Italia c'è stata, tra gli anni 60 e gli anni 80 una vera e propria “mutazione antropologica” dell'italiano medio, il quale è passato da un ruolo di maschio dominante, ereditato dal fascismo, ad uno di maschio reificante, indotto dal consumismo.

In poche parole, l'individuo medio (e non mi sento di penalizzare solo gli uomini perché anche molte donne hanno male interpretato la loro emancipazione esclusivamente mascolinizzandosi) che il fascismo aveva irregimentato nel ruolo di padre padrone destinato a credere obbedire e combattere, è bruscamente passato al ruolo di “individuo consumatore”, padrone solo, per risaltare, dei soldi, del sesso e del successo. Ma mai padrone in tal modo di se stesso, anzi destinato così ad una perpetua ignoranza di se stesso, delle proprie speranze, concrete esigenze e fragilità spesso solo represse.

Per un individuo così che proietta la sua identità, sicurezza ed affermazione spesso nel ruolo che ha nei confronti di una donna, un rapporto non è mai alla pari, non è mai una scoperta, né un modo per crescere e mettersi continuamente in discussione. Uno così deve essere sempre efficiente, in grado di competere e vincere in ogni contesto, e una donna in questa demenziale dimensione non può che essere relegata nel ruolo di “stimolante” più o meno come una droga. Una donna così deve essere controllata, deve sempre assecondare, assicurare il massimo dell'efficienza nel consumo delle energie per conquistare risalto e potere.

E' del tutto evidente che un ruolo del genere, alla fine, per un uomo risulta anche peggiore di quello di padre padrone perché, in tal modo, egli perde anche ogni intento educativo soprattutto nei confronti dei figli, destinati ad essere solo soddisfatti ed accontentati perché così intralciano meno, ci si illude che diano meno problemi, se non addirittura ad essere relegati nella dimensione più problematica e frustrante, quella dell'indifferenza.

Quando una donna non ce la fa più e stacca la spina perché non si sente realizzata, quando vuole perseguire uno scopo che diventa incompatibile per un uomo o un ragazzo che ha continuamente inseguito il sogno onanistico di poterla plasmare e orientare secondo le proprie finalità, quando egli si sente relegato in una condizione di abbandono, di sofferenza per il distacco e soprattutto di mancanza di controllo sulla sua vita, ecco che scatta l'imponderabile, come in una rabbiosa crisi di astinenza per una droga potente. Non si è più capaci di vedere una donna o una ragazza per quella che è, ma si resta disperatamente attaccati alla immagine che si è preteso che lei dovesse incarnare, alla profonda illusione spacciata per amore.

Non si è capaci di comprendere che una donna ama col cervello prima che col sesso, che il suo sesso è solo un prolungamento del suo cervello, del suo cuore e del suo animo, non una delle tante immagini che i media ci sbattono in faccia per puro illusorio consumo, come piccole droghe a buon mercato. L'erotismo di una donna non è dovuto alla potenza di un atto fisico a volte brutale, ma spesso viene scatenato da un movimento impercettibile, che pervade i suoi pensieri e si diffonde su tutto il suo corpo, sono le idee, la frasi, le passioni che un uomo riesce a comunicare e condividere e che accendono le emozioni di una donna che la fanno innamorare. Sono il non dare mai per scontato nulla, specialmente un ruolo, sono la costruzione in fieri di un rapporto che non ha mai un punto di partenza o di arrivo, ma è sempre un cammino condiviso e mai definito una volta per tutte, sono la fiducia e la stima che rendono la gelosia solo un simulacro su cui ironizzare perché la fiducia è quel che soverchia tutto, oppure è quello che può rimettere tutto in discussione, che possono far continuare a stare insieme due persone. E se una non ce la fa più, bisogna rispettarla, bisogna conoscerla, perché il rispetto, dalla sua radice etimologica “respicio”, è innanzitutto riconoscere e anche riconoscenza per quello che, bene o male, si è vissuto insieme e non va mai rinnegato.

Mai pregare o insistere quando una donna ci lascia, ma sempre rispettarla, perché la nostra ansia da “perdita” non fa che accrescere in lei la disistima nei nostri confronti, non fa che spingerla a considerarci dei deboli, degli incapaci a sostenere la sua mancanza. Se vuole distaccarsi, quindi, lasciamola fare, sarà lei poi, magari mettendoci alla prova, a capire se sente la nostra mancanza oppure si sente finalmente libera e più felice. E cosa c'è di migliore nell'amare veramente una donna che saperla felice, ebbene sì, anche con un altro, anche con chi magari ha saputo comprenderla ed amarla meglio di noi.

Questo è onore, questa è la dignità e questo è il rispetto, valori degni di una società cavalleresca che la barbarie del consumismo mediatico e la prostituzione degli esseri umani asserviti ad un profitto con cui si pretenderebbe anche di comprare i sentimenti, non solo non comprendono ma tendono ad annichilire perché se tornassero in auge salterebbe tutto un apparato che si autoalimenta usando le vita umane come i vuoti a perdere delle lattine di birra

Diceva Publio Sirio: “L'onore è come lo spirito dell'uomo, non ritorna da dove se ne è andato”

Non sarà quindi la galera, o la fuga fino agli antipodi a restituire lo spirito che è la vera identità di ciascuno, a coloro che in questi crimini efferati, nella violenza disumana verso una donna hanno perso innanzitutto il loro onore. Perché in tal modo saranno loro stessi a condannarsi ad essere meno di niente, meno della polvere, meno della cenere che ha bruciato donando calore, meno del vento che è l'essenza stessa dello Spirito Universale, ma risulteranno solo un vuoto a perdere che mette ali demoniache inquinando l'universo.


Carlo Felici

lunedì 13 novembre 2023

INDI, UNA VITA ETIAM SPES CONTRA SPEM

 


La tragica vicenda di Indi ci riempie di commozione e di angoscia, specialmente per il suo tragico epilogo che la scienza odierna ha sempre dichiarato ineluttabile, ella era infatti affetta da una malattia degenerativa per la quale pare non esistano cure se non quelle palliative

Ma la scienza non è una religione e nemmeno un dogma e soprattutto non può imporsi sugli affetti umani.

Lo sa bene anche chi ha visto quasi morire il proprio figlio e lo ha visto risorgere dal coma proprio in quell'ospedale Bambin Gesù a cui si era rivolto disperatamente perché quello pubblico lo aveva dato per spacciato, e per di più ora fare una vita quasi normale.

Ma ogni caso è un caso a parte, e purtroppo ci sono quelli più disperati di altri, come quello di Indi.

In tutta onestà credo che i soloni, specialmente del web, che sputano sentenze appellandosi alla “verità scientifica”, in particolare in questo momento di dolore che ci sentiamo di condividere con i genitori di Indi, facciano meglio a tacere.

Non si tratta infatti di disquisire sulla opportunità o meno della eutanasia, o della efficacia delle cure mediche e nemmeno della loro perfettibilità nel tempo grazie alla ricerca, si tratta di capire chi è veramente l'arbitro della stessa vita umana, specialmente quando essa è inerme ed indifesa.

Possiamo anche capire e giustificare il fatto che un adulto pienamente cosciente e consapevole della propria sorte decida di porre fine ad una vita che ritiene ormai insopportabile a causa della sua sofferenza fisica e psicologica.

Sarebbe lungo dibattere sul significato del suicidio nella storia della civiltà umana, qui basti ricordare che nell'antica Grecia solo i pitagorici vi si opponevano con una certa fermezza anche se alcuni dicono che lo stesso Pitagora si sia suicidato, per essi infatti l'anima custodita dal corpo non può essere liberata dalla sua custodia senza l'intervento del dio che ha provveduto a tale custodia.

E lo stesso Platone, riferendosi alla fine di Socrate dichiara: “non è un precetto irragionevole che nessuno debba uccidere se stesso prima che Dio non gli mandi un perentorio comando, come ha fatto ora con noi” Mentre per Epicuro il suicidio è una affermazione della libertà umana sulla necessità della natura, infatti egli dichiara: «È una sventura vivere nella necessità, ma vivere nella necessità non è per niente necessario” Lo stoicismo, in buona sostanza riprende la considerazione aristotelica sul suicidio, si esce dalla vita non per viltà o perché sia bello, ma semplicemente per evitare un male per se stessi e per gli altri, in piena razionalità, coscienza e consapevolezza.

Si sa che le tre religioni monoteiste, fedeli al valore secondo il quale solo Dio è padrone della nostra vita e della nostra morte, un po' riecheggiando in questo il principio pitagorico, pur escludendo ogni forma di metempsicosi, condannano il suicidio o quanto meno lo affidano alla misericordia divina.

Ma qui, come ripeto, non si tratta di una interruzione di una vita cosciente, quanto piuttosto di una vita che non ha fatto in tempo a sbocciare per poi essere destinata a tornare da dove era venuta. Per chi crede in Dio, dall'amore incarnatosi nei suoi genitori da cui proveniva e verso quello universale che aveva mosso anche quello dei suoi genitori.

Ma per chi crede che veniamo dal nulla ed al nulla siamo destinati, l'unica sorte tollerabile resta quella di non soffrire e di non sprecare risorse destinate ad alleviare altre sofferenze.

Sembra che questa, dunque, sia l' “alta” motivazione che ha spinto la Magistratura inglese ad impedire che quella vita così fragile e indifesa potesse essere accolta ancora forse per qualche giorno o settimana, chi può saperlo ormai, in un altro ospedale italiano, senza alcun onere per i contribuenti inglesi né per il sistema sanitario britannico.

Tutti fanno appello alla “infallibilità della scienza” quasi che si dia per scontato che noi non siamo che protesi di un apparato scientifico autoreferenziale che usa le nostre vite solo per auto-potenziarsi, come i film di Matrix hanno bene messo in evidenza.

Però c'è un piccolo granello di senape che se non ha arrestato l'ingranaggio, lo ha fatto vacillare e ha mostrato almeno la sua lucida ed efficiente crudeltà nell'orizzonte mediatico globale.

E' stato quello dell'affetto disperato ma incrollabile dei genitori di Indi che solo chi è passato attraverso l'inferno di un figlio in fin di vita può comprendere, gli altri no, no, sono solo destinati alla discarica delle chiacchiere più o meno competenti.

Un bambino che non può decidere è affidato agli unici che possono decidere al posto suo e che lo hanno chiamato a vivere, bene o male che gli sia toccato di vivere. E questi sono i genitori, mai e poi mai nessuno, nessun apparato, nessuna scienza, nessun sistema giudiziario o sanitario può e deve opporsi alla volontà di questo amore tenace dei genitori i quali amano la vita che hanno generato anche nella sua disperata fragilità, e questo vale anche per ogni altra persona che non sia più in grado di intendere e volere e sia affidata ai suoi cari

La legge arida dell'efficienza e della scienza, per altro sempre perfettibile e mai “esatta” non può e non deve mai sovrapporsi alla legge dell'amore, a meno che non vogliamo rievocare lugubri scenari del passato in cui si eliminavano le persone disabili e più deboli con la scusa di alleviare le loro sofferenze, dimostrando così la macroscopica ipocrisia di una società che condanna il nazismo a parole e poi lo pratica nei fatti con la sua “scienza esatta”. Precisamente come tollera che gruppi neonazisti combattano ancora oggi o come non riesce ancora a sradicare l'antisemitismo.

Pare così che non siano bastati più di 50 milioni di morti per sradicare questa demoniaca tendenza nell'animo umano.

In definitiva però non possiamo trarre spunto da questa tragica vicenda per speculazioni politiche, religiose e nemmeno sociali, ora, come sempre quando una vita viene strappata al dolore e allo strazio di chi l'ha amata con tutto se stesso, c'è spazio solo per la commozione e per il cordoglio. Noi possiamo solo rammaricarci che Indi non abbia trovato, nel momento del trapasso, le braccia e l'affetto dei suoi genitori nella sua casa, perché morire nelle braccia di chi ci è più caro è morire nell'Amore, e morire nell'Amore è morire in Dio.

E' vero che tutto questo non deve distrarci dal considerare che tanti bimbi muoiono straziati ancora dalle bombe e dalla fame, ma il meccanismo che produce la loro morte non è molto diverso da quello tecnico e scientifico che ha decretato quella di Indi. Le guerre e le diseguaglianze sociali sono create a loro volta da un sistema tecnocratico che si autoalimenta e diventa sempre più efficiente, mettendo le ragioni del profitto e della massimizzazione delle risorse a vantaggio di chi lo serve meglio, e destinando masse sempre più sterminate alla discarica della indifferenza o dello sfruttamento. Se i costi esorbitano dalla attitudine compassionevole, è inesorabilmente l'attitudine alla cura amorevole che muore assieme a chi genera costi eccessivi

Nell'Islam quando muore qualcuno si dice: “Inna lillahi wa inna ilayhi raji'un” che vuol dire: “In verità apparteniamo a Dio, e in verità a lui ritorniamo” E Dio è sempre il Compassionevole ed il Misericordioso, per il quale terrorismo, bombe e morte non sono mai giustizia né liberazione, ma sono solo la bestemmia più grande e terribile.

In Inghilterra i musulmani sono già svariati milioni ed in crescita di anno in anno. Magari un giorno saranno in grado anche di orientare questo principio della non soppressone della vita anche nei sistemi giudiziari e sanitari, come in altri paesi, integrandosi con i principi legislativi preesistenti. Sempre ammesso che tale principio sia rispettato anche negli stessi paesi musulmani, perché il nichilismo imperante oggi che sovrappone il potere, la tecnica, efficienza e il profitto che esse generano ad ogni altro valore ha buon gioco anche nell'utilizzare anche i principi religiosi a suo esclusivo vantaggio.

Nel frattempo non solo la civiltà umana ma il mondo stesso è in agonia, con le sue perduranti e stupide guerre, con il suo inquinamento che minacciando persino gli oceani rischia un giorno di non farci più nemmeno respirare, con il suo carico innumerevole di ingiustizie sociali per cui il capo di una multinazionale accumula maggiori profitti di interi stati, con i suoi dissesti idrogeologici che sono ormai all'ordine del giorno, con gli omicidi in famiglia diventati cronaca quotidiana.

Allora un bel giorno (si fa per dire) qualcuno dirà..beh premiamo un bottone e stacchiamo la spina..l'essere umano non merita la Terra, lasciamola a coloro che la meritano e che adesso ci fanno tanto schifo..gli scarafaggi, perché resistono alle radiazioni meglio di noi. In fondo la Terra è madre anche a loro e.. “Ogne scarrafone è bell' a mamma soja”..

Nel frattempo cosa ci resta? Ci resta la speranza, una speranza consapevole e disperata..spes contra spem..una speranza contro ogni evidenza, la stessa che rese Abramo, il quale non sembrava dovere avere figli, padre di molti popoli, la stessa che avevano i genitori di Indi e ai quali è stata negata.

Quella che apre la porta di un mondo migliore, l'unico in cui valga davvero la pena di vivere ed in cui forse Indi e tanti bimbi innocenti strappati al futuro anche in condizioni più tragiche, torneranno a perdonarci tutti, quando quel granello di senape che ha fatto inceppare la nostra coscienza sarà un albero frondoso.

Carlo Felici