Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

lunedì 7 marzo 2022

IAIDO

                                               


                                                      di Carlo Felici

Viviamo in un mondo in cui la guerra che avrebbe dovuto essere sepolta con le macerie del secolo scorso, appare purtroppo di nuovo repentinamente, questa volta accompagnata in maniera esponenziale anche da devastazioni ambientali e ingiustizie sociali che, con il loro progredire, possono mettere a serio rischio la sopravvivenza degli esseri umani su questo pianeta.

Non di rado i “rimedi” che si sono adottati in passato per emendare questi pericoli, si sono poi rivelati purtroppo peggiori degli stessi mali, originando anche guerre di religione o per la contrapposizione di modelli politici, religiosi ed ideologici di potere.

La costruzione della pace nel mondo che appare oggi come l'imperativo categorico più impellente che l'umanità deve affrontare, passa piuttosto inevitabilmente mediante la costruzione della pace interiore, e cioè mediante la consapevolezza della interconnessione di tutto ciò che, prima ancora di esistere ed essere sottoposto alle leggi del divenire, “è”, di per sé insieme al tutto, da sempre e per sempre

L'unione con l' “essere” è la suprema consapevolezza che ci apre al destino dell'eternità, al fatto che cioè noi siamo già “eterni” prima di nascere e non possiamo non esserlo dopo la nostra morte.

La filosofia occidentale ci ha insegnato a scoprire, a disvelare l'essere, aletheia, per i Greci, non è altro che la verità in quanto scoperta e “disvelamento”, anche in senso etimologico. Ma non ci ha insegnato ad unirci ad esso, ad essere cioè tutt'uno con esso.

In questo l'Oriente può darci una grande lezione, in particolare con la “pratica dell'unione con l'essere”, un' arte ed una disciplina marziale, tra le più antiche al mondo.

Lo Iaido è, anche in questo caso pure etimologicamente, l'unione con l'essere. Scopo perfetto di tale disciplina è infatti l'unione con noi stessi e con il microcosmo che c'è in noi, al fine di unirsi con tutto l'universo, tagliando ciò che ancora ci separa e ci ostacola, mediante le nostre imperfezioni.

Non è quindi un'arte astratta o teorica, ma una pratica di vita adatta a qualsiasi età, un percorso non solo da seguire in un Dojo, ma da vivere quotidianamente

Lo Iaido è spesso associato allo Zen e ogni pratica nel Dojo è preceduta da una adeguata meditazione, e da precisi insegnamenti da parte di un Sensei che è il “Maestro della Via”. Lo Iaido precede tutte le arti marziali e si è sviluppato nell'antico Giappone.

Abbiamo notizie sulle prime scuole di Iaido intorno al VII secolo, durante l'era Nara, con il loro pieno sviluppo tra il XVI e il XVII secolo. Da allora, questi antichi e preziosi insegnamenti si sono tramandati fino ad oggi e la loro pratica, anche se non particolarmente estesa rispetto ad altre discipline come il Kendo, è ormai diffusa in tutto il mondo e tuttora in auge.

Si imparano con lo Iaido le tecniche di estrazione di spada, mediante i Katà, ma il vero scopo è la coordinazione tra mente, corpo (nella sua dimensione cinetica e scheletrica) e respiro, nell'esecuzione di ogni Katà, fino a che tutto ciò avvenga con piena naturalezza. Nella pratica sono necessarie molta pazienza, e particolare perseveranza, oltre ad una estrema precisione nell'eseguire i movimenti, L'arte quindi è particolarmente rigorosa, ma ricca di fascino, e la spada in essa diventa il modo in cui mente e corpo si integrano e si manifestano pienamente nell'unione con l'Essere, nella sua vitalità ed autenticità.

Per praticare lo Iaido è necessario un equipaggiamento costituito da uno IAI-GI, (casacca) doppio, bianco e nero, e una HAKAMA (gonna pantalone) nera.

Inizialmente si utilizza un BOKKEN (spada di legno), poi uno IAITO (spada in lega metallica non affilata) e, per coloro che sono più esperti, anche una vera Katana (Shinken)

Tutto avviene a debita distanza e sotto il controllo assiduo di un Maestro a cui si deve sempre pieno rispetto e assoluta obbedienza.

L'essenza dello Iaido, nell'anima del Giappone da cui proviene, credo sia espressa pienamente in questa affermazione di Yukio Mishima in un suo dialogo con Michel Random (alias Stefano Balossini):

È una perfezione, un rigore, un’armonia, una segreta bellezza. La spada è l’immagine compiuta di questa tensione a due facce: essa esprime la perfezione dell’opera realizzata, il senso sacro della vita e della morte, l’attacco fulmineo stesso. È difficile dire se noi siamo in grado di condividere una tale sensibilità o anche solo di comprenderla realmente. Ma poiché questa è la sensibilità del popolo giapponese, dobbiamo almeno sapere che questa faccia invisibile è come un codice creatore, sorridente e implacabile al tempo stesso”

Sembra impossibile poter parlare di perfezione, rigore, di armonia e di segreta bellezza in un mondo afflitto dal consumismo in cui il cattivo gusto e la bruttezza ormai straripano dai vari media, telematici e televisivi, eppure esiste, se ancora si ha la forza, la pazienza e soprattutto la perseveranza di volerla non solo cercare, ma soprattutto attuare in noi stessi prima ancora che altrove.

Nello Iaido sembra vivere una giocosa finzione che solo apparentemente resta tale, anche se animata da situazioni (katà) in cui il nemico è un signor Nessuno, ma che in realtà è sempre il signor Pericolo, quando si manifesta repentinamente in ogni circostanza della vita, persino con l'intento di uccidere. Uccidere il nemico, quindi, diventa, nell'arte dello Iaido, l'abilità dell'uccidere la paura costante di un nemico che vive in noi e ci appare esista anche fuori di noi.

Non bisogna quindi confondere lo Iaido con un passatempo alimentato dall'autocompiacimento di acquisire gradi sempre superiori. Lo Iaido piuttosto è la consuetudine quotidiana con la morte, pericolo supremo del vivere ma allo stesso tempo suprema consapevolezza del nostro destino ultimo, quello che ci riporta sempre, volenti o nolenti, all'Essere supremo.

Dicevano i latini: “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt” Di qui l' “Amor fati” assunto dallo stoicismo come viatico supremo del confronto con una morte che non è mai nemica ma “sorella”, anche francescana, del vivere. Ebbene, nello Iaido si è tutt'uno con i “fata”, con l'Essere e con il destino, tanto da non lasciarsi nemmeno condurre, ma al punto da incedere con la sua stessa andatura.

Così il pericolo, in qualsiasi circostanza esso si manifesti nella nostra vita, diventa il Maestro che ci insegna ad essere presenti, fisicamente e mentalmente, tanto da non scindere mai mente e corpo, ed essere preparati sempre ad ogni situazione, anche imprevista.

La pratica non è quindi una gestualità in senso stretto, ma piuttosto una “mimica” per entrare in un habitus nuovo, fin dalla vestizione del GI e dell’HAKAMA (l’abito dell’arte) e ben oltre il Dojo. Perché la “mimica” dello Iaido è innanzitutto un “atto puro” che somma simultaneamente una valenza ascetica, una esorcistica ed un’ altra artistico-rituale mediante “gesti formalizzati e codificati”, essa è animata da uno spirito proteso alla realizzazione della Via mediante un rito (Katà) che anche etimologicamente vuol dire “azione giusta mediante un gesto appropriato”.

Essa consiste dunque nell’ “essere” il duellante: un uomo nuovo, unificato, completo, libero da rincorse motivate da pretese o aspettative, che taglia innanzitutto la sua miseria e piccolezza, simultaneamente al Maestro che gli si manifesta mediante il pericolo.

Senza percepire il Maestro-Pericolo, nel Dojio e nella vita, lo Iaido non ha valore, quindi non può essere confinato ad un'arte estetica e ancor meno ad una sorta di “gestualità” o “balletto”. Nel Dojo c'è la morte, anche in piena sicurezza, così come c'è nella vita quotidiana anche se esorcizzata dai nostri sistemi economici, sanitari, veicolari, persino bellici. Se non siamo noi a condurla per mano, è lei che conduce noi. Non si scappa. Condurla per mano, non significa unirsi a lei, ma integrarla nella nostra vita affinché la vita stessa sia più piena e degna di essere vissuta.

Significa capire che la vita stessa, con questa sorella che conduce per mano, e con cui lotta in continuazione per imparare ad essere sempre più pronta e consapevole, ha un senso e una validità immensamente superiore ad un vivere meschino, conformista, indifferente e pavido.

Con questa consuetudine quotidiana, noi possiamo acquisire una “perfetta inquietudine” per spaziare liberamente verso un “dove” mai predefinito, restando svegli, vivi nell'entusiasmo, ma anche quando tendiamo ad apparire reietti in un mondo che è esso stesso gretto e reietto, nella sua immagine illusoria, e goffa di superficialità.

Lo scopo della vita non è dunque eliminare tale “perfetta inquietudine”, ma assumerla come “maestra della Via”. Lo Iaido è combattere e tagliare la devastazione di coloro che “hanno capito” una volta e per sempre, per esempio che il benessere è lo scopo supremo dell'umanità, che la giustizia dirime la vita di chi è in prigione da quella di chi resta libero, che la guerra è giusta e ingiusta, che la mia fede è meglio della tua, che il mio territorio confina col tuo, che la mia ricchezza determina la mia identità rispetto a quella di un altro...che il mio essere si costituisce simultaneamente al tuo non essere.

Ebbene, nello Iaido il “non essere” resta sempre una pura illusione, è il nemico-non nemico, solo un velo da tagliare, con una mente che vive sul filo della spada.

Per un mondo che sta assistendo al prologo di quello che potrebbe essere un suicidio collettivo in cui guerra e devastazione ambientale si saldano nel più perfetto degli Armageddon, l'unione con l'Essere può essere una fondamentale chiave risolutiva, non apre soluzioni globali, ma apre la soluzione in ciascuno di noi. E senza che ciascuno di noi sia aperto ad una vera soluzione, non ci sarà mai una autentica soluzione globale.

Una vita degna di essere vissuta è “una vita attenta”.

Quando ci si accinge a praticare lo Iaido, in una delle migliori associazioni che esistono in in Italia: la TAI-A NO KAI (http://www.taianokai.org/) si legge sempre il viatico per una “lunga vita” che è il seguente:

L'intera famiglia, armoniosa e devota, consapevoli dei debiti verso i nostri genitori e antenati, Riverenti verso la natura, grati per la società. Sempre umili imparando dagli altri. In grado di dare, dimostrando gentilezza. Facendo proprio il motto: “una vita che brilla”. Tollerando i difetti degli altri, correggendo i propri. Moderati nel linguaggio, senza arrabbiarsi. Dolci, gentili, onesti. Apprezzando la gioia di vivere. Pazienti, pacifici. Senza arrabbiarsi. Cauti nel parlare. Questo porta ad una lunga vita” Possiamo solo aggiungere: non solo per ciascuno di noi, ma anche per l'Essere del nostro pianeta e di tutto l'Universo che in noi si rispecchia.

La Via dell'Unione con l'Essere può comportare anche delle sconfitte, ma non comporta mai la resa, nemmeno alla pioggia battente, nemmeno a quella incessante.


Alla pioggia non si arrende,
al vento non si arrende,
alla neve e al caldo estivo non si arrende,
ha un fisico robusto.
Mai adirato,
non ha smanie,
sempre sereno e sorridente.
Ogni giorno mangia settanta grammi di riso integrale,
il riso e un po’ di verdura.
In tutti i casi
non bada a se stesso
per conoscere, capire
e non dimenticare.
Vive in una piccola capanna di paglia
all’ombra di un bosco di pini.
Se ad est c’è un bambino ammalato
va ad assisterlo,
se ad ovest c’è una madre stanca
va per portarle quei fasci di riso,
se a sud c’è un moribondo
va per dirgli di non avere paura,
se a nord c’è un litigio o un contenzioso
va a dire di lasciar perdere le cose insignificanti.
Quando è periodo di siccità piange,
quando è estate fredda cammina preoccupato.
Da tutti viene detto un sempliciotto,
non è mai lodato,
però non è nemmeno causa di sofferenza.
Io voglio diventare
una persona così.

Miyazawa Kenji (1896-1933)




domenica 6 marzo 2022

I MACELLAI DELL'ARMIAMOLI E NON PARTIAMO.




Ho già detto e stradetto, anche sulle colonne dell'Avanti (https://www.avantionline.it/quali-armi/) come la penso sulla questione delle armi agli ucraini.
Lo ribadirò ancora una volta a chiare lettere, anche se c'è qualcuno che ancora non lo capisce o non lo vuole capire, illudendosi di essere così un' "anima bella"
Ebbene, non ci sta niente di più brutto della guerra e chi la fa o la prolunga ha solo un'anima orrenda.  
In tutte le guerre recenti, da quella mondiale a quella in Siria e in Libia, le sanzioni, da sole, non sono servite a nulla. Possiamo anche partire più indietro, da quella d'Africa se volete, quando il regime mussoliniano fu sanzionato per avere aggredito l'Etiopia, e a Mussolini le sanzioni servirono solo per consolidarsi ulteriormente ed allearsi con Hitler. Così come oggi la Russia può allearsi con la Cina.

Per far cessare la guerra in Jugoslavia, o meglio, per estendere la sfera di influenza occidentale sui Balcani si arrivò a bombardare ferocemente Belgrado, colpendo ospedali, sedi televisive, infrastrutture, persino autobus pieni di civili, con una tale quantità di bombe che dovettero essere smaltite a tutti i costi, tanto che, persino oggi qualche pescatore nell'Adriatico, ne tira su ancora qualcuna.
Poi abbiamo voluto far sloggiare Saddam, anche in quel caso sanzioni a non finire, armi ai kurdi e agli Sciiti, persino un primo intervento militare, ma niente. Ci siamo dovuti inventare che aveva armi di distruzione di massa per andare a stanarlo e a spianare l'Irak, anche stavolta senza tanto andare per il sottile con i bombardamenti che ridussero in macerie Bagdad.

Lo stesso si fece in Afghanistan, partendo, bandiere al vento e fanfare strombazzanti, per l'estensione della democrazia e dei diritti civili ad una popolazione schiavizzata dai barbari talebani, in particolare per liberare il volto delle donne dall'oscurantismo e restituire loro libertà e dignità. Abbiamo visto come è finita, siamo andati via con le pive nel sacco e di dignità nemmeno l'ombra, abbandonando in fretta e furia sogni femminili e dignità illusoria.
In Libia idem, sanzioni, armi ai ribelli, gruppi combattenti mascherati, ma niente, alla fine abbiamo imposto la no fly zone e giù bombe a profusione, finché non abbiamo spianato e disgregato la Libia a tal punto che non si sa ancora, dopo più di dieci anni, cosa ci debba essere al suo posto, così come non si sa cosa ci sia in Bosnia e Kosovo e ovviamente in Afghanistan senza i talebani.

Ci abbiamo provato anche in Siria, ma stavolta è cominciata la reazione, la svolta che qualcosa avrebbe dovuto insegnare. Nel 2013  la Russia e la Cina si sono parate davanti alle coste siriane con le loro navi e con i loro dispositivi di intercettamento missilistico e aereo, e la NATO che aveva già navi e truppe schierate per ripetere quello che già aveva messo in atto in altri paesi, ha dovuto dare dietro front. Però l'Occidente non si è dato per vinto, e quindi giù sanzioni, e soprattutto armi ai guerriglieri, contro il perfido Assad, i quali ne hanno ricevuto tante e tali che, a un certo punto, si sono detti: "Ma chi ce lo fa fare di crepare per Assad? Facciamoci un bel Emirato per contro nostro, tagliamo teste a profusione a tutti quelli che si oppongono, vendiamo le risorse del territorio e ce ne stiamo belli e pasciuti a decantare la guerra santa con tutte le mogli che vogliamo" e sappiamo come è finita, e sappiamo che anche lì non ci sta più uno Stato ma solo gruppi che con milizie private difendono i loro pozzi di petrolio.

La lezione siriana però non è arrivata bene a destinazione tanto che, guarda caso, l'azione occidentale, solo un anno dopo, si è spostata da lì in Ucraina, cominciando a destabilizzare quel Paese e a sventolare sotto il naso della Russia la possibilità di infilarle i missili NATO nel deretano proprio davanti alle sue chiappe.
Siamo arrivati a questo punto che, così come in Russia non si può nemmeno criticare la guerra, anche da noi, sebbene ancora non ci abbiano imposto il bavaglio, ma magari ci stanno monitorando, non si sa mai, chiunque provi a ragionare diventa nemico della democrazia, sostenitore di un mostro paragonabile solo a Hitler, traditore della causa della libertà, e nemico del povero popolo ucraino massacrato dalle bombe.

Ovviamente nessuno si muove davvero, nessuno non solo, specialmente in Italia va a combattere sul serio, ma anzi, da noi accade il contrario che in altri Paesi, i quali magari non entrano in guerra contro Putin per la strizza della "bomba fine di mondo", però almeno non minacciano la galera per chi decide privatamente di andare lì e unirsi ai partigiani ucraini. Noi dobbiamo vendere le armi, che ovviamente un giorno graveranno sul debito ucraino perché nessuno regala mai nulla per niente, ma dobbiamo restare fissi con il deretano sulla sedia davanti alla tastiera.

Se poi Putin ha un potenziale bellico cinquanta volte superiore alla Ucraina, se le armi che diamo ai poveri ma orgogliosi partigiani ucraini gli fanno un baffo a tortiglione, se invece lui si incazza ancora di più e spiana palazzi e scuole, noi no, non partiamo stavolta bandiere al vento e fanfare strombazzanti. Nessuna no fly zone, nessuna bomba fine di mondo.  Continuiamo a pensare a 80 anni fa, ad una guerra combattuta con mezzi e potenzialità immensamente diversi da oggi, facendo più che strategia, propaganda, tanto bella per anime belle che belle non sono affatto.

E quindi giù a criticare quelli che vogliono fermare innanzitutto la guerra, quelli che pensano solo e soprattutto alla popolazione ucraina la quale diventa sempre di più una bomba demografica lanciata su tutti i Paesi europei, e Putin lo sa benissimo che effetto faranno le sanzioni e tale "bomba umana" su una Europa che è schiavizzata da parametri economici dogmaticamente insostenibili.
La seconda guerra mondiale fu vinta solo perché gli Stati Uniti poterono potenziare il loro apparato industriale e bellico a tempo indeterminato in un territorio indenne da ritorsioni. Oggi sanno benissimo che se invadessero con la NATO l'Ucraina, la prima bomba fine di mondo cadrebbe sulla loro testa. E allora molto meglio pensare al job, al business. La libertà può attendere. Vendiamo armi, destabilizziamo l'Europa così l'euro crolla e il dollaro cresce, e crescono anche i posti di lavoro negli USA, la possibilità di vendere approvvigionamenti energetici. La sicurezza della NATO che prima era in forse ora è indiscutibile, la fedeltà di un'Europa che prima poteva pensare ad una sua autonomia politica e militare ormai è fuori discussione
Lasciamo che in Ucraina si scannino, riempiendoli di armi e promesse che chissà quando e se verranno mantenute, alimentando miti eroici e libertari mentre la gente crepa di fame, freddo e stenti o sotto le bombe...poi vedremo.

Quindi alla fine ci penseranno altri a far cessare le armi, magari Israele che cercherà di aiutare la Russia ad uscire da un vicolo cieco,  in cambio di un aiuto contro un Iran sempre più proiettato verso il nucleare, o la Cina molto preoccupata per il fatto che i mercati europei si possano chiudere alla marea dei suoi prodotti esportati, o l'India, che teme di restare isolata e intanto si astiene, povera grande democrazia, forse non ha capito nulla e ha bisogno degli eroi della tastiera?
Per quelli c'è sempre tempo..24 ore su 24...per il popolo ucraino no. Il tempo è già scaduto

Carlo Felici.

venerdì 4 marzo 2022

O COSI' O POMI'

                                                           di Carlo Felici


Lo slogan pubblicitario di una marca di pomodoro che una volta recitava: “O così o Pomì” oggi ci pare perfettamente calzante con la realtà politica che si è configurata da almeno un decennio in Italia. Il che vuol dire: o così, come si esige da chi ha messo il nostro Paese “sotto tutela” economica, oppure si va verso la “passata”, in questo caso non di pelati, ma di provvedimenti vessatori, come quelli imposti alla Grecia, lacrime e sangue, che col pomodoro hanno in comune il colore.

L'Europa oggi si compatta in nome della paura, ma non lo ha mai fatto fino in fondo in nome della giustizia e della solidarietà, non con la Grecia e tanto meno con i migranti, fedele al motto: “si arrangi” oppure: “dove sbarcano se li tengano”

La Germania ha varato in un batter d'occhio circa 100 miliardi di spese militari che, se si sa bene in quali tasche industriali finiranno, non lo si sa altrettanto a cosa davvero serviranno. Ebbene, la stessa cifra sarebbe bastata nel 2010 per “salvare” la Grecia senza imporle sacrifici che hanno scarnificato il suo popolo. Oggi si parla di frontiere aperte ai profughi e fino a ieri, per i profughi che scappavano dalla Libia, ci stavano solo i porti europei chiusi nel Mediterraneo o la morte in fondo al mare.

Ma il rischio più grosso non è l'ipocrisia di una delle tante organizzazioni internazionali che hanno costi altissimi e che rendono, in termini pratici pochissimo, come ad esempio l'ONU, quello più rilevante è che pur strombazzando contro le dittature di altri, se ne costruiscano di proprie, magari senza dittatori, ma con il ricatto permanente che, se non ci sta l'uomo della Provvidenza Europea al potere, siamo tutti destinati allo spremipomodoro: “O così o Pomì”, specialmente se le emergenze si susseguono con tempi infiniti o a discrezione di chi sta al potere.

In Italia non abbiamo un capo di Governo proveniente da una maggioranza eletta dal popolo, da circa una dozzina di anni, dai tempi del tanto vituperato Berlusconi che, bene o male, ci assicurava petrolio dalla Libia e gas dalla Russia, mi direte scendendo a patti con i dittatori? Può darsi, ma almeno senza scatenare guerre e senza mandare in rovina un popolo a forza di spremerlo di tasse.

Stiamo meglio oggi, con figure di politici che si sono susseguiti non tanto obbedendo alla sovranità popolare, ma soprattutto assecondando le direttive dei potentati economici di altri paesi?

Non facciamo in tempo ad uscire dalla pandemia che il nostro premier, a cui nessuno sa o vuole trovare una alternativa, ce ne impone un'altra per la guerra. Ma, dico, la Libia era a due passi da noi quando si è scatenata una guerra che ha devastato quel Paese come se non più dell'Ucraina, e a qualcuno per caso è venuto in mente di imporci una emergenza nazionale?

La realtà è che la classe politica, e in particolare i parlamentari, ha una paura folle delle elezioni, specialmente considerando che molti non potrebbero ricandidarsi, dato il numero più ristretto dei futuri parlamentari. Avremmo dovuto votare subito dopo il referendum istituzionale che ha modificato la loro quantità. E far eleggere a quel nuovo Parlamento più legittimato dal popolo il nuovo Presidente della Repubblica. Invece un Parlamento abbarbicato alle poltrone, in preda al panico delle elezioni, rielegge l'unico Presidente della Repubblica che, essendo già stato in carica, garantisce che nuove elezioni non ci saranno e che, pur essendo persona stimabilissima, viene eletto da un Parlamento già delegittimato da una nuova legge istituzionale che già limita il numero dei suoi componenti.

Adesso pare si debba procedere ad oltranza. Draghi, che quasi sicuramente ha dovuto ingoiare un rospo grosso come un elefante, per non essere stato eletto Presidente della Repubblica, resta al suo posto e si appresta a svolgere il ruolo dell'uomo della Provvidenza, a cui, per definizione, non esiste alcuna alternativa. E' l'ennesimo personaggio calato dall'alto che esercita il potere senza un mandato popolare, con in più, stavolta, la pretesa che senza di lui ci sta solo il diluvio. Per cui, ogni volta che si crea una frizione all'interno di una maggioranza in cui ci sta tutto e il contrario di tutto, con l'eccezione di un solo partito che, pur non essendo radicalmente diverso dagli altri, ha avuto almeno la dignità o la furbizia di opporsi..tanto gli altri si accodano e decidono lo stesso, e pertanto non rischia nulla, lui, l'uomo a cui non bisogna osare immaginare esista alcuna alternativa, ha buon gioco a dire: “Se non vi sta bene, trovatevene un altro” “O così o Pomì”

Fino al punto che il così è diventato lo stesso “Pomì”, cioè “o la spremitura o la spremitura” Lo vediamo con la legge che dovrebbe riformare il catasto, la quale, in un momento emergenziale come questo, in cui rincara tutto, in particolare a causa di una inflazione galoppante, rischia di spremere ancora di più gli italiani con altre tasse che graverebbero soprattutto su chi fa “gola” agli speculatori, calando come un avvoltoio su quelli che, magari pensionati, o orfani impossibilitati a pagarle, svenderebbero le case a famelici ricconi o, peggio a società finanziarie.

Ma non discutiamo tanto del contenuto di tale riforma quanto del metodo con cui ci viene imposta: con un voto di scarto e con il ricatto che, altrimenti, cade l'unico governo necessario e possibile.

Possiamo sottostare ad un simile ricatto permanente? A cosa si riduce una democrazia continuamente sotto l'egida di qualcuno che impone la sua presenza ed i suoi provvedimenti a colpi di fiducia e il cui motto permane essere “O così o Pomì”, e che poi diventa nei fatti e nella spremitura “O Pomì o Pomì”, perché dopo di lui ci sta solo lo tsunami?

E vogliamo poi biasimare il povero pensionato che, stufo di essere tartassato, fa una bella permuta, si compra casa in Portogallo, molto lontano dalla Libia, dalla Ucraina e dal signor Pomì e va a godersi la sua pensione rivalutata al sole? Così non paga una marea di tasse e però non contribuisce nemmeno, coi suoi acquisti, all'aumento del PIL nel nostro Paese.

La bravura di un capo di governo e ciò che lo differenzia da un autocrate o da un dittatore, è soprattutto la sua capacità di mediazione, la pazienza con cui sa coinvolgere chi gli dà la sua fiducia, persuadendolo che ciò che va condiviso non è nell'interesse di una parte o dell'altra del Parlamento o del popolo, ma di tutto un Paese, di tutto un popolo sia che voti a destra, a sinistra oppure al centro. Perché la nostra sovranità, non ce lo dimentichiamo, appartiene a noi che siamo il popolo e che la esprimiamo con il voto ai parlamentari che hanno il potere legislativo, tutti e sempre, e non sotto il permanente ricatto della fiducia, e non sotto quello della emergenza permanente, e tanto meno sotto quello di uno che minaccia che tutto crolli insieme ai filistei che gli stanno assai stretti

Se vogliamo essere credibili quando diamo armi a chi combatte una dittatura vera, vediamo di non farlo in nome di altre “mascherate” o magari beatificando chi ora si mostra come eroe e ieri perseguitava anch'egli con la galera i suoi oppositori.

La cifra di quest'epoca in cui sembra che la Storia non insegni più nulla perché tutti i suoi scolari stanno facendo sega, è l'ipocrisia, la mancanza di etica e soprattutto di coerenza. L'assuefazione alla mancanza di ragione e di umanità, per cui le morti sul lavoro accadono così come in autunno si perdono le foglie, senza aggredire seriamente le cause, le guerre si susseguono senza la capacità di prevenirle e un nemico può essere persino uno scrittore russo dell'Ottocento, e bisogna punire pure dei disabili che partecipano alle Paraolimpiadi solo perché vengono anch'essi dalla terra del nemico.

Questa è quello che “passa” sotto gli occhi di tutti, la “passata” Pomì in cui siamo immersi fin sopra gli occhi e da cui non possiamo emergere nemmeno per un'ora d'aria. Perché non ci sono alternative, perché sennò ci sta..la bomba fine di mondo.

Una bomba che anche senza detonare esploderà comunque, con altri virus, con una quantità di rifiuti che riempiono gli oceani, con un clima impazzito perché non abbiamo cura dell'unico pianeta in cui possiamo ancora sopravvivere, perché nemmeno la consapevolezza di essere esposti tutti allo stesso pericolo sanitario che non conosce confini, ci spinge a reagire con il dialogo, con gli accordi, ma replichiamo, come un idiota che sbatte continuamente la testa contro il muro, con la guerra che l'umanità avrebbe dovuto seppellire nello scorso millennio

Noi abbiamo bisogno della Terra e delle sue risorse perché non abbiamo un altro pianeta dove andare, ma la Terra non ha bisogno di noi, e anche se ci fosse qualche sopravvissuto alla bomba fine di mondo, non vivrebbe come nei film di fantascienza che vediamo al cinema o in TV, starebbe molto peggio dei nostri antenati che si rifugiavano nelle caverne, tanto da considerare la sua vita persino indegna di essere vissuta. Così il mondo sarebbe degli insetti, di qualche bacarozzo che con Dio o con un Universo di cui per fortuna non siamo mai stati né signori e né padroni, si farebbe una risata pensando..ben vi sta, non avete saputo meritarvelo. Diceva William Shakespeare: “Quiete mortale invoco, vedendo il Merito a mendicare e la vuota Nullità gaiamente agghindata.”

Ebbene, oggi anche la Nullità è nuda e la quiete può arrivare anche senza invocarla, sarà il caso di meritarci presto qualcosa di meglio.


giovedì 3 marzo 2022

QUALI ARMI?



Oggi vorrei dire la mia su una questione che vedo sempre più "vexata"

E' giusto o no dare armi all'Ucraina? 

Bene, vedo qui nel web ed altrove pareri contrastanti, però una cosa è certa: le armi servono per fare la guerra e non è la prima volta che diamo armi a qualcuno o le vendiamo, anche se la nostra Costituzione dice a chiare lettere che la guerra non può essere in alcun modo un mezzo per dirimere le controversie internazionali. L'esercito russo invasore ha persino blindati Lince venduti dall'Italia.

In questa guerra vediamo contrapporsi non solo un esercito invasore ad un popolo che si vorrebbe tutto in armi, ma anche due personaggi a dir poco sgradevoli: il presidente ucraino e quello russo.  Mi si dirà che non si possono mettere sullo stesso piano un becero dittatore ed un eroe che difende il suo popolo, ma io resto convinto che anche l' "eroico difensore" molto abile a recitare la sua parte nei media, non sia un personaggio da beatificare.

Tutti e due stanno mandando allo sbaraglio i loro popoli, Putin i suoi giovani nell'esercito, spesso del tutto inconsapevoli di ciò che stanno facendo, e Zelensky una intera popolazione chiamata a combattere pure coi sassi, se necessario.

Un fatto però è certo: l'Ucraina non ce la farà mai a contrastare da sola militarmente la Russia, anche se la guerra dovesse protrarsi a lungo e anche se fosse riempita di armi di ogni tipo.

Alcuni fanno dei paragoni assurdi con i nostri partigiani che, alla fine della seconda guerra mondiale, ricevettero armi dagli Alleati. E' un paragone senza senso, diciamolo chiaramente. Perché i nostri partigiani ricevettero armi per combattere mentre le truppe Alleate avanzavano nel nostro territorio. Invece la NATO si guarda bene dal fare lo stesso. Se gli Alleati contemporaneamente al dare armi ai nostri partigiani non fossero sbarcati e non avessero combattuto i nazifascisti, anche riforniti di armi, i nostri partigiani sarebbero stati sconfitti. Sarà bene ricordarlo.

La fornitura di armi alla resistenza ucraina apparentemente è sicuramente un nobilissimo intento, ma, nei fatti, non fa altro che inasprire il conflitto e renderlo ancora più rovinoso a tutto danno delle popolazioni civili e con prospettive di escalation del tutto imprevedibili, e sicuramente rendendo le trattative tra i due contendenti sempre più difficili.

E allora, mi si dirà, cosa si dovrebbe fare? Forse incentivare la resa degli ucraini? Ebbene, io credo che, almeno per il momento sì. Questo sarebbe sicuramente l'unico modo per evitare ulteriori devastazioni e l'incancrenirsi e incrudelirsi del conflitto. Ma poi Putin così, sarebbe incoraggiato a prendersi altri territori...potrebbe essere la replica. E io dico di no. Perché a quel punto, anche rischiando uno scontro atomico, che Putin sa benissimo che colpirebbe anche immediatamente il suo territorio, bisognerebbe reagire tutti in armi.

Per l'Ucraina, invece, è necessario un cessate il fuoco immediato. Sarebbe l'unico modo per consentire l'attuazione di corridoi umanitari tali da venire incontro immediatamente a popolazioni che rischiano la fame, la sete e il congelamento.

Ci sono tanti modi per sconfiggere un esercito di occupazione, e lo scontro frontale è il modo peggiore, soprattutto strombazzando ai quattro venti che lo si rifornisce di armi e alzando così il livello dello scontro.

Invece bisogna farlo e non farlo, mi spiego meglio. Accettare le condizioni di pace del nemico, arrivare ad un cessate il fuoco, e poi, progressivamente attuare una guerriglia ovunque, in tutto il paese, ovviamente riforniti in segreto di armi, fino a rendere il perdurare dell'occupazione impossibile. Una guerra frontale un esercito inferiore la perde comunque, è solo questione di tempo, una guerriglia nei luoghi che un esercito di liberazione conosce meglio del nemico, invece, lo può portare progressivamente alla vittoria e alla liberazione del proprio paese.

I russi avrebbero potuto fare proprio questo con il Donbass, limitandosi a riconoscere l'indipendenza di quelle terre russofone, ma hanno voluto strafare ed ora rischiano di perdere pure quelle.

I russi sanno benissimo che un conto è avanzare con le proprie armate su un territorio ostile, e un conto ben diverso è tenerlo saldamente nelle proprie mani, specialmente quando gli stessi soldati di occupazione non sono convinti di quello che stanno facendo.

I nazisti riuscirono a occupare e tenere la Francia, anche perché si formò un governo collaborazionista e il prolungarsi della guerra in Italia fu dovuto anche al formarsi di un governo repubblichino di fedeli a Mussolini. Tutto ciò non avvenne né in Russia e tanto meno  in Ucraina, dove tutto il popolo, nonostante gli ucraini inizialmente pensassero ai tedeschi nei termini di liberatori dallo stalinismo, compreso quello ucraino, si schierò con l'Armata Rossa che contrattaccò e in breve raggiunse Berlino.

In guerra la ragione è persa in partenza, e allora l'unica cosa che può sostituirla è l'astuzia, praticata a tutti i livelli, corrompendo il nemico, illudendolo di poter vincere, rinnegando subitaneamente o sotterraneamente i patti stabiliti con lui, agendo in segreto e di sorpresa. In questo modo anche un piccolo popolo può sconfiggere anche da solo un gigante.

In Ucraina non è tempo di eroi ma di volpi, bisogna giocare d'astuzia, ingannare l'invasore, illuderlo di aver vinto e logorarlo lentamente e progressivamente come le termiti fanno con un albero fino a portarlo al suo crollo

Armare un intero popolo, dividendo e indebolendo tra i profughi intere famiglie, costringendo persino vecchi e persone inabili all'uso delle armi a immolarsi solo per una immagine eroica da dare in pasto all'opinione pubblica mondiale è l'esatto contrario di una strategia vincente, perché porta solo il nemico a incrudelirsi con rappresaglie sempre più feroci.

Un abile condottiero deve pensare invece a tre cose fondamentali: 1) ottimizzare le sue risorse, evitando il più possibile le sue perdite 2) proteggere il suo popolo dalle rappresaglie. 3) conseguire la vittoria non necessariamente in tempi rapidi, ma mediante l'ottenimento di vantaggi strategici, anche apparentemente contrari alla logica di un conflitto

Per realizzare ciò, tutto va fatto in segreto, portare aiuti, armi, consiglieri militari, sistemi logistici, e via dicendo...perché una guerra del genere non la si vince con l'eroismo del popolo che getta le molotov contro i carri armati anche se fa tanto spettacolo, la si vince solo con una tenace, criptata ed inesorabile guerriglia di resistenza.

C.F.

domenica 27 febbraio 2022

INIUSTA NECE (L'ingiusta invasione)

                                                           di Carlo Felici



Purtroppo ogni guerra, pur segnando in partenza, e indipendentemente dai vinti o dai vincitori, la sconfitta di ogni ragione etica e costruttiva, vede sempre un aggressore invocare le sue “ragioni”, in particolare verso il suo popolo, magari facendole risalire ai suoi antenati che forse piuttosto gradirebbero riposare in pace, cullati da una storia in cui contano i fatti e non le congetture o le ragioni strumentali.

Ebbene, per l’ennesima volta, come nella favola di Fedro assistiamo ad un “Lupo” che accampa “sue ragioni” e attribuisce i torti agli antenati dell’ “Agnello”. Ricordiamo questa favola, almeno nella sua conclusione, sempre attuale: “Pater, Hercle, tuus - ille inquit - male dixit mihi!” Atque ita correptum lacerat iniusta nece” Haec propter illos scripta est fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.” Saremmo tentati di non tradurla, perché il latino dovrebbe essere reintrodotto seriamente dalle scuole medie, ma tant’è.. ecco la traduzione libera: al povero agnello che dice al lupo di non avergli fatto nulla di male, il lupo risponde: “Ma per Ercole (non a caso dio della forza bruta), è tuo padre che ha parlato male di me!” E così lo afferra e lo strazia uccidendolo ingiustamente. Poi arriva la morale: Questo è stato scritto per quegli uomini che, adducendo false (ma fictis corrisponde più a inventate) ragioni (o cause), opprimono gli innocenti. 

Ora, in questa vicenda della guerra ucraina è fin troppo facile individuare il “lupo” in Putin e nell’esercito russo, e l’agnello nel “gregge” (ovviamente senza alcun intento offensivo) del popolo ucraino.

Ci basterebbe condannare il “lupo” ed aiutare gli “agnelli” prima che li faccia fuori tutti e la questione sarebbe chiusa.

Solo che la “favola”, in questo caso, è un po’ più complicata. Non solo perché tra gli antenati degli “agnelli” non vi sono quelli evocati dal “lupo”, ma perché, a ben guardare, di “lupi”, oggi non ce ne sta uno solo, ma un bel “branco”.

Putin ha saltato a piè pari uno dei momenti più belli della storia del popolo ucraino che, non da oggi, si ribella allo strapotere russo, e non lo ha fatto solo quando si è illuso che Hitler potesse liberarlo da esso. Nessuno degli analisti ha fatto riferimento ad un grande eroe libertario dell’Ucraina che forse certe milizie ucraine dovrebbero ritrovare nei loro stendardi più delle croci uncinate: Nestor Makhno. Egli fu un grande eroe libertario anarchico che lottò strenuamente contro austro-tedeschi, russi bianchi e bolscevichi, in nome della libertà del popolo ucraino, allora in gran parte contadino, affinché potesse autogestirsi liberalmente e decidere del proprio destino autonomamente (null’altro infatti che l’autogestione in un modello di democrazia diretta era l’intento degli anarchici di allora). Il suo movimento ebbe una crescita vertiginosa e vinse i suoi nemici sul campo numerose volte, purtroppo però alla fine fu sconfitto dall’Armata Rossa. 

Significativo è un dialogo tra Makhno e Lenin per capire non solo le ragioni del popolo ucraino di allora, ma anche quelle vere di oggi: ne riportiamo uno stralcio, tratto dalle memorie di questo straordinario personaggio: «Lenin mi accolse paternamente, mi fece sedere. Cominciò a interrogarmi con il suo tono da organizzatore nel modo più preciso. La domanda su come i contadini accoglievano la parola d'ordine "tutto il potere ai soviet" me la fece tre volte. Gli risposi che per i contadini ciò voleva dire che il potere doveva allinearsi alla coscienza e alla volontà stessa dei contadini. Lenin mi rispose allora: il fatto è che i vostri contadini sono contaminati dall'anarchia. È un male? gli risposi. Lenin mi chiese poi dei distaccamenti rossi, della loro lotta eroica contro l'occupante, della mancanza di sostegno dei contadini. Temo, compagno Lenin, che siate male informato, risposi. I vostri gruppi restano lontani dalle strade e non combattono nelle campagne, come potete pensare che i villaggi vi sostengano? Non li vedono mai. Lui si mise a ridere: voi anarchici scrivete e pensate al futuro, siete incapaci di pensare al presente. Risposi che ero un contadino illetterato, che mi era difficile discutere su una questione così importante, ma posso dirvi, compagno Lenin, che in Ucraina, nella Russia del Sud, come dite voi Bolscevichi, noi siamo immersi nel presente ed è attraverso di esso che noi cerchiamo di avvicinarci al futuro, al quale, è vero, noi pensiamo. E noi pensiamo molto seriamente.»

Questa citazione è importante non solo perché smaschera la falsa narrazione di Putin sulla storia dell’Ucraina, ma anche dato che mette in evidenza i veri nodi della ostilità tra Ucraina e Russia. L’Ucraina ha sempre lottato per la sua libertà, ma guardando al presente, alle condizioni del suo popolo, nelle strade, nelle campagne, con i piedi e gli occhi ben piantati e puntati sul suo presente. La Russia invece l’ha sempre considerata parte della “sua”storia imperiale prima, e bolscevica poi, con occhi e piedi rivolti ad un futuro stabilito piuttosto dalle autorità imperiali prima e poi da quella dittatura bolscevica che aveva ridotto i soviet ad appendici supine ed obbedienti del partito comunista sovietico.

Ovvio che Putin salti a piè pari tutto ciò, così come è ovvio che prenda a pretesto della sua infame invasione il rischio dell’avvicinamento della NATO e dei gruppi neonazisti presenti in Ucraina.

Ma qui entrano in ballo altri “lupi”, un po’ più defilati, ma non meno famelici. E la caratteristica più frequente della famelicità è la fretta. Quindi possiamo chiederci, prima di tutto: che fretta c’era nel voler includere l’Ucraina nella UE e nella NATO, non parlando tanto dell’Europa ma soprattutto di certi governanti ucraini? Suscitando per altro molto prevedibilmente le ire e soprattutto le paure della Russia, e offrendo formidabili pretesti a Putin come su di un piatto d’argento? La Russia è stata invasa due volte da chi, come base di invasione e di approvvigionamento, e come piattaforma di lancio, scelse proprio l’Ucraina, per le sue immense risorse agricole e minerarie. Lo fece Napoleone e ancor più Hitler che, data la sua epoca, ebbe meno difficoltà a tenere i collegamenti con questo grande deposito di rifornimenti. Pensiamo forse che i russi, nonostante abbiano respinto eroicamente entrambi, abbiano dimenticato la loro storia? Crediamo forse che essa non evochi ancora qualche fantasma del passato, non poi così lontano?

E’ evidente che un conto è avvicinare i Paesi Baltici alla NATO e alla UE, mentre è profondamente diverso farlo con l’Ucraina, per l’enorme differenza di peso economico che tale nazione esercita nel presente e che può sempre di più rappresentare nel futuro.

L’Ucraina piuttosto avrebbe avuto e sicuramente ha ancora, se si riesce a far tacere le armi, un grande ruolo nel destino dell’Europa, quello di fare da ponte e da collegamento tra l’Europa e la Russia che, non dimentichiamolo, appartiene più alla storia del nostro continente che a quella del continente asiatico. Tutto quello che accade, invece, sembra spingerla sempre di più verso il lontano oriente, verso la Cina. Insomma, persino la Turchia di un altro autocrate ma molto più furbo, come Erdogan, riesce a barcamenarsi tra un’occhietto fatto alla Russia e una mano tesa all’Europa che per altro la respinge, e non può riuscirci chi per definizione porta proprio nel suo nome quello della “terra di confine”? Chi è che vuole veramente dividere l’Europa dalla Russia, quale altro “lupo famelico” vuole trarre profitto dall’ennesima guerra fratricida tra popoli europei e cristiani? Son domande retoriche, ma è proprio la retorica che dovrebbe essere esclusa dalla risoluzione di questo conflitto.

Per questo infatti ci vuole un popolo determinato ed un grande statista al potere oppure anche un “sognatore” con i piedi piantati nel presente come Makhno. Non ci vuole un attore che prima recita una fiction in cui, da insegnante, in nome dell’antipolitica, diventa presidente di uno Stato e poi, nelle urne, lo diventa realmente senza avere un minimo di competenza a livello sociale e politico. Almeno Grillo non ci ha nemmeno provato se non per scherzo, forse. Riesce un comico ad avere un po’ di autoironia anche in un momento tragico come questo? Riesce a capire, nonostante si mostri al mondo come l’eroe che resiste fino allo stremo nel palazzo presidenziale il quale però ci appare più scenografico che bombardato, come lo fu il palazzo della Moneda di Allende, che il fatto più tragicomico di questa vicenda è quello che, per difendere l’Ucraina egli chiama alle armi tutti i maschi (chissà perché non anche le donne), dai 16 ai 60 anni, impedendo loro di uscire dal Paese, dividendo intere famiglie, e senza che abbiano mai imbracciato un fucile, senza che abbiano un minimo di esperienza militare, esponendoli così al massacro da parte di truppe professioniste? E da questa posizione, pretende pure di dettare l’agenda politica a vari leader stranieri. E fermiamoci qui, perché non si può “sparare sulla Croce Rossa”.

La realtà vera è che il popolo ucraino soffre, e non da oggi, e purtroppo non smetterà di soffrire neanche domani. Per cui noi dobbiamo salvarlo subito, innanzitutto riconoscendo senza se e senza ma, lo status di rifugiati garantito dalla nostra Costituzione, a tutti coloro che fuggono come profughi dalla guerra e vengono anche nel nostro Paese, e, in secondo luogo, non pensando solo a spedire armi in Ucraina, ma soprattutto ogni bene medico, alimentare e logistico che possa aiutare concretamente e logisticamente a sopravvivere chi ha deciso di restare lì, sia che combatta sia che possa essere costretto a nascondersi, magari anche aprendo corridoi umanitari.

Forse essi potrebbero servire anche a poveri soldati russi persi nel territorio ucraino perché rimasti senza benzina, come abbiamo visto paradossalmente nelle immagini di qualche filmato ucraino, o a qualcuno di loro che si illudeva di partecipare solo ad esercitazioni militari, più o meno come quei soldati di Mussolini spediti in Spagna e catturati da altri italiani, i quali risposero loro che credevano di dover andare in Africa.

Una delle altre cose piuttosto grottesche di questa terribile vicenda è che molti accusano Putin di voler rifare l’Unione Sovietica. Ma sappiamo ascoltare piuttosto coloro che davvero la vorrebbero rifare? Ebbene, Mikhail Matveev, autorevole deputato del Partito Comunista della Federazione Russa, ha dichiarato: "votando per il riconoscimento delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk ho votato per la pace, non per la guerra. Perché la Russia diventi uno scudo che faccia in modo che il Donbass non venga bombardato, ma non che Kiyv venga bombardata" 

Ecco allora evidente che persino coloro che seguono fedelmente la scia dell’URSS smentiscono seccamente Putin che non ha solo contro più di mezzo mondo, ma, oltre a frange coraggiose dell’opinione pubblica russa che lo sfidano apertamente scendendo in piazza, rischiando l’arresto e la galera, lo contrastano persino esponenti del Partito Comunista Russo. Altro che rifare l’URSS! Putin è prigioniero di sogni imperiali, fondati sulla mistificazione della storia, ed è legato mani e piedi ai suoi oligarchi mafiosi che si è affrettato a convocare per assicurarsi la loro complicità, i quali hanno tratto enormi profitti dalla vendita delle materie prime russe e ora ne vorrebbero trarre anche dal dominio dell’Ucraina. Facendo però, si badi, enormi investimenti in Europa Occidentale, gli stessi, che, in maniera sacrosanta, stanno perdendo ad uno ad uno a causa di altrettante sacrosante sanzioni. Attenti però ad altri lupi in agguato, quelli che potrebbero voler sostituire la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia con la dipendenza dalle loro fonti energetiche e dai loro affari e che da un indebolimento dell’Europa e della sua moneta trarrebbero enormi vantaggi

Di fronte a tutto ciò, un premier nostrano che invoca le centrali a carbone, ci pare un po’ come l’apparizione fuori stagione di una Befana che, a forza di farci aspettare, a tempo sempre più rimandato, l’uscita dalla pandemia, essendole difficile restare in equilibrio sulla sua scopa, dato che politicamente deve per forza mettere sempre d’accordo tutti su tutto e sul contrario di tutto, adesso dice a tutti..beh state buoni, e siccome tanto buoni non siete..ecco che vi ho portato il carbone. Nonostante in Italia si usi tuttora una percentuale minima del metano nostrano e padano e sebbene possiamo tappezzare tutte le terrazze condominiali di pannelli solari, o magari fare anche altre centrali di ultima generazione..ovviamente quando non ci decidiamo troppo tardi e a costi pertanto sempre più esorbitanti.

Ma tornando alla esternazione significativa del deputato comunista russo che nessuno dei media ha riportato, chiediamoci cosa ha fatto di serio l’Europa per contrastare una guerra che nelle regioni russofone del Donbass si trascina da circa dieci anni. Quali risultati ha ottenuto, anche nel tentativo mai messo in atto seriamente di mediare o di intervenire con i contingenti ONU che facessero da contrapposizione come in Libano? Vogliamo eludere completamente, in nome dell’allineati e coperti, le ragioni di zone di lingua e cultura russa che il governo ucraino ha trattato esattamente come Mussolini trattava le minoranze di lingua tedesca e slava durante il suo regime? Ce le siamo dimenticate le bombe in Alto Adige negli anni immediatamente successivi al dopoguerra? E come sono state disinnescate se non con un saggio e proficuo progetto di autonomia di quelle terre che ora sono ricche e floride proprio perché la loro cultura, la loro lingua e le loro risorse economiche non sono state né sfruttate e nemmeno umiliate, ma lasciate piuttosto ad arricchire quei territori. Persino esponenti tibetani sono venuti a studiare questi modelli nostrani di autonomia che non ledono l’unità nazionale, per proporli, ovviamente senza risultati, al governo cinese. Avrebbero potuto farlo anche gli ucraini, magari traendo spunto proprio dalle esigenze autonomistiche della loro storia, verso l’impero russo e verso i bolscevichi.

La prima vittima di ogni guerra è la ragione, non quella dei vinti o dei vincitori, che è solo un simulacro di ragioni artefatte, ma quella costruttiva, dialettica e soprattutto dialogica, l’unica capace, se osserviamo davvero la storia, di potere garantire il futuro alla specie umana. Se tace la ragione e parlano le armi, oggi, specialmente con gli armamenti atomici, le armi chimiche e batteriologiche che esistono negli infernali arsenali delle nazioni con ambizioni imperiali, la ragione non sopravvivrà perché la stessa umanità che ne è dotata non è destinata a sopravvivere, semplicemente sopravvivrà un pianeta privo di esseri umani, e per l’universo cambierà poco o nulla

Non è dunque solo un popolo ad essere in pericolo quando si eclissa la ragione e si affermano le armi, ma tutta l’umanità e soprattutto una vita per gli esseri umani degna di essere vissuta.

Cerchiamo quindi di evitarle una ingiusta morte, “nostra iniusta nece” causata solo da noi stessi.

 


martedì 20 luglio 2021

Cuba necessita di una rivoluzione dell'intelligenza

 



                               di Carlo Felici


E' piuttosto meschino liquidare quel che sta avvenendo a Cuba, con le numerose proteste in corso e la repressione in atto da parte delle autorità governative, come i conati di un regime in crisi, per non aver saputo far fronte alla sua esigenza di rinnovarsi e nemmeno alle legittime esigenze della popolazione, così come è una palese idiozia imputare il malessere generale che pervade l'isola solamente alla voracità predatoria dell'imperialismo e al blocco economico e commerciale contro l'isola che perdura da ben 60 anni.

Cuba necessita di un cambiamento ma anche di una profonda riflessione e molto probabilmente di una seconda rivoluzione o meglio, di una rivoluzione debitamente aggiornata, le proteste mai così partecipate da 60 anni a questa parte, lo dimostrano palesemente.

A Cuba l'inflazione è aumentata del 500% e la carenza di generi alimentari si somma alla crisi del sistema sanitario e al suo affanno nell'affrontare la pandemia, dovuta soprattutto alla difficoltà di modernizzare le infrastrutture per mancanza di fondi destinati ad investimenti in tale settore. Persino reperire la farina è diventata una impresa proibitiva così come garantire a tutti acqua, energia elettrica e cibo basilari per la vita quotidiana.

E' del tutto evidente che se una rivoluzione finisce per non garantire a tutti ciò per cui ha lottato e ha cercato di affermarsi, allora essa è destinata a collassare su se stessa.

Per un Paese che importa il 70% dei beni alimentari che consuma e che ha visto crollare il suo PIL dell'11%, vedendosi arrestare uno dei principali canali di autofinanziamento pari al 10% del PIL, cioè il turismo, questo è il prologo del collasso.

Cuba che ha sempre fatto della sua lotta strenua all'imperialismo e della sua irriducibilità al diktat del gigante statunitense la sua fiera bandiera di Davide contro Golia, ora si riduce a imporre a molti negozi autorizzati dallo Stato che vendono generi alimentari l'uso dei pagamenti solo in dollari. Questa non può che essere l'ennesima beffa, la goccia che fa traboccare il vaso e rischia di aprirlo come quello di Pandora.

A ciò si aggiunga la riduzione delle vendite di petrolio dal Venezuela che per anni ha sostenuto l'economia cubana, fornendo la principale materia prima energetica a prezzi stracciati, di qui l'arresto di molte centrali elettriche e i numerosi black out nell'isola, e anche il fatto che la principale fonte produttiva dell'isola, la canna da zucchero ha subito una raccolta che è stata tre le peggiori degli ultimi anni.

Cuba ha uno dei migliori sistemi sanitari al mondo e un numero di medici straordinario in rapporto alla popolazione, ma tutto ciò è destinato ad essere vanificato dal fatto che mancano le medicine.

A fronte di tutto ciò, dobbiamo dar ragione al governo cubano quando rileva che l'embargo ha gravissime responsabilità per l'acuirsi della crisi, esso per esempio, dal 2001, esclude i generi alimentari, i medicinali e il materiale sanitario, ma prevede che sia vietato ogni metodo di finanziamento di generi alimentari, imponendo di fatto all'isola di acquistare cibo solo in contanti ed in valuta pregiata, cioè in dollari, ed è evidente che se manca la principale fonte di approvvigionamento in dollari, cioè il turismo a causa della pandemia, comprare cibo dagli Usa che ne sono il principale esportatore nell'isola, diventa alquanto proibitivo

E' vero, d'altra parte, che il governo cubano non ha dimostrato alcuna capacità di riformare il sistema economico, favorendo maggiore flessibilità, controllo ed efficienza. Un sistema che non consente alcuna iniziativa imprenditoriale, che nella sua centralizzazione, non ha facoltà di comprendere come certe leggi non siano più adeguate ai tempi (per esempio anche solo quelle che consentono la macellazione dei capi di bestiame), che in periodi di crisi non serve barricarsi dietro agli slogan, ma bisogna soprattutto più che scendere nelle piazze a contrastare la protesta, andare nei campi e nelle fabbriche a lavorare e a dar il buon esempio, non può che perdere di credibilità verticalmente agli occhi del suo popolo.

Ormai non solo la Chiesa ma anche la Massoneria che ha visto tra le sue file autorevoli protagonisti della indipendenza prima e della rivoluzione poi a Cuba, fanno levare la loro voce per un autentico cambiamento, e un leader che non ha più alle spalle la lotta rivoluzionaria da cui poter trarre anche una benché minima forma di carisma residuo, è come un re nudo in una gabbia che rischia di finire arrosto, perché le sbarre diventano sempre più incandescenti.

Di fronte a tutto ciò, non può che tornare alla mente il fulgido esempio del “guerrillero eroico” non come un mito logorato dal tempo o come un testimonial buono per bandiere sbiadite di ogni stagione, ma per le sue parole e soprattutto per l'esempio che egli seppe dare sia come combattente in tutte le contrade del mondo che come governante e al contempo lavoratore in prima persona in tutti i settori della economia.

Ernesto Che Guevara, tra i suoi numerosi discorsi e scritti diceva così: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza”

E' evidente che se si blocca il libero sviluppo dell'intelligenza, si blocca conseguentemente qualsiasi altro settore che si basa sulla stessa intelligenza costruttiva.

Cuba ha dunque bisogno di un'altra rivoluzione ma non armata, perché essa si ridurrebbe ad una tragica e cruenta guerra civile e a guadagnarne sarebbe solo di nuovo il solito capitalismo predatorio.

Cuba ha bisogno di una rivoluzione dell'intelligenza, tale da mettere a confronto per il libero sviluppo delle sue energie pregiate e vitali, tutte le migliori intelligenze dello straordinario popolo che le appartiene, fuori e dentro Cuba, tenendo anche conto del fatto che da Cuba non si scappa più, e non per colpa del cosiddetto regime cubano, ma a causa di chi predica da una parte i diritti del popolo cubano e dall'altra, come Alejandro Mayorkas, segretario alla sicurezza dell'amministrazione Biden, impone alle imbarcazioni di immigrati cubani un disumano respingimento. Un governo americano che non solo continua ad imporre un embargo anacronistico e tragico dopo ben sessant'anni e dopo che lo stesso ONU si è dichiarato contrario per decine di volte, ma che ora nega pure accoglienza agli affamati emigrati cubani,, non è in condizione di pontificare su diritti e democrazia, anche se è retto da un presidente che appartiene ad un “partito democratico”

Cuba si rinnoverà solo grazie allo spirito indomabile e indipendente di tutto il popolo cubano, solo mediante il dialogo tra chi sta fuori e chi sta ancora dentro Cuba, non per l'interesse degli avvoltoi del mercato multinazionale o di qualche boss in cerca di rivincita e nemmeno per quello di chi crede ostinatamente che una nomenklatura di potere possa arrogarsi il diritto di governare in eterno il destino dell'isola, solo grazie agli slogan o alla strumentalizzazione di un passato glorioso.

Cuba saprà rinnovarsi solo se il suo popolo, dentro e fuori dell'isola, comprenderà che “vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere” prime tra tutte la giustizia sociale e la libertà.

La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori”

Sarà bene stampare nella mente queste “perle” del Che, piuttosto che la sua immagine logora sulle magliette.



sabato 19 gennaio 2019

IL VATE RIVOLUZIONARIO



                                                                 

                                                    di Carlo Felici


"Ieri, come oggi, oggi come domani, quando la stirpe o l'uomo sta per diventare la ragione di vivere, insorgere è risorgere" G. D'Annunzio



 Uno degli aspetti più sconosciuti e interessanti dell’opera di uno dei più grandi artisti e poeti italiani, è quello della sua vita rivoluzionaria, un vivere che, come lui scrisse, e ci possiamo davvero credere, fu “chiamato inimitabile”
 Sino ad ora, l’aspetto della vita di D’Annunzio, dedito alla causa rivoluzionaria, era stato esplorato solo in parte da De Felice, con alcuni testi in merito alle esperienze del poeta nella Repubblica del Carnaro, oggi abbiamo invece uno studio più approfondito che è il frutto di una bella ricerca svolta da Antonio Alosco, il quale ha pubblicato di recente un libro dal titolo: Gabriele D’Annunzio socialista, oltre ad una bella raccolta di suoi scritti rivoluzionari curata da Emiliano Cannone, dal titolo “manuale del rivoluzionario”. Diciamo subito che è un titolo alquanto azzardato, dato che, strictu sensu, il Vate, socialista, non lo fu mai, almeno nell’accezione ordinaria del termine che possiamo riferire alla militanza in un partito e, in particolare, alla adeguazione della propria prassi verso le sue gerarchie interne.
 Fu però autenticamente rivoluzionario e vedremo perché. D’Annunzio adeguò il mondo in cui visse, in maniera mirabilmente cosmica e storica, a se stesso, pur imprimendo alla sua epoca una sua personalissima, originalissima e vitalissima impronta caratteriale, artistica e anche politica.
 La sua esperienza con la sinistra storica di fine Ottocento inziò nel 1897 nelle file della destra, ma con intenti tutt’altro che conservatori, il suo, infatti, fu solo un voler portare in Parlamento “la causa dell’intelligenza contro i barbari”, lo disse testualmente: “dopo il guerriero, dopo il sacerdote, dopo il mercante, venga colui che pensa”, fu quindi forse il primo ad inventare in Italia il ruolo dell’intellettuale impegnato, organico, in un’ epoca, per altro, non esente da corruttele e trasformismi, purtroppo mali endemici del nostro paese.
 Fu presente nelle file della destra, ma non pronunciò mai alcun discorso, stette lì solo in veste di osservatore, fino all’avvento al potere del generale Pelloux e al varo di una serie di leggi liberticide che seguirono ai moti di piazza e alla strage di Milano del 1898.