Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

martedì 17 ottobre 2023

DIO E' SEMPRE IL PIU' GRANDE

 




Il Takbir è nato come riconoscimento della grandezza incommensurabile di Dio, ma purtroppo è diventato, specialmente oggi, grido di terrore e di morte.

Allahu Akbar! Significa infatti “Dio è (sempre) il più grande”, così come è testimoniato nella sura del puro monoteismo che nell'Islam equivale ad un terzo del Corano, in essa leggiamo: “Allah è unico, Allah è l'assoluto. Non ha generato e non è stato generato. Nulla è più grande di Allah”

Il Takbir accompagna i musulmani nella preghiera canonica quotidiana, nella chiamata da parte del muezzin e può essere invocato nei momenti di difficoltà, specialmente quando ci si trova di fronte ad un pericolo e lo si deve affrontare. L'espressione deriva dalla radice araba K-B-R che indica la grandezza, e da un rafforzativo che rende il significato tale da rappresentare un superlativo relativo, cioè una grandezza assoluta se paragonata alle cose, anche le più grandi, di questo mondo. Infatti Allahu Akbar non è altro che la forma abbreviata di “Allahu Akbar min kulli shay” che vuol dire “Dio è il più grande di ogni cosa”

Sarà bene sgomberare subito ogni equivoco ed ogni ambiguità, Dio nella fede musulmana, in quella cristiana e in quella ebraica è lo stesso, pronunciato in modi diversi corrisponde alla stessa essenza, assoluta, incommensurabile ed incomparabile. Cambiano solo i modi di pregarlo e la teologia dottrinale.

Se osserviamo infatti le varie espressioni ebraiche e cristiane, notiamo anche delle assonanze nei significanti.

Nella sura del puro Monoteismo il musulmano dice: Allahu ahad (Dio è uno), l'ebreo nello Shemà Israel dice: Ado-nai ehad, il cristiano Alleluia che deriva dall'ebraico Hallelu e Yah. Tutte e tre le espressioni, nel loro significato, conservando significanti fortemente assonanti, esprimono la lode per l'unico Dio, assoluto ed incomparabile.

Da tutto ciò si evince che il più grande paradosso della Storia è che, in passato come oggi, assistiamo a conflitti tra i più rovinosi, tra genti che professano la fede nello stesso Dio e per di più con parole quasi analoghe.

Tutto questo ci fa forse pensare, come affermava Nietzsche, che tali sono ormai solo invocazioni funeree per un Dio che “è morto”, e in effetti, considerando la storia e come si sono sviluppati i conflitti, le diatribe teologiche e gli scontri dottrinali tra i vari fedeli di questo stesso Dio, non possiamo che dargli ragione, in particolare osservando come miseramente, nel mondo contemporaneo, prevale la disillusione e il nichilismo. Nietzsche però riteneva che tale constatazione dovesse portare ad un modo diverso, per l'umanità, di rapportarsi con se stessa e col mondo con cui l'uomo avrebbe potuto superare se stesso (oltrepassandosi), esaltando la creatività e la vitalità soffocata da secoli di rimedi al “male di vivere” rivelatisi negli scontri politici, economici, religiosi e direi anche filosofici, “peggiori dei mali stessi”, se affrontati con un sano “amor fati”, con una accettazione stoica del destino necessario che ci è dato di vivere.

Le scene che passano di fronte ai nostri occhi attoniti, sono tuttora, dopo due guerre mondiali rovinose e l'invenzione di armi capaci di annientare la specie umana nella sua interezza, sono tuttora sconfortanti, per il nichilismo che pervade le varie società del cosiddetto “terzo millennio”, scene di guerra soprattutto per l'appropriazione di materie prime ed agricole vitali, scontri religiosi, etnici e politici, sullo sfondo di un mondo che più che multipolare sta emergendo come “multi criminale”, non solo per i conflitti geopolitici, ma anche per quelli che coinvolgono ormai il tessuto vitale della vita quotidiana degli esseri umani, dato che, ad esempio, la criminalità domestica ha ampiamente superato quella organizzata dalle mafie, ovviamente aggiungendosi ad essa in una spirale di morte quasi quotidiana in cui vengono inghiottite tragicamente intere famiglie

Assistiamo a scene di follia pura, con bambini trucidati in nome di un Dio che dovrebbe essere Misericordioso e Compassionevole, bombardati e straziati in nome di un Dio di cui il santo nome del suo Regno dovrebbe essere benedetto per sempre, ad altri bambini che si ammazzano perché l'odio cieco gli è penetrato nel loro cervello e nel loro cuore, inculcato da adulti che ormai vivono ed agiscono in modo peggiore delle bestie, le quali mai potrebbero concepire, motivate solo da loro istinto, tanta crudeltà da mettere in atto

Dio in tutte le tre fedi monoteistiche globali, è associato alla compassione ma anche alla giustizia, però oggi viene invocato soprattutto per ragioni di vendetta. Senza tenere conto che l'abisso che separa la giustizia dalla vendetta è sempre quella consapevolezza che ci impedisce di diventare esattamente come il criminale che ha messo in atto il suo crimine. Questa è la vera sapienza, descritta da Socrate, da Abramo, da Gesù e anche da Muhammed.

Sarà bene dunque approfondire, soprattutto alla luce degli eventi che sono tragicamente accaduti di recente, cosa dice il Corano a proposito della giustizia e del perdono,

Citiamo Il Corano (2ª136): “Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle tribù, in quel che è stato dato a Mosé e a Gesù, e in quel che è stato dato ai Profeti dal Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. A Lui noi siamo sottomessi”. In buona sostanza quindi, per l’Islâm, l’Ebraismo è la religione della speranza, il Cristianesimo è la religione dell’amore, e l’Islâm stesso è la religione della fede, e non vi è discriminazione alcuna tra queste fedi né differenze sostanziali.

Altrettanto esplicito è il Corano a proposito del pentimento: (39ª53):”Dì: «O miei fedeli! Voi che avete commesso degli eccessi a vostro proprio detrimento, non disperate della misericordia di Dio. Certo: Dio perdona tutti peccati, perché Egli è il Clemente, il Misericordioso.(11ª90):Chiedete perdono al Signore, e tornate pentiti a Lui.(66ª8):Credenti, tornate a Dio pentiti d’un pentimento senza riserve”

Solo due peccati non otterranno perdono da Dio, essi sono l’idolatria e il suicidio consapevolmente voluto.

II Versetto 10ª162 recita :”La mia vita e la mia morte appartengono a Dio. E il Corano stesso ripete per ben dieci volte: “E’ Dio Colui che dà la vita e la morte.” Ci sta anche uno specifico hadîth che lo conferma: «Colui che si sarà ucciso con un’arma tagliente, nel fuoco della Gehenna sarà punito con quella stessa arma (Bukhârî, XIII, 84,1). Colui che si sarà strangolato da se stesso, continuerà a strangolarsi nell’inferno. Colui che si sarà trafitto, nell’inferno continuerà a trafiggersi (Bukhârî, XXIII, 84, 3).»

Quindi nella fede musulmana è gravissimo peccato anticipare volontariamente l'ora della propria morte ed è ancora più grave anticiparla, provocando la morte di altre persone. Veniamo infine al concetto di giustizia su cui il discorso sarebbe alquanto complesso, perché dovrebbe tenere conto dello sviluppo nel tempo della sharia in base al contributo dei tradizionalisti, dei giureconsulti, e dei teologi filosofi delle varie scuole che si sono avvicendate soprattutto tra ottavo e nono secolo con le quattro grandi scuole di Giurisprudenza, le quali tuttora abbracciano oggi circa l’ottantacinque per cento del mondo musulmano: la Scuola hanafita, la Scuola mâlikita, la Scuola Shâfi`ita, e la Scuola hanbalita. Possiamo però almeno, come nei casi precedenti, partire da alcuni principi ribaditi nel Corano che sono molto chiari ed evidenti e da cui deriva la gran parte delle interpretazioni e attuazioni. E' scritto nel Corano (4ª58): “Certo: Dio vi ordina […], quando giudicate fra le genti, di giudicare con equità. Sì, è il meglio cui Dio vi esorta. Certo: Dio è Colui che sente, che vede. E ancora: (16ª90):“Dio ordina la Giustizia e il bene […], proibisce le turpitudini, il biasimevole, la ribellione. Ecco a che cosa vi esorta. Rammentatevene.” Tutto ciò nella consapevolezza e fede assoluta che, come abbiamo rimarcato inizialmente solo Allah (Dio) è il giusto in assoluto e solo a Dio si può chiedere di essere perdonati, così ogni giorno il musulmano, consapevole della sua imperfezione, dovrebbe accompagnare la sua preghiera quotidiana con l'invocazione: “Rabbi-ghfirli ua-rḥamni” O mio signore, perdonami e abbi misericordia di me.

Purtroppo assistiamo ad una recrudescenza di odio indiscriminato da parte di musulmani radicalizzati, soprattutto attraverso il web, che esorbita parecchio da una fede e da una prassi islamica corretta e svolta secondo i sani principi coranici. La conseguenza è il fanatismo, gli omicidi indiscriminati, il terrorismo contro le stesse società che hanno accolto e fornito opportunità di vita e progresso a queste persone in fuga dalla povertà, dalla miseria e dalla emarginazione.

E' dunque fondamentale che nelle società occidentali si cominci a fare una educazione e una cultura che possa al tempo stesso diffondere quel che il Corano realmente è, sgomberando pregiudizi e paure, e al tempo stesso opera di prevenzione nelle comunità in cui il rischio della radicalizzazione e del nichilismo associato ad un falso modo di interpretare l'Islam, è più forte.

In particolare osservando se quelle che si ergono a guide spirituali, sono pienamente coerenti con i principi che professano oppure eccessivamente indulgenti verso forme di lotta armata e cruenta. Dato che molti si ergono a guide spirituali interpretando il Corano e dimenticando che l'unico interprete di esso è il fedele sotto la guida di Allah, solo Allah è guida per una retta fede. E lo è in nome di ciò con cui inizia ogni Sura “Nel nome di Dio Misericordioso e Compassionevole” E' dunque sempre falso ciò che non viene interpretato alla luce di questa incommensurabile ed infinita Compassione e Misericordia.

Se il Corano quindi deve essere rispettato in tutti i principi, esso però non deve e non può sovrapporsi alle leggi dei Paesi democratici e al pluralismo religioso, culturale e politico che esse garantiscono a tutti. Persino un grande impero musulmano del passato, quello Ottomano, garantiva la libertà di culto alle varie comunità che esso includeva, e anche la loro possibilità di autogovernarsi mediante i loro rappresentanti religiosi con il sistema dei millet, in una convivenza di comunità e di fedi che l'Europa, con le sue guerre di religione e la sua caccia alle streghe e agli eretici, non conobbe mai. Tale sistema fu però interrotto dall'avvento una repubblica turca la quale, imponendo il laicismo a tutti, ha parallelamente, nei suo albori, anche discriminato e perseguitato varie comunità etniche e religiose, fino alla deportazione, ma che oggi si apre all'Europa e rappresenta il modo migliore di vivere l'Islam in un paese musulmano

Non c'è forma migliore di prevenzione e di eliminazione dei fenomeni di radicalizzazione e di terrorismo dell'educazione, che comprenda una corretta conoscenza del Corano nelle scuole ed una storia non solo dell'Europa, ma anche di altre civiltà che con essa hanno interagito nel tempo, nel rispetto scrupoloso dei principi costituzionali e democratici. Tale educazione, che deve essere anche linguistica, va rivolta, in particolare alle numerose schiere di immigrati che sbarcano ormai a centinaia nelle nostre coste, non relegandole nei centri di raccolta o facendo loro pagare il “pizzo di stato” per uscirne o avere una adeguata assistenza sanitaria che deve essere rivolta a tutti perché tutti sono esposti al contagio di malattie. Ma offendo loro l'opportunità di conoscere le nostre leggi, i nostri costumi, lo stesso Corano che molti di loro professano ma non hanno mai letto, la storia dei paesi da cui provengono e come hanno interagito con l'Europa nel tempo, e soprattutto la nostra lingua. Gli insegnanti non mancano e per questo ci vuole una precisa volontà politica di integrazione che purtroppo manca. Però se continueranno a mancare strutture formative che interessino e coinvolgano, saranno sempre di più le persone che saranno preda delle ombre del web, destinate a diventare pericolosi trogloditi e purtroppo anche criminali mediatici.

Muhammad Alì, al secolo Cassius Clay, che ne aveva prese e date tante, diceva: “L'Islam non è odio: Dio non sta con gli assassini”

Noi possiamo replicare con Papa Francesco: “Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia”. Perdono per la nostra ignoranza, mancanza di solidarietà, pace e misericordia, perdono per l'odio verso il “diverso”, per l'incomprensione di chi, in modo difforme professa lo stesso Dio, perdono per lo schierarsi con i contendenti in guerra, quando Dio, Allah (che è solo il suo nome in arabo) ci chiede di schierarci per la pace, con ogni vittima dell'odio e della crudeltà, e di non diventare assassino come altri assassini. Perdono per non essere noi stessi, e ciò a cui, con incomparabile Amore, ci ha destinati.

Carlo Felici

venerdì 13 ottobre 2023

NEL KIBBUTZ MUORE ANCHE IL SOCIALISMO



Le ragioni di un giornale socialista sono rivolte a tutelare i diritti, la libertà e la giustizia sociale in particolare di tutte le popolazioni oppresse del mondo, quindi in questa situazione di crisi che è di fronte ai nostri occhi in Israele e Palestina, un giornale socialista ha il dovere di schierarsi a fianco di tutte le vittime inermi di questo inumano conflitto.

Sappiamo però anche che esiste un internazionalismo socialista in base al quale le associazioni socialiste dovrebbero sostenersi vicendevolmente

Il Kibbutz è una comunità socialista, nata ben prima dello Stato di Israele agli inizi del XX secolo, possiamo dire che Israele è nato grazie alle comunità dei Kibbutz anche se non è rimasta fedele ai loro principi, anzi, col tempo ha trasformato anche alcune di queste comunità privatizzandole.

Il Kibbutz deriva dalla parola “ritrovarsi”, perché le persone che ci vivono, si “ritrovano” proiettate in una dimensione in cui prevale, secondo principi socialisti, la condivisione dei beni e la democrazia diretta. Possiamo aggiungere che le prime comunità cristiane, che erano costituite essenzialmente da ebrei, si basavano sugli stessi principi.

Nel Kibbutz si cucina, si mangia e si dorme tutti insieme, il concetto di privacy non esiste. Persino la porta di casa è senza serratura, tanto bisogna avere fiducia gli uni negli altri, in un modello di umanità che esalta la collettività a scapito dell'individuo. Anche i bambini sono educati e vivono insieme in uno spazio a loro riservato dalla comunità più che con la loro famiglia, un po' come nella Repubblica di Platone.

Il compito dei Kibbutz è stato soprattutto quello di, mediante un duro lavoro, rendere fertili aree semi-desertiche contrastando validamente, con varie tecniche che si sono evolute nel tempo, il progredire della desertificazione che, specialmente con i cambiamenti climatici, oggi minaccia da vicino quelle terre. Oggi le tecniche sono molto evolute rispetto al passato, ma mentre in passato le attività dei Kibbutz erano finanziate dal Fondo Nazionale Ebraico, con il passare del tempo, in particolare dagli anni 70 in poi del secolo scorso, a causa dei debiti crescenti, gran parte dei Kibbutz è stata privatizza. Oggi, ad esempio, i Kibbutz sono strutture che possono anche ospitare turisti per condividere una esperienza di vita comunitaria in Israele. Tuttora in Israele ci sono tra i 25 e i 270 Kibbutz, per un totale di circa 125.000 abitanti e una percentuale per ogni Kibbutz che varia tra le 100 e le 1000 persone.

Le comunità in genere sono protette e limitate da recinzioni, ma chi ci vive non è obbligato a restarci, deve solo seguire le regole comunitarie, che sono quanto di più vicino al Socialismo sopravviva oggi dopo la caduta dei muri e delle ideologie.

Negli ultimi anni, però, sebbene queste comunità siano state ripopolate, le forme di egualitarismo non sono più così rigide come una volta, gli stipendi si sono in parte differenziati e le comunità hanno dovuto aprirsi al mercato, con strutture ricettive, scambi economici, diventando così delle vere e proprie aziende produttive ed innovative dotate di tecniche all'avanguardia soprattutto nel campo agricolo, e avvicinandosi di più al modello delle moshad che sono in pratica delle cooperative molto simili a quelle occidentali

Da questa breve analisi si evince che il modello dei Kibbutz non è né quello della destra israeliana che ha sviluppato parallelamente una serie di privatizzazioni selvagge ed ha acuito enormemente le differenze sociali negli ultimi tempi, né quello di Hamas, una organizzazione fortemente gerarchizzata che porta avanti a Gaza per i palestinesi programmi sociali solo con i pochi soldi che avanzano dall'acquisto di armi e che provengono in gran parte da organizzazioni di solidarietà a livello internazionale e dall'ONU.

Colpire il Kibbutz o non tutelarlo adeguatamente ha dunque non solo una valenza terroristica, ma anche politica, si fa così terra bruciata di un modello di socialismo e di condivisione che è sempre più raro oggi nel mondo e che in quella zona probabilmente risulta scomodo per molti al potere.

Un Socialista ed un padre, in particolare, non può non provare orrore per i continui bombardamenti a cui è sottoposta la striscia di Gaza, non può che opporsi ad ogni tentativo di deportare la popolazione palestinese, sottoponendola alla privazione di beni vitali come l'acqua e l'elettricità

Chissà perché poi per questi beni Gaza dipende continuamente da Israele e non si è riusciti a renderla autosufficiente con tutti i miliardi che piovono da tutto il mondo a favore dei palestinesi.

Come dice giustamente Maraio, la risposta al terrorismo di Hamas “Non può essere, e lo dico da padre, ripeto, quella di sganciare bombe sulle teste dei bambini”

Ma altresì, replichiamo, la risposta non può essere solo lo “schifo” dei terroristi che, esattamente con la stessa prassi dell'ISIS, si accaniscono sulle teste dei bambini che vivono in una struttura in cui non ci sono serrature alle porte.

La risposta deve essere, da socialisti, una forma chiara ed evidente di solidarietà, se necessario anche con la presenza nei luoghi di tale mattanza, per evidenziare che in quei Kibbutz non è stato solo colpito un gruppo di persone, ma anche un modello politico di società e di convivenza che ad un socialista deve essere assai caro

Stare con il Kibbutz e con le sue vittime, e non tanto con Netanyhau che non è stato capace di proteggerle, vuol dire condividere e tutelare non solo le persone, ma anche gli ideali per i quali quelle persone, quei compagni e quelle compagne sono vissuti.

Una volta David Ben Gurion affermò: “ Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra di Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico di Israele” Ecco dunque che, oggi come allora, il migliore calcolo storico di Israele non è annientare i figli dei suoi nemici, ma quello di farsi carico della loro salvezza, affinché i conti della storia possano finalmente “tornare” e non essere sempre sballati, generando odio su odio.

Carlo Felici

martedì 10 ottobre 2023

CUI PRODEST?

 



Nelle tragiche incombenze che stiamo vivendo in questo scenario di inizio millennio, in cui pare proprio che il male più infettivo e dirompente non possa essere debellato, soprattutto perché molti lucrano abbondantemente sui conflitti in corso, la vittima più illustre, oltre a quelle che indiscriminatamente vengono colpite senza pietà e con furia sempre più disumana e distruttiva, appare la ragione umana.

Essa infatti presuppone una capacità di analisi che vada ben oltre la scelta binaria, ben più in là di ogni aut aut, per cogliere le cause nascoste e sottese dei fenomeni e, oggi in particolare, delle varie guerre che si stanno avvicendando e il cui scopo principale sembra essere durare il più a lungo possibile, con tutto lo scenario di morte e distruzione che ne consegue.

Per quanto riguarda, in particolare, l'ennesimo scontro tra israeliani e palestinesi che oggi vede come novità soprattutto il numero notevole forse mai raggiunto nella storia di Israele, di vittime ed ostaggi, presi del tutto alla sprovvista, quello che ci occorre, per avere una visione chiara degli eventi, è soprattutto rinunciare al manicheismo dei “buoni e dei cattivi”

E' ovvio che per molti dei musulmani i “cattivi” sono per l'ennesima volta gli israeliani, tanto quasi da giustificare la feroce ed aggressiva reazione di Hamas, mentre per i sostenitori di Israele i “cattivi” sono i terroristi di Hamas, per cui bisogna spianare Gaza

Pochi così considerano che non pochi “cattivi” sono ai vertici di Hamas, così come ai vertici dello Stato israeliano. Noi siamo propensi a considerare “buoni” solo le vittime innocenti che, come in ogni vigliacca guerra contemporanea, sono sempre più tra i civili e sempre meno tra i militari che usano ormai abbondantemente la robotica, in particolare dei droni e dei missili, per fare stragi soprattutto di gente inerme.

Cominciamo da Hamas, che soprattutto negli ultimi tempi appare una organizzazione sempre meno politica e sempre più militare e delirante, evitiamo la solita definizione “terrorista” buona per tutte le stagioni che non aiuta per niente a capire la struttura e le motivazioni e soprattutto per conto di chi vengono messe in atto determinate azioni.

Hamas ha predicato a lungo e tuttora predica la necessaria fine di Israele, con una posizione condivisa, anche se ambiguamente, ormai tra i paesi arabo-musulmani, solo dall'Iran. Ma fin qui siamo ancora in un ambito politico. Negli ultimi tempi però l'azione di Hamas, rifiutando le tregue, martirizzando i civili palestinesi esposti alle ritorsioni, e in particolare con gli attacchi indiscriminati contro i civili israeliani, assomiglia sempre di più a quella del Daesh, e per questo non riceve più particolare sostegno dai paesi musulmani, specialmente tra quelli che cercano di raggiungere un difficile equilibrio di convivenza con Israele, tanto che lo stesso Hamas può ormai contare sostenitori (ma non dichiarati) solo in Iran e in Qatar che conserva ancora legami con i Fratelli Musulmani

Questo movimento già dal 1988 nel suo statuto ha come fine dichiarato nell'articolo 12 il seguente principio: "Hamas considera il nazionalismo (Wataniyya) come parte del credo religioso" D'altro canto lo stesso statuto in un altro articolo recita: “ Il Movimento di Resistenza Islamico (Hamas) deriva le proprie linee guida dall'Islam, dal suo pensiero, dalle sue interpretazioni e dalla sua visione della vita e dell'umanità; all'Islam si ispira per la propria condotta e per qualunque decisione"

Ora questa è già una contraddizione lampante, perché l'Islam non è nazionalista e non è rivolto in alcun modo a fare strage indiscriminata di gente inerme.

Sia la sharī‘a che la ǧihād sono rivolti nell'Islam alla tutela e al perfezionamento di una comunità religiosa più che di una nazione in senso stretto, e se osserviamo la storia dell'Islam, vediamo che esso è progredito e si è espanso di più in strutture che non avevano confini definiti ma corrispondevano a imperi o califfati come zone di influenza, cosa ben diversa dal concetto moderno di nazione.

Per quanto riguarda poi la prassi di uccidere il Corano è piuttosto chiaro in alcuni suoi passaggi: “..e a parte il buon diritto (di autodifesa) non uccidete nessuno di coloro che Allah ha reso sacri. Ecco quello che vi comanda affinché comprendiate” Corano 6:151. Oppure “ Chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera” Corano 5: 32

Del tutto evidente, dunque, che non è legittima secondo l'Islam una prassi volta a combattere un popolo inerme, anche se per ritorsione o vendetta. Mentre può essere più comprensibile la prassi che in passato adottarono alcuni stati a guida islamica per combattere militarmente Israele, sentendosi minacciati dal suo espansionismo, il quale per altro è avvenuto lo stesso, quando Israele si è apprestata a combattere e anche a difendersi.

Da queste considerazioni si evince che la prassi di Hamas, non solo non è coerente con i principi coranici, ma di fatto assomiglia sempre di più a quella dei gruppi islamisti radicali come Daesh che colpiscono indiscriminatamente e senza distinzioni tra obiettivi militari e civili

Né questo è giustificabile solo tenendo conto delle condizioni discriminatorie e ghettizzanti in cui sono tenuti i palestinesi, soprattutto nella striscia di Gaza, perché evidentemente escludendo le vie politiche e limitandosi soltanto alla opzione militare, li si espone a ritorsioni e a massacri, sicuramente criminali e ingiustificati, ma pur tuttavia, sempre e solo con conseguenze tragiche a loro svantaggio.

Si sa bene che Hamas utilizza molte delle risorse economiche che dalla comunità internazionale provengono per alleviare le sofferenze del popolo palestinese, per procurarsi armi e missili sempre più efficaci, con il risultato che nessun benessere e nessun miglioramento ne trae la popolazione e che Gaza è diventata un ghetto e una prigione sempre più angusta, ma ostinarsi ad attaccare uno Stato militarmente più potente per ottenere risultati alquanto effimeri, non è certo una strategia costruttiva o vincente. Tale prassi è più comprensibile però se la si inquadra in un orizzonte più vasto in cui l'azione di Hamas tende a manifestare la debolezza di Israele e ad acuire il suo isolamento nel contesto internazionale del Medio Oriente. Speculare però sulla disperazione di un popolo che non ha più nulla da perdere, se non in continuazione solo la propria vita, non è certamente una azione politica eclatante.

Veniamo adesso ad Israele che è governata da un premier che solo poco tempo fa ha dovuto recarsi in tribunale per difendersi da vari capi di imputazione, in particolare tre. Il primo riguarda il caso di aver accettato regali dal miliardario Arnon Milchan, e dal magnate australiano James Parker una somma corrispondente a circa 260mila euro. Il secondo riguarda un accordo con l'editore di un quotidiano per avere una copertura mediatica positiva in cambio di una legge che avrebbe sfavorito il rivale di questo editore. Il terzo e più grave concerne l'accusa di corruzione per avere negoziato, quando Netanyhau era premier e ministro delle telecomunicazioni, con il principale azionista del gigante Bezeq per ottenere una copertura positiva da parte di un notiziario, in cambio di favori politici verso gli interessi di quella società. Sua moglie nel frattempo si è dichiarata colpevole ed ha patteggiato per una accusa di avere usato denaro pubblico per fini privati.

Dopo queste vicissitudini, lo scorso anno Netanyahu ha vinto di stretta misura le elezioni, contando soprattutto sul sostegno dell'estrema destra sionista, essendo però costretto a governare con una maggioranza risicata di cinque parlamentari, e condizionato dai partiti ultra ortodossi, in buona sostanza dal fondamentalismo sionista. Quelli che considerano i palestinesi una sorta di “razza inferiore”, che mettono in atto provocazioni eclatanti e girano armati. Per mettersi al riparo da contestazioni e ulteriori guai giudiziari, il premier israeliano ha varato una riforma della giustizia che prevede l'abbandono dei veti della Corte suprema su leggi e nomine da parte dell'esecutivo. In pratica un passo decisivo per trasformare Israele in una dittatura a sfondo nazionalista e fondamentalista con il fine dichiarato di limitare fortemente le libertà civili e ostacolare il processo di secolarizzazione della società israeliana. In particolare la riforma si accanisce contro il principio di “ragionevolezza” utilizzato dalla Corte per revocare nomine e decisioni legislative, come nel caso di Aryeh Deri, esponente politico ultra-ortodosso a cui è stato impedito di partecipare al governo del premier perché si é ritenuto irragionevole nominarlo in quanto condannato di recente per frode fiscale. In definitiva, questo è stato un attacco frontale alla democrazia israeliana, per sottrarre l'operato del governo al controllo della magistratura e per negare il principio sacrosanto della divisione dei poteri, indispensabile in ogni stato democratico moderno

Le reazioni della società israeliana non sono mancate e sono state anche eclatanti, dato che gli stessi riservisti hanno minacciato di non impegnarsi più nel loro compito se il governo avesse imposto questa riforma

E' in questo contesto che l'attacco di Hamas, il quale sembra aver avuto successo come con un coltello che penetra nel burro, cosa molto sospetta per uno Stato dotato di grandi capacità tecnologiche e con l'apparato dei servizi segreti tra i più efficienti e preparati al mondo.

Il sospetto è infatti che il premier, pur avendo avuto varie avvisaglie, si parla addirittura di un avvertimento dei servizi segreti egiziani che stava per accadere “qualcosa di grosso”, non abbia fatto nulla di concreto e convincente per affrontare e prevenire questa minaccia, dando più importanza alla situazione in Cisgiordania che al pericolo imminente al confine con la striscia di Gaza. Più o meno come quello che accadde alla vigilia dell'11 settembre negli USA e che dette il via all'invasione dell'Afghanistan e alla guerra in Iraq

Ora è presto per considerare quali conseguenze su vasta scala avrà questa che è da considerarsi, per numero di vittime ed ostaggi nelle mani di Hamas, la giornata più nera per Israele dalla sua fondazione. Però un dato è sicuramente certo: l'opposizione a Netanyahu è stata tacitata in nome della sicurezza nazionale, è stato dichiarato lo stato di guerra, che amplia i poteri del governo, tutti i riservisti sono stati mobilitati e richiamati in vista anche di una offensiva di terra che però non si presenta né facile né sicura, dato il numero di ostaggi nelle mani di Hamas e data la configurazione del territorio che impone una guerriglia quartiere per quartiere, casa per casa e in cui le rovine dei palazzi sono le strutture migliori in cui difendersi e colpire senza essere visti.

Il governo israeliano, già criticato per quella riforma di cui si è parlato, anche in campo internazionale, oggi si appresta a raccogliere la solidarietà indiscussa di tutti i paesi occidentali. Di Hamas pare che in Italia non si debba parlare se non in termini di organizzazione terroristica, persino nelle scuole si minacciano azioni ispettive per scongiurare una azione propagandistica. Mentre si preparano manifestazioni di sostegno al popolo palestinese che, per l'ennesima volta, viene colpito e martirizzato senza badare a scrupoli in aree a densissima popolazione civile in cui vengono colpiti ospedali, condomini, infrastrutture, e per di più vengono bloccati tutti gli aiuti internazionali e sigillata ogni possibilità di uscire da quella che rischia di diventare una tomba a cielo aperto, una fossa comune, dove solo i topi che si nascondono sotto terra possono salvarsi

Cosa ha ottenuto Hamas e cosa il governo israeliano?

Hamas sicuramente nessun vantaggio territoriale, l'azione infatti si è esaurita in poco tempo e senza alcun consolidamento in territorio israeliano, l'isolamento anche tra i paesi musulmani è più che evidente, i sauditi prendono tempo, gli iraniani prendono ambiguamente le distanze pur essendo i principali finanziatori di Hamas, l'unico sostegno (anche se non dichiarato palesemente) pare sia quello di certa sinistra radicale, senza se e senza ma nostrana, in nome della sacrosanta causa del popolo palestinese.

Come se, per l'ennesima volta un male ne giustificasse un altro, come se l'eccidio di tanti palestinesi da parte delle truppe israeliane possa essere un fondamento valido per le atrocità ed umiliazioni messe in atto contro la popolazione israeliana inerme, con i suoi ragazzi, con le sue donne e i suoi bambini esposti al ludibrio mediatico globale.

E Netanyahu cosa ci guadagna? Nell'immediato sicuramente consenso interno ed internazionale, ma alla lunga? Lui ha già dichiarato che sarà una lunga guerra, ed è evidente, perché gli occorre per non essere contestato e continuare a governare senza opposizione alcuna

Ma, nonostante ciò, Haaretz quotidiano nazionale di Tel Aviv in Israele già titola: “Il disastro che si è abbattuto su Israele durante la festività di Simchat Torah è chiaramente responsabilità di una sola persona: Benjamin Netanyahu"

In Italia una delle voci più ragionevoli che sembra non avere imboccato la strada del manicheismo “buoni-cattivi” che imperversa nei telegiornali è la Bonino, la quale, da sempre filo israeliana fa alcune considerazioni che meritano la massima attenzione. Ella tra l'altro dichiara: “È triste pensarlo, ma il calcolo cinico dei leader di Hamas è verosimilmente quello che una ritorsione sanguinosa di Israele, con tante vittime civili, torni a mobilitare le piazze arabe contro Israele, renda implausibile politicamente, per qualsiasi governante arabo, sostenere il ravvicinamento diplomatico con Israele, e riporti la questione palestinese al centro dell’agenda internazionale” E ancora: “trovo, come gran parte dei democratici ebrei e filo-israeliani nel mondo, che sia un errore mortificare una democrazia vibrante come quella israeliana con coalizioni di governo costruite tatticamente, che includono partiti estremisti e politici xenofobi. Questi atteggiamenti sono parte del problema”

In conclusione, appare del tutto evidente che il problema non si risolve in maniera manichea, sostenendo a spada tratta coloro che si ergono a “campioni dei palestinesi” e che operano con metodologie più terroristiche che militari, né sostenendo Israele senza se e senza ma, solo perché aggredita.

In essa il governo di coalizione che si appresta ad affrontare la crisi dovrà risultare una seria opportunità per valutare non solo l'interesse della sopravvivenza dello Stato di Israele che non è certo messo seriamente in discussione dalle armi di Hamas e dal suo operato, ma soprattutto sul futuro e sulla efficienza della sua democrazia, affinché non risulti uno Stato fondamentalista tra i vari altri dell'area, con l'unica conseguenza della guerra e dell'impoverimento permanente della sua popolazione, già in atto con la caduta libera della moneta israeliana

Gli Usa d'altra parte, sono presenti nell'area, ma stavolta è molto difficile che stacchino una cambiale in bianco, con la crisi ucraina tuttora aperta e di difficilissima soluzione. Cina e Russia stanno a guardare ma è evidente che non possono che trarre vantaggio da una crisi permanente in Medio Oriente, sia perché distoglie l'attenzione dall'Ucraina, sia perché amplifica il loro ruolo di grandi potenze nello scenario internazionale.

Resta il fatto che Hamas e Netanyahu, risaltano come “i migliori nemici”, da quando sono al potere infatti non fanno altro che rendere il loro potere inossidabile e senza alternative, strumentalizzando la paura del popolo palestinese e di quello israeliano e rendendo lo scenario senza alternative a loro stessi, in un vortice di morte e distruzione che appare senza fine

A chi giova dunque tutto ciò? E a chi l'ennesima guerra in Medio Oriente mentre l'Europa, come con l'Ucraina, rivela ancora una volta tutta la sua dabbenaggine ed impotenza?

Ce lo ha detto il Papa: “il terrorismo e la guerra non portano a nessuna soluzione” e noi aggiungiamo con Teilhar de Chardin: “noi stessi siamo il nostro peggior nemico. Nulla può distruggere l'umanità ad eccezione dell'umanità stessa”. E' una riflessione che non riguarda solo palestinesi ed israeliani che dovrebbero poter convivere ciascuno in un rispettivo Stato sovrano, ma anche tutti noi che viviamo in un habitat mondiale sempre più stretto e pericoloso


Carlo Felici.

giovedì 28 settembre 2023

VATTELAPPESCA

 


Lo spot che tanto piace alla Meloni ha suscitato varie critiche e prese di posizioni. Di per sé esso presenta due genitori separati che hanno una bambina la quale sfugge alla mamma, in un supermercato, mettendola in ansia, per prendere una pesca che nasconderà e darà al papà, dicendogli, mentendo, che gliela manda la mamma.

La premier lo ha trovato “molto bello e toccante”, Ercolani ha rimarcato che “Non poteva esserci modo migliore, di questi tempi, che decretare attraverso una pubblicità che siamo felicemente alla frutta...”

Sallusti rimarca il fatto che è meglio avere due genitori separati piuttosto che conflittuali, e vari esponenti della sinistra commentano dicendo che lo spot è una mancanza di rispetto per la bambina che viene usata per scopi commerciali oppure che non c'è riguardo per il consumatore che, in giorni assai magri come questi, magari non riesce a permettersi nemmeno una pesca

La pubblicità, è noto, si basa sulle indagini di mercato. Gli analisti semplicemente osservano l'andamento del costume e della società, le tendenze dei comportamenti, con un unico scopo: attrarre l'attenzione del consumatore per trarne profitto mediante le vendite.

Nella sterminata agorà mediatica in cui viviamo immersi quotidianamente e che ci invade persino il palmo della mano, è praticamente impossibile sottrarsi al Peithṓ , così veniva definita anticamente dai Greci quella divinità che personificava la “persuasione” specialmente nelle relazioni amorose, poi diventata con i Romani Suada, da qui la parola italiana suadente per definire un qualcosa che attrae e convince al tempo stesso, a prescindere dal suo valore morale, dal fatto che sia buono o cattivo.

Oggi, si può dire che assistiamo al trionfo di Suada, in ogni campo, economico, affettivo, famigliare , scolastico e soprattutto mediatico

Suada veicola il profitto e il profitto è l'ultimo deus ex machina che domina il mondo odierno globalizzato, spinto da Suada, fino anche a farci persuasi che una guerra possa essere “giusta”, ovviamente con tutte le morti che essa può produrre in nome della “suadente” leva di un patriottismo che, guardando la Terra solo da una distanza satellitare, appare tanto ridicolo quanto anacronistico.

Ma, tornando allo spot, l'unica cosa che davvero colpisce è la bimba, per la tenerezza che suscita nello spettatore, il quale non può che fare il tifo per lei, soprattutto in una realtà demenziale in cui i genitori ammazzano i coniugi e alla fine si suicidano, magari scrivendo poesie nei loro blog, tanto è lo scollamento tra la loro fantasia e la realtà che devono vivere, con i suoi contrasti, le sue delusioni, ma anche le sue speranze e la voglia di realizzarsi. Il contrasto tra le notizie dei telegiornali e spot come questi che tendono a dare una immagine edulcorata e consolatoria dei contrasti famigliari è dunque tanto dirompente quanto significativa di come il mondo pubblicitario possa essere narcotizzante e illusorio

Si sa da sempre che ogni coppia è un caso a parte e che le separazioni e i divorzi sono all'ordine del giorno anche per una sorta di “pensiero debole”, il quale, con buona pace del grande filosofo recentemente scomparso, se ha il merito di avere aperto nuovi orizzonti di emancipazione e una pluralità di fermenti nella cultura e nel costume popolare, ha anche aperto gli abissi della disperazione, soprattutto per chi nella vita per una sua debolezza intrinseca non solo di pensiero, ma soprattutto psicologica, non riesce a “navigare a vista” affrontando con la necessaria resilienza i marosi e gli tsunami della vita che la pubblicità abilmente nasconde sempre o non presenta mai con la loro autentica crudezza.

E' inutile quindi perdersi nei falsi moralismi, considerando quello spot che tende a celebrare il supermercato come la cattedrale della consapevolezza dove una bimba, mediante una pesca raggiunge l'illuminazione, condannando o incensando le buone intenzioni sottese, e la voglia della bimba di avere una famiglia riconciliata. Perché la realtà, anche se non vogliamo vederla perché non ci piace, è che in famiglia ci si ammazza più che con la mafia, pur di non riconciliarsi

E questo non significa essere pessimisti, ma solo realisti. Forse dunque dovremmo dedicarci di più ad altri spot della serie..pubblicità e progresso..affinché Suada riporti la gente dove un tempo la portava una religione e dei sacerdoti più credibili, e meno inquinati anche loro da scandali, anche quelli debitamente occultati. Ma, si sa, nessuno vuole “lo Stato etico”, e tutti sono sempre pronti a scaricare colpe su scuola e famiglia, pur essendo entrambe una componente fondamentale dello Stato.

Chi ci persuaderà dunque su come comportarci, in mancanza di riferimenti etici che siano seriamente presi in considerazione e condivisi? I mercati? E' molto probabile di sì, solo che “si vende” di più a gente separata che consuma separatamente, piuttosto che a famiglie che praticano una sana economia famigliare nell'interesse di tutti.

Di qui una marea di films e telenovelas con genitori single o separati e se provi per caso a fare il contrario, magari vieni immediatamente criticato perché vuoi fare l'apologia del matrimonio

Il fatto è che ormai non ci sta più nulla da propagandare, tanto meno valori etici e morali, perché appunto Suada va da sé, spinta dal profitto e tutto ciò che non porta profitto Suada lo manda al macero.

Torna così alla mente la omofonia tra pésca e pèsca. Due parole che si scrivono nello stesso modo ma hanno significati diversi, una rappresenta un frutto, l'altra una pratica e una intenzione, quella di portare a casa qualcosa di buono.

Così bisogna riconoscere che nello spot in questione i due significati tendono a confondersi, la pesca frutto diventa infatti “esca” per quello che la bambina vorrebbe “pescare”, magari una impossibile riconciliazione, e noi siamo portati ad ammirarla e magari a emularla.

Vedremo dunque supermercati affollati di bimbi che sfuggendo ai genitori arraffano cetrioli, carciofi, zucchine e magari qualcuno più robusto anche un cocomero (meglio evitare i pomodori con i quali si corre qualche rischio) da regalare al papà o alla mamma separati dicendo che glielo manda l'ex coniuge? Sperando che il tutto non si concluda in un frullatore, non ci resta che uno sconsolato ma eloquente... “Vattelappesca..”

Carlo Felici


venerdì 2 giugno 2023

UN LIBRO, UNA MAGIA

 




Per Giordano Bruno Guerri scrivere libri è una dannunziana e sportiva “fatica senza fatica”, per cui non potremo mai parlare del suo ultimo libro solo in termini di “ultima fatica”.

Diremmo invece che a proposito di “d'Annunzio la vita come opera d'arte”, edito recentemente da Rizzoli l'arte celebra se stessa.

Questo libro, infatti, che ci accompagna nella lettura come se ci prendesse per mano e ci incantasse con le parole e le sue immagini, è di per se stesso un'opera d'arte, arricchito com'è da un incomparabile e suggestivo corredo iconografico

La vita del Vate, Comandante, Amante guerriero, Orbo profeta, e chi più ne ha più ne metta, viene da Guerri mirabilmente descritta nelle sue varie fasi come da “una moglie, una vedova” devota e fedele, lo scrive lui stesso nell'incipit del suo bel libro

E' quindi con un acceso amore e un certo struggente rimpianto che possiamo accoglierne la lettura, come se si aprisse un sipario e scorressero davanti a noi le scene reali e concrete della vita di d'Annunzio, scandite dalle innumerevoli foto che alternano le pagine, e provenienti in gran parte dall'archivio del Vittoriale di cui la “vedova regina” Guerri è tuttora assoluta sovrana

Sebbene l'autore abbia già scritto altri due libri su d'Annunzio abbastanza corposi: “La mia vita carnale” e “d'Annunzio l'amante guerriero”, questo li supera tutti, perché i suoi vari capitoli che si aprono davanti ai nostri occhi, sono come stanze delle meraviglie in cui si entra timidamente e in punta di piedi, con la massima attenzione, e se ne esce trasfigurati, con un inesausto stupore

Tutte le fasi della vita di d'Annunzio ci appaiono così, come in un caleidoscopio in cui il lettore si perde e al contempo si ritrova in una magica suggestione che si vorrebbe inesauribile.

Linguaggio e immagine si richiamano vicendevolmente come se stessimo nel parco del Vittoriale ad ascoltare il richiamo dei variegati uccelli che lo popolano, come se entrassimo in ciascuno dei suoi meravigliosi ambienti e questi cominciassero a sussurrare, a parlare, non senza prima averci chiesto sussiegosi..ma ne sarai degno?

Nel libro le varie foto del Vate, da puer fino alla canities morosa, passando per il miles invictus e l'insatiabilis amans, si alternano accompagnate da quelle delle sue numerosissime donne, in una periocoresi elegante e visionaria, una danza cadenzata dal suono scandito dal ritmo di un tempo che sembra sia davvero “immotus nec iners”, fermo nella fissità dell'immagine ma mai inerte nello spirito della narrazione con cui realtà, letteratura e immaginazione si fondono in una sontuosa sinfonia diacronica.

Scrive infatti Guerri a conclusione della sua “fatica senza fatica”: “- l'espressione è il mio modo unico di vivere- ha scritto . Specialmente al Vittoriale, Gabriele ha potuto vivere , appunto, “esprimendosi”, con una totalità che non ammette interpretazioni, amalgamando la forma e il contenuto, rovesciando la plateale esibizione della sua esistenza di istrione e di genio nella quotidiana definizione del proprio essere e della propria interiorità, nell'ininterrotta scrittura di se stesso.”

Il consiglio dunque che ci sentiamo di dare al lettore è quello di trascorrere una bella vacanza in prossimità del Vittoriale, portarsi il libro e leggerlo lì, in un tutt'uno di suggestioni interiori ed esteriori, in un susseguirsi di echi, di immagini e di parole che, nel teatro recentemente portato a compimento, forse trovano il luogo più magico in cui amalgamarsi

D'Annunzio scrisse: “Ecco che non più sono un grande artista ma divenuto io sono una grande opera d'arte”, e in effetti in quel luogo in cui magia e misticismo sfrenatamente esistenziale si confondono, la presenza del Vate è costante, quasi visibile, come solo un mago riesce a fare eternandosi nello “spiritus loci”

Sentirete così, in quel microcosmo delle meraviglie, riecheggiare perenne la leggenda del Comandante, di quel “d'Annunzio mago”, sciamano del vivere inimitabile..


Carlo Felici

sabato 13 maggio 2023

NOI NO!

 




Quando scrissi la storia del primo dopoguerra in Italia, in occasione del centenario del biennio rosso, e fu pubblicata a puntate on line sull'Avanti!, auspicai la ristampa di un libro cruciale per intendere come il fascismo si affermò, e decisivo per ricordare cosa ha rappresentato e quali metodi ha usato per mantenersi al potere.

Fu scritto da Pietro Nenni in esilio e lui volle che fosse uno strumento di denuncia di Mussolini e dei suoi metodi, oltre che del rinnegamento delle origini del Duce, all'estero, in un' epoca, i primi anni 30 del XX secolo, in cui il consenso intorno a lui si stava allargando sia in Italia che altrove. Mussolini ci teneva molto alla sua “presentabilità” internazionale, tanto da mettere in particolare nel mirino delle sue scellerate azioni repressive anche gli esuli, i quali finirono non a caso vittime delle sue trame omicide, come i fratelli Rosselli, salvo poi lavarsi le mani e attribuirle all'eccessivo zelo di altri fascisti.

Ebbene, questo libro che andrebbe adottato e letto in tutte le scuole per far capire ai giovani come tuttora non si può non essere antifascisti, finalmente è stato ristampato e si spera possa essere disponibile presto per un largo pubblico.

Una lode e un ringraziamento particolare dunque è da rivolgersi alla Fondazione Nenni, alla Arcadia Edizioni e alla UIL che ha patrocinato l'edizione, così come a coloro che hanno presentato il libro in una assemblea svoltasi nella sede di questo sindacato a Roma, in particolare al giornalista Giuseppe Vernaleone che ha moderato l'incontro e poi anche a coloro che sono intervenuti: il giornalista della Stampa, Fabio Martini; Antonio Tedesco, direttore scientifico della Fondazione Nenni, che ha curato la pubblicazione dell’opera; il prof. Giancarlo Monina ordinario presso l’università Roma Tre; Marzio del Grosso Colonna, amministratore delegato dell’Arcadia Edizioni; Pierpaolo Nenni, nipote di Pietro Nenni.

L'ultima edizione del libro di Nenni in Italia risaliva all'immediato dopoguerra, chi è così fortunato da avere quella copia si renderà conto anche della qualità “povera e fragile” della carta di allora, quando essa era anche un bene prezioso e di difficile reperibilità, la sovraccoperta dell'edizione del 1945 riprende l'immagine di copertina dell'edizione tedesca del 1930, mentre la recente ristampa riprende la copertina dell'edizione originaria francese dello stesso anno. In quel periodo si volle infatti che il libro circolasse abbondantemente in Europa per smascherare il volto “perbenista” e rassicurante che il fascismo tendeva a presentare oltre confine. Il titolo originario: “Sei anni di guerra civile in Italia” fu volutamente cambiato nella edizione in tedesco destinata ad un Paese che di lì a poco sarebbe stato travolto dalla dittatura nazista e fu: “ Todeskampf der Freiheit” erroneamente tradotto con “Agonia della libertà” ma che più propriamente vuol dire “Lotta fino alla morte per la libertà” Agonia più comunemente in tedesco si dice Qual o Agonie, lo stesso significato può avere anche Todeskampf, però la sua etimologia ci riporta meglio a cosa allora Nenni volesse far capire ai tedeschi che avevano già letto il “Mein kampf” di Hitler e che nel 1930 ancora non avevano però sperimentato la sua spietata e criminale dittatura. Todeskampf è unione di Tode che vuol dire morte e di Kampf che è la lotta, un titolo quanto mai azzeccato per un Paese in cui la libertà stava per soccombere e in cui si voleva almeno una lotta significativa prima della sua morte.

Questa digressione filologica non sembrerà sterile osservando che quel regime nazista che si affermò dal 1933 volle senza esitare proprio in quell'anno mettere all'indice quel libro tanto provocatorio e sfacciato, per chi aveva fatto carriera imitando Mussolini e che addirittura sbeffeggiava il titolo della sua “bibbia demoniaca”, quasi gli volesse replicare: se tu hai la tua battaglia noi avremo la nostra per la libertà sino alla morte. Le copie reperite furono quindi bruciate pubblicamente in piazza assieme a quelle di tanti altri libri che come sempre ogni regime liberticida ritiene di dover eliminare, se oggi qualcuna ne permane, è da conservarsi come preziosa reliquia..

Possiamo quindi ritenere che la ristampa di questo libro sia una “Resurrezione”, rispetto non solo ad allora, ma a tutti quegli anni trascorsi senza che potesse circolare nemmeno in Italia, pur essendo altre opere di Nenni già state ristampate. E ci auguriamo che esso non debba essere relegato oggi nell'ambito di pochi studiosi apostoli di libertà che scrivono magari “gridando” nel deserto affollatissimo del web, ma che trovi un ampio pubblico di lettori nella società e soprattutto nella scuola, non solo in Italia, ma anche in Europa.

Lascio alle belle introduzioni di Fabio Martini e di Antonio Tedesco l'illustrazione del contesto storico e dettagliatamente della rilevanza europea del libro, a me che ho scritto anche una storia di Fiume rivoluzionaria, interessa in particolare la lettura di un capitolo di questo libro di Nenni che ho potuto leggere solo nella recente edizione integrale. Me ne rammarico, altrimenti avrei anche affrontato questo argomento e lo avrei menzionato nel mio libro di prossima uscita che raccoglie tutte le puntate di quella mia storia edita on line, perché effettivamente Nenni fu, come egli stesso dichiara, a Fiume nel settembre del 1920, dovrò quindi aggiungere ad esso una piccola ma significativa appendice.

Nel capitolo “La marcia dannunziana di Fiume” che ritengo molto importante, troviamo “due Nenni” mescolati in uno, e solo chi conosce il prima e il poi, rispetto a Fiume e a Nenni, può riuscire ad identificarli.

Troviamo il giovane entusiasta che si trova a Fiume e si lascia suggestionare da quella atmosfera festosa e trasgressiva, il quale riconosce che alla radice dell'impresa c'è “la passione patriottica di un popolo (..) tradito dai suoi alleati e derubato dei suoi frutti della vittoria pagata con seicentomila morti e un milione di mutilati e invalidi”, che rivive il clima tra il frenetico e l'indiavolato nell'immagine del Comandante il quale “Si trasformava allora in politico o in diplomatico (..) mandava messaggi e ambasciate; aveva rapporti con i croati, con gli ungheresi, perfino con i bolscevichi (..) Passava dai soldati alle donne, dalle donne alla politica, dalla politica alle lettere, dalle lettere alla musica o all'architettura”, in una concitazione febbrile. Che aveva “interesse per la classe lavoratrice, aveva pubblicato una “carta del lavoro” anche, vero codice di uno stato corporativo”. E che “la “verve” indiavolata di d'Annunzio toccava i vertici della perfezione”...Qui il giovane “entusiasta” Nenni non capisce che la Carta era una Costituzione innovativa né l'uomo socialista maturo nomina mai l'altrettanto socialista rivoluzionario De Ambris.

D'altra parte infatti, troviamo in questo capitolo, che si mescola tra le righe anche il Nenni maturo e diremmo pure “maturato socialista” il quale, soprattutto col senno di poi e dichiarando che, benché d'Annunzio non abbia mai fondato il fascismo e si sia anche opposto ad esso, definendolo anche “schiavismo agrario”, sviluppa un parallelismo sulla base del socialismo dominante di allora, tra fascismo e movimento fiumano, ritenendo che sotto entrambe le vesti si celasse quel nazionalismo reazionario che poi il fascismo stesso avrebbe reso la base fondante del suo ventennale regime, e che la stessa marcia rivoluzionaria che d'Annunzio sognava altro non sarebbe stata che il prologo della marcia su Roma di Mussolini

E' importante considerare ciò perché in seguito gran parte degli intellettuali antifascisti adottarono questo punto di vista soprattutto col “senno di poi”

Che quel “poi” fosse davvero posdatato lo dimostrano i fatti. Nenni fu a Fiume, lo dice chiaramente, forse per un breve periodo, perché nel 1919-20 egli era ancora aderente ai Fasci di Combattimento e repubblicano, e per di più “corrispondente viaggiante” (inviato speciale) de “Il Secolo”. Fu proprio durante il viaggio del 1920 che lo portò anche in Georgia al seguito del senatore conservatore Ettore Conti, che Nenni entrò in contatto col mondo sovietico, passando ufficialmente da repubblicano a socialista militante l'anno successivo. Siamo dunque propensi a credere che anche l'esperienza fiumana, sostenuta da molti repubblicani e socialisti rivoluzionari di allora, abbia contribuito a far maturare la sua scelta.

Evidentemente nel 1930, in cui doveva per forza liberarsi da questo passato ingombrante, ma pur sempre frutto di una limpida passione giovanile, fu portato a rivedere quell'impresa sotto altre forme, anche perché lo stesso Avanti! nel 1931 su posizioni massimaliste, arringava Nenni come “Repubblicano, guerraiolo arrabbiato, fascista, comunisteggiante, riformista, egli è un poco la riproduzione – in proporzioni ridotte – di Mussolini» E Togliatti addirittura: “fascista della prima ora”, mentre lo stesso anno il comunista Giuseppe Dozza dal giornale l'Humanité sparlava di lui in termini di: «provocatore politico, un fascista camuffato, un agente del nemico nelle file della classe operaia»

Capiamo così meglio la genesi e l'importanza di questo libro non solo per condannare il fascismo in Europa, ma per sgomberare ogni ombra di dubbio sulla fede socialista e indubitabilmente antifascista di Nenni, ben prima che andasse anche lui a combattere il fascismo sul campo di battaglia in Spagna.

Capiamo il motto che lo accompagnò per il resto della sua vita: NOI NO! Il quale voleva segnare un abisso incolmabile tra l'antifascismo e il fascismo nemico giurato al contempo di ogni democrazia e di ogni forma di socialismo. Per cui o si sta da una parte o dall'altra.

E lo dobbiamo intendere anche noi, mediante la straordinaria lezione di questo grande padre della Patria, la cui storia ci affascina ancor di più quanto maggiormente siamo in grado di comprendere, anche nei dettagli, la sua drammatica e variegata vicenda biografica.

Ci sarebbero tanti altri aspetti, che però lasciamo scoprire al lettore, da evidenziare in questo libro straordinario, così come di Nenni di cui ho un indelebile ricordo in vita e anche negli struggenti funerali e nella commemorazione di Craxi il 3 gennaio 1980, quando erano presenti, tra gli altri, anche Pertini, il socialista spagnolo Gonzales e Soares per l'Internazionale Socialista

Ricordo coi miei vent'anni il grido di Signorile: “Ora Nenni viene restituito alla sua famiglia, ma egli vive nei socialisti italiani e di tutto il mondo. Salutiamolo col saluto con il quale lo abbiamo sempre salutato nel tempo delle sue e delle nostre lotte: Viva Pietro Nenni!”.

Con questo libro a cui auspichiamo possano seguirne altri, pubblicando tutta la sua opera, dunque la memoria di Nenni si fa ancora vita, monito ed insegnamento e ci accompagna ancora in tempi in cui il NOI NO! conserva quanto mai intatto tutto il suo valore, per tutelare la fatica, il dolore e i sacrifici che produssero la nostra Costituzione e per ricordarci come sia il caso anche, persino dopo quasi 80 anni, di tenercela stretta.


Carlo Felici



martedì 2 maggio 2023

L'IRRIDUCIBILE VELLEITARIO

 



A latere nella discussione sull'antifascismo che è stata svolta in occasione del 25 aprile, ci sembra opportuno occuparci di una vicenda che smaschera tante ipocrisie nel merito di tale questione, facendoci capire che cosa è veramente oggi lo Stato italiano.

In Italia c'è rimasto un unico fascista “irriducibile” a credere nel nulla del fascismo (perché il fascismo è morto nel 1945), o meglio, a restare fedele ai suoi sogni giovanili nutriti dal disprezzo per una democrazia profondamente e ferocemente ipocrita.

Il suo nomen omen paradossalmente racchiude tutta la sua battaglia donchisciottesca che poi tanto donchisciottesca non è.

Si chiama Vincenzo Vinciguerra, combatte tuttora la sua guerra ma è quasi impossibile che la vinca. E' in carcere, come ergastolano, da circa 43 anni, il più vecchio d'Italia, non si è mai pentito, dopo essere stato condannato per la strage di Peteano ed il tentato dirottamento di un aereo a Ronchi dei Legionari.

Potrebbe essere libero da tempo, se si fosse pentito o se si fosse lasciato “coprire” dallo Stato, ma lui ha deciso di continuare una guerra contro quello stesso Stato che lui non ha mai riconosciuto e che ha tentato di usarlo, magari per poi disfarsene, come è successo in tante occasioni con vari soggetti durante la stagione della strategia della tensione.

Vinciguerra si è sempre dichiarato fascista in guerra contro la democrazia che nella sua mente è una millantatura, sia perché l'Italia non è mai uscita da una servitù economica e militare verso la NATO e i poteri atlantisti, sia perché la “democrazia” di questo Stato sempre a suo parere, ha promosso e coperto stragi e misfatti, assoldando criminali e coprendoli con reiterati depistaggi. Tanto è che non esiste forse al mondo un Paese in cui crimini così efferati non abbiano ancora dei mandanti riconosciuti e condannati, e questo non è un parere ma una tristissima realtà

Era partito infatti un depistaggio anche per il suo crimine, da parte della stessa Arma dei Carabinieri che lui aveva colpito con una autobomba, ma lui si è autodenunciato vanificandolo, con il preciso intento di continuare in carcere una guerra iniziata da fuori.

Altri personaggi di quella stagione nefasta hanno già ottenuto i benefici di legge sebbene siano stati condannati a vari ergastoli più di lui, ma lui no. Vinciguerra se non può vincere la sua guerra, ha deciso di combatterla sino alla fine, ovviamente la “sua” fine, perché è molto improbabile che lo Stato che lui ha ritenuto di combattere finisca con la sua vita.

Lui dice però che la sua guerra vi ha aperto crepe significative, e questo è storicamente e giuridicamente provato, dato che è la stessa Magistratura a confermare le sue dichiarazioni che coincidono con l'esito delle indagini svolte.

Vinciguerra cominciò ad subodorare di essere stato incastrato, quando gli proposero nei primi anni 70, di assassinare Rumor con la complicità della sua scorta, e dato che il leader democristiano era al potere al momento della strage di Bologna, l'intento era quello di dare la colpa a gruppi anarchici e favorire una svolta autoritaria. Vinciguerra pensò bene che non si poteva combattere lo Stato con la complicità del medesimo, e di conseguenza non si lasciò incastrare, e da allora decise di agire da solitario.

Le sue azioni però furono mirate e non accettò mai di colpire vittime civili , ma solo di avere obiettivi militari, discostandosi da quella galassia neofascista che lui, in tutti questi anni in cui ha scritto vari libri, rilasciato dichiarazioni alla Magistratura, partecipato a interviste televisive, ha sempre sostenuto essere cooptata dai servizi segreti italiani, con lo scopo di stabilizzare e rafforzare il potere e rendere impossibile ogni alternativa ad esso. In buona sostanza, come feroce braccio armato di uno Stato profondamente carente di trasparenza, credibilità e sovranità.

Per cui la stragrande maggioranza dei movimenti neofascisti era manovrata da servizi segreti nostri e americani in funzione anticomunista, nel perdurare dell'esistenza del più grosso partito comunista d'Europa che è sempre stato incapace sia di essere concretamente indipendente sia di mettere in atto il ben che minimo intento rivoluzionario, e per di più pervicacemente attaccato formalmente per decenni ad una falsa identità marxista leninista, essendo concretamente dedito al consociativismo, e sempre ostinatamente incapace di assumere una identità pienamente socialista e democratica.

Come si è già detto, Vinciguerra avrebbe potuto sparire nell'anonimato, magari all'estero dove si era rifugiato durante la sua latitanza, assieme ad altri suoi camerati transfughi, presso le sanguinarie dittature sudamericane di allora o presso il perdurante e agonizzante regime franchista in Spagna.

Ma la sua battaglia contro lo Stato comportava anche quella contro i suoi complici deviati, per cui Vinciguerra ha preferito continuare da solo, smascherando conseguentemente, durante gli interrogatori a cui è stato sottoposto, non solo le complicità dei suoi camerati, manovali stragisti, ma anche quella di tale “fiamma tricolore” che allora spesso faceva da tramite tra la manovalanza e le strutture dei servizi segreti dello Stato.

Grande burattinaio di quel periodo, che è stato pure premiato con l'elezione a Presidente della Repubblica persino coi voti dei comunisti, fu Cossiga, che spesso, prima di affrontare le sue responsabilità probabilmente più ampie e complesse dei manovali del terrore di quel periodo nell'oltretomba, ha sovente dichiarato non solo di prendersele tutte, ma ha persino suggerito la stessa metodologia repressiva a chi dovesse trovarsi nelle stesse condizioni oggi, in varie interviste. Forse ora ci è ben chiaro come sia difficile in questo Paese in cui a chi governa l'impunità è garantita, arrivare ai mandanti delle peggiori efferatezze. Cossiga riteneva o meglio voleva che la parentesi fosse chiusa in fretta e furia con il crollo del muro di Berlino e la fine del partito comunista in Italia, ma, osservando la storia con il senno di poi, vediamo bene che l'esigenza di mettere l'Italia “sotto tutela” economica, politica, geostrategica e militare non si è mai esaurita. Non solo continua tuttora, ma anzi oggi a governare il nostro Paese è quella stessa fiamma tricolore, almeno nel simbolo che per questo ci risulta profondamente indigesto, che allora era, per stessa ammissione di Vinciguerra, contigua alla manovalanza neofascista con la duplice funzione di terrorizzare e stabilizzare, anche se i protagonisti di allora ormai sono spariti o morti. Fini lo sapeva bene e per questo volle liberarsi di quel simbolo nefasto che pare però gli sia sopravvissuto non a caso politicamente, come una ciliegina su una torta rancida.

La storia del neofascismo italiano non è complessa, ma abbastanza semplice per chi la vuol osservare. I reduci di Salò furono indirizzati dallo stesso ultimo Mussolini della Repubblica Sociale verso Nenni, ex compagno di gioventù di Mussolini, con intenti socialisteggianti fuori tempo massimo. Nenni, per ovvie ragioni, li respinse, allora essi si rivolsero al Partito Comunista che in parte li accolse, la storia dei “camerati rossi” e di Stanis Ruinas è ben nota. A quel punto i servizi segreti americani cominciarono a preoccuparsi, nell'immediato dopoguerra, che intenti anticapitalisti e antiamericani rossi e neri si sommassero e potessero persino dare origine a cambiamenti rivoluzionari e geostrategici. Di conseguenza, con i loro referenti in Italia, finanziarono abilmente chi potesse “infiammare” i neocamerati e riportarli alla sacrosanta lotta contro il comunismo, creando al contempo una rete paramilitare, chiamata Gladio, in grado di attivarsi in qualsiasi momento e coordinare una strategia della tensione tale da impedire al PCI l'avvicinamento al potere, e al contempo per stabilizzare un “regime democratico” senza possibilità di alternanza politica, ma solo dotato di una certa sua dialettica interna. Non al punto però da mettere in discussione l'assunto generale che l'Italia non può essere un paese pienamente autonomo, indipendente e sovrano.

I neofascisti parlamentari ed extraparlamentari collaborarono e furono pienamente protagonisti di questo servaggio di cui Vinciguerra è diventato pienamente cosciente, tanto da decidere, lui fedele al fascismo che aveva combattuto gli Alleati e la democrazia, di combattere la sua guerra da solo, soprattutto per smascherare le millantature di quell'ambiente dove egli stesso era cresciuto e che aveva tentato di manovrarlo, diremmo fino ad oggi, in cui forse è ancora più contento di ieri di stare in carcere per non condividere il trionfo governativo di quella stessa fiamma tricolore che lui ha sempre considerato la quinta colonna dello Stato atlantista, e la più grossa artefice della millantatura della indipendenza e sovranità dell'Italia, di un patriottismo inesistente che oggi spedisce armi anche da rottamare e porterei dove il “grande capo” comanda. Tanto che se da una parte ci appare assurdo che un uomo così coraggioso e per certi versi dotato di un suo singolare "onore" debba marcire in carcere, dall'altra tirarlo fuori sembrerebbe fargli il più grave torto.

E' chiaro alla luce di tutto ciò che anche certo antifascismo odierno, non quello storico, si intenda, che si celebra il 25 aprile oppure omaggiando Matteotti che ne fu vittima illustre, ma pretestuoso e strumentale perché utile solo ad autolegittimarsi, sia un fantasma tanto velleitario ed inesistente quanto consustanziale alla negazione di ogni qualsivoglia sovranismo o patriottismo possibile che non sia quello delle celebrazioni storiche del passato.

E' tanto assurdo infatti proclamarsi antifascisti in assenza di concreto e sostanziale fascismo, perché il neofascismo, come abbiamo detto e come Vinciguerra conferma non è che una espressione dell'atlantismo, solo un'altra faccia dello stesso neoliberismo che tende a governare il mondo occidentale e non solo, quanto definirsi fascisti, perché l'unico fascista rimasto che non sia nei libri di storia pare sia Vinciguerra nella sua perdurante velleità perché, essendo nato nel 1949, non è mai vissuto durante il fascismo

La cruda realtà è che per noi in Italia il "divide et impera" è l'unica dottrina che regna sovrana e sovranista, l'unica che ci è consentita come negazione di una Patria che non ci deve appartenere. Chi davvero ha provato a scardinarla..Mattei..Moro..Craxi..ma anche coraggiosi magistrati come Falcone e Borsellino, o giornalisti come Pecorelli, scoperchiando certi intrecci con i liquami segreti di certi apparati dello Stato, collusi anche con una manovalanza mafiosa sovente usata nella stessa maniera di quella neofascista, è stato ammazzato senza tanti scrupoli, nella piena convinzione di una perdurante impunità dei vertici di ogni istituzione di una Italia che già Dante definiva più di sette secoli fa “serva e di dolore ostello”, mentre il soldato Ryan continua a guardarci sorridendo e sussurrando: “meritalo se sei capace”.


Carlo Felici