Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

mercoledì 22 febbraio 2023

L'INVERNO DI UN IMPOTENTE SCONTENTO

 

                                   


Siamo oramai ad un anno dall'intervento della Russia in Ucraina, sarebbe errato dire ad un anno dall'inizio della guerra, perché la guerra in Ucraina iniziò nel lontano 2014, con i bombardamenti sanguinosi delle zone orientali di quel paese da parte delle milizie ucraine, in uno stillicidio di migliaia di morti di cui nessuno dei media occidentali si è mai accorto né preoccupato seriamente.

Già da allora soprattutto la Unione Europea avrebbe dovuto elaborare un piano di pace che garantisse sia una larga autonomia delle zone ucraine di lingua e cultura russa, sul modello ad esempio delle nostre regioni a Statuto Speciale, sia con una presenza sul campo di truppe internazionali sotto la bandiera ONU, per fare opera di interposizione tra insorti autonomisti ed esercito e milizie ucraine alcune delle quali rivelatesi anche filonaziste.

Il non avere fatto nulla e l'avere lasciato aggravarsi la situazione per ben otto anni, ha determinato la reazione di una nazione russa seriamente preoccupata che la guerra potesse avvicinarsi pericolosamente ai suoi confini anche con la creazione di basi militari ad alto potenziale distruttivo.

La reazione dunque c'è stata un anno fa ed è apparsa subito spropositata, con lo scopo non di allontanare la guerra dai confini della Russia, ma di assoggettare l'intero territorio ucraino e sottometterlo, sostituendo il governo di Zelensky con uno amico. Questo grossolano tentativo si è rivelato tanto feroce quanto fallimentare ed ha portato alla devastazione indiscriminata di territori anche molto lontani dai confini russi, e soprattutto a scavare un solco profondo tra Russia e popolazione ucraina, colpita indiscriminatamente con migliaia di morti.

Già dai primi mesi del conflitto si sarebbe dovuto elaborare un piano di pace che prevedesse il ritiro delle truppe russe in cambio di una larga autonomia per le zone orientali dell'Ucraina, così da creare una area cuscinetto neutrale tra Russia ed Ucraina, magari garantita dalla presenza di truppe internazionali, come in altre aree del mondo.

Ma né il governo ucraino né quello russo e nemmeno la UE e gli USA hanno mai voluto perseguire questa unica via verso la pace.

La Russia illudendosi che l'Europa sarebbe stata piegata dalla penuria delle materie prime russe a basso costo, e l'Europa illudendosi che la Russia sarebbe stata piegata dalle sanzioni e dall'isolamento internazionale.

Invece, ad un anno di distanza, si sono solo rafforzati due blocchi militari ed economici, sulla falsariga di una guerra fredda che credevamo fosse finita più di 30 anni fa e che invece è risorta prepotentemente minacciando di essere ancora più calda di quella durata quasi mezzo secolo.

Il governo italiano attualmente si trova in una singolare posizione, avendo al suo interno forze politiche che esprimono posizioni diametralmente opposte su questa guerra, pur rivelandosi compatte al momento del voto solo per ragioni di opportunità e di potere.

Da una parte la Meloni esprime il sostegno a Zelensky senza se e senza ma, dall'altra Berlusconi Zelensky non lo vuole vedere nemmeno scritto.

E' del tutto evidente che senza Berlusconi il governo attuale cadrebbe, per cui se la Meloni si può permettere di replicare al presidente ucraino che la posizione di Berlusconi non è quella del governo italiano, ella non può certo ignorare che la affermazione del leader di Forza Italia, non solo non può essere isolata da quella del suo partito, ma tanto meno può essere ignorata, perché rappresenta l'opinione di un numero di italiani che va ben oltre quello degli elettori del partito di Berlusconi.

Zelensky ha pure replicato in modo alquanto grossolano a Berlusconi mettendo in imbarazzo la Meloni, e dicendo che il leader di FI non avrebbe mai subito gli orrori della guerra, evidentemente mostrando con ciò di avere pessimi consiglieri.

Facilissima e pertanto giusta la replica di Berlusconi che ha avuto, da politico navigato, solo l'accortezza di non farne un comunicato ufficiale per non mettere in imbarazzo il Governo. Ad alcuni parrà strano ma in questo caso lui ha perfettamente ragione anche perché, da piccolo, egli visse gli orrori della guerra, essendo come tanti altri uno sfollato. La guerra pertanto va evitata non incrementando gli armamenti, ma incrementando i piani di pace come, ad esempio concordando una larga autonomia per le zone orientali dell'Ucraina che sono state bombardate a tappeto dalle milizie ucraine dal 2014 e che il signor Zelensky, il quale ha messo fuori legge i partiti di opposizione e in galera i suoi dissidenti, e che non ha dimostrato palesemente di essere un buon diplomatico né un leader pienamente democratico per il suo popolo, vuole sotto il suo governo senza alcuna altra possibilità di confronto con le istanze ed esigenze che le zone orientali ucraine esprimono disperatamente da ormai circa dieci anni. Dare a lui altre armi, senza chiedere che collabori ad un piano di pace, non vuol dire preparare la pace come dice la Meloni, ma incrementare altra guerra.

Il Papa ha recentemente dichiarato che “Quella costruita sulle macerie non è una vera vittoria”, una frase direi epocale, che andrebbe scolpita all'entrata di ogni scuola

Perché ogni guerra procura macerie e vittoriosi sono solo coloro che riescono a prevenirla e a limitare le sue vittime e le sue macerie il prima possibile. Invece ora ci troviamo di fronte ad un conflitto in cui le macerie e le vittime non solo tendono ad estendersi quotidianamente, ma persino alla minaccia che esso stesso, estendendosi sproporzionatamente, riduca in macerie tutto il mondo.

Di fronte a tutto ciò il balletto delle democrazie europee e la perdurante incapacità e non volontà da parte della amministrazione americana di trovare una soluzione rapida al conflitto, ripetendo continuamente il ritornello sempre più stonato che i russi sono invasori e devono andarsene dall'Ucraina senza se e senza ma, appare solo come il simulacro dell'orchestrina del Titanic prima della catastrofe che poi inghiottì tutti.

In questo caso saremmo proprio noi europei ad essere inghiottiti da una catastrofe di proporzioni inimmaginabili, e forse sarebbe la giusta nemesi di un continente che si è rivelato il più guerrafondaio del mondo e sul quale si è consumato a ripetizione il numero maggiore e più feroce di guerre di tutta la storia dell'umanità nel corso dei secoli.

Una Europa che avrebbe dovuto finalmente, in nome della pace non solo nel suo territorio, ma anche in altre aree del mondo, unirsi nelle sue istituzioni e anche nella sua forza militare per parlare con una sola voce e che invece ora, e ancora una volta, si divide in Paesi egemoni che fanno i loro vertici, altri che seguono più o meno pedissequamente le politiche di oltreoceano, altri che stanno solo a guardare e tutti che non fanno che regalare armi invece che lavorare per seri piani di pace.

Tutto questo non farà che aggravare l'impotenza di un continente destinato più che in passato a scontare una irrilevanza nella storia la quale, in tempi relativamente brevi, potrà esplodere in divisioni etniche e sociali, e in profonde disuguaglianze economiche.

Forse siamo già all'alba di un nuovo Medioevo di cui si vedono solo le incipienti rovine di un presente che riecheggia il suo passato, destinate ad estendersi assieme a quelle che riflettono il degrado non solo economico e sociale, ma anche quello morale e spirituale di una civiltà che affonda nella sua inconsistente e narcisistica impotenza, e che lascerà spazio e soprattutto fede, speranza e amore ad un nuovo orizzonte spirituale, i cui germogli sono ancora sotto la cenere e sotto l'inverno del nostro scontento...anche elettorale.


Carlo Felici

martedì 14 febbraio 2023

CRONACA DI UNA SCONFITTA ANNUNCIATA

 




La cronaca di una sconfitta annunciata ora è realtà di fronte agli occhi di tutti ed è diventata storia, il centrosinistra perde clamorosamente a distanza di pochi mesi dalla precedente sconfitta alle politiche, e con una aggravante, cioè che mentre in quella occasione i voti dei partiti delle varie componenti di centrosinistra superarono quelli della sommatoria dei partiti di centrodestra, ora è accaduto l'esatto contrario. Segno evidente che nel frattempo oltre ad essere considerate varie, l'elettore le ha punite anche come “avariate”

Segno chiaro che in questi mesi, a parte la guerra per bande per conquistare la segreteria del PD, non si è fatta nessuna seria riflessione politica su come un diverso tipo di politica rispetto a quello del centrodestra possa affermarsi incontrando il consenso, nessuna strategia su come si possano costruire alleanze competitive rispetto a quelle di un centrodestra compatto nonostante le affermazioni su Zelensky di Berlusconi  che, come al solito spiazza tutti, con delle frasi che ricevono “il bacio in bocca” pure dei pochi comunisti rimasti fedeli alla loro storia sovietica.

Insomma, sembrerebbe più che altro uno spot della serie: “Ti piace vincere facile?” se, a 75 anni dalla nascita della nostra democrazia essa non stesse in condizioni peggiori di un qualsiasi settantacinquenne, oggi più destinata ad un cronicario che ad una casa di riposo e nonostante le “tirate” di Benigni che se si fosse vestito da Pinocchio forse sarebbe stato più credibile.

Non che i principi della Costituzione non siano tuttora validissimi, ma considerando quanto sono stati disattesi in tutto questo tempo, compreso il rinnegamento di Benigni che dichiarò a suo tempo di votare per stravolgerla al referendum promosso da Renzi, la performance dell'attore ci appare più comica che da “lectio magistralis”

A proposito, il cosiddetto “terzo polo” non appare più nemmeno comparabile ai polli di Renzo, quello dei “Promessi Sposi”, dice infatti Manzoni in tale episodio: “Pur trovandosi in una condizione disperata, i quattro capponi continuavano a litigare ed a beccarsi tra di loro” Perché in effetti non ci sta solo il litigio permanente dei partiti capponi della sinistra o pseudotale, rovesciati nella loro sorte elettorale (altro che Meloni a testa in giù) ma ci sta pure chi, tra di loro pensa di fare chicchirichì più degli altri, e persino dopo una sonora batosta.

 Calenda infatti, ignorando completamente la insignificanza a cui lo hanno condannato il diniego e l'astensione degli elettori, si erge tra i “capponi” a dichiarare che “gli elettori non hanno sempre ragione”, un po' come dire..non è sempre giusto che il pollo finisca arrosto..anche se poi piace così. E pensare che il terzo pollo..oh pardon..terzo polo, era nato proprio per intercettare l'astensionismo e portare il centrosinistra verso una politica più pragmatica o addirittura per intercettare i voti del centrodestra..il fiasco che accompagna il pollo arrosto non potrebbe essere più abbinato ed evidente.

Così come quello di un movimento nato per aprire la “scatola di tonno” parlamentare ormai chiuso nella sua scatoletta formato mignon con l'unico e inossidabile tonnarello che continua a guidarlo.

E ovviamente il maggior partito dell'opposizione resta il PD, che per ora amleticamente non si dibatte sul dubbio che la sua politica negli ultimi dieci anni abbia o no incrementato i suoi consensi, non su come possa essere accaduto che si sono drasticamente ridotti con le iscrizioni a quel partito, e tanto meno come si possa assumere di nome e di fatto una identità più credibile da presentare agli elettori..no..il dubbio amletico resta su chi debba essere il suo segretario..su con chi ci si debba alleare..se col cappone che strilla di più o col tonnarello magari destinato alla confezione caramella.

Eppure basterebbe guardarsi intorno non troppo lontano, per avere riferimenti politici concreti e credibili, Spagna, Portogallo, persino Germania, saldamente posizionate in Europa, anche grazie ai socialisti italiani di un tempo in cui il Socialismo Italiano non era ancora condannato alla damnatio memoriae, per capire quale politica di sinistra, o per meglio dire Socialista è possibile, è destinata ad affermarsi e incontra largamente il consenso elettorale.

Invece no, noi stiamo ancora a pontificare sul fatto che “la ragione non sempre è quella elettorale”, per cui se ce lo dice l'Europa, o meglio Bruxelles, la ragione, per quanto possa essere corrotta pure lì, è indiscutibile, o meglio o così o pomì..e sono pomodori in faccia agli oppositori e agli elettori

Purtroppo per i chierichetti della liturgia europea ad oltranza, i tempi della “passata” da loro, senza se e senza ma, sono in ribasso.

Allora se la ormai mitologica spocchia di Calenda ha raggiunto l'apoteosi con la sua affermazione: "gli elettori non hanno sempre ragione", beh forse un fondo di verità ci sarà pure pure...ma il punto non è che gli elettori hanno o non hanno ragione, quanto il fatto che abbia ragione o no una democrazia basata sul consenso di solo un terzo degli elettori..il punto è che nessuno dei politici ha seria intenzione di migliorarla...allargando la rappresentanza popolare. Eh sì, perché non siamo nella meravigliosa Repubblica di Platone, ma nella merdosa nomenklatura italiana in cui si vota un solo giorno per le politiche in cui i candidati ci vengono ancora imposti da liste bloccate, e per ben due nelle le regionali, in cui possiamo ancora scegliere tra i candidati e le liste ma, nonostante ciò, l'elettore è sempre più consapevole di questa presa per i fondelli e non si avvicina più alle urne

E poi..se gli elettori "non hanno sempre ragione", chi ha sempre ragione? A Napoli si dice..."la ragione è dei fessi", la comprensione invece è delle persone intelligenti...ovviamente quando vogliono comprendere ed essere comprese in proporzione al loro sacrosanto pluralismo delle idee e delle loro posizioni politiche.

Carlo Felici



domenica 5 febbraio 2023

UNA QUESTIONE DI CIVILTA'

 




La vicenda di Cospito e Donzelli, più passa il tempo e più appare singolare e grottesca, anche se riguarda questioni molto serie, come la sicurezza dei cittadini e il regime carcerario.

Diciamolo chiaramente il regime 41 bis è una misura alquanto iniqua e sotto vari aspetti disumana, perché isolare un individuo, per quanto pericoloso possa essere, non contribuisce certamente ad attuare quella che è la finalità principale di una carcerazione in un Paese che si prefigge lo scopo della rieducazione del detenuto e non favorisce il suo pentimento. Lo stesso Presidente della Unione Camere Penali Italiane Gian Domenico Caiazza ne parla in questi termini: "Voi pensate che tutto questo abbia a che fare con la tutela della nostra sicurezza? Io penso proprio di no. Io penso che sia una feroce, stupida, sadica volontà di annientamento della persona. E questa, qualunque sia il crimine che possa aver commesso quella persona, è una vergogna indegna di un Paese civile." 

Questa misura corrisponde alla necessità di impedire che un personaggio che, non solo è pericoloso, ma mantiene ancora contatti con i suoi complici criminali, possa mettere in atto lo stesso dei gravi reati o dare mandato ad altri di compierli.

Il 41 bis nasce difatti proprio per compensare l'eccessivo controllo e potere della mafia all'interno del carcere, oltre ad avere una funzione restrittiva e preventiva. Ma anche per questioni legate al terrorismo, è figlio di una stagione di crimini efferati, attentati e stragi che culminò con l'uccisione di Falcone e Borsellino e gli agenti della loro scorta.

La misura ebbe inizialmente un carattere temporaneo, poi venne prorogata per ben tre volte finché il governo Berlusconi la rese permanente nel 2002. Il provvedimento è stato poi prolungato di quattro anni, con altre ripetute proroghe biennali.

E' del tutto evidente che tale misura occorre quando lo Stato è in una condizione di pericolo permanente e di difficoltà a prevenire e impedire contatti tra chi è soggetto a pena detentiva e chi delinque fuori dal carcere, soprattutto nei casi più gravi di terrorismo e mafia, che però non sono la stessa cosa. Infatti mentre la mafia usa lo Stato per infiltrarsi e trarne profitto e impunità, il terrorismo serve o ad abbattere lo Stato o più frequentemente a consolidare un sistema di potere vacillante.

In ogni caso, un provvedimento del genere non vede lo Stato in grado di avere adeguati strumenti per isolare i contatti che il detenuto potrebbe avere fuori dal carcere, colpendo i suoi legami col suo territorio o con i suoi complici, ma lo vede piuttosto costretto ad isolarlo dentro, e questo già è un elemento che impedisce al detenuto di redimersi o pentirsi, anche ammesso e non concesso che questo sia possibile per criminali che hanno commesso oppure ordinato i peggiori delitti

Il permanere del 41 bis quindi è giustificabile non quando lo Stato è forte, ma quando è debole ed è sotto attacco ed ha paura di essere sconfitto, quando la detenzione volta secondo Costituzione a propiziare la presa di coscienza del detenuto e a reinserirlo nel contesto sociale profondamente cambiato nel suo stato d'animo e nei suoi intenti operativi, si rivela inutile se non dannosa e controproducente. Esso è di fatto una condanna a morte della coscienza di chi si dà già per scontato che in carcere non possa acquisire una tale consapevolezza da fargli cambiare vita. E possiamo aggiungere rende più complicato l'attuarsi di quello che si è rivelato lo strumento più efficace per comprendere i meccanismi mafiosi e colpirli, prevenendoli: il pentitismo. Tutto ciò, come rileva lo stesso Caiazza, mediante la "umiliazione delle condizioni minime di dignità della persona detenuta". 

Sappiamo che nel Vangelo di Matteo è scritto: “[35] Perché io avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, [36] nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”

Che i rappresentanti della società eletti dai cittadini vadano a trovare un carcerato, dunque, diremmo che è non solo un dovere civico, ma pure un preciso principio cristiano e se vanno a trovare chi, per legge, non può essere visitato da nessuno, perché in isolamento, lo è ancora di più. Almeno in una società umana e cristiana che non ha rinunciano al principio del pentimento, della conversione e della misericordia.

Sarebbe stato singolare quindi che, di fronte alla risposta di Gesù alla domanda: “E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re (che poi sarebbe lo stesso Cristo) dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” ebbene sarebbe stato proprio assurdo che qualcuno si fosse levato in piedi, con esternazioni stizzite al limite dell'isterismo gridando: “Eh no! Tu sei complice del malfattore che vai a trovare! Sei un terrorista! Sei un mafioso!” E per di più non uno qualsiasi, ma un rappresentante delle istituzioni di un certo calibro, forse in questo caso più in veste di scriba o di fariseo.

Certo vedere Gesù in un terrorista o in un mafioso in isolamento al 41 bis è un po' difficile se non impossibile, dato l'orrore dei suoi crimini, ma ce lo siamo dimenticato Giovanni Paolo II quando andò a trovare in carcere proprio colui che cercò di ammazzarlo? Eppure, dopo, il carcerato non ebbe sconti di pena, ma ebbe ripensamenti e per questo ottenne anche qualche beneficio.

Questa è la vera civiltà, la vera giustizia, colpire sempre il reo, il crimine, il peccato senza tentennamenti e in modo intransigente, ma lasciare sempre al reo una possibilità di redimersi, di pentirsi anche quando ostinatamente dichiara di non volerlo fare, magari dialogando con lui, o vogliamo pure presumere che il Papa, andando a trovare il suo carnefice lo giustificasse? Ebbene, in quel caso, il Papa seppe vedere Cristo anche nel suo assassino e pure in un uomo non cristiano, ma musulmano.

Purtroppo lo squallido spettacolo parlamentare di accuse diffamatorie e infondate contraddice dal profondo questo senso di civiltà e di misericordia, e senza che per questo vogliamo mettere in discussione il 41 bis o tanto meno abolirlo.

Per le leggi ci sta il Parlamento tutto, governo ed opposizione, e la Magistratura per applicarle, non può essere uno che strilla e accusa in modo infondato a poterle cambiare in un modo o nell'altro.

Per i principi morali, spirituali e religiosi invece esistono una fede e una giustizia che vanno sempre oltre le miserie terrene e anche oltre gli impermanenti tentativi di porre loro rimedio nel tempo con i sistemi legislativi, perché esse sono eterne e vanno al di là dello spazio e del tempo, e anche e soprattutto al di là degli isterismi di qualche parlamentare che non capisce che per dare maggiore civiltà e giustizia ad un paese, ci vuole il contributo di tutti, sia di chi governa che di chi si oppone.

Carlo Felici

mercoledì 18 gennaio 2023

NON DARE DA MANGIARE, MA CONDIVIDERE IL PANE

 

                                                            




E così l'ultimo esponente della mafia dei Padrini è stato arrestato, dopo 30 anni dall'epoca delle stragi con con cui si colpivano e massacravano indifferentemente magistrati, uomini e donne delle Forze di Polizia, cittadini inermi, persino bambini, e anche luoghi sacri.

Si può dire, ricordando con molta amarezza quel periodo,..che era la coda di una lunga scia di morte e distruzione iniziata alla fine degli anni 60, con la strage di piazza Fontana, che la storia lo indicherà in futuro come una stagione di democrazia mutilata dalla mancanza di alternanza politica e da una susseguirsi di una ferocia mai vista dalla nascita dell'Italia, nemmeno durante il fascismo, almeno prima della guerra.

In 30 anni cosa è cambiato in Italia? La distanza tra ricchi e poveri è cresciuta non di poco, i diritti dei lavoratori sono diminuiti, le leggi a loro tutela ridotte o non applicate, l'imbarbarimento sociale e morale è ormai abnorme e lo testimoniano le cifre dei femminicidi che sono indice di un pauroso vuoto mentale ed etico che cattura diabolicamente le persone e le porta ad autoannientarsi in perfetta solitudine. Il sistema giudiziario è ancora paurosamente lento e farraginoso, quello scolastico è preda di quiz e tecnicismi che non assicurano adeguato sviluppo formativo. La denatalità ha raggiunto livelli tali da non assicurare un adeguato ricambio generazionale, per cui i movimenti migratori sono necessari all'Italia per il suo presente e per il suo futuro, così come è indispensabile la integrazione economica, culturale e sociale dei migranti nel nostro paese.

La politica si ripropone sostanzialmente con gli stessi volti e le stesse prospettive e chi si mostra prima come “innovatore rivoluzionario” da apriscatole di “tonno parlamentare”, poi, all'atto pratico dà lezioni magistrali di “inscatolamento” non solo del Parlamento, ma persino di tutti gli italiani.

Cosa ci è rimasto, dopo il tramonto delle ideologie e il calo della fede religiosa in molti casi ridotta al lumicino o a formalismo domenicale? Sappiamo ancora far tesoro dell'eredità delle precedenti generazioni che molti sacrifici fecero per far rinascere l'Italia dalle sue macerie?

La risposta appare sconsolante, se a fronte della cattura di un personaggio che, sebbene condannato per le stragi più efferate, risponde tranquillamente..”sono un incensurato”..e tra gli abitanti dei luoghi in cui aveva sempre dimorato in tutti questi anni, c'è chi candidamente replica “hanno fatto male a catturarlo, in 30 anni ci hanno mangiato tutti..proprio tutti”

E' evidente che ci sono stati anche cittadini in festa che hanno brindato, in contrasto a come brindarono i capi del gotha mafioso quando vennero assassinati Falcone e Borsellino, ma quello che inquieta non poco è che questa sarà molto probabilmente una “vittoria di Pirro” e cioè la chiusura di una fase della storia della lotta tra la civiltà e la barbarie, mentre una nuova fase si prepara dagli esiti imprevedibili.

Perché una cosa deve essere evidente a tutti, anche in base alla premessa che si è fatta sul degrado della storia in Italia: la barbarie favorisce la barbarie e la incrementa, perché quando una barbarie segue ad un'altra, ciò avviene con la stessa sostanza e gli stessi scopi di sempre: potere, successo, profitto, sfruttamento..., ma con apparenze e volti sempre più diversificati e..si badi “rispettabili”

Ce lo di mostra questa “tardiva e cortese” cattura..senza spargimento di sangue, con rispetto reciproco, addirittura con una “attestazione di riconoscenza” in un bigliettino da parte del catturato...”sono stato trattato bene”..chissà a chi era rivolto..

In passato, specialmente in Sicilia, si sentiva dire: “la mafia non esiste”, sia perché si contestava il fatto che esistesse una direzione unica del fenomeno mafioso sia perché lo si tendeva ad occultare con atteggiamento omertoso. Poi però tutti sapevano che “la mafia dà da mangiare” e cioè fornisce a chi le obbedisce fedelmente opportunità di lavoro, investimenti, produzione e commercio, in un territorio in cui lo Stato, con le sue istituzioni è del tutto assente o latitante, quando si cerca il suo aiuto e non lo si ottiene. A ciò si aggiunga, come se non bastasse, il millenario spirito di indipendenza dei siciliani, e si capirà che quando un fenomeno non esiste, è perché nessuno se ne accorge o non se ne vuole accorgere, facendo così in modo che esso sia ovunque..un po' come dire che l'aria non esiste, perché non la vedi, non la tocchi. Però la respiri..anche quando è parecchio inquinata..e ti fa venire il cancro.

Ora non si può dire che la coscienza civile degli italiani e dei siciliani non sia cresciuta in consapevolezza e coraggio in questi ultimi trenta anni, lo testimoniano le innumerevoli iniziative, mobilitazioni e prese di posizione, non ultima quella di un “santo laico” come Biagio Conte che ha sacrificato e speso la sua vita proprio in quel tanto martoriato territorio siciliano esposto maggiormente al fenomeno migratorio, all'abbandono e all'emarginazione, condividendo le pene e le umiliazioni degli ultimi fino alla morte, e lo ha fatto senza proclami ideologici e senza coperture ecclesiastiche, probabilmente per questo rispettato ed amato da tutti.

Credo che quindi dovremmo proprio partire dal suo esempio per andare incontro ad un autentico rinnovamento civile, morale e persino politico, e soprattutto per consolidarlo.

L'Italia non può più “mangiare” sulla permanenza di orripilanti atti criminosi che non possono permanere impuniti per decenni senza essere coperti con notevoli  complicità a tutti i livelli, né rivelarsi assente nelle situazioni di disagio sociale ed economico, non è questa una questione di destra o di sinistra, ma un requisito di civiltà per contrastare in maniera concreta e credibile la barbarie, altrimenti la barbarie si ricicla e avanza non più con la fisionomia del vecchio padrino, ma con quella senza volto delle holding, dei potentati economici, delle lobby, in un anonimato affaristico implacabile e non meno crudele che ha sempre l'unico scopo del profitto, della mercificazione e dello sfruttamento delle risorse umane e ambientali

L'Italia ha bisogno anche di buoni esempi e soprattutto di “dare” il buon esempio mediante i media, come possiamo lamentarci delle tante violenze domestiche se la violenza anche domestica pervade quasi tutti i canali televisivi?

Bisogna quindi riconsiderare anche la scuola e la TV, specialmente quella che paghiamo con il canone, affinché facciano un'opera educativa per promuovere il valore della famiglia e della pace a tutti i livelli.

Impariamo a fare quello che non fa lo Stato per noi, prendendo esempio da uomini come Fratel Biagio Conte, nato ricco e morto povero per condividere amore, vita e sofferenza con i più poveri della sua terra, non da chi si riempie di “beni materiali” per “dar da mangiare” a chi volentieri se lo procurerebbe con i propri meriti e il proprio lavoro.

 Aut aut, o Dio o Mammona, mai scelta può essere più radicale e giusta

Carlo Felici



giovedì 5 gennaio 2023

LA SCONFINATA PORTA STRETTA DI BENEDETTO XVI

 



Saranno probabilmente versati fiumi d'inchiostro su Papa Benedetto XVI, sulla sua missione di evangelizzatore, sui suoi scritti teologici, sulle sue visite pastorali, sulla sua opera di pontefice, tanto che a ricordarlo si rischia sicuramente di non trovare le parole giuste, di omettere qualcosa o di non intendere bene la sua stessa missione.

Possiamo però dire alcune cose che sono già storia della nostra epoca. Innanzitutto che ha accompagnato la stagione del Concilio Vaticano Secondo con cui la Chiesa è entrata nella modernità e ha saputo dare la risposta migliore agli scismi subiti nel passato, da quello ortodosso a quello protestante, con una significativa apertura agli incontri ecumenici e con un rinnovamento della liturgia e anche della formazione sacerdotale.

Benedetto XVI ha dapprima vivificato, da giovane consulente, i fermenti innovativi di quella stagione straordinaria, poi ha saputo, da vescovo e da cardinale, accompagnarne l'attuazione senza che gli innumerevoli stimoli che nacquero allora disgregassero il tessuto unitario di una Chiesa che ha dovuto affrontare sia la sfida della contrapposizione tra blocco comunista e quello liberista, sia quella di una globalizzazione a senso unico neoliberista ed ecocida, cioè con la riduzione della natura e dell'essere umano a merce per fine di profitto.

Si dice che dopo il '68 il Cardinale Ratzinger abbia imboccato la via del conservatorismo ad oltranza, ma in questo gli si fa sicuramente un grave torto. Gli fu affidata infatti una missione delicatissima, quella di tutelare la Tradizione e la Fede millenaria di una istituzione, senza che essa ne venisse disgregata e senza che fosse immiserita chiudendosi in se stessa.

Un compito difficilissimo perché da condurre sia nei confronti di innovatori radicali come gli esponenti della Teologia della Liberazione, sia di conservatori ad oltranza come gli esponenti del movimento di Lefebre. E soprattutto da svilupparsi rendendo più trasparente e credibile la stessa struttura e l'operato della Chiesa dal suo interno

Un compito diremmo titanico, mai affrontato prima, che ha messo a rischio la stessa stagione conciliare, sia facendo apparire la Chiesa prigioniera di se stessa e del suo potere eurocentrico, sia troppo sbilanciata in avanti, tanto da rinnegare la sua Tradizione millenaria, sul piano liturgico e dottrinale. Un compito soprattutto sovrumano per un uomo fisicamente fragile, che prima di diventare Papa dovette subire un ictus e la perdita di un occhio. Eppure, anche con un occhio solo, la visione di Benedetto XVI ha diradato orizzonti sconfinati con una semplicità che ha del miracoloso.

Egli, infatti, pur limitandosi a tre Encicliche essenziali sulle virtù teologali: Carità, Speranza, e Fede, l'ultima scritta con quello che divenne il suo successore in vita, Papa Francesco, ha indicato come risposta alla “dittatura del relativismo” che opprime le coscienze rendendole ondivaghe ed incapaci di realizzarsi pienamente, per la dispersione soprattutto dei desideri indotti dalla società mediatica dei consumi (anche culturali) e per la incapacità che ne consegue di vivere umanamente in maniera integra, quell'unico Lògos che nella storia si è incarnato ed è venuto ad abitare in mezzo a noi: Gesù, che egli non a caso chiama “di Nazaret” anziché Cristo, perché si è immerso e ha vivificato la storia, rivoluzionandone il senso

La sua trilogia su Gesù, scritta durante il suo pontificato, ma non da pontefice, è infatti l'apice del suo pensiero e la risposta più “forte” di una Parola e al contempo di una Ragione aperte all'Amore, che non è disgiunto mai dal sacrificio, la migliore risposta alle tendenze contrastanti di ogni tempo e alla mancanza appunto di virtù teologali, quella più chiara alla domanda di verità e di senso che attraversa la vita di ognuno di noi.

Ma, nella sua fragilità, Benedetto XVI non si è neppure sottratto alla sfida più difficile del rinnovamento della Chiesa, affrontando con decisione due questioni nodali come quella della pedofilia e della Banca Vaticana, non si può negare che è stato il primo a far emergere la necessità di purificare la Chiesa dal suo interno, fin dal pontificato di Giovanni Paolo II, anche se con esso, non poté andare avanti con la adeguata decisione. E lo ha fatto con la necessaria autorevolezza e anche con un po' di autoironia, mostrando anche nell'aspetto i segni di una Tradizione scomoda per le facili ed accattivanti finestre dei media. Questo ad alcuni è sembrato espressione di una Chiesa medievale chiusa in se stessa ma, se visto in profondità, era solo espressione di coraggio, di determinazione nel non voler essere piegati e umiliati dai “segni dei tempi”, non essere ridotti a spot televisivi.

E' tuttora paradossale che gli siano state imputate le colpe di avere coperto gli scandali o di non averli adeguatamente affrontati quando, nella sua timidezza e fragilità, fu il primo a voler scoperchiare una torbida realtà a cui mai nessuno aveva osato avvicinarsi. Solo quando si rese conto che le sue forze non sarebbero bastate, per l'età e per i malesseri fisici incombenti, lasciò il testimone a chi avrebbe potuto continuare meglio di lui.

Si è molto speculato su una presunta rivalità o differenza tra il due Papi, e in questo mettendo in atto un'opera diabolica nel vero senso divisivo del termine. La realtà storica è che l'un Papa ha favorito ed è stato in sintonia con l'altro nell'esclusivo interesse della Chiesa e del suo rinnovamento, dall'inizio del pontificato di Benedetto XVI alla sua morte.

Lo Stato italiano gli ha tributato, con la partecipazione ai funerali delle sue più alte cariche istituzionali, il giusto omaggio, anche se l'esposizione della bandiera italiana a mezz'asta voluta dal Governo ci pare eccessiva, se non altro perché lo Stato del Vaticano espone la sua bandiera a mezz'asta solo quando un Papa è morto e non ce n'è ancora vivo un altro. Mentre grazie a Dio Papa Francesco c'è ancora.

La omelia funebre di Papa Francesco ha reso bene l'omaggio al Papa Emerito Ratzinger, con la richiesta sobrietà anche se con gli onori dovuti. E' il suggello di una sintonia che tra i due c'è sempre stata, e che era iniziata con l'Enciclica scritta insieme. L'uomo Ratzinger, prima che il Cardinale difensore della Fede e prima che il Papa delle virtù teologali, ha dato un esempio cristiano indelebile, ha spiegato in modo mirabile come si possa e si debba incontrare la Verità nella Via e nella Vita di Gesù di Nazaret, ha illustrato una sapienza che non cede alle mode temporanee né alle ideologie, ma resta ferma nei principi essenziali della Fede Cristiana, anche a costo di attraversare la evangelica “porta stretta” fatta di amore e sofferenza condivise da pochi, ma sempre rivolte a tutti.

Ma soprattutto Benedetto XVI ha concluso la Sua vita con un esempio ed una Purificazione interiore e, dopo averla dedicata ad illustrare nella teologia la “sapienza divina”, si è inoltrato nel silenzio profondo della Kénosis anche di se stesso, l'unica che ci fa diventare così magri, così "poveri di Spirito" tanto da poterla attraversare.


Carlo Felici

martedì 20 dicembre 2022

I VERI VOTI CHE CONTANO

 



                                                     di Carlo Felici


In Occasione del Natale e del 126° compleanno dell'Avanti, voglio dedicargli queste mie meditazioni cristiane sui voti laici, alla portata di tutti

Il Socialismo non è altro che un Cristianesimo senza Chiesa nè gerarchia, nasce dai principi cristiani e, nonostante alcune deviazioni un po' settarie o mondane durante la sua lunga storia, non sarebbe sopravvissuto senza questa spinta originaria.

Oggi è un po' in crisi, specialmente in Europa, soprattutto perché al suo interno non è stata fatta una profonda riflessione morale e non si è dato abbastanza spazio ai principi evangelici.

E' quindi auspicabile non solo una fruttuosa sinergia tra cattolici e socialisti, ma una prassi sempre più coerente con quei valori originari che sono la comune base della cultura cristiana ed europea

I Voti cristiani sono alla portata di tutti, e non si tratta di quelli elettorali molto effimeri e transeunti, bensì di solidi principi su cui orientare la vita non solo di coloro che sono consacrati come sacerdoti, suore, monaci...ma di ogni buon laico che possa e voglia testimoniare la sua fede, capendo bene cosa significa, specialmente oggi, castità, povertà e obbedienza

Osserviamoli dunque singolarmente, uno per uno.


LA CASTITA'

Quando si parla di castità, nel percorso cristiano, in genere ci si riferisce ad una condizione precisa di astinenza sessuale, riservata a chi sceglie una vita consacrata ma, a ben guardare, questo è più un luogo comune che una precisa prescrizione.

Innanzitutto il sacerdote non fa voto di castità ma di celibato, ci ricorda infatti lo stesso Giovanni Paolo II nella Enciclica “Sacerdotalis caelibatus” che “la verginità non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta dalla prassi della Chiesa primitiva e dalla tradizione delle Chiese orientali, ma lo stesso sacro Concilio non ha dubitato confermare solennemente l'antica, sacra, provvidenziale vigente legge del celibato sacerdotale, esponendo anche i motivi che la giustificano per quanti sanno apprezzare in spirito di fede e con intimo e generoso fervore i doni divini.”

Questo ovviamente comporta anche una opportuna castità che però non coincide necessariamente con l'astinenza.

Celibato e astinenza infatti sono due cose sostanzialmente diverse che possono coincidere, ma non necessariamente devono coincidere perché la castità non è semplicemente astenersi dal sesso.

Esiste infatti per la Chiesa una “castità matrimoniale”, nel senso che il sesso, come il mangiare e il respirare ed ogni altra funzione naturale, è considerato un dono di Dio che ci accompagna in forma diversa dalla nascita alla morte, e quindi, come tale, non va rifiutato ma solo ben amministrato.

Anche lo stesso apostolo Paolo, in I Timoteo 6:17, afferma che l’opposto del materialismo non va individuato in un ascetismo astratto, ma nella speranza riposta“… in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo”.

Quindi sarà bene ricordare che godere, anche sessualmente, non costituisce peccato ma vuol dire corrispondere ad un volere divino che si manifesta in una necessità naturale.

La Chiesa infatti prescrive esplicitamente che il sesso è lecito all'interno del matrimonio. Ma può bastare? Evidentemente no, se consideriamo quante violenze, anche sessuali, quanto sfruttamento e quanta mancanza di rispetto possono verificarsi all'interno di un matrimonio che non è mai, di per se stesso, garanzia né di castità e nemmeno di integrità morale, anzi spesso serve da “copertura” per immoralità di ogni genere persino contro i figli.

Ovviamente non sempre è così, ma la questione è un'altra, ed è il fatto che solo persone caste possono far diventare un matrimonio casto, non, viceversa, un matrimonio, “per definizione sacramentale” casto, può far diventare le persone caste.

Il celibato sacerdotale, tipico solo della chiesa cattolica o latina è in vigore come norma dal Concilio Lateranense IV del 1215 in cui si afferma che “Gesù è presente nell’Eucaristia per transustanziazione, cioè per cambiamento dell’intera sostanza del pane e del vino nel suo Corpo e nel suo Sangue» Per cui il sacerdote che celebra questo sito sacramentale deve essere casto in quanto si identifica con la figura di Gesù presente nell'Eucarestia.

Ma casto cosa vuol dire? La parola anche etimologicamente ha un significato preciso, evoca infatti il latino carere (da cui carente) che vuol dire essere privo e il greco katharos, che a sua volta vuol dire puro ma anche sgombro, libero.

Quindi effettivamente la parola casto può essere associata all'idea di libertà secondo la quale una persona casta lungi dall'essere un soggetto represso è piuttosto un essere umano più libero.

Ma da cosa? Ecco il punto.

Evidentemente chi è casto non è libero dalla pulsione sessuale che di per sé è una cosa buona e godibile, ma lo è piuttosto dal peccato dell'egotismo che può accompagnarla,

Esso nasce soprattutto da tendenze onanistiche che non giungono a maturazione. Non per niente la Chiesa è arrivata a condannare in passato più la masturbazione che la prostituzione, anche se apparentemente è molto più deprecabile la seconda. La prima, generalmente una pulsione del tutto innocente, in genere nasce in età preadolescenziale e accompagna un po' a fasi alterne tutta la vita umana, soprattutto quando non vi è la possibilità di un incontro e di una relazione stabile e matura. Qual è però il suo rischio e pericolo? E' il fatto che l'essere umano si “abitui”, e "snaturi", spinto dalla sua fantasia, un atto che lo spinge a considerare in un rapporto sessuale l'altro/a come “oggetto” di piacere, come “concretizzazione” cioè di una “fantasia soggettiva” e non, come dovrebbe essere, un “soggetto” da incontrare sessualmente e da “sentire” e “seguire” con una sensibilità integrale comunicativa che ne orienta l'atto “in fieri” volta per volta.

Non poche insoddisfazioni sessuali nascono infatti, specialmente in campo femminile, da una mancanza di sensibilità nel saper percepire delle reazioni che orientano il desiderio sessuale e lo portano a compimento in maniera biunivoca, secondo cioè una reciprocità, e non secondo la rincorsa al piacere a senso unico. Anzi, non di rado, il mancato soddisfacimento di una pulsione sostanzialmente onanistica che “si serve” dell'altra/o per espletarsi, porta anche a stupri e a violenze sessuali

Siamo dunque arrivati a capire il significato autentico e originario della castità. Essa non è altro che l'essere privi di quell'egocentrismo onanistico che tende a fare dell'altro non un soggetto libero da incontrare ma un “oggetto” di piacere da soddisfare.

Da questo ovviamente derivano tutte le devianze sessuali, lo sfruttamento, la violenza, la mercificazione, il ricatto, l'esercizio del potere e via dicendo che sono concretamente ciò che impediscono ad un essere umano di essere libero e casto.

E il matrimonio, lo sappiamo bene, è ben lungi dall'essere una garanzia di “castità”, anzi spesso si rivela miseramente solo una “codificazione” di vite che sono l'esatto contrario della castità, per le violenze subite in quell'ambito, per lo sfruttamento anche casalingo che vi avviene, per il permanere in esso, nonostante tradimenti vari, solo per questioni di patrimonio e di interesse. Anzi, in quest'ultimo caso esso si rivela persino la forma più subdola della prostituzione e non solo femminile..

In definitiva, dunque la castità è la forma migliore della libertà sessuale umana, quella in cui “eticamente” la libertà, come dovrebbe essere per ogni ambito, e non solo sessuale, è indissolubile rispetto alla sensibilità e alla responsabilità che si espleta nella vita condivisa da due persone.

Libertà e responsabilità unite indissolubilmente sono la sostanza non solo del senso più autentico della “castità” ma sono anche il viatico di una esistenza più integra e più soddisfacente in tutti i campi dell'agire umano

Per cui un bambino educato ad essere tanto libero quanto responsabile, inevitabilmente sarà un adulto che vivrà “naturalmente” anche la sua castità sessuale senza imposizioni dogmi né catechesi

Sarà un essere capace di riconoscere e “sentire” l'altro/a nelle sue sfumature, nel piacere e nella sofferenza, propiziandone l'incontro con “cura” ed “affetto”, con disponibilità e tenerezza, non in modo effimero oppure occasionale, ma nel permanere di un cammino esistenziale, umano e famigliare da condividere giorno per giorno.

Sarà dunque “naturalmente casto”, pur avendo tutti i rapporti sessuali che riesce ad avere con chi è prediletto dalla sua “sensibilità e cura”.

Come diceva anche Kant, volere quel che è necessario e naturale, significa essere “santi” magari non da calendario, ma lo stesso capaci di vivere e testimoniare la “santità” ogni giorno

E così nessun imperativo categorico potrà essere tanto piacevole.


LA POVERTA'


Per capire bene come una persona consacrata a Dio (e tutti i cristiani, in quanto battezzati dovrebbero esserlo, non solo i sacerdoti, i frati, le suore o i monaci) dovrebbe orientare la propria vita a quella che Francesco d'Assisi chiamava “Madonna Povertà”, partiamo da una profonda differenza tra povertà e miseria. La povertà può coincidere anche con la miseria, ma non necessariamente e non sempre. Infatti un povero non è un miserabile quando capisce che la sua povertà è una condizione impermanente e può anche essere una opportunità per crescere, non solo in ricchezza ma anche in umanità. Il miserabile è invece chi, sia povero che ricco di risorse materiali, resta profondamente avvinto al desiderio o di incrementarle o alla paura di perderle


Diciamo innanzitutto che la povertà è una condizione impermanente perché varia a seconda delle condizioni individuali, sociali e famigliari e per questo ciascun povero deve essere messo in condizioni di poterle mutare, e non solo fatto oggetto di una semplice elemosina che sostanzialmente lascia la sua condizione così come si trova. Anche la saggezza orientale infatti insegna che se regali a un povero un pesce lo lasci miserabile, se invece, anche grazie a te, impara a pescare, fai in modo che la sua povertà non resti miseria non solo materiale, ma anche morale.
Ma tornando al percorso cristiano, possiamo fare riferimento alla parabola dei talenti che tutti possono leggere in Matteo 25 14-30
Matteo ricordiamo che è un esperto di questioni economiche, un esattore, oggi non a caso patrono persino dei banchieri.


Ebbene in questa parabola, l'Evangelista ci narra di Gesù che racconta di un padrone che deve partire per lungo tempo e che affida varie parti del suo patrimonio ad alcuni uomini di fiducia. A uno dà 5 talenti, ad un altro 2 e al terzo 1. Dopo molto tempo (e il “molto” non è casuale) si ripresenta a loro per regolare i conti. Il primo e il secondo hanno raddoppiato il ricevuto, facendo crescere il patrimonio, il terzo per paura del giudizio del padrone, ha solo sepolto la sua moneta e la restituisce unica e sola a lui. A quel punto, il padrone premia i primi due e, rivolgendosi al terzo, dice testualmente: “28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”


Ora evidentemente la parabola non è un elogio delle banche, degli investimenti e delle attività speculative, ma un avvertimento ben preciso, come anche altri esempi che sembrano apparentemente contraddire questa parabola, come quando Gesù si rivolge al giovane ricco a cui egli dice: "Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi"
In entrambe i casi in questione è la ricchezza materiale, che però è metafora di quella spirituale, in entrambe i casi in questione però non è il suo possesso ma il suo effetto, la sua potenzialità.


Nel primo caso la possibilità che cresca, nel secondo che diminuisca. In entrambe la sua impermanenza, il non restare uguale a come è. Gesù infatti, come Buddha, insegna in maniera “circostanziata”, esponendo cioè sempre gli stessi principi ma in forma diversa a seconda del suo interlocutore.
E qui in questione non c'è la ricchezza materiale dell'essere umano, quanto piuttosto la sua integrità spirituale e morale.
Nel primo caso si tratta di un servo che pur avendo ricevuto una Grazia, non sa metterla a frutto e si badi, “per paura”, e quando dopo molto tempo (che sta a significare non alla fine dei tempi o dopo che tutti se ne erano dimenticati, ma quando meno te lo aspetti) arriva il padrone a chiedergli cosa ne ha fatto di quel dono, egli resta paralizzato dal suo terrore e ne subisce la pena. Evidentemente questo è un monito per quelli che antepongono il timore di Dio e delle sue regole alla capacità di avere fede nella sua presenza ed operare affinché i doni celesti possano fruttificare.


Attenzione, ciò vale per i doni spirituali ma anche per quelli materiali, possedere e investire denaro per produrre altra ricchezza che produca lecito benessere non è quindi un peccato, ma operare perché la Grazia dia i suoi frutti in abbondanza.
E il secondo caso? Ebbene, questo è il caso del “ricco miserabile” cioè di colui che non sa cogliere l'opportunità che la sua stessa ricchezza gli offre per fare cose buone, come migliorare le condizioni dei poveri, e quindi resta preda della sua tristezza e del suo attaccamento che gli impediscono di seguire Gesù, il quale se non lo avesse riconosciuto come profondamente attaccato ai suoi beni materiali, probabilmente non lo avrebbe nemmeno messo alla prova dicendogli di liberarsene.
Questa è la dimostrazione che un povero (il servo che per paura seppellisce l'unico talento ricevuto) può essere un miserabile, e che può esserlo anche un ricco (perché resta attaccato al suo denaro più di quanto possa seguire Gesù)


Come dice giustamente Frà Marco Moroni, riferendosi a Francesco e a Madonna povertà: “Bisogna distinguere tra povertà come miseria e povertà come liberazione dal possesso dei beni, un senso di assoluta libertà. Un elogio della miseria sarebbe assurdo perché i beni della terra sono importanti, ma spesso non siamo noi a possederli, bensì loro ci possiedono. San Paolo parlava del ‘vivere come se non’ e l’accezione francescana è quella di vivere senza aggrapparsi ai beni. Francesco per primo ha rinunciato a tutto fino a non possedere più nulla e nella pratica francescana si porta avanti la possibilità avere dei beni a livello di comunità, condivisi, con un sano distacco da essi. Francesco non si limita a servire solo i poveri, lui vive con i poveri. Nella Basilica di Assisi c’è la vela giottesca dell’allegoria della Povertà che rappresenta il ‘matrimonio’ di Francesco con ‘Madonna Povertà’. Ai piedi della Povertà c’è un roveto mentre dalle sue spalle cresce un roseto: la povertà scelta per amore di Cristo è un segno di libertà che fa fiorire la vita. Una povertà che non riguarda solo i beni materiali: Francesco parlava spesso di restituzione in quanto tutto ci è venuto da Dio e tutto ciò che facciamo è per sua grazia”.


La vera santa povertà non è dunque miseria o pauperismo ma semplicemente, come abbiamo già rilevato per la castità, una forma di libertà indissolubile rispetto alla responsabilità che non è altro che saper dare una adeguata risposta (responsum) alle sollecitazioni del contesto in cui viviamo, alle varie circostanze e persone che incontriamo nella vita.
E' la libertà dall'attaccamento ai beni materiali ma anche dal bisogno, perché è al contempo necessità di condividerli affinché tornino a vantaggio non di pochi ma del prossimo, nel senso sia famigliare che sociale del termine, non è una forma ideologica di comunismo coatto, perché come abbiamo visto nelle parabole, il padrone non dice cosa devono fare i suoi servi del suo denaro né Gesù costringe il giovane ricco a diventare povero per seguirlo. Alla base della libertà e di ogni forma di giustizia sociale e individuale c'è sempre infatti la responsabilità, la capacità di ciascuno di dare la sua risposta senza che altri lo costringa a farlo, in piena autonomia


Un altro esempio della storia è quello dei Cavalieri Templari, Ordine cavalleresco ma anche di Frati, il cui patrimonio era ricchissimo, ma perennemente investito per produrre altra ricchezza di cui si beneficiò notevolmente non solo la Terra Santa ma anche l'Europa dell'XII e XIII secolo, eppure ciascuno dei frati che solo in Terra Santa erano armati e combattenti, non per conquistare territori ma per difendere i cristiani, non possedeva nulla di più di quanto l'Ordine stesso gli affidava e lasciava ai suoi Fratelli anche quello, quando moriva.
Evidentemente noi non possiamo né dobbiamo tornare al Medioevo, però se vogliamo davvero essere fedeli a questa Tradizione originaria, possiamo anche noi fare voto di povertà, senza doverci per forza liberare di tutti i nostri beni. Ma liberandoci innanzitutto e subito dell'attaccamento ad essi, dell'avversione per chi li minaccia, non per dilapidarli, ma per averne cura a vantaggio non solo della nostra famiglia, ma anche del prossimo che ne ha più bisogno per sollevarsi dal peso di una povertà che rischia di diventare miseria, aiutandolo non solo con una donazione, ma anche con la nostra cura, con il nostro impegno e la nostra presenza oblativa, affinché ritrovi la fiducia in se stesso e sappia aiutarsi anche meglio di come possiamo aiutarlo noi.


La povertà dunque come libertà dal bisogno e dall'attaccamento e come responsabilità nella condivisione e nel miglioramento della condizione individuale e sociale dell'umanità

L'OBBEDIENZA

Concludiamo con il terzo voto del cristiano, come ho già detto non solo consacrato, quindi non solo prete, frate, suora o monaco, ma che sia autenticamente in grado e cosciente di voler vivere cristianamente
Il “volere” è infatti consustanziale al “dovere” e qui spiegheremo perché.
L'essere umano nasce come un animale, obbedendo cioè solo ai suoi istinti, si viene al mondo dunque "animali", creature viventi come altre, e si “diventa” esseri umani, con l'accoglienza in una comunità umana di cui la prima forma è la famiglia, con l'educazione che riceviamo in essa e a scuola, e soprattutto mediante le relazioni che sappiamo instaurare nella comunità umana.


Se infatti Dio ci dà le vita mediante i nostri genitori, il nostro Io non è determinato da altro che dalle nostre relazioni con ogni essere vivente con cui per tutta la nostra vita siamo necessariamente interdipendenti. Nessuno infatti, vivendo, può fare a meno di altri esseri viventi, per nutrirsi, crescere, imparare, lavorare, vivere e persino morire, dato che anche un cadavere ha bisogno di qualcuno che lo seppellisca.
La qualità delle nostre relazioni, durante la vita è quindi lo specchio della qualità del nostro stesso vivere.
Detto ciò l'individuo, il bambino tende a nascere e a crescere mettendo al centro se stesso e obbedendo solo al suo egocentrismo più o meno esaltato o moderato dalla sua famiglia.


Obbedire al padre e alla madre, poi ai suoi insegnanti al datore di lavoro, mano a mano che cresce ed acquisisce autonomia, è quindi più un sacrificio che una soddisfazione, lo diventa solo quando il sacrificio propizia una soddisfazione più grande. Si abitua così al do ut des, al dare in funzione di uno scopo..il regalo di mamma e papà, la promozione a scuola, quella sul posto di lavoro per fare carriera, così come in una qualsiasi associazione, l'agognata pensione..e alla fine un bel posto al cimitero dove essere ricordato.
E' del tutto evidente che questa non è una vera obbedienza ma solo una “ginnastica di obbedienza” che trae senso dall'utilitarismo.
L'Obbedienza cristiana però è un'altra cosa, è riconoscere che Dio esiste come autorità suprema e universale, sebbene non abbia alcun potere che possa essere paragonato a quello umano.


Possiamo chiamare il potere umano “signoria” “padronato” persino “presidenza” perché presuppone uno che sta sopra gli altri, talvolta sopra tutti, così abituati ci rivolgiamo anche a Dio chiamandolo Signore.
Ma Dio non è Signore, e cioè “padrone” delle nostre vite, Dio è Amore, quindi “è” nelle nostre vite e noi non siamo altro che il Suo tempio. Lo dice anche S. Paolo (1Cor 3,16-23) “Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.”
Quindi più che obbedire al “Signore Dio nostro”, bisogna riconoscere la presenza di Dio in noi, e lasciare che possa orientare la nostra vita
Evidentemente questa è la cosa più difficile, più della povertà e della castità che abbiamo precedentemente illustrato, perché obbedire a una “non obbedienza” che non è altro che una “riconoscenza” nel senso duplice del riconoscere ed essere grati, può apparire assurdo e paradossale e può persino disorientarci
Come facciamo infatti a trovare Dio in noi, se siamo pieni di affanni incertezze, impellenze materiali, ansie, paure, rabbia, rancore e quant'altro acceso dalle nostre passioni?


Come facciamo se persino la Sapienza, quella filosofia che ha cercato di mettere argine al thauma, all'arcano terrore del vivere che si concretizza con la paura della malattia, della morte e del decadimento fisico nella vecchiaia, ci appare insufficiente e spasmodicamente curiamo in ogni dettaglio la nostra apparenza fisica, mediatica, e persino “sapienziale”, con cure estetiche, foto e selfie di ogni genere, e persino scrivendo libri che speriamo ci possano eternare?
Eppure “ la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio”.
Non ci resta dunque che una “sana follia divina”. Lo diceva Platone prima di S. Paolo: “Ci sono due forme di follia: una che nasce da malattia umana, un'altra che deriva da un divino mutamento delle abitudini consuete”. Così scriveva Platone nel Fedro, distinguendo anche le varie forme di questa follia, “dono divino”, “da cui giungono all'uomo i più grandi doni” un dono divino che nel suo caso proviene da Apollo per quanto riguarda la divinazione e da Dioniso per l'iniziazione mistica, dalle Muse per l'ispirazione artistica e da Afrodite per l'Amore
Ma per il cristiano tutti i doni provengono da Dio, che è Amore nella Sua suprema potenza gloria, beatitudine e bontà.


In poche parole il Cristiano “obbedisce” a Dio, quando lascia che Dio viva in lui, persino “follemente” come dimostrò Francesco d'Assisi, ma cosa è che distingue la follia divina da quella patologica? Che la prima genera gioia in noi stessi e nel nostro prossimo, mentre l'altra, al contrario, genera sofferenza talvolta persino autodistruttiva
Tutti i grandi profeti erano “folli di Dio”, da Abramo che intraprese un viaggio senza conoscere bene la meta, a Mosè che portò il suo popolo in una terra solo “promessa” che lui riuscì a mala pena a vedere, fino a Gesù che predicava in contrasto con la Chiesa del suo tempo in nome di una Comunità di condivisione fondata sull'unica regola dell'Amore verso Dio e di quello verso il Prossimo
Possiamo essere come loro ed obbedire soprattutto a questa “mania divina” che anima le nostre vite? Direi che è un po' difficile anche se arriva sempre nella storia qualcuno che se ne frega di tutto il resto e almeno ci prova...e magari come Francesco ci riesce pure, anche se poi arrivano altri a spiegare che ci vuole una regola che amarsi e amare Dio non basta anzi, è rischiosissimo, che quindi bisogna obbedire ad uno Statuto ad una Tradizione ad una Regola...a loro che ne sono gli interpreti indiscutibili


Ma quanti hanno perso Dio e lo stanno ancora perdendo obbedendo a regole religiose militarizzate, per cui Dio lo vuole!? Anche se straziano la carne e distruggono i beni e i sacrifici del loro  prossimo!
La bestia umana, peggiore degli animali, crede, obbedisce e combatte! Ma perde Dio!
Allora va bene ascoltare i maestri, i sapienti, i sacerdoti, meditare le Sacre scritture, obbedire ai loro principi, ma solo se vive in noi quella sacra scintilla della follia divina che ci porta soprattutto a riconoscere Dio, più che a credere in Dio e a chi pretende di parlare in Suo nome
Sembra una cosa impossibile obbedire a Dio e per una persona abituata o assuefatta a una “ginnastica di obbedienza” e in effetti è quasi impossibile
Eppure è la cosa più facile del mondo, basta fermarsi, sedersi magari a gambe incrociate o su una sedia se non ci si riesce, e respirare. Noi infatti “respiriamo Dio”, perché lo stesso spirito che, non a caso in ebraico si dice Ruah, si manifesta nell'aria, nel vento perché "Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è dallo Spirito" (Giovanni 3,8)


La differenza fondamentale tra il percorso cristiano e quello gnostico, iniziatico e sapienziale, è proprio che noi non dobbiamo perfezionarci, in un cammino paragonabile alla scalata di una montagna, attraverso le sue balze e i suoi gradi e pagando un prezzo ad ogni gradino che saliamo. Noi non dobbiamo arrivare a Dio in un percorso estenuante di sacrifici e mortificazioni ascetiche.
Noi semplicemente dobbiamo lasciare entrare Dio in noi, nel cammino eucaristico, ma anche respirandoLo in ogni attimo, momento e giorno della nostra vita
Respirare Dio, sgombrando la mente nella preghiera e nella meditazione da ogni pensiero che ci distrae e ruota solo intorno a noi stessi, e lasciarla vuota, in un processo che gli antichi chiamavano kénosis che vuol dire proprio “svuotamento”, vuol dire propiziare la Sua presenza in noi, vuol dire fare ciò che fece Gesù Nella sua Lettera ai Filippesi infatti S. Paolo scrisse: « Cristo svuotò se stesso (ἐκένωσε, ekénōse)» (Flp 2, 7), facendo uso del verbo κενόω, kenóō, che, appunto, significa "svuotare" “ E per fare che cosa? Ce lo dice lo stesso S. Paolo con il seguito: “avendo preso natura di servo, diventando simile agli uomini e apparso in forma umana, si umiliò facendosi obbediente sino alla morte”


Eccolo il senso autentico dell'obbedienza cristiana, svuotarsi dei concetti, delle sovrastrutture persino delle dottrine umane, lasciare che Dio viva in noi per diventare suoi servi e vivere in obbedienza alla sua presenza.
E la presenza di Dio è sempre quella che ci rende gioiosi, amorevoli, sorridenti, e aperti alla prossimìa, alla presenza del prossimo, ci fa cantare, suonare, scrivere, danzare, e ci libera innanzitutto dalla depressione e dalla tristezza
Obbedire a chi ci rende triste, inconsapevole della presenza altrui, e ci dice quel che si deve fare perché pretende di parlare in nome di Dio e magari pretende pure di assolverci in nome di Dio, e non ci consola, non condivide nulla di noi, anzi, ci rimprovera, se non addirittura ci mortifica, forse nemmeno ci sta veramente ad ascoltare, vuol dire solo allontanare Dio da noi
Giustamente Don Milani diceva che “l'obbedienza non è più una virtù” specialmente quando obbedire significa mandare a morire poveri innocenti in nome dell'idolatria di una Patria o di un Dio degli Eserciti cancellato da Gesù con il suo Amore crocefisso e risorto.


Abbiamo detto all'inizio che “volere” è consustanziale al “dovere” ed è così quando “obbedendo” all'Amore lo si vivifica, e il suo giogo è lieve, lo dice lo stesso Gesù Mt 11,28-30 “In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». “


La vera obbedienza cristiana è dunque gioiosa e lieve, è l'Amore, incondizionato, svuotato da ogni finalismo e personalismo, equanime, puro perché libero e responsabile come negli altri due voti che abbiamo osservato, anche nelle condizioni più disperate e senza limiti, fino in fondo, fino alla fine e dall'inizio della vita. Non bisogna lasciarsi distrarre da altro, perché la distrazione è la madre di tutti i peccati


Amor, etiam spes contra spem et usque ad finem

Carlo Felici


martedì 29 novembre 2022

CRONACA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA E PERMANENTE





La tragedia di Ischia ci colpisce tutti molto dolorosamente, ma in molti ormai dicono che poteva essere evitata, però il solo dirlo in modo palese fa insorgere esponenti della destra governativa che gridano allo sciacallaggio.

Un governo dovrebbe solo avere il compito di garantire ai cittadini servizi e sicurezza essenziali per una adeguata convivenza civile, il resto dovrebbe essere demandato alla libertà e alla responsabilità dei cittadini stessi. E questo funziona altrove dove la società civile è meglio organizzata, più responsabile e meno inquinata da mafie di ogni genere e di ogni settore.

Con i cambiamenti climatici e le urgenze di un Paese riedificato dalle macerie di una guerra devastante ormai quasi ottanta anni fa, quello che urge di più in Italia è un piano di prevenzione e di manutenzione strutturale che riguardi ogni settore, da quello pubblico a quello privato. E la lotta all'abusivismo e alla speculazione, specialmente edilizia, dovrebbe essere condotta con efficienza e adeguato rigore.

Perché ormai in ballo non ci sta un crollo ogni tanto oppure qualche crepa negli edifici, ma la vita stessa dei cittadini e di intere famiglie

Ebbene, a fronte di tutto ciò, quando il governo stenta, per stessa ammissione del Ministro dell'Economia Giorgetti, a trovare i soldi, mentre gli stessi soldi che ci sono non vengono spesi come e dove dovrebbero, ci troviamo di fronte alla riattivazione di una Società per lo Stretto che risale a più di 40 anni fa e il cui unico scopo è stato quello di ingoiare miliardi di lire prima e centinaia di milioni di euro dopo, ovviamente con tutti gli avvoltoi che le girano attorno e che gongolano al solo pensiero di tuffarcisi sopra di nuovo.

E ci sta pure chi con perizia miracolistica sostiene che si può fare la manutenzione e contemporaneamente il ponte sullo Stretto.

Al 31 dicembre 2021 le opere incompiute in Italia risultavano pari a 379, Quali le cause? In 153 casi (40%) per la maggior parte di essi la ragione è la mancanza di fondi (in poche parole si è fatto il passo più lungo della gamba non prevedendo adeguatamente i costi), in 115 casi (30%) si sono riscontrati problemi tecnici, per 69 opere (18%) la motivazione è stata il fallimento, recesso o risoluzione contrattuale dell’impresa, 21 opere (6%) sono state interrotte per sopravvenute nuove norme tecniche o disposizioni di legge, per 15 opere (4%) non c'è stato interesse a completarle, mentre per 6 opere (2%) ci sono state più cause concomitanti.

A fronte di tutto ciò, abbiamo un desolante panorama di un Paese che non sa e non riesce a spendere anche quello che ha a disposizione, infatti nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) si precisa che l'Italia nel 2022 ha speso la bellezza di 13,2 miliardi in meno rispetto a quanto avrebbe dovuto. E' evidente quindi che, con tutto quello che c'è da fare in questo sgangherato Paese il cui i disastri servono solo ad incrementare i talk show (cioè le chiacchiere), non siamo capaci nemmeno di utilizzare le risorse che abbiamo a disposizione, pur pretendendo di saper fare manutenzione e ponti sul nulla. 

Tutto ciò accade anche perché abbiamo una burocrazia da “azzeccagarbugli” che non dispone di risorse, mezzi e personale per controllare che tali risorse vengano spese in maniera adeguata. Viene però quasi il sospetto che non si voglia controllare adeguatamente, perché in Italia l'accompagnamento della realizzazione di opere pubbliche a tangenti e tangentari è stato un fenomeno cronico ed endemico e tuttora tende, nonostante l'Europa ci abbia messo sotto stretta sorveglianza, ad essere permanente.

Abbiamo messo in campo una cifra irrisoria per contrastare il caro vita, specialmente dovuto alle bollette e all'inflazione crescente, rispetto alla Germania, oggi i parametri di Maastricht appaiono ridicoli e offensivi rispetto alle emergenze strutturali di una Europa che sembra non possa far altro che portare armi in Ucraina invece di fare qualcosa di concreto per far cessare la guerra, incrementare il benessere degli europei e regolare i flussi migratori. La politica internazionale dell'Europa è praticamente nulla, specialmente se paragonata agli interessi internazionali dei singoli stati come la Francia.

La Germania ha speso per armarsi e per aiuti una cifra ben più consistente di quella che sarebbe bastata a salvare la Grecia dal baratro e che le ha imposto invece una cura da lacrime e sangue.

Non so come si possa blaterare oggi contro il sovranismo quando un paese a conduzione socialdemocratica che tuttora rappresenta la maggiore economia europea, come la Germania, pratica di fatto il sovranismo più di chiunque altro in tempi recenti in Europa.

Il Covid non pare abbia insegnato nulla all'Europa e tanto meno all'Italia, se a fronte di questa emergenza si doveva rafforzare la capacità di utilizzare le risorse per una società più giusta e solidale, con particolare attenzione alle politiche scolastiche, sanitarie e ambientali. Siamo invece ricattati dalla guerra e dall'inflazione che qui da noi tende a salire oltre quei livelli che più di 40 anni fa il governo Craxi aveva fatto scendere. Fu proprio lui a dire che, nella migliore delle ipotesi per noi l'Europa sarebbe stata un limbo se non un inferno, ma non perché lo è realmente, ma solo perché noi non sappiamo starci, né razionalizzando ed utilizzando le risorse europee né presentandoci in modo credibile e dignitoso. Quando infatti, con Draghi, questo è stato possibile, è stato lo stesso mondo politico a voler tornare alla solita demagogia da “navigazione a vista” con orizzonti molto ristretti.

Si è spesso detto che finalmente in Italia, dopo più di un decennio, abbiamo un governo politico democraticamente eletto dai cittadini, ma se poi i fatti dimostrano che la conduzione politica si rivela peggiore di quella economica, bisogna rassegnarsi amaramente al predominio dell'economia sulla politica.

Così, ad governo che promette e predica “mari e ponti” resta come compito fondamentale quello di non assistere impotente al crollo dei monti.


Carlo Felici