Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

martedì 15 ottobre 2013

Lampedusa e il complesso di Achille

             


                                              di Diego Fusaro


La tragedia si è consumata pochi giorni fa, nei pressi dell’isola dei Conigli. Sull’imbarcazione, che si è incendiata e poi rovesciata, oltre 500 profughi. Lutto nazionale e pianti senza tregua. È l’usuale complesso di Achille: nel canto che conclude il primo poema omerico, Achille si commuove alla richiesta del re Priamo di riavere il cadavere del figlio Ettore, ucciso e martoriato impietosamente dallo stesso Achille. È l’eterna vicenda dell’Occidente, commuoversi di fronte alle catastrofi che esso stesso ha prodotto.

A chi attribuire la responsabilità di quanto accaduto? Tra le caratteristiche del nostro tempo, vi è anche quella della perenne deresponsabilizzazione degli attori sociali: le “tragedie nell’etico” (Hegel) – licenziamenti, tagli alla spesa pubblica, precarizzazione del lavoro, ecc. – non sono mai considerate come l’esito di scelte criminali delle politiche neoliberali; sono, invece, puntualmente giustificate tramite il ricorso all’ipocrita formula liberatoria e deresponsabilizzante “non vi sono alternative” o, da qualche anno, alla sua versione ideologicamente aggiornata: “ce lo chiede l’Europa”. Formula, quest’ultima, che rivela fulgidamente l’ipocrisia di una politica ormai asservita all’economia finanziarizzata che, in quanto vocazionalmente apolide e transnazionale, deve sempre di nuovo delegittimare ogni forma di sovranità che non sia quella del mercato: dire che alle tragedie che l’Europa sta provocando bisogna reagire con “più Europa” sarebbe come dire a un drogato che, per uscire dal tunnel, ha bisogno di “più droga”.

Imputare le colpe sistemiche agli individui e quelle individuali al sistema: sembra questa la formula in cui si condensa lo spirito del nostro tempo, secondo una precisa strategia che fa ipocritamente ricadere tutte le colpe sempre e solo sui dannati della terra. Se si tagliano gli stipendi e la spesa pubblica, è colpa del sistema; se i giovani non trovano lavoro, è colpa loro (“bamboccioni” e “choosy”).

Alla luce di quanto detto, non bisogna, dunque, aspettarsi risposte: la responsabilità di quanto accaduto viene puntualmente imputata alle leggi sistemiche, mai a concrete politiche e a gruppi effettivamente operanti. Nello scenario della mondializzazione mercatistica, la contraddizione della mercificazione universale si manifesta nitidamente in quello che resta scandalo e follia per una ragione non prigioniera del “cretinismo economico” (Gramsci) dominante su tutto il giro d’orizzonte. Le merci si muovono in modo multidirezionale nel mondo simbolicamente ridotto a piano liscio funzionale al loro libero e illimitato scorrimento, senza conoscere frontiere né limitazioni di alcun tipo. Gli esseri umani, invece, sono costretti a rispettare frontiere e limitazioni di ogni sorta, sottoponendosi al rito del passaporto (nel migliore dei casi) e a quello del “permesso di soggiorno”, troppo spesso pagando con la vita la loro fuga verso nuovi orizzonti.

È il triste caso di Lampedusa. La globalizzazione finanziaria fa circolare illimitatamente le merci e genera segregazioni e campi di controllo per gli esseri umani: quale miglior prova del carattere reificato della società di mercato di cui siamo abitatori coatti? Le merci sono i veri soggetti, gli uomini sono ridotti a loro intermediari, patendo sulla loro carne viva le contraddizioni che discendono da questa verkehrte Welt, da questo “mondo rovesciato”, come lo chiamava Marx.

Secondo una dialettica spietata di inclusione ed esclusione, la mondializzazione del flusso senza frontiere delle merci e delle operazioni finanziarie dell’economia spoliticizzata coesiste con il filo spinato e con i centri di controllo panoptico dei migranti. La strage dei profughi di Lampedusa credo possa essere con diritto inserita in questo macabro orizzonte di senso. Commuoversi non serve a niente, se non a giustificare quanto già c’è. Occorre trasformare la rabbia gravida di buone ragioni in energia politica in grado di rovesciare lo stato di cose.

Da http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/lampedusa-e-il-complesso-di-achille-12961.html

lunedì 14 ottobre 2013

Il Papa Francesco e la depaganizzazione del papato

        
                                           
                                            di Leonardo Boff


Le innovazioni nelle abitudini e nei discorsi di Papa Francesco hanno aperto una crisi acuta nei gruppi conservatori che seguivano rigorosamente le linee guida dei due Papi precedenti. Per loro è stato particolarmente intollerabile che il Papa avesse ricevuto in udienza privata uno dei promotori della "condannata" Teologia della Liberazione, il peruviano Gustavo Gutierrez. Sono storditi dalla sincerità del Papa, che riconosce gli errori nella Chiesa e allo stesso tempo, denuncia l’arrivismo di molti prelati, qualificando di "lebbra" lo spirito cortigiano ed adulatore di molti al potere, i cosiddetti "vaticanocentrici".
Quello che veramente li ha scioccati è l’inversione che fa, mettendo al primo posto l’amore, la misericordia, la tenerezza, il dialogo, assieme alla modernità e alla tolleranza con le persone, anche con quelle divorziate ed omosessuali, e solo dopo le dottrine e discipline ecclesiastiche.
Si sentono già le voci più radicali che, con riferimento a Papa Francesco, chiedono per "il bene della Chiesa" (la loro, ovviamente) preghiere di questo tipo: "Signore, illuminalo o eliminalo". La rimozione di papi scomodi non è una rarità nella lunga storia del papato. C'è stata un'epoca compresa tra 900 e 1000, quella chiamata "era pornocrática" del papato, in cui quasi tutti i papi sono stati avvelenati o uccisi.
Le critiche più frequenti che circolano nelle reti sociali di questi gruppi, storicamente superati e arretrati, accusano il papa corrente di dissacrare la figura del papato, secolarizzandola e rendendola banale. In realtà, essi ignorano la storia e sono ostaggi di una tradizione secolare che ha poco a che fare con il Gesù storico e con lo stile di vita degli Apostoli, ma ha molto a che fare con il lento paganesimo e con la mondanità della Chiesa, col seguire lo stile degli imperatori romani pagani e dei principi rinascimentali.
Le porte a questo processo sono state aperte nell'epoca di Costantino (274-337), che riconobbe il Cristianesimo, e da Teodosio (379-395), che lo impose come l'unica religione dell'Impero. Con il declino dell'Impero Romano, si sono create le condizioni perché i vescovi, in particolare quello di Roma, assumessero le funzioni di ordine e controllo. Questo è accaduto chiaramente con il Papa Leone I, il Grande (440-461), che fu proclamato prefetto di Roma per affrontare l'invasione degli Unni. Egli fu il primo anche ad usare il nome del Papa, una volta riservato solo agli imperatori. Ha acquisito maggiore forza con il Papa Gregorio Magno (540-604), proclamato anche lui prefetto di Roma, culminando poi con Gregorio VII (1021-1085) che si arrogò il potere assoluto religioso e laico: forse la più grande rivoluzione nel campo della ecclesiologia.
Le attuali abitudini imperiali, principesche e cortigiane di tutta la gerarchia, dei cardinali e dei papi si devono riferire soprattutto a papa Silvestro (334-335). Nella sua epoca era stata creata una falsificazione, la "Donazione di Costantino", con l'obiettivo di rinforzare il potere papale. Secondo questa falsificazione, l'imperatore Costantino avrebbe donato al Papa la città di Roma e la parte occidentale dell'Impero. Con questa "donazione", dimostrata come falsa dal Cardinale Nicola Cusano (1400-1460), erano inclusi l'uso delle insegne e dell'abbigliamento imperiali (porpura), il titolo di Papa, il pastorale d'oro, la mozetta sulle spalle adornata di ermellino e orlata di seta, la formazione della corte e la residenza nei palazzi.
Questa è l'origine delle attuali abitudini principesche e cortigiane della Curia Romana, della gerarchia ecclesiastica e dei cardinali, in particolare del Papa. Prende inspirazione dello stile degli imperatori romani pagani e dalla sontuosità dei principi rinascimentali. Quindi, è stato un processo di paganesimo e di mondanità della Chiesa come istituzione gerarchica.
Coloro che vogliono tornare alla tradizione rituale che circonda la figura del Papa non sono nemmeno consapevoli di questo processo storicamente chiuso e condizionato. Essi insistono su qualcosa che non passa attraverso il setaccio dei valori evangelici e per la pratica di Gesù.
Che cosa sta facendo il Papa Francesco? Sta restituendo al papato e all'intera gerarchia il suo vero stile, legato alla Tradizione di Gesù e degli Apostoli. In realtà, sta ritornando alla tradizione più antica, e realizzando una depaganizzazione del papato nello spirito del Vangelo, vissuto emblematicamente dal suo ispiratore San Francesco d'Assisi .
L' autentica tradizione è dalla parte di papa Francesco. I tradizionalisti sono solo tradizionalisti e non tradizionali. Essi sono più vicini al palazzo di Erode e di Cesare Augusto che alla grotta di Betlemme e all'artigiano di Nazareth. Contro di loro c'è la pratica di Gesù e le sue parole sullo spogliamento, la semplicità, l’umiltà e sul potere come servizio e non come fanno i principi pagani e i grandi che soggiogano e dominano: "Ma tra di voi non deve esser così; anzi, il più grande fra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve" (Lc 22,26). Papa Francesco parla a partire da questa originaria e più antica Tradizione, quella di Gesù e degli Apostoli. Perciò destabilizza i conservatori che sono rimasti a corto di argomenti.
Leonardo Boff è autore di Chiesa: carisma e potere, Record, Rio 2013. La traduzione italiana è pubblicata dalla Borla.

domenica 13 ottobre 2013

La necessità di esserci e di contare




Sono stato alla manifestazione in difesa della Costituzione, così come a tante altre per testimoniare un impegno civile ed una mobilitazione popolare, sempre più indispensabili in tempi di derive oligarchiche e plutocratiche (plutocratico non è un termine fascista, ma l'esatta definizione e la più precisa etimologicamente, degli attuali assetti economici globalizzati in corso).
Per la prima volta, però, in tanti anni, mi sono sentito un po' “fesso”..chiedendomi: ma è mai possibile che in questo paese si debba arrivare a manifestare per quella che dovrebbe essere la legge fondamentale dello Stato? Per impedire che, non solo essa resti perennemente inapplicata, ma addirittura che venga stravolta? Tutto ciò mi è parso infatti in maniera tragicomica, come uno che cammina dentro casa e, all'improvviso, si mette a gridare: viva il pavimento! Viva il pavimento! Forse perché una qualche percezione che gli possa crollare sotto i piedi ce l'ha..
Gli interventi alla manifestazione di ieri hanno ben messo in evidenza che questo rischio c'è davvero, e non solo per le forzature ai vari articoli della Carta Costituzionale che ci mettono di fatto in una condizione di parallelismo istituzionale: da una parte la Costituzione formale e dall'altra quella materiale, come due rette parallele che rischiano di non incontrarsi nemmeno all'infinito, ma anche e soprattutto per il recente tentativo di volerla cambiare da parte di un Parlamento che non è Assemblea Costituente, ma Porcilaia eletta (non senza la complicità di un popolo in deriva porcilesca) con lex ad porcum, per stessa ammissione dei suoi artefici.
Chi c'era ieri a denunciare tutto cio? C'era l' “isola che non c'è”, e cioè quella sinistra “fantasma” che nei palazzi del potere è ormai del tutto assente e che, quando si tratta di presentare un progetto politico alternativo, non solo non è in grado di farlo in modo unitario, ma, per di più, continua ad avere, soprattutto tramite i suoi “capi”, “capetti” e “capettini” perduranti tentazioni satellitari verso un partito ormai dichiaratamente di centro, se non si destra, come il PD.
Ripetiamocelo dunque, fino alla nausea: a sinistra del PD non c'è nulla, e questo anche per colpa di un elettorato che, pur essendo di “sinistra”, continua a percepire il PD come un suo punto di riferimento, nonostante che abbia ormai avuto prove lampanti dell'andamento contrario di quel partito, ormai abbracciato con la destra in un unico infinito autoreferenziale mantra governativo..
Le forze politiche scese ieri in campo erano visibili, con le bandiere di SEL, quelle di Rifondazione (le più numerose), quelle della lista Ingroia (che non le ammaina nonostante la cocente sconfitta), quelle dell'IDV, quelle del M5S, (per la verità non molte) e una sola, sparuta, dei democratici di una sinistra che fu, ma che non esiste più. Peccato davvero non averne potuta vedere nemmeno una socialista, sicuramente avrebbe fatto una sua bella figura a difendere la Carta Costituzionale, e non solo sempre e comunque quello che ne è diventato un “pesante” tutore: Napolitano.
Peccato anche per le varie componenti dell'associazionismo socialista, del tutto assenti in un momento cruciale, ancor di più, se consideriamo che qualche autorevole loro personaggio è stato tra i protagonisti della denuncia della incostituzionalità di questa legge elettorale. Cari compagni, l'associazionismo dei convegni e delle riunioni di “comitato” non ha né braccia robuste, e tanto meno gambe lunghe, ogni tanto, bisogna sgranchirsele in mezzo alla gente.
Ma tra le assenze “eccellenti” non possiamo non rimarcare la mancata presenza ufficiale della CGIL e persino quella dell'ANPI (nonostante alcune componenti locali fossero ben visibili con le loro bandiere), il cui presidente non ha partecipato adducendo questioni di “metodo” francamente difficilmente comprensibili, non solo dal sottoscritto che ci è andato con il fazzoletto dell'ANPI e con il suo distintivo, ma anche da molti altri che si chiedono se non sia proprio questa l'occasione migliore per ribadire la funzione di una tale associazione. Ragioni, dunque, difficilmente plausibili e difficilmente comprensibili, se non nell'ottica di prendere le distanze da un qualcosa che si percepisce essere “competitivo” rispetto a quello che si ritiene debba essere l'unico interlocutore degno di attenzione: il Partito Democratico.
Ieri però c'erano sicuramente due leaders “in pectore” di questa “sinistra che non c'è”: Landini e Rodotà, ma di qui a pensare concretamente che loro due possano mettersi a capo di un processo politico unitario ed alternativo, sarebbe come dire che tra il dire e il fare c'è di mezzo quanto meno il superamento delle colonne d'Ercole o almeno dell' Ercolino sempre in piedi (come ho già definito altrove il PD)
A fugare alcune di queste illusioni c'è infatti pronta per il 19, la settimana prossima, un'altra manifestazione che si dichiara antagonista anche rispetto a quella dell''11, in cui c'è da sperare solamente che non si ripetano le solite fiammate di guerriglia urbana, magari alimentate ad arte dai soliti infiltrati.
La sinistra antagonista, anticapitalista, antifascista, antigovernativa e antisinistra collateralista, che più anti non si può nemmeno col gorgheggio, sfilerà allora, misurando anche le sue forze, ma anche per segnare la solita distanza incolmabile rispetto alla cosiddetta “sinistra costituzionale”.
Il punto fondamentale, dunque, resta quello di sempre, e su cui si fonda il “divide et impera” di chi va in TV convinto, come Franceschini, di rappresentare la vera “sinistra” necessaria in tempi di globalizzazione: quella “metereologica” che considera le crisi speculative del neoliberismo capitalista come tsunami inevitabili. Il punto è che di sinistre in questo paese ce ne sono sempre almeno due o tre e mai una vera, autentica, combattiva, popolare e concretamente alternativa. Tanto basta per rendere la stessa parola "sinistra" decisamente insopportabile.
Forse un tempo potevamo anche permettercelo, ma adesso non più, anzi, ciò non fa che alimentare la mancanza stessa di alternative, così come non possiamo permetterci di avere l'unico partito che ancora si chiama socialista in Italia, impegnato permanentemente nelle sue beghe congressuali interne, invece che in campo con i cittadini e i lavoratori di questo paese.
Se tra i tagli imposti da questa crisi creata ad arte, negli assetti generali di un mondo dominato da potentati economici, in cui la politica è sempre più ancella idiota della economia a sfondo crematistico, c'è il recidere da questo paese la vera possibilità di una sinistra di esistere e consistere, nella millantatura di un potere che ne desertifica “a priori” la sua stessa essenza culturale ed ideologica, allora, in mancanza di una reazione unitaria, ci dovremo seriamente rassegnare ad andarcene, magari con la bussola orientata verso in mari e gli oceani dei continenti australi.
Se, invece, non vogliamo rassegnarci e vogliamo continuare a combattere affinché ci sia Socialismo ancora in Italia e, con esso, una vera sinistra che ne sia sinonimo indissolubile, dobbiamo cogliere ogni occasione ed essere presenti, prima che questo presente, seguito a ruota da un suo idiotissimo futuro, faccia sparire noi.


C.F.

mercoledì 9 ottobre 2013

Ritornare alle radici per ringiovanire

  


                                             di Leonardo Boff

Per quanto lontano camminiamo sul nostro pianeta o anche al di fuori di esso, come gli astronauti, portiamo sempre con noi la forza delle radici. Di volta in volta, si animano e suscitano in noi un irrefrenabile desiderio di tornare verso di loro. Non sono al di fuori di noi . Sono la nostra base incosciente di sostegno e di forza vitale. Quindi, le portiamo sempre con noi e ringiovaniamo ogni volta che ritorniamo a loro. Il 9 e il 10 settembre di quest'anno, ho vissuto un'esperienza inusuale quando ho visitato la casa del nonno nel nord della Italia.

 Sentimenti profondi, provenienti dal nostro inconscio personale e collettivo, improvvisamente irruppero in me. Mi sentivo ricollegato a quella fonte: La vecchia casa, le stanze annerite, le porte che scricchiolano quando si aprono, i letti duri e di grandi dimensioni (con alcuni dormivano insieme), la stufa a legna, gli armadi pieni di ciotole e vasi antichi, il grande tavolo con le loro lunghe panche, su ogni lato, per far stare a tavola tutti. Era il paesaggio interno. Dal balcone, il paesaggio esterno, dà lassù una lunga valle, con piccole case distribuite tra il verde dei campi e, in lontananza, il famoso Monte Grappa di quasi duemila metri di altezza, dove sanguinose battaglie furono combattute durante la prima guerra mondiale tra l'esercito italiano e l'austro-ungarico

La casa del nonno paterno è nella Valle di Seren del Grappa, vicino a Feltre e Belluno, nella regione italiana del Triveneto. In realtà, è un piccolo agglomerato di case, incollate insieme, chiamato Col dei Bof. È in alto, a metà altezza della grande montagna. Era, fino a poco tempo fa, completamente abbandonato, come molte altre case della montagna. Fino a quando la " Fondazione di Seren", formata da persone di Bolzano, di Belluno e Feltre, con alcuni mezzi ed un forte senso di recupero ecologico della regione, l’ha adottata e trasformata in un centro di incontro e di cultura . Di notte è illuminata. Sembra sospesa in aria, con la montagna scura sullo sfondo.

La popolazione della valle era povera, l’agricoltura di sussistenza appena alimentava la famiglia, perché i suoli non erano molto fertili. Molti hanno sofferto la fame. Alcuni hanno avuto la "pellagra" ( fame estrema, perché mangiavano solo polenta ed acqua fino ad appassire) .

In questo contesto, gran parte della popolazione, di poco più di due mila persone, emigrò, alcuni verso Rio Grande do Sul nel 1880. Gli antenati, in particolare i due antenati Rech e Boff (si scriveva Boeuf), del secolo XV, provenivano dalla Germania (Alsazia e Lorena, Francia oggi). Erano esperti nel tagliare gli alberi di queste valli e montagne per fare il carbone, venduti poi in tutto il Veneto (Bolzano e Venezia) .

Raggiunto il luogo, mi aspettava una manciata di antichi parenti. Essi avevano decorato la casa con spighe di grano, fiori e frutti di stagione. Un coretto cantava canzoni in dialetto veneziano che conoscevamo da casa. Improvvisamente, posizionato davanti alla vecchia casa –un borgo di grandi dimensioni– ho percepito quei muri impregnati con lo spirito del "poro nonno Boff ". Sì, lui era lì. I morti sono solo invisibili , ma mai assenti. Ho visto la sua figura sempre grave, ma di un' eleganza coltivata, con il fazzoletto al collo, su un cavallo sellato che veniva a farci la visita dal villaggio vicino. Mi metteva sulle sue ginocchia e mi raccontava barzellette nello stile divertente degli italiani. E alla fine, di nascosto da mio padre, mi dava qualche soldo, quello che aspettavo di più .

Dovevo parlare ai presenti. La voce mi si è strozzata in gola. Ho lasciato che le lacrime del ricordo e della nostalgia mi scendessero dagli occhi per la barba. Sentii, con una percezione transrazionale, che lui era lì. Ho immaginato il suo coraggio: aveva abbandonato tutto, la casa, la terra degli antenati, la campagna amata, per affrontare l'ignoto e costruire la “Merica”, come dicevano: Merica, Merica, Merica, che cosa sarà questa Merica? Un massolin di fior” ( America , America, America , che cosa sará questa America? Un mazzo di fiori). Ho visitato ogni angolo e ho anche sfogliato vecchi libri rimasti lì.

Di notte ho parlato con la gente. Oggi ci sono solo duemila persone. La chiesa era gremita. Ho raccontato le storie eroiche dei nonni come all'inizio attraversarono il Rio Grande e poi i figli (miei genitori) esplorarono la zona di Concordia nel ovest di Santa Caterina. Come pregavano il rosario di domenica, cantavano le litanie della Madonna in latino e come mio padre, maestro di scuola, insegnava il portoghese ai vecchi, perché in casa parlavano solo il dialetto veneto .

Vengo del tempo della pietra scheggiata, ho perlustrato tutte le fasi della evoluzione culturale ed oggi, ho detto: sono qui con voi, a ritrovare le radici antiche ma sempre nuove. Alla fine, ho cantato quello che cantavamo nella colonia italiana: "Sia dottore o avvocato, deve tutto al suo papà. Ma bambini, sapete che il vostro nonno avanti sempre va".

Nel tramonto nella vita, ho avuto un'esperienza di ringiovanimento ritornando all'alba delle mie radici.

domenica 6 ottobre 2013

La porcilaia di casa nostra




La premessa necessaria a questo scritto è che lo scrivente ha sempre professato i valori dell'antifascismo, sia nel suo lavoro che nella vita civile, testimoniandoli concretamente, con la sua partecipazione a numerose manifestazioni ed incontri, e non solo a parole ma anche con i suoi scritti. Una vocazione che gli viene anche da una famiglia che non cedette mai alla sudditanza della “tessera del pane” e che fu impegnata pure nella Resistenza.
Perché questa premessa? Per svolgere una amarissima riflessione sul destino di una Repubblica che coloro che lottarono per conquistare la libertà ed uscire da una ventennale dittatura, avrebbero voluto sicuramente diversa e che, purtroppo, con il passare del tempo, rischia di rivelarsi persino peggiore del regime da cui essa si volle liberare, e di cui tuttora condanna l'apologia.
Questo avviene, in special modo, da quando le generazioni che lottarono per costruire ed assicurare all'Italia un futuro migliore, stanno a poco a poco, scomparendo, inghiottite dall'inevitabile gorgo del divenire storico.
In particolare, negli ultimi venti anni, abbiamo assistito ad una progressiva ed inarrestabile riduzione dei diritti del mondo del lavoro, fino al loro annientamento. Il penosissimo risultato odierno è una precarietà endemica, un livello di disoccupazione pauroso, la desertificazione del futuro delle nuove generazioni e una implacabile ingiustizia tra coloro che hanno e che si assicurano di avere sempre di più, e coloro che non hanno e sono condannati ad avere sempre meno.
Chi oggi dice che l'antifascismo è superato ha torto, diciamolo con chiarezza e senza esitazione, ma chi dice che il fascismo fu “il male assoluto” ha torto lo stesso, entrambe le categorie di persone appartengono infatti ad una specie di manicheismo storico ed ideologico che tuttora divide gli italiani, come una sorta di rottame non riciclabile di una guerra civile che è durata ben oltre il 25 aprile del 1945, e che è sorta molto prima del 25 luglio del 1943.
La guerra civile iniziò negli anni '20, quando gli agrari e gli industriali italiani, sentendosi minacciati dal progredire di una rivoluzione sindacale (ben diversa da quella bolscevica che alcuni allora reclamarono, facendo poi il gioco dei loro avversari) che mostrava di potere ottenere in maniera stabile e duratura conquiste salariali e diritti per i lavoratori, mai realizzati fino ad allora nel nostro paese, finanziarono le squadracce fasciste, ordinando loro di fare terra bruciata di tutte le organizzazioni dei lavoratori e di annientare anche fisicamente i loro capi.
Per questo, vennero utilizzati reduci e materiali di guerra opportunamente riciclati, con una strategia “mobile” da combattimento armato su vasta scala. Non è persino da escludersi che gli stessi squadristi che portarono a compimento le azioni più efferate facessero anche uso di sostanze stupefacenti come la cocaina.
Purtroppo vano fu il nobile ed eroico tentativo degli Arditi del Popolo di organizzare una forza combattente armata in grado di contrastare lo squadrismo, anche se importanti ed efficaci risultati furono ottenuti in alcune zone d'Italia per respingere gli squadristi armati che operavano con la complicità e l'indifferenza delle Forze dell'Ordine e dell'Esercito. Tra i vari esempi di eroica lotta popolare condotta dagli Arditi del Popolo, risalta quello di Parma la cui popolazione, guidata da Picelli, respinse in armi più di 10.000 squadristi comandati da uno dei più feroci Ras dell'Emilia: Italo Balbo.
E' ormai accertato storicamente che l'avvento in armi del fascismo non fu dovuto solo alla complicità dell'Esercito, della borghesia e soprattutto della Monarchia, ma, in particolare, anche alla impotenza ed indifferenza in quel periodo manifestata dalle forze di quella che allora era la sinistra italiana: i socialisti che firmarono un patto di pacificazione con Mussolini ed i comunisti che sconfessarono, con Bordiga, gli Arditi del Popolo e la loro lotta armata.
Il risultato è storia, una storia che però, tuttora, stenta ad inquadrare il Fascismo come fenomeno articolato e sostanzialmente indissolubile dalla figura di Benito Mussolini.
Il Fascismo non fu infatti un “unicum”, dato che, anche se schematicamente, si può dividere la sua storia, dal 1919 al 1945, in circa quattro periodi: Il sansepolcrismo rivoluzionario e socialmente avanzato, ma sostanzialmente strumentale e impotente, lo squadrismo, feroce e assassino, che lo stesso Mussolini a stento cercò di controllare ed irregimentare con la cosiddetta Milizia, ma che continuò sempre a sfuggirgli di mano ed arrivò persino a minacciare la sua vita, il regime fascista, che possiamo far coincidere con gli anni '30, in linea di massima, e l'epilogo repubblichino che fu una tragica farsa, sprofondata negli orrori della guerra civile. Tralasciamo gli esiti del neofascismo a cui poi accenneremo per considerare ciò che ora più ci interessa.
Il Fascismo fu concretamente espressione di un'Italia sovrana e libera nel contesto dei rapporti internazionali, come mai lo era stata e come mai riuscirà ad essere in futuro, tranne qualche sprazzo di dignità e di autonomia?
Possiamo dire che nel decennio che coincide grosso modo con gli anni '30 sì, l'Italia che Mussolini definiva “proletaria e fascista” in quegli anni, effettivamente, incuteva rispetto nel mondo, ma ovviamente con un prezzo salatissimo: la persecuzione degli oppositori, una politica imperialista da operetta e provvedimenti che sostanzialmente lasciavano inalterato un tessuto sociale ingessato in una società arcaica ed agricola incapace di un autentico sviluppo industriale che lo stesso Duce, con mentalità ottocentesca, non seppe né cogliere né sviluppare sapendo attrarre preziosi investimenti.
Ciò nonostante, lo sforzo di modernizzare lo Stato, pur facendo coincidere esso stesso con il Fascimo, ci fu, almeno rispetto al passato, e persino rispetto ad altre nazioni in cui la crisi del '29 ebbe conseguenze assai più rovinose. Questa la ragione di una popolarità di un regime fieramente avversato allora solo in gran parte dai fautori del Socialismo Liberale di Giustizia e Libertà, dai repubblicani, dai sinceri democratici, dai socialisti, ma, almeno prima della guerra, non del tutto dai comunisti che negli anni '30 si appellavano ai “fratelli in camicia nera” e che nell'immediato dopoguerra tanti fascisti accolsero nei loro ranghi.
Sarebbe lungo ora soffermarsi sugli errori e sulla vanagloria di un regime che, alla fine, arrivò addirittura a chiedere agli italiani ciò che a loro era più sacro: la fede nuziale, come segno del definitivo annullamento dell'individualità e della famiglia nella idea totalitaria di uno stato in tutto e per tutto padrone, fedi nuziali destinate poi a riempire le grosse damigiane dei gerarchi in fuga e finite nel cosiddetto “oro di Dongo”, poi misteriosamente destinato a rimpinguare le casse del PCI, così come sarebbe altrettanto lungo soffermarsi sulle opere che il Fascismo mise in atto, in tutta autonomia ed autorevolezza, per incrementare il consenso e creare un assetto più socialmente avanzato rispetto al passato. Opere che, in gran parte, gli sopravvissero, e di cui anche la neonata democrazia non volle fare a meno. Opere che, almeno nel numero, la stessa democrazia non riuscì a sopravanzare.
Questa non vuole essere infatti, una analisi retrospettiva o comparativa di un regime, per la quale è necessario procedere con molta attenzione e perizia storiografica.
Questa, piuttosto, è l'amara rappresentazione di una Italia che ha appeso a testa in giù il Fascismo, ma si ritrova, settanta anni dopo, a sua volta, con i piedi per aria sul piano sociale, economico, politico e militare.
Gli stessi neofascisti sono stati validamente utilizzati per portare a compimento la distruzione e l'annientamento della Patria, e nonostante essi si fregiassero di esserne gli ultimi difensori. Farneticando con Evola di tanto assurde quanto anacronistiche gerarchie umane e sociali, rimpiangendo permanentemente un tempo in cui, con la Repubblica Sociale, Mussolini cercò di riesumare i miti rivoluzionari mai messi in atto da un regime sempre sceso a patti con i poteri forti, con il Vaticano e con la Monarchia, e tutto ciò mentre si taceva, obbediva e combatteva agli ordini dell'invasore tedesco, i neofascisti nel dopoguerra hanno validamente contribuito, in nome dell'anticomunismo, ad incentivare la servitù contro lo stesso nemico che li assoldò, assieme alla mafia, per consolidare e incrementare il suo potere anche a suon di stragi e di omicidi eccellenti.
Mussolini, che lo stesso Montanelli definì “uno che socialista non aveva mai smesso di essere”, prima di morire, affidò i suoi a Nenni, suo compagno della prima ora e poi suo irriducibile nemico, ma i suoi, come avevano già fatto numerose volte, preferirono tradirlo anche in questa occasione, o scegliendo i comunisti, oppure arruolandosi come mercenari per i servizi segreti americani.
E questo mentre i democristiani fecero di tale perdurante servitù una sorta di perizia da satrapi e i comunisti si adattavano ad esercitare un potere consociativo, senza mai reclamare o una rivoluzione oppure quella automutazione che avrebbe consentito non solo a loro ma a tutta l'Italia una concreta alternativa e autonomia.
In questo perdurante sfacelo, brillò la stella solitaria di Bettino Craxi, che, come una cometa, passò sopra una Italia perennemente “serva e di dolore ostello”, illuminandola per un breve sussulto di dignità di cui resta fulgido esempio il caso di Sigonella e i finanziamenti ai gruppi rivoluzionari dell'Est e dell'Ovest in lotta contro un impero bipolare che si era spartito il mondo, facendo solo finta di combattersi durante la guerra fredda.
La caduta di Craxi e la cosiddetta “seconda repubblica” coincidono con un ventennio di progressivo impoverimento, di perdurante corruttela, di marginalizzazione dei giovani e degli anziani , di incremento dell'occupazione militare, di regresso vertiginoso dei diritti dei lavoratori e del potere d'acquisto degli stipendi, e di sviluppo esponenziale di mafie di vario genere, sempre più intrecciate con il tessuto economico e sociale, del lavoro nero, della schiavitù salariale e del degrado morale e civile di un intero popolo, coinciso con il berlusconismo, e con la mutazione della cosiddetta sinistra postcomunista in apparato di fiducia degli assetti militari e neoliberisti imperanti in Europa e nel mondo.
Siamo dunque arrivati al punto di non avere alternative, o meglio di avere trovato, come unica alternativa, un movimento politico velleitario, privo di sostanziali programmi di sviluppo economico e sociale, benedetto non a caso dagli ambasciatori della superpotenza che occupa il nostro paese, il cui unico scopo è l'incremento del consenso basato sulla protesta autoreferenziale, anche per prevenire che altre forme più incisive ed organizzate di ribellione possano inevitabilmente sorgere. Se ci sono nei vari territori, saranno magari , come sempre avviene da decenni, opportunamente infiltrate, per dividere i "ribelli buoni" da quelli "cattivi" e continuare a regnare su tutti
Tutto questo accade, non a caso, mentre si porta avanti un'opera “scientifica” di damnatio memoriae verso l'unica forza politica che è riuscita a rendere, pur nelle sue degenerazioni, nel corso della sua storia, l'Italia autonoma e degna di potersi mostrare in piedi da sola: il Socialismo.
Mussolini, negli anni in cui fu al potere, fu fautore di un “socialismo di regime”, tentò, rinnegando le sue origini autenticamente rivoluzionarie, persino di portare dalla sua parte alcuni “socialisti di destra” come scrive Carlo Silvestri, prima che la convergenza dei poteri forti e dello squadrismo gettasse sulla sua strada il cadavere eccellente di Matteotti. E da allora, giustamente, non poté che trovare tra i socialisti i suoi più fieri avversari. Molti dei quali però “salvò” con il contributo della “volante rossa” durante la guerra civile e mentre la Resistenza era in pieno svolgimento.
Le truppe di occupazione di entrambi i fronti che entrarono in Italia grazie alla mafia, al tradimento del re e alla feroce repressione nazista, fecero a gara per mettere gli italiani gli uni contro gli altri, preparando così per l'Italia un futuro di perdurante servitù, che si è realizzato dopo la vittoria alleata e che sarebbe stato messo in atto in maniera anche più terrificante se avessero vinto i nazisti.
I patrioti che combatterono allora per liberare l'Italia però si chiamavano tali proprio perché credevano in una Patria nuova, che coincise con una Costituzione la quale, per prima, riuscì a porre fine alle terribili conseguenze di una guerra civile durata ben oltre il 25 Aprile, con episodi di crudeltà inaudita perpetrati da ambo le parti.
Quella stessa Costituzione è riuscita a garantirci, pur nelle condizioni di una sudditanza mai messa concretamente in discussione e intervallata da bombe, terrorismo, crimini di mafia, e crimini politici (a volte coincidenti), lunghi decenni di una storia fatta di libertà, di benessere e di incremento dei diritti civili. Tutto questo fino al 1991, fino a quando si decise, come in una nuova Yalta, sul panfilo Britannia, di relegare l'Italia ad un ruolo di ulteriore e più forte sudditanza, di maggiore povertà, di precariato endemico e di progressiva esposizione ad una immigrazione di massa che, prima o poi, le avrebbe cambiato definitivamente i connotati culturali, religiosi e politici, con la complicità dei media e della TV, in primo luogo. Tutto ciò, creando appositamente un duopolio mediatico inflessibile che ha incrementato quella mutazione antropologica già in atto dalla metà degli anni settanta, e già denunciata, a suo tempo, da Pasolini.
In ben 20 anni, l'Italia ha svolto il suo ruolo di serva dell'imperialismo con precisione impeccabile, partecipando alle guerre, aumentando vertiginosamente le spese militari e accogliendo nel suo territorio il triplo delle truppe americane presenti prima del 1991.
Nei nuovi equilibri geostrategici protesi a difendere non il muro condominiale tra Est e Ovest, ma quello strutturale e portante tra Nord e Sud, l'Italia è ormai una porterei nel Mediterraneo sempre più staccata di fatto dall'Europa e sempre più protesa a intervenire e monitorare ogni eventuale zona di crisi, per un rapido intervento militare.
Destabilizzare l'Italia con una immigrazione di massa, incrementare in essa mafie e corruzione, rendere i suoi governi sempre più fragili e servili, immiserire il suo sistema culturale e formativo, evidentemente, serve per controllarla e dominarla meglio. Così come serve molto farla restare in un permanente clima di perdurante “guerra civile” tra fasci e komu, anche se in realtà il fascismo e il comunismo, come forze politiche organizzate, non esistono più da ormai molto tempo in questo paese.
L'ultima spallata non può che essere quella di cambiare la Costituzione, sia per riattizzare eventualmente odi solo sopiti, sia per impedire che vi sia un argine ulteriore alla invasione barbarica oggi in atto. Con un popolo sempre più disarmato, dato che le Forze dell'Ordine sono a ranghi ridotti e anche le agenzie di vigilantes chiudono per la crisi e, persino, data l'abolizione della leva militare, incapace di usare le armi. Un perfetto popolo di servi, pronti come i maiali, per essere ingrassati o mandati al macello, a seconda delle necessità. Maiali che ormai si azzannano tra loro anche in famiglia, dove gli omicidi crescono e le violenze contro le donne dilagano, e che grugniscono di rabbia solo per difendere il loro territorio regionale o il loro spazio individuale, o di piacere solo negli stadi e nei postriboli in Italia oppure, consumatori tra i più incalliti, all'estero. Un maiale all'ennesima potenza che si incarna, nella sua mutazione più ingombrante e lercia, nel pappone di Stato con pensione d'oro inossidabile
La porcilaia “Italia” non ha mai raggiunto in tutta la sua storia, un livello così infimo di abiezione, e crede di scamparla addossando tutte le sue colpe a Berlusconi, ritenuto il simbolo più eclatante di tale lordume. Ma dimenticando che egli non ha fatto altro che interpretare il ruolo che in questo paese è diventato più popolare negli ultimi venti anni: quello che gli antichi romani chiamavano lo “scurra” l'attore triviale, da cui la parola scurrile. Allora applaudito, oggi votato e incensato abbondantemente anche da chi nel nostro perdurante osanna, seguito furbescamente dal crucifige, gli ha voltato di recente le spalle.
In questo lordume servile che pare non abbia mai fine, dunque, anche la storia del Fascismo e dell'Antifascismo, così come, più in piccolo, quella di Craxi perennemente condannato per mali che furono di una intera Repubblica e che oggi sono elevati all'ennesima potenza, brilla su di noi come le stelle kantiane, purtroppo senza che una autentica morale ci possa interiormente riscaldare o consolare.
Dovremmo dunque piantarla, oggi, di continuare a dividerci, in modo manicheo e strumentale, tra fascisti ed antifascisti, sapendo comunque riconoscere e contestualizzare il significato di questi due riferimenti storici. Dovremmo piantarla finalmente di considerare il “socialismo” come qualcosa dei secoli passati e nemmeno da poter pronunciare, ma piuttosto dovremmo ergerlo a simbolo del nostro riscatto e di una continuità storica, di anelito ad una Patria libera ed indipendente che, dai tempi di Pisacane e Garibaldi, non è mai venuto meno.
Il solo in grado di accompagnare, con il suo immancabile Sol dell'Avvenire, un futuro degno per noi di essere vissuto, l'unico in grado di restituirci, da quelle sembianze porcine a cui la Circe della ammaliante teologia del mercato ci ha condannato, quelle finalmente umane di popolo vero, magari non di santi, non di poeti e nemmeno di eroi, ma forse di navigatori sì, e non solo virtuali, che finalmente tornano a casa loro.

C.F.

mercoledì 2 ottobre 2013

Ercolino sempre al centro

                                                     


Potranno dirgliene di tutti i colori, però Berlusconi sta dimostrando di uscire sconfitto ma non a capo chino, anche dalle terribili vicissitudini giudiziarie e politiche che lo hanno investito di recente. 
La nostra opinione è che la sua parabola discendente sia iniziata circa tre anni fa, quando negò il suo aiuto al suo “amico” Gheddafi, a cui baciò pure la mano, (tralascio di dire con quale “stile” in “camera caritatis”), da allora, e cioè da quando poteva presentarsi all'Europa e al mondo con un inossidabile asse politico-energetico Putin-Gheddafi, la sua è stata una terribile e rapida parabola discendente. L'errore di concedere basi militari per attaccare la Libia in una vera e propria guerra di aggressione aerea, tale fu infatti l'interpretazione guerrafondaia ed imperialista del cosiddetto “rispetto della no-fly zone”, lo portò prima all'isolamento internazionale, poi all'attacco scandalistico e infine a quello speculativo che fu come affondare il coltello nel burro.
Il pretesto di attaccare il suo governo bastò per indebolire l'Italia, mediante il crollo degli ultimi argini legislativi e sindacali alla rovinosa tendenza a distruggere i diritti residui dei lavoratori, aprendo così un'autostrada per un futuro saccheggio di risorse energetiche, economiche, finanziarie e patrimoniali, includenti quelle di ogni cittadino italiano, a partire dalla sua casa..o dalle isole incontaminate della nostra natura più bella.
La caduta di Berlusconi non è stata però voluta del tutto, non fino alla sua eliminazione, prima occorreva infatti che fosse vanificata sul nascere ogni eventuale alternativa politica al suo modello di governo. Era necessario, infatti, impedire preventivamente ogni eventuale alternativa di sinistra e persino di centrosinistra, non parliamo poi di alternativa socialista in un paese in cui verso tale nome esiste una sorta di damnatio memoriae.
Prima di tutto, bisognava garantire il perdurare di un inossidabile assetto centrista fortemente compatibile con le esigenze del monoteismo dei mercati, con i grandi potentati economici e con le mire egemoniche dell'imperialismo occidentale.
Berlusconi quindi andava utilizzato, adoperando però al contempo contro di lui, come ormai è costume abituale di questo sgangherato paese, l' “arma letale” del ricatto giudiziario, facendogli magari supporre cioè che si sarebbe salvato dai suoi guai se fosse stato “docile” ed avesse prima accettato e poi sostenuto il “tutoraggio massacratore montiano” e in seguito, una volta tolto di mezzo ciò che non poteva essere legittimato dalla “parvenza elettorale” (diciamo parvenza perché una legge elettorale come la nostra è l'antitesi di ogni concreta democrazia), lo si sarebbe invitato, in mancanza di alternative, a sostenere una sorta di governo “ombra” rispetto a quello tedesco..una sorta di “copia” in formato brancaleonico e comics, della grande coalizione targata Grosse Deutschland. A garanzia di tutto ciò, si è provveduto a fa rieleggere l'unico presidente mai rieletto in Italia, e nonostante sia più vecchio di Fidel Castro e persino del papa che si è dimesso per limiti di età. Pare dunque che sia Cuba che il Vaticano, esempi di sistemi non proprio “modello” per capacità di rinnovamento, si siano persino dimostrati all'avanguardia rispetto ad un sistema imbalsamato e incartapecorito come il nostro.
L'ultimo sussulto di dignità Berluconi lo ha avuto quando si è sentito “tradito” dalla irrevocabile condanna che gli è piovuta sul collo, e quando così ha visto franare una diga che potrebbe inondarlo e sommergerlo definitivamente se ne seguissero di ulteriori.
Però, e qui bisogna riconoscere che ha avuto dignità e coraggio, non è scappato, è rimasto al suo posto, ascoltando ed accettando di fatto il verdetto, anche se immancabilmente lo ha fortemente criticato ed attaccato. Non ha nemmeno voluto fare il “martire”, ma ha semplicemente continuato a giocarsi quelle carte che, a suo avviso, avrebbe potuto tirar fuori da una manica negli ultimi tempi diventata fin troppo larga, date le continue polemiche e defezioni dal suo schieramento. Forte del fatto di aver dimostrato ai suoi, per l'ennesima volta in ben 20 anni, che solo la sua permanenza come leader avrebbe potuto impedire una larga vittoria nelle elezioni politiche del Partito Democratico; e ci è riuscito, perché il PD ha vinto le elezioni ed ottenuto alla Camera il premio di maggioranza solo grazie ad una coalizione: “Italia bene comune” che lo stesso PD ha subito dopo rinnegato. Una vittoria quindi meno che di Pirro.
In tali condizioni, dopo avere sbattuto in faccia la porta del governo (concedendo solo il misero contentino della Presidenza della Camera all'alleato appena tradito: SEL) ai suoi compagni di cordata elettorale, dopo avere rinnegato e vanificato l'obolo elettorale degli elettori del PD alle primarie che avevano votato Bersani, dopo che non solo Grillo ma anche lo stesso Bersani avevano chiuso ogni possibilità di una eventuale alleanza politica anche solo su alcuni punti specifici e vitali come il varo di una nuova legge elettorale, insomma, dopo una serie di giravolte che hanno fatto rivoltare abbondantemente lo stomaco di molti elettori del PD, questo partito ha deciso di giocarsi l'ultimo jolly: quello di un governo Letta che andasse a fare il safari e la caccia grossa in mezzo ai “berluscones”, incassando intanto la fiducia dei mercati e della promettente keiserina Merkel, per continuare a far “galleggiare” l'Italia in pieno stile democristiano, senza minimamente intaccare né i privilegi della casta al potere né la pandemia da mancanza di lavoro che ha ormai desertificato il futuro di circa due generazioni di giovani.
Per questo, si è tergiversato per mesi intorno solo a due questioni: IMU e IVA, dal modico valore di circa 4 miliardi, usandole come arma di distruzione del consenso di massa dell'uno o dell'altro schieramento, consapevoli che tanto sarebbe già stato tutto deciso dai potentati europei, senza minimamente dismettere opere faraoniche ed inutili come la TAV, o il MUOS, senza sostanzialmente ridurre le esorbitanti e perduranti spese militari, senza toccare in alcun modo le pensioni d'oro che, da sole, se ridotte drasticamente a “soli” 5000 euro al mese, avrebbero fruttato circa il doppio di IVA e IMU messe insieme. Con qualche misero contentino qua e là, promettendo di non toccare con altri tagli la scuola (che è ormai al collasso) e abolendo per ora solo la prima rata dell'IMU sulla prima casa. L'IVA no, non potendo non aumentarla, la compagine inciucista si è inventata una mezza crisi di governo finta per potersi solo rimpallare le responsabilità con reciproche invereconde accuse, salvo poi rimettersi tutti insieme nella grande abbuffata governativa, contenti e coglionando ancora solo il popolo italiota, benedetti, come sempre dal papa-re Napolitano ed inossidabilmente saldati ciascuno alla sua poltrona presumibilmente fino al 2015.
Per mantenere fermo Berlusconi su più miti consigli si è addirittura inventato un gruppo parlamentare finto che però, senza i soldi del Cavaliere, non starà in piedi di sicuro a lungo.
In compenso, contando di poter replicare il continuum di un'altra vittoria finta (poiché ottenuta solo avendo perso meno del suo avversario, ma lo stesso con una perdita secca di centinaia migliaia di voti) avuta nelle elezioni amministrative, è il PD che ora mira a “restare in piedi” come un famoso personaggio di Carosello, forse noto solo agli ultracinquantenni: Ercolino che le prendeva da tutte le parti, ma, essendo di gomma, non andava mai al tappeto. Premio dato per fedeltà ai consumatori di stracchini, formaggini e mozzarelle che ci pare un degno emblema di un partito senza consistenza ideologica, culturale e politica, ma tenuto in piedi, sempre e comunque, da indiscutibili e straripanti interessi trasversali.
Il PD oggi porta a casa circa 24 trofei dal suo “safari” nel centrodestra, tanti sono gli wanted for treason scappati da Berlusconi che minacciava di sfilare la poltrona di sotto al loro culo parlamentare, per sbatterli di nuovo in strada a fare campagna elettorale, con prospettive incerte.
Un trofeo che però sa molto di “palude” e che, al cambiare dei venti mefitici, non è detto che resti in bella mostra nei salotti buoni del “fu centrosinistra”. 
Eh già, perché con questi chiari di luna (ma forse sarebbe meglio dire “ululati alla luna” pallida del potere) il centrosinistra non esiste più né potrà più esistere in mancanza di una sinistra da azzerare in partenza.
La stagione del centrosinistra e di "Italia bene comune" è definitivamente tramontata.
Manca paurosamente una sinistra democratica e convincente che possa fare da contrappeso a questa deriva democristiana del PD
Chi pensava ed auspicava una mutazione in senso socialdemocratico di questo partito può ora serenamente seppellire ogni speranza..lasciate ogni speranza o voi che entrate nel PD.
A sinistra c'è ormai solo il vuoto in Italia e, insieme ad esso, l'horror vacui della incapacità di colmarlo, frutto di una stagione storica senza ideali, senza ideologie o autentici valori culturali e politici, senza il coraggio di rischiare per riaffermarli, senza soprattutto ciò che vince nell'unico continente al mondo in cui la sinistra governa e "fa la differenza", con la libertà, con la giustizia sociale, con la crescita economica, e soprattutto contrastando validamente ogni tendenza imperialista. In quella "fine del mondo" vecchio da cui proviene un "papa nuovo" che parla di lavoro e di diritti sociali ed individuali per tutti, senza alcuna discriminazione.
Quel continente dove il Socialismo, aggiornato in Ecosocialismo, è ancora un'alternativa valida, viva e vitale, e verso il quale dovremmo almeno sollevare lo sguardo, se almeno sapessimo guardare un po' al di là del nostro fin troppo lungo naso.

C.F.


martedì 1 ottobre 2013

La ferocia e il debutto




La vita del governo Letta sembra appesa ad un filo, ma in realtà il filo che lega questo governo al precedente è meno sottile di quanto si possa credere o supporre e nonostante le tanto sbandierate velleità di voler apportare alcune modifiche al massacro sociale operato con la riforma Fornero.
Il cosiddetto decreto del “fare” si appresta ad avere un effetto tanto “minimalista” che, al confronto, un'opera di Beckett come En attendant Godot appare davvero come la migliore rappresentazione del programma di governo, specialmente considerando tutto ciò che si è detto di voler fare e che è stato o rimandato o mai nemmeno preso in considerazione.
Mesi buttati ad accapigliarsi soprattutto su IMU e IVA, con l'unico misero risultato di aver fatto di 4 miliardi da reperire solo un'arma di squallido ricatto verso un paese prostrato dalla recessione, dall'impoverimento e soprattutto dalla disoccupazione.
Con un centrosinistra che minacciava in continuazione il ripristino dell'IMU se fosse caduto Letta e un centrodestra che, a sua volta ha minacciato e poi messo in atto (probabilmente per finta) le dimissioni in blocco se non fosse stata garantita a Berlusconi la salvezza dai suoi guai giudiziari.
Quattro miliardi usati come una clava agitata sulla testa degli italiani..che ha già finito per fare dolorosi bernoccoli in abbondanza con l'aumento automatico dell'IVA seguito alla dipartita dei ministri del centrodestra e al mancato varo del decreto che avrebbe potuto, non scongiurarla, ma solo rinviarla a Gennaio, come dire: giusto in tempo per posticipare il ricatto a dopo l'arrivo di Babbo Natale..
Una incredibile farsa sta pietosamente occupando la scena politica nostrana, con dichiarazioni demenziali da parte di tutti, compreso qualche esponente di sinistra (maddeché?) che sembra addirittura preferire Monti a Letta..
Tutto questo accade senza minimamente intaccare i privilegi di chi in questo paese si è distinto più per servilismo, inefficienza, corruzione e smania di potere, piuttosto che per il vero servizio prestato alla comunità.
Abbiamo ben 13 miliardi di pensioni d'oro che, ridotte alla modica somma di 5000 euro al mese, quando di media quella della stragrande maggioranza degli italiani si aggira intorno ai 1000, frutterebbero circa 7 miliardi di risparmio, e cioè quasi il doppio di ciò che occorrerebbe per scongiurare IMU e Iva messe insieme.
Ma no, anzi, si infierisce sui più deboli con il perdurare di norme demenziali e discriminatorie oltre che ferocemente antisociali ed inumane, come quella che prevede, in base alla riforma-sanguisuga Fornero, che i donatori di sangue, i disabili con legge 104 o coloro che li assistono e persino i genitori che hanno deciso di restare volontariamente con i figli, debbano essere schiavizzati e costretti a lavorare più del dovuto per "recuperare" il tempo dei permessi fruiti se vogliono avere una pensione normale, altrimenti ne avranno una irrimediabilmente decurtata.
C'è da chiedersi se un governo nazista sarebbe stato capace di fare tanto, sicuramente uno fascista non lo avrebbe fatto, dato che fu proprio Mussolini ad abbassare l'età pensionistica in Italia.
Questa sarebbe l'Europa del progresso e della solidarietà sociale? Della democrazia dei diritti umani con cui si arriva persino a bacchettare Cuba?
No, questo è un sistema assolutista e rigidamente plutocratico, in cui anche coloro che si dicono “socialisti europei” sono complici di tiranniche azioni crudelmente antisociali nei confronti dei popoli più poveri e verso i più deboli tra i più poveri. Sono altresì responsabili della chiusura degli ospedali, delle scuole, delle mense scolastiche e persino delle università perite sotto la scure degli implacabili tagli.
Pare infatti, addirittura, che uno dei principali sponsor di Letta sia proprio il socialista europeo Shulz
Qualcuno forse sta anche progettando una nuova strategia della tensione, magari infiltrando i soliti falsi terroristi “stabilizzatori” nelle file dei movimenti di protesta, per alzare il livello dello scontro ed impedire sul nascere ogni forma di eventuale dissenso o, soprattutto, che esso si saldi, a macchia d'olio, in una nuova “primavera dei popoli europei”, in un nuovo 1848.
Non si illudano i tecnocrati europei, sarà solo questione di tempo, ma, con il perdurare di questo assolutismo monetario e soprattutto con l'irrigidirsi di questa feroce indifferenza sociale, nuovi patrioti sorgeranno e saranno implacabili, e non ci sarà nulla in grado di fermarli, così come non ci fu nulla che impedì di sconfiggere lo strumento più avanzato di repressione poliziesca e militare predisposto dopo il Congresso di Vienna: la Santa Alleanza.
I patrioti mazziniani furono considerati terroristi prima di essere riconosciuti come eroi, lo stesso Mazzini fu costretto a morire in clandestinità, dallo stato sabaudo massacratore del Meridione.
Così, chi oggi minaccia e imprigiona il dissenso o lo tortura in carcere, prima o poi, farà la fine degli sgherri di allora.
Si va infatti configurando una realtà sociale fatta di paesi, in primis il nostro, in cui più del 40% dei giovani è condannato alla disoccupazione cronica e non ha altra alternativa che prostituirsi al migliore offerente, nella stragrande maggioranza dei casi corrotto, criminale ed in combutta con amministratori e governanti altrettanto infami, beceri e corrotti.
Questi giovani, prima o poi, capiranno, come lo capirono un tempo i loro avi, scrivendolo sui loro neri stendardi, che bisogna necessariamente poter vivere lavorando o saper morire combattendo.
Persino questo papa ha saputo raccogliere e rilanciare il grido dei disperati della terra e delle masse emarginate delle società votate al monoteismo mammonico dei mercati, gridando senza mezze misure: “Comandano i soldi! Comanda il denaro! Comandano tutte queste cose che servono a lui, a questo idolo. E cosa succede? Per difendere questo idolo si ammucchiano tutti al centro e cadono gli estremi, cadono gli anziani perché in questo mondo non c’è posto per loro! Alcuni parlano di questa abitudine di "eutanasia nascosta", di non curarli, di non averli in conto… "Sì, lasciamo perdere…". E cadono i giovani che non trovano il lavoro e la loro dignità. Ma pensa, in un mondo dove i giovani - due generazioni di giovani - non hanno lavoro. Non ha futuro questo mondo. Perché? Perché loro non hanno dignità! E’ difficile avere dignità senza lavorare. Questa è la vostra sofferenza qui. Questa è la preghiera che voi di là gridavate: "Lavoro", "Lavoro", "Lavoro".
Una preghiera che però può anche diventare facilmente un grido di battaglia.
Non vogliamo la violenza, sappiamo altresì che è socraticamente meglio subire il male piuttosto che esercitarlo o diventarne complici e allora, se questo è vero, concretamente, dovremo anche dedurne il fatto che quando il male continua ad essere esercitato con l'esigenza di un voto finto, dovuto ad una legge elettorale antidemocratica e palesemente oligarchica, è un imperativo categorico considerare di non doversi rassegnare a ciò che si vorrebbe far credere “male minore”, ma è piuttosto indispensabile non diventare complici ed esecutori di quel male.
Con quel “male elettorale” infatti si concede a parlamenti feroci di legiferare crudelmente contro chi è più debole ed indifeso. Meglio dunque non lasciarsi “contagiare”
Chi può dunque preghi, chi non può, lotti e lo faccia senza alcuna paura né requie..nonostante il desolante panorama politico e la perdurante desertificazione di ogni iniziativa autenticamente rivoluzionaria ed innovatrice, i segnali di vitalità ci sono anche quando i media asserviti al potere vogliono farli sembrare “eversivi”.
 Dobbiamo legittimamente difenderci da quella violenza che è intrinseca ad un sistema inumano, il quale procede con fredda determinazione. Con esso si manifesta l'arcano e l'orrore, oggi rappresentato dalla volontà di potenza con la quale si pretende di eternizzare un contingente votato alla dismisura e alla distruttività che ne consegue, quasi che il tempo stesso fosse destinato ad essere schiavizzato, con i più poveri e deboli della terra, con i giovani e gli anziani, con il passato e il futuro dell'umanità, aggiogandolo ad un presente senza speranza, inchiodato al rigore di una assoluta mancanza di alternative.
Il rivoluzionario però (perché oggi in Europa è tempo impellente di autentici rivoluzionari) non ha fretta né paura: né di torture, né di morte o di carcere, e tanto meno di vecchiaia o di malattia.
Come scriveva infatti Carlo Rosselli: “Dalla calma risoluta del rivoluzionario si misura la sua forza. Egli è tanto sicuro della bontà della sua causa che accetta con serenità il trascorrere degli anni e anche la propria morte prima che la battaglia sia vinta, nella certezza che altri la proseguiranno”  Egli dunque non teme nemmeno il tempo.
Per un autentico rivoluzionario infatti il “principio speranza” non si esaurisce mai, esso è consustanziale al tempo e alla sua stessa vita, che gli appare così come un perenne debutto.
E ciò che oggi accade per coloro che non abbandonano mai tale principio è appunto un “debutto”
Ce n'est qu'un debut, continuons le combat

C.F.