di Carlo Felici
Ci capita ancora di
vedere il famoso motto di Orazio sopra alcuni monumenti, specialmente
quelli eretti per celebrare gesta o caduti della Grande Guerra,
l'ultima del nostro Risorgimento: “Dulce et decorum est pro Patria
mori”: dolce e onorevole è morire per la Patria. Un monito e allo
stesso tempo un tributo, perché è implicito il messaggio che per la
Patria si può e si deve morire e anche il fatto che, facendolo, ci
si ricopre di onore e si ha diritto ad una memoria imperitura, come
per esempio quella del “milite ignoto”, le cui spoglie sono
racchiuse nel più grande monumento che sia stato realizzato
dall'unità d'Italia in poi.
Ma oggi questo motto ha
ancora una sua valenza? Può ancora essere applicato alle guerre che
sono tuttora in corso e, in particolare, a quella in Ucraina?
In quel martoriato paese,
già da parecchi anni c'è chi considera la propria patria l'Ucraina
separatasi e resasi indipendente dall'URSS, in nome di una
collocazione euro-atlantica, ma ci sta pure chi considera ancora di
avere come compatrioti i russi, che tanto hanno influenzato non solo
ideologicamente, culturalmente e linguisticamente l'Ucraina, ma che
sono la migliore garanzia che gli approvvigionamenti energetici e il
mercato per lo scambio dei prodotti agricoli e minerari non verrà
mai meno, per non parlare poi dell'ombrello nucleare
Stando così le cose, si
vede bene che individuare i veri “patrioti” ucraini non è così
semplice, come il manicheismo che ormai imperversa nei media italiani
al motto di “ci sono aggressori e aggrediti” vorrebbe far
credere, anche perché l'aggressione verso una parte consistente
degli ucraini non è iniziata nel febbraio di quest'anno, ma nel
lontano 2014, e non si è mai arrestata.
Se infatti riusciamo a
vedere le cose sotto una prospettiva storica più ampia, dovremmo
anche, facendo un riferimento alla nostra storia, considerare i
movimenti irredentisti che ci hanno portato alla Grande Guerra, che
tanto ha celebrato il motto oraziano. Quella immane carneficina fu
infatti motivata dalla esigenza che popoli di lingua, cultura, e
tradizione storica italiana, si staccassero da un impero che li
soggiogava per riunirsi con quella che consideravano la loro
madrepatria.
Ora, in Ucraina, cambia
solo il rapporto di forze, ci sono stati e ci sono popoli ucraini che
si sono sentiti e si sentono più russi che ucraini ed europei,
negarlo sarebbe come negare una evidenza storica anche se i nostri
media non ne parlano mai, perché ormai li bollano tutti come
“collaborazionisti”, più o meno come facevano con noi gli
austriaci durante la Grande Guerra.
La differenza sostanziale
di civiltà, prima che di strategia bellica, è che noi su Vienna
lanciammo solo volantini, mentre i russi spianano le città ucraine
senza requie né pietà per la parte più debole della popolazione,
avendo così trasformato rapidamente una guerra che poteva essere di
liberazione per l'autodeterminazione di una parte degli ucraini, in
una guerra atroce di occupazione e di annientamento per fini
imperialistici, trovandosi inevitabilmente e giustamente di fronte
all'opposizione di tutto il mondo occidentale, e dovendo anche
ripiegare per l'efficacia delle armi e dell'addestramento fornito dal
mondo occidentale agli ucraini, rapidamente trasformatisi da
aggressori in aggrediti, da carnefici di una parte delle popolazioni
del loro territorio, in vittime dei carnefici di tutto il loro
territorio
Tanto che ora il
movimento irredentista, se così lo vogliamo chiamare, non riguarda
più il Donbass o la Crimea, ma tutta l'Ucraina rispetto alla Russia
Se Putin si fosse
limitato a fornire armi e supporto logistico a quella parte
dell'Ucraina che preferiva la Russia, senza tentare di invadere e
piegare al suo volere l'intero Paese, ora non si troverebbe quasi con
le spalle al muro, isolato da gran parte dei Paesi del mondo, e in
condizione di minacciare continuamente il confronto nucleare per
difendere il suo territorio
Perché il solo agitare
questa minaccia vuol dire ammettere di essere sconfitto, di non
potere tutelare i propri interessi nazionali se non minacciando un
apocalisse che travolgerebbe tutto il mondo.
Putin con le spalle al
muro, con una nomenklatura che gli rimprovera in continuazione di
aver perso la faccia e lo esorta a provare a vedere cosa accade se
usa armi atomiche tattiche, potrebbe dunque essere tentato di usarle,
senza essere pienamente consapevole dell'abisso in cui trascinerebbe
l'intera umanità.
Di qui l'urgenza di
adottare un altro motto rispetto a quello oraziano inizialmente
citato, e il più idoneo in queste circostanze ci appare quello di
Erasmo da Rotterdam, che visse in un periodo in cui le fratricide
guerre di religione erano all'ordine del giorno in Europa: “Dulce
bellum inexpertis” che è molto significativo soprattutto per i
fautori della guerra ad oltranza sia dalla prospettiva europea che da
quella russa. La guerra può apparire dolce solo a chi non la
conosce, solo a chi non ci si trova nel mezzo, solo a chi la osserva
da dietro uno schermo mediatico filtrata da chi gliela fa vedere.
Chi invece la vede sul
campo, capisce molto meglio che spesso i morti e l'accanimento
disumano di una guerra travolge tutti, e che il manicheismo, tanto
comodo politicamente tra “aggrediti e aggressori”, non è così
semplice da riscontrare sul campo. Lo si scopre soprattutto a
conflitto cessato, quando i fumi della propaganda si diradano e la
storia si fa strada con i suoi ineludibili fatti. Lo abbiamo visto
anche nella seconda guerra mondiale, con i bombardamenti come quello
di Dresda, con la bomba atomica e persino con i crimini di una parte
dei partigiani. Questo senza volere giustificare nulla e soprattutto
senza stravolgere il discrimine tra chi, allora come oggi, ha torto o
ha ragione.
La ragione della libertà
infatti resta universale in ogni tempo e in ogni luogo ma lo è con
la sua ineludibile verità solo se è indissolubile rispetto alla
responsabilità, non si è liberi se non si è responsabili e non si
può essere responsabili senza essere liberi. Questo binomio non vale
solo per gli Stati, ma persino per ogni individuo che si affaccia
alla vita e vuole crescervi con sempre maggiore consapevolezza
Siamo arrivati dunque ad
un punto in cui la stessa libertà dell'Europa deve essere
urgentemente coniugata con la responsabilità di questo continente di
non dare origine all'ennesimo conflitto che da essa travolgerebbe il
mondo intero
Di fronte a questo immane
compito che appare come un imperativo categorico della civiltà
stessa, dovrebbero giganteggiare i seri tentativi di arrivare ad un
accordo di pace che veda entrambe le parti fare un passo indietro,
senza irrigidirsi sulle posizioni che hanno originato il conflitto.
L'Ucraina dovrebbe
riconoscere ampia autonomia (più o meno come noi abbiamo fatto con
le zone alloglotte del nostro territorio) alle zone del Donbass e
della Crimea, e la Russia cessare immediatamente il lancio di missili
verso le città ucraine, iniziando un progressivo ritiro delle
proprie truppe, dilazionato nel tempo, a seconda di come potranno
essere garantiti i diritti delle popolazioni russofone, anche
lasciando che in quelle zone entrino contingenti ONU a verificare la
situazione in quel territorio. Contingenti che avrebbero dovuto
costituire una forza di interposizione in Ucraina, come in Libano,
già dal 2014
La situazione paradossale
attualmente è che l'Europa sta sprofondando nelle sabbie mobili
della recessione per la sua sostanziale inerzia diplomatica, mentre
un Paese che l'Europa tuttora esclude dalla sua comunità: la Turchia
si rivela come maggiore artefice degli sforzi diplomatici per
raggiungere almeno una tregua
A questo si aggiunge il
fatto che chiunque provi a manifestare per una pace che, in un mondo
afflitto da sovrappopolazione, squilibri crescenti di tipo economico,
disastri ambientali e penuria di risorse, dovrebbe essere la base
fondante e indiscutibile di una nuova civiltà planetaria, diventa
“amico del nemico”, in nome dei torti e delle ragioni, non
dell'umanità tutta, ma degli ennesimi contrapposti nazionalismi che
hanno ridotto già in macerie l'Europa per ben due volte.
C'è un deficit di
cultura alla base di tutto questo, la riduzione di popoli a
trogloditi mediatici, i quali, anziché leggere, studiare e meditare
sul loro passato e presente per preservare il futuro dagli errori di
sempre, restano incollati alla TV e alla parete ormai personalizzata
e portatile della caverna platonica dove vengono proiettate le ombre
di una verità che diventa sempre più ineffabile e lontana, fino
quasi ad essere interpretata come nemica, mentre il nemico numero uno
resta sempre la incapacità e l'inerzia di potere interpretare
correttamente il proprio tempo, uscendo dalle ombre dei
condizionamenti mediatici e politici che poi hanno sempre una ragione
economica.
Ecco quindi che a
spiegare il motto erasmiano e in particolare la parola “inexpertis”,
che potremmo tradurre adeguatamente con “inconsapevoli”, ci viene
incontro lo stesso Platone quando dice: “non sono gli occhi a
vedere, ma noi a vedere attraverso gli occhi”. Attenti dunque a
vedere solo quello che “ci fanno vedere” per non annichilire il
“noi” mediante il “loro”, da qualsiasi parte provenga, restando così profondamente inconsapevoli.
E' soprattutto attenti a
“vedere” la pace e la necessità di manifestare per essa non con
una colorazione politica, ideologica, economica o quant'altro, ma
come l'unica occasione di sopravvivenza, l'unica medicina possibile
per una umanità che si ostina a non voler imparare dalla propria
storia, fino a rischiare seriamente di autodistruggersi. Senza che
qualsiasi specie vivente che sopravviva alla sua estinzione
possa provare un minimo di rimpianto per la scomparsa degli uomini
dall'universo.
La frase di Erasmo
infatti ha un seguito..“ Dulce bellum inexpertis, expertus metuit”
Chi davvero conosce la guerra da vicino la teme più di ogni altra
cosa. Quando non la temeremo più vorrà dire che saremo estinti, con
buona pace della natura e di tutte le altre sue creature.