Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

mercoledì 15 giugno 2022

LA FAMIGLIA DEL NULLA

 



Non esiste nulla di più abietto che umiliare, malmenare o uccidere una donna o un bambino, lo è in guerra, ma nella cosiddetta pace del nucleo famigliare lo è ancor di più, perché avviene subdolamente, inaspettatamente, come se una persona fosse completamente posseduta da un male demoniaco.

La cifra degli assassinii in famiglia in Italia è ormai spaventosa, supera di gran lunga quella dovuta agli assassinii della criminalità organizzata, e i crimini verso i bambini superano quelli di una guerra.

In Ucraina sono stati uccisi 230 bambini, in Italia, dall'inizio del nuovo secolo quasi 500 ( ma i dati non sono del tutto aggiornati e potrebbero essere di più) e non dalle bombe, ma da coloro a cui i bambini si rivolgono con maggiore fiducia: il loro genitori.

Se poi consideriamo i maltrattamenti, le cifre potrebbero raddoppiare o persino triplicare.

Le cifre dei cosiddetti femminicidi non sono meno confortanti, solo nel primi sei mesi di quest'anno ne abbiamo circa cinque al mese.

Se risaliamo solo allo scorso anno, notiamo che sono state più di cento le donne, uccise quasi tutte in ambito famigliare o affettivo, con un aumento dell'8% degli omicidi in generale, rispetto all'anno precedente quando le vittime donne, nel periodo del lockdown, erano state 106

In media, quindi, in Italia viene uccisa una donna ogni 72 ore, e quattro donne su dieci lasciano orfani i propri figli piccoli

A fronte di tutto ciò, la cui cause sono spesso il degrado, la mancanza di prospettive di lavoro, la precarietà endemica, le separazioni e soprattutto la caduta verticale dei valori morali e civici, non si vede alcuna forte reazione da parte della società civile, né si osservano misure che servano a tutelare maggiormente le famiglie o ad aiutarle nei momenti di crisi, i dati ci mostrano un dimezzamento dei matrimoni e un incremento di circa il 30% delle separazioni.

E' del tutto evidente che un fenomeno del genere non può limitarsi a cause sociali ed economiche, perché alla base ci sono forti responsabilità anche individuali che chiamano in causa fattori di tipo educativo, morale e persino religioso

Chi scrive ha più volte dichiarato che la riduzione dell'essere umano a merce che vale solo come “capitale umano”, è la base del nichilismo vigente e di tutte le conseguenze negative che ne susseguono. Se la società, infatti, resta legata ad un modello per cui è solo il movimento dei capitali, spesso in senso speculativo, che orienta la storia umana, è del tutto evidente che essa si riduce a ruotare intorno al nulla, e le vita di ciascuno di noi sono proiettate nel nulla. Da ciò consegue che destinare al nulla emotivo e fisico una persona può anche assumere la caratteristica di una “normalità” o quanto meno di un fenomeno che scandalizza sempre meno ed a cui si tende ad abituarsi sempre di più.

In questo contesto, gli apparati educativi e formativi contano sempre meno, specialmente quando il loro compito è quello di rivolgersi alla collettività, e progressivamente si afferma il mito di una formazione che l'individuo può farsi da solo, in base ai suoi obiettivi di crescita e di affermazione individuale.

Viene meno quindi la base di una società orientata verso obiettivi condivisi e condivisibili necessari per per la crescita collettiva e al contempo di un sistema Paese.

La stessa valutazione dei risultati raggiunti da ognuno in ogni ambito resta rigidamente individuale e non è misurata in base alle capacità che chi viene valutato ha di interagire positivamente con coloro con i quali dovrebbe raggiungere un obiettivo a vantaggio del contesto in cui lavora, e di coloro che ne sono utenti. In poche parole, si tende a premiare e a considerare il merito individuale e non di gruppo nel processo produttivo di ogni ambito

Il risultato è che, invece di collaborare al meglio con coloro che contribuiscono a ottenere determinati risultati per il contesto in cui lavorano, ciascuno cerca di ottenere il meglio per sé a scapito del peggio dell'altro, illudendosi così di crescere e di ottenere maggiori compensi e benefici rispetto ai suoi colleghi di lavoro. Non c'è la percezione che un lavoro comune svolto con migliori rapporti collaborativi ottiene maggiori risultati, ma piuttosto resta quella che si possa migliorare mettendo in competizione i lavoratori gli uni rispetto agli altri, senza considerare il loro calo di prestazioni, per frustrazione o stress da lavoro, o senso di marginalizzazione a cui sono perennemente esposti.

Purtroppo tale procedimento, che potremmo tradurre con una formula latina del “bellum omnium contra omnes”, è tipica di una situazione esistenziale disumana e innaturale, nonostante Hobbes sia stato convinto del contrario, e abbia invocato l'esistenza di uno Stato “Leviatano”, per porvi rimedio.

In realtà è vero l'esatto contrario. Gli uomini nel Paleolitico per centinaia di migliaia di anni sono vissuti in maniera comunitaria, mettendo al primo posto la capacità di collaborare per la sopravvivenza e per il bene comune, ed emarginando chi pensasse solo al suo vantaggio individuale. Solo quando si è affermato il concetto di accumulazione e di proprietà individuale o di classe sociale, gli esseri umani hanno cominciato ad entrare in conflitto tra loro e hanno avuto bisogno di uno Stato Proprietario e Leviatano affinché la convivenza di interessi divergenti potesse sussistere senza troppi traumi o crimini che dir si voglia

E' dunque lo Stato Proprietario e Leviatano che genera il “bellum omnium contra omnes” invece di essere l'unico rimedio ad esso. Ma far credere che lo sia evidentemente è il presupposto basilare per la sua sussistenza e la sua indiscutibilità

Ecco quindi che vengono incentivati i conflitti individuali, si educa i bambini a primeggiare magari con un sistema rapido ed efficiente consistente in una valutazione periodica mediante i quiz, si formano gli insegnanti individualmente obbligandoli a frequentare corsi di aggiornamento che si concludono con i quiz, si fanno concorsi per ottenere un posto di lavoro mediante dei quiz, in un teatro collettivo in cui persino il gioco assume la fisionomia del “lascia o raddoppia”, ovviamente ampiamente diffuso dai sistemi mediatici

Così come si educano i bambini a primeggiare e li si sottovaluta se non lo fanno, fino alla fine dei loro studi, tanto da generare frustrazione che, come negli USA, sfocia spesso in crimini all'interno della stessa scuola, lo stesso si fa poi coi lavoratori, però in questo caso valutando individualmente più la loro “fedeltà” all'apparato produttivo che i loro risultati, così che elementi più fedeli e ubbidienti, e in certi casi, specialmente in ambito femminile, più “disponibili”, ottengono risultati e fanno carriera più di certi altri meglio dotati.

E' evidente che tutto questo processo non può che produrre frustrazione, disaffezione e conflitti crescenti, fino a generare anche rabbia e violenza, specialmente quando gli sforzi messi in atto si traducono in un “non servi più”. In un licenziamento non per giusta causa ma per ridimensionamento di settori produttivi, per cui un lavoratore che è stato spremuto e illuso di poter lavorare ed affermarsi al meglio delle sue qualità viene poi miseramente gettato via: “fired”, bruciato come si fa quando una merce viene mandata in discarica o un “capitale” è bruciato da un meccanismo speculativo.

D'altra parte come compensazione a questa dimensione disumanizzante si offrono solo, da un punto di vista spirituale o psicologico, dei “pannicelli caldi” il cui scopo è reintegrare l'individuo nel “Leviatano”, fare in modo che torni ad essere un suo ingranaggio, senza che debba soffrire troppo, quindi creandogli dei palliativi: le vacanze estive, i corsi di yoga, la psicoterapia (psicoanalisi nei casi più gravi e per chi se la può permettere), le catechesi periodiche adatte a creare sicurezze nel contesto religioso in cui vengono attuate, magari mettendo in atto lodevolissime strategie di contenimento del disagio sociale e individuale.

Tutto questo ovviamente non cambia nulla, nella natura del Leviatano ma lo fa apparire solo più compassionevole e digeribile, in grado cioè di compensare i disagi, ovviamente premiando i suoi fedelissimi.

Il problema sorge quando i fedelissimi diminuiscono di numero e diventano una ristretta minoranza corrotta attaccata ai propri privilegi, e il disagio cresce. E non bastano più nemmeno “i pannicelli caldi” economici, non basta lo “state bonus”, la compassione di Stato, che allontana i cambiamenti strutturali anziché favorirli con una elemosina “una tantum”

La questione in ogni caso resta complessa e non si risolve solo a livello economico e sociale, ci vuole evidentemente un salto evolutivo anche sul piano famigliare, spirituale, scolastico, con nuovi modelli di sviluppo che servano ad incentivare la collaborazione, la capacità di interagire a beneficio di tutti, in primo luogo in famiglia. Facendo di un figlio una opportunità di crescita anche da parte dei genitori, senza che essi pretendano di essere sempre un gradino più in alto, esigendo rispetto ma essendo essi stessi incapaci di darne. A scuola premiando chi contribuisce a recuperare compagni in difficoltà e punendo chi, in nome del primeggiare, li emargina. Nei settori lavorativi, incentivando il lavoro di equipe, più che quello individuale, come in parte si fa già in Giappone. Cercando di capire le qualità specifiche del lavoratore e mettendolo nei settori in cui può dare il meglio di se stesso, non ostacolandolo se non si piega ai capricci del suo capoufficio. Infine favorendo una “mobilità virtuosa”, per riconvertire il lavoro attraverso forme incentivate di formazione specifica, non con un reddito di cittadinanza generico che fa solo crescere il lavoro nero, ma con adeguati sussidi per la riconversione, mediante l'obiettivo della stabilizzazione del lavoro, del suo miglioramento qualitativo e della piena occupazione.

L'origine della sofferenza diffusa oggi che sfocia sempre più spesso nei crimini contro persone deboli e persino in famiglia è l'illusione che l'individuo possa vivere ed affermarsi da solo, quasi debba identificarsi permanentemente con un supereroe, è il potenziamento smisurato dell'ego di ciascuno, anche attraverso gli strumenti mediatici. Per cui io posso mettermi davanti a un PC e dire quello che voglio, posso mettermi con chi voglio senza limiti né responsabilità verso chi lascio, posso ottenere quello che voglio anche se devo farlo a scapito di chi ne può soffrire molto, in breve senza assumermi responsabilità di contesto, verso cioè altri che interagiscono con me.

E tutto questo senza capire che decontestualizzati e privi di responsabilità contestuali, noi semplicemente non esistiamo. Siamo del tutto prigionieri di un nulla che ci rende morti umanamente e spiritualmente, prima ancora di esserlo biologicamente, e purtroppo, come in una pandemia, per di più capaci inconsapevolmente e repentinamente di generare sofferenza e morte intorno a noi.

Se dunque tutto questo permarrà, nemmeno i posteri potranno addurre la loro ardua sentenza.


Carlo Felici


lunedì 13 giugno 2022

ECONOMIA: UNA ALTERNATIVA ETICA DI SISTEMA

 



Economia ha nella sua radice etimologica quello che dovrebbe essere il suo rapporto con l'etica.

Secondo la derivazione della parola dal greco poi trasferitasi al latino: oeconomĭa, gr. οἰκονομία, comp. di οἶκος «dimora» e -νομία «-nomia», “regolazione, amministrazione”, essa, nella sua accezione originaria, non è altro che l'amministrazione della casa, in cui si vive, la corretta gestione affinché nella casa non debba mancare nulla a nessuno

Se rapportiamo questo significato ad oggi, in cui tutte le economie dei vari popoli e dei singoli stati sono interconnesse, essa non dovrebbe essere altro che la saggia gestione delle risorse di quella che è la casa comune di tutti: la Terra, dei suoi beni comuni ambientali e produttivi, nell'interesse non solo della popolazione umana, ma anche di tutte le altre specie viventi che vi abitano e che hanno anch'esse, nella Terra, la loro dimora comune. Una giusta amministrazione per una sana coabitazione

Da circa due secoli e mezzo, l'economia è stata legata indissolubilmente al processo di sviluppo industriale, con conseguenze in ambito produttivo, prima inimmaginabili.

A tale incremento dell'industria in tutti i campi produttivi, è corrisposta una vertiginosa crescita della ricchezza legata ad ogni settore economico che però non è stata equamente distribuita, a causa del fatto che i mezzi di produzione, come già a suo tempo rilevava Marx, sono divenuti proprietà privata a vantaggio di pochi, mediante il lavoro e lo sfruttamento di tanti altri e in numero crescente, di qui i vari conflitti sociali sorti, in particolare tra XIX e XX secolo, le varie ideologie che hanno cercato di porvi rimedio, il loro parziale fallimento ed infine il trionfo di una economia globalizzata, in cui lo sfruttamento non è più l’alienazione dell’essere ingranaggio di una macchina, ma la parcellizzazione del lavoro, la sua precarizzazione, il colore nero di cui esso si tinge quando resta sommerso nelle acque torbide del ricatto endemico

 In questo sistema prevale tuttora il modello di accumulazione di capitale per motivi di profitto, inizialmente mediante un processo di libera concorrenza, ma, con il passare del tempo e fino ad oggi, con la tendenza sempre più preponderante alla formazione di oligopoli, con la creazione di soggetti economici multinazionali, in grado di aggirare anche le regole costituzionali di ciascun Paese, intervenendo coi propri fiduciari nei sistemi legislativi e persino istituzionali. Tanto che ormai molti dei sistemi politici vigenti, e non solo occidentali, sono pressoché incapaci non solo di creare ma persino di immaginare una seria alternativa di sistema a quello vigente, un po' come dei pesci che nuotano dentro un sistema acqua fino a ritenerlo vitale per loro stessi e senza rendersi conto che la vita è possibile anche fuori dall'acqua

In poche parole, oggi tutta la economia globale ruota intorno all'assioma che è necessario accumulare capitali o attraverso meccanismi speculativi, oppure incrementando denaro parallelamente allo sfruttamento di risorse ambientali e umane per scopo di mero profitto, riducendole a mera merce, tanto che si parla addirittura di “capitale umano”, legando indissolubilmente l’essere umano al fattore “mammona” in un processo a dir poco demoniaco. Senza considerare che l’essere umano vale di per sé indipendentemente dalle sue capacità produttive, per le sue potenzialità e per la sua stessa natura inestimabile.  Il benessere dell'umanità e della natura è però rigidamente subordinato a questa mercificazione, tanto che se si deroga da essa, sovente quelli che ci provano vengono rovesciati anche con la violenza o con artificiosi procedimenti giudiziari. I sistemi politici che non si allineano con tale tendenza, o rifiutandosi di mettere in pratica le direttive dei mercati, cioè dei potentati economici e finanziari, oppure addirittura opponendosi ad essi, vanno a cozzare contro l'uso della violenza e delle armi, fino alla minaccia nucleare.

Tale perverso orientamento, che quindi non di rado si accompagna a guerre rovinose e alla devastazione di risorse dei paesi già poveri di per se stessi, oggi è diventato una minaccia per la stessa sopravvivenza dell'umanità sulla Terra. Poiché in un mondo in cui le risorse ambientali tendono a ridursi, anche a causa dei cambiamenti climatici generati da questo modello di sistema, mentre l'umanità, specialmente la più povera tende ad aumentare, alimentando flussi migratori di vaste proporzioni e conflitti etnici, religiosi e politici, solo apparentemente noi esseri umani rappresentiamo una minaccia per la Terra. Se infatti noi abbiamo bisogno vitale di questa unica casa comune dove tutti noi abitiamo e coesistiamo con altri popoli e con la natura, essa non ha affatto bisogno di noi. Il suo sistema geofisico ci precede di miliardi di anni, e può benissimo sopravvivere alla nostra estinzione per altri miliardi di anni, almeno finché esisterà il sistema solare, lasciando il dominio planetario agli insetti, ad esempio.

Noi ci illudiamo di essere artefici e padroni del rapporto che abbiamo con la nostra casa comune e in più abbiamo l'arroganza di pretendere di essere i padroni di casa. Ma non è così, nella nostra casa comune, come dice un famoso proverbio indiano: “ Noi non ereditiamo la Terra dai nostri antenati, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli”  In breve la Terra, la nostra casa comune, è un dono “a tempo”, dato che la vita di ciascuno di noi è limitata, dovremmo pertanto utilizzare le sue risorse non immaginando che siano inesauribili e solo a nostra disposizione, come si è fatto per almeno due secoli e come in parte si fa tuttora, ma come quando riceviamo un dono prezioso e ne abbiamo cura per farne partecipi tutti coloro che possono apprezzarlo e migliorarlo

Questa è la vera alternativa di sistema che fa uscire il pesce dall'acqua, lo rende prima anfibio, capace di emanciparsi e poi capace di vivere anche fuori dall’acqua. Abbiamo bisogno di nuovo salto evolutivo, che ci faccia capire finalmente di essere parte integrante di un tutto organico in cui il sistema produttivo non sia al servizio della avidità accumulativa e dell'avversione verso chi la contrasta, ma serva a migliorare il rapporto tra gli esseri umani, e tra umanità e l'ambiente in cui essa vive, affinché anche altri possano ricevere lo stesso dono “a termine”, lo stesso prestito.

Una moneta non può cambiare da sola un sistema, perché se le basi di un sistema infetto dal virus dell’avidità e dell’ avversione permangono, come in una pandemia, esso muterà proprio  come fa un virus e potrà permanere e sopravvivere anche al cambio di mille monete, anzi i cambi di monete lo agevoleranno nelle sue mutazioni speculative intensificando l’infezione. E lo stesso vale per la politica, anche ammesso che un modello politico si possa attuare al di fuori di quello che è orientato e guidato dai modelli economici vigenti, avremo solo varianti, mutazioni di uno stesso sistema infetto

Il sistema cambia solo se cambia la mentalità umana, se viene “bonificata” nei suoi intenti fondamentali, capendo che la giustizia sociale e ambientale sono l’altra faccia della libertà e del benessere di tutti gli esseri viventi. Non cambierà nulla se continuerà a permanere il donare ciò che avanza, regalando “bonus” una tantum per contenere il disagio sociale, con una toppa messa su un vestito vecchio e logoro destinato a stracciarsi. Così i prezzi aumenteranno, contando sugli imbonitori, mentre i conflitti sociali saranno solo contenuti temporaneamente, per poi scoppiare con maggior virulenza

Si cambia solo se si è in grado almeno di immaginare una dimensione di vita al di fuori della realtà stagnante in cui si resta immersi, e se si comincia a mettere il naso al di fuori di essa. Altrimenti, come nella famosa favola, lo stagno bollirà e la rana umana con esso, mentre le farfalle continueranno a sfiorare i petali dei fiori.


Carlo Felici

martedì 24 maggio 2022

COME E' UMANO, LEI...



La recente visita di Draghi ad una scuola ci fa pensare ad un leader che, messo sul letto di Procuste da una classe politica incapace di accordarsi su una guida politica e presidenziale, tant'è che ha rieletto lo stesso Presidente della Repubblica precedente, cerca disperatamente di conquistare un po' di popolarità, perché la stessa classe politica che gli concede da una parte la fiducia, dall'altra gli crea continuamente problemi con i suoi disaccordi e i suoi distinguo.

E così Draghi si rivolge direttamente alla gente, sperando di conquistare un po' di popolarità anche a costo di ridimensionare la sua algida figura di burocrate adatto a tutte le stagioni.

Parla della sua famiglia, dei suoi figli, ha accanto sua moglie che, finora, nessuno aveva mai visto accompagnarlo in una sua pubblica apparizione, mostra insomma il suo lato umano...verrebbe da replicare come Fantozzi: “come è umano Lei..”

Ehi già perché Draghi, pur riconoscendo il valore e la straordinaria funzione degli insegnanti non ha fatto nulla per favorirli, né un rinnovo di contratto, né un incremento di stipendio per adeguarlo almeno alla media europea. E lo stesso con gli studenti, infatti tuttora perdura la pratica assurda dell'alternanza scuola lavoro che ha già fatto varie vittime tra i giovani senza che alcun provvedimento sia stato preso almeno per garantire loro un'assicurazione sugli infortuni, se non per abolirla del tutto come sarebbe meglio.

Ma in altri campi la situazione non migliora di certo, dato che le vittime adulte nel mondo del lavoro costituiscono tuttora uno stillicidio quotidiano quasi paragonabile ad una guerra disumana.

E così, di fronte a tante famiglie che stentano a sbarcare il lunario, di fronte ad una povertà crescente che da una parte ha incrementato il divario tra ricchi e poveri in Italia, e dall'altra a quasi azzerato l'ascensore sociale (sotto quello vero ci crepano i lavoratori), Draghi mostra una oleografica immagine di “buon padre di famiglia”, con i figli ben sistemati negli stessi istituti finanziari in cui lui ha fatto carriera.

Ma, dico io, ci penserà almeno una volta ai tanti figli di disoccupati e precari, si renderà conto, prima di dormire, che l'Italia ha un decremento demografico pauroso a causa di giovani tuttora condannati alla precarietà endemica o a vivere continuamente aiutati dalle pensioni dei genitori, perché senza mezzi per farsi una famiglia propria?

Si accorgerà che aumentando la tassazione su un bene primario come la casa rischia di colpire anche anziani, pensionati e figli che hanno ereditato quell'unico bene per sopravvivere?

Non potendo più barcamenarsi tra un veto e l'altro, e nell'inerzia più totale ora cerca da una parte più popolarità e dall'altra Bruxelles che gli dia man forte con il suo permanente ricatto sui fondi destinati al risanamento, magari sperando che la gente non si renda conto che quei soldi che l'Europa sembra concederci sono solo quelli che le abbiamo versato durante lunghi anni di sacrifici a cui non si vede tuttora una fine.

Il segretario generale della Fiom-Cgil dichiara che “in Italia c'è un clamoroso vuoto di politica industriale, il ministro Giorgetti è invisibile. Intervenga Draghi o sarà mobilitazione”

Potremmo replicargli che per una politica industriale, ci vuole innanzitutto una politica, un ruolo politico che sappia dare indirizzi nell'interesse generale di un Paese, e un leader politico che abbia innanzitutto la fiducia del cittadini perché votato in elezioni che si chiamano per questo politiche, e in questo Paese continuamente bisognoso di tutori, come se fosse un malato grave quasi terminale, manca da più di dieci anni.

Sono morti 30 anni fa due grandi Magistrati che erano consapevoli dei rischi che correvano perché sapevano benissimo quali interessi abnormi andassero a ledere negli intrecci tra mafia, politica, servizi segreti italiani ed esterni, e hanno comunque continuato il loro lavoro etiam spes contra spem et usque ad finem, anche contro ogni speranza e fino alla loro fine, per dare un buon esempio che si sperava potesse almeno suscitare un sussulto di dignità, da parte dell'opinione pubblica. E in parte c'è stato. Ma l'opinione pubblica purtroppo non è lo Stato, che tuttora farraginoso nelle sue leggi e provvedimenti, non riforma se stesso per rendersi più credibile e per avere una maggiore fiducia da parte dei cittadini. Per fare una esempio spicciolo, dato che le morti in famiglia stanno aumentando più di quelle dovute alla criminalità e sono dovute principalmente all'uso di coltelli da cucina, ebbene lo Stato ne consente la libera vendita esattamente come un machete o una roncola, mentre magari sequestra un rottame della Prima Guerra Mondiale, considerandolo un'arma.

Se non si formano famiglie e non nascono bambini, se nelle famiglie che si sono formate nascono sempre maggiori conflitti che purtroppo sfociano non di rado nei donnicidi (li chiamo così perché ridurre il ruolo di una donna a quello di una femmina, mi pare alquanto infamante), in un Paese che ospita tra l'altro una delle maggiori autorità morali del globo: il Papa, non c'è solo un problema di recessione economica incombente, ma ci sta un pauroso vuoto di valori morali e politici.

Perché in uno Stato continuamente guidato da tecnocrati, che ne assicurano solo il funzionamento e la stabilità, la tecnica, come in ogni suo apparato, non ha valori. Il suo unico scopo valido è infatti incrementare sé stessa con un potere perdurante e indiscutibile, che è ormai indissolubilmente legato al profitto.

Draghi è stato definito da alcuni un socialista liberale. Ma il padre nobile del Socialismo Liberale che lo “inventò” in Italia allora con obiettivi a suo dire rivoluzionari, lo definisce in tale modo: “Il Socialismo (Liberale), colto nel suo aspetto essenziale, è l'attuazione progressiva di libertà e di giustizia tra gli uomini: idea innata che giace, più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d'ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani la possibilità di vivere la vita che è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei materiali bisogni che oggi domina ancora il maggior numero; possibilità di svolgere liberamente la loro personalità, in una lotta contro gli istinti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà troppo preda al demonio del successo e del denaro”. Chiediamoci seriamente se questo “demonio”, dagli anni in cui scriveva Carlo Rosselli, ha diminuito o incrementato il suo potere, e potremo renderci conto di quanto anche le sue idee siano state travisate se non addirittura distorte. In particolare nella concezione del Liberalismo.

Egli infatti fa una netta distinzione tra Liberalismo Socialista e Liberalismo borghese, quando scrive che: “Il liberalismo borghese tenta di arrestare il processo storico allo stadio attuale, di eternare il suo dominio, di trasformare in privilegio quello che fu un tempo un diritto derivante da una incontestabile opera rinnovatrice; e si oppone all'ingresso sulla scena della storia delle nuove forze sociali prementi. Col suo dogmatico attaccamento ai principi del liberalismo economico (proprietà privata, diritto di eredità, piena iniziativa in tutti i campi, lo Stato organo di polizia e di difesa) ha come imprigionato lo spirito dinamico del liberalismo entro lo schema transeunte di un sistema sociale. Il liberalismo è invece per definizione storicista e relativista, vede nella storia un perpetuo fluire, un eterno divenire e superamento; nulla è più repellente alla sua essenza della stasi, della immobilità, della categorica certezza, della fede nel possesso di verità assolute, definitive che contraddistingue i liberali borghesi”

Alla luce di queste citazioni tratte dal famoso libro di Carlo Rosselli: “Socialismo Liberale”, chiediamoci seriamente se i principi del Socialismo da lui esplicitati corrispondano davvero all'opera di questo governo, se i grandi privilegi delle multinazionali vengono intaccati tassandoli invece di tassare beni di primaria importanza come la casa, se nuove forze giovanili sociali emergano nel tessuto politico ed economico italiano, invece di essere condannate ad un destino di precarietà permanente o persino alla morte prima ancora di potersi inserire lavorativamente nella società, se le categorie più deboli, come i disabili, abbiano davvero le risorse per condurre una vita degna di essere vissuta, e fino a che dura la loro vita già duramente messa alla prova.

Se in definitiva le “verità assolute” del mercato, di fronte alle quali persino le Costituzioni degli Stati sovrani chinano il capo rinunciando così ad ogni autorevolezza e credibilità, possano essere messe in discussione, se un governo è disposto ad accogliere le istanze che provengono dalla società, dai sindacati e dalle forze politiche che la rappresentano, oppure preferisce procedere a colpi di fiducia minacciando in continuazione che dopo di lui ci sta solo “il diluvio”

Solo ponendoci seriamente queste domande sapremo se siamo davvero governati da chi ha legittimità a farlo o siamo di fronte ad una nuova forma più subdola di assolutismo, quella per cui “discutete pure di quello che volete” ma alla fine decidiamo noi, perché altrimenti non si può fare, con la conseguenza che è pure inutile discutere.

Sarà bene concludere con un appello alla coscienza di ciascuno che chiama in causa la responsabilità di noi tutti, una frase significativa ed estremamente attuale di Carlo Rosselli: “Non si nasce, ma si diventa liberi. E ci si conserva liberi solo manifestando attiva e vigilante la coscienza della propria autonomia e costantemente esercitando le proprie libertà”

E chi ha orecchie per intendere intenda..

Carlo Felici

mercoledì 11 maggio 2022

LICEI, UN ULULATO ALLA LUNA


                                                              


                                                     di Carlo Felici


Questa mia riflessione segue quella precedente sulla scuola media, in un articolo di qualche giorno fa e continua a sottolineare il fatto che oggi, in un tempo in cui la scuola dovrebbe avere un compito cruciale, essa si trova senz'anima e senza prospettive di vera crescita educativa.

Chi scrive lo fa con cognizione di causa, avendo trascorso circa quarant'anni nelle cattedre di ogni ordine e grado, sia da supplente sia da incaricato temporaneo che da docente di ruolo.

Questa volta ci soffermeremo sui licei. Sia Salvini che Bianchi, a proposito della scuola media, hanno usato una espressione assai infelice, se non offensiva, nei confronti di chi in quel ciclo di studi lavora o ha lavorato per decenni, secondo loro “non è né carne né pesce”, ma non hanno specificato se la carne sia riferita ai licei o lo sia il pesce, mentre viceversa sia attribuirsi alle scuole elementari.

Supponiamo dunque che sia “pesce”, dato che il secondo segue alla prima, e anche perché di pesci in faccia gli studenti dei licei, specialmente nei primi anni, ne prendono parecchi, tanto che molti di loro, dopo bocciature a raffica, abbandonano la scuola

La questione dunque, messa in questi termini, è quanto tale “pesce” possa essere fresco e nutriente oppure quanto possa essere rancido e dannoso.

Il liceo, si sa, fu inventato da Aristotele e si chiama così perché la scuola risiedeva, non a caso, presso il tempio di Apollon Lukeios che sarebbe l'Apollo sterminatore di lupi. Apollo, nell'antica Grecia, era infatti una divinità polivalente, poteva apportare benessere, saggezza e guarigione, dato che il raggi del sole erano proprio paragonati alle sue frecce, mentre egli con il suo carro attraversava il cielo, oppure, se offeso, procurare pestilenze (come vediamo nell'Iliade), morte e distruzione. In particolare chi dava la caccia ai lupi, molto diffusi allora, si consacrava ad Apollo con la speranza che le sue frecce giungessero a bersaglio. Il nome liceo richiama alla mente anche la radice λευκ-,λυκ- «candore, luce» con la valenza di illuminare le menti di coloro che lo frequentavano, divisi in “esoterici” abituali ed interni ed “essoterici”, sporadici ed esterni, in una sorta di ineludibile flessibilità

Ebbene, i licei attuali, forse sorti all'epoca della riforma Gentile, con tale intento “aristotelico”, attualmente non conservano nemmeno l'ombra di questa impronta originaria

Inizialmente riservati all'ambito “classico” e “scientifico”, dopo la riforma, ma sarebbe il caso di chiamarla “deforma” Gelmini, hanno assunto varie fisionomie tali da trasformarli senza un adeguato raccordo ed una continuità didattica e formativa specifica, in un prolungamento deforme della scuola media. Diciamo “deforme” perché essi non prevedono programmi flessibili a seconda del contesto del gruppo classe o in base alle specificità di ciascun alunno, ma programmi tuttora alquanto rigidi da svolgere in maniera che lo studente si adatti ad essi e non viceversa, e per ben cinque anni..

Sappiamo che altrove le cose non stanno così, in Francia, ad esempio non vi è discontinuità tra scuola media e scuola superiore. Infatti “Le Collège dura 4 anni, dagli 11 ai 15 anni di età, organizzata in ben 3 cicli continuativi, il primo di consolidamento, il secondo e terzo centrale e formativo, il quarto di orientamento. Il liceo generale dura 3 anni, mentre quello professionale dai 2 ai 4 anni, a seconda se si vuole o no conseguire la maturità professionale.

In Germania la scuola elementare dura quattro anni, e a nove gli alunni e le famiglie scelgono gli indirizzi successivi, o tecnici e professionali o ginnasiali, per un ciclo che dura ben nove anni.

C’è poi la Gesamtschule. Questo tipo di scuola esiste soltanto in alcune regioni ed è un tentativo di superare la rigida divisione tra i vari tipi di scuola. Gli alunni non sono divisi per classe: per ogni materia esistono corsi di diverso livello. A seconda dei risultati si può ottenere il diploma della Hauptschule (scuola professionale) o della Realschule (istituti tecnici) o ancora proseguire fino alla maturità.

Il Inghilterra l'intero ciclo di studi è più simile al nostro, però con una sostanziale differenza. Il primo ciclo inizia a 5 anni e ne dura 6, si chiama primary school. Il secondo inizia a 11 anni e dura 5 anni, si chiama secondary school, mentre il terzo dura due anni e si chiama further education, l'intero ciclo inizia quindi un anno prima del nostro e si conclude lo stesso con un anno di anticipo.

Negli USA il ciclo di studi è solo apparentemente simile al nostro: 5 anni di scuole elementari, 3 di scuole medie e solo 4 di liceo, la differenza è però che già dalle medie (middle school) gli alunni debbono frequentare solo alcune materie obbligatorie mentre le altre sono di loro libera scelta, così come accade per il licei (high school), dove possono prediligere alcuni insegnanti e i loro insegnamenti al posto di altri.

Se poi prendiamo il sistema finlandese che risulta uno dei migliori al mondo, vediamo che la differenza rispetto al nostro è notevole. In Finlandia c'è una scuola unica obbligatoria, che si inizia a 7 anni e si finisce a 16, garantendo la continuità negli anni cruciali della crescita adolescenziale. Non c'è discontinuità infatti tra scuola primaria e scuola secondaria, o esami di passaggio, come invece accade in Italia, nel periodo in cui avviene la maggiore dispersione scolastica, più delicato sul piano formativo e psicologico per uno studente che, in quegli anni cruciali della sua crescita, è costretto a cambiare compagni, professori e carico di lavoro. La scuola in Finlandia inoltre è gratuita, anche i libri lo sono, e non ci sono né test né valutazioni. Semplicemente alla fine della scuola dell'obbligo, a 16 anni, lo studente può poi scegliere se frequentare un “liceo” che più che altro è un corso propedeutico di preparazione universitaria, o un corso professionale per l‘inserimento nel mondo del lavoro.
Basta solo questa breve analisi di altri sistemi scolastici per rilevare le pecche del nostro che i nostri solerti ministri, “riformatori” solo per ragioni di bilancio, non hanno voluto né saputo eliminare. Il nostro “furore riformista” si è infatti ridotto in quasi 25 anni di riforme sgangherate solo a tagliare, a ridurre e a modificare in apparenza. Invece di colpire il lupo, che sarebbe la dispersione scolastica la quale, specie nel Meridione consegna giovani fragili, disorientati che abbandonano la scuola a veri propri lupi famelici di “scuole malavitose”, ha continuato ad ululare alla luna, incapace tuttora di decidersi se tagliare un anno di scuola media, uno di liceo, far diventare carne quel che è pesce o pesce quel che è carne. In buona sostanza, con idee assai confuse sul piano pedagogico e molto precise su quello economico del risparmio sul futuro delle nuove generazioni e del Paese

Eppure la questione è molto semplice e basta l'osservazione dei sistemi europei e anche di quello americano per risolverla efficacemente.

Se il problema maggiore è infatti nel passaggio dalla scuola media a quella superiore, per la notevole dispersione scolastica che si crea in tale iato pedagogico e formativo, basta eliminarlo per ottenere subito un buon risultato. In Italia basterebbe creare un ciclo unico secondario di cinque anni: tre di scuole medie e due di biennio unificato (chiamato di orientamento) in cui si garantisca la continuità didattica e professionale dei docenti e di alcuni insegnamenti obbligatori per tutti e cinque gli anni, lasciando agli alunni la possibilità di scegliere alcune materie al posto di altre, specialmente nel biennio finale, per potersi meglio orientare e mettere alla prova. Solo alla fine di questo ciclo i ragazzi potrebbero scegliere un triennio conclusivo liceale o tecnico professionale diviso in vari indirizzi.

In fondo era quello che lo stesso Gentile aveva previsto nella sua riforma, ma solo per i privilegiati che dopo cinque anni di ginnasio, avrebbero frequentato tre anni di liceo. Si tratterebbe in questo caso di dare questa opportunità a tutti, con insegnamenti che includano con alto valore civico, dato che si devono conseguire gli obiettivi dell'agenda 2030, una formazione in campo economico, ambientale e legislativo.

E' del tutto evidente l'incompetenza dei vari ministri dell'Istruzione italiani che continuano a dibattersi se sia meglio accorpare le scuole medie con le elementari, tagliando un anno di scuola media, oppure se è meglio tagliare un anno nel percorso di licei che sono stati uniformati a scapito della loro qualità, esempio lampante è l'introduzione della “geostoria” nel biennio liceale, un icocervo che presuppone che non si faccia bene né storia né geografia, ma solo che si abbia una riduzione di ore e di insegnamenti. Invece il problema cruciale resta quello di eliminare la dispersione.

L'Italia resta uno dei pochi Paesi in cui uno studente non si può scegliere un insegnante e una materia a seconda delle sue inclinazioni e, perché no, della bravura che riscontra nell'insegnamento. In altri Paesi l'operato dei docenti è controllato e valutato dai Consigli di Istituto che negli USA sono anche Consigli di Amministrazione i quali possono anche assumere o licenziare un docente a seconda dei suoi risultati e del suo operato. Da noi permane un sistema di valutazione verticistico, demandato ai Dirigenti scolastici o al Ministero, quando non addirittura a corsi di formazione superabili in base a quiz, senza considerare in alcun modo quel che gli utenti della scuola, famiglie e studenti, pensano del servizio che un docente fornisce loro.

Come abbiamo dunque visto, le prospettive e le soluzioni sono a portato di mano, a patto di volerci seriamente lavorare, con l'obiettivo di risolvere i problemi che affliggono la scuola, presto e bene. Purtroppo invece assistiamo tuttora all'ululato ad una luna di obiettivi sempre più lontani, mentre i veri lupi scorrazzano e azzannano il futuro dei nostri giovani, i nostri ministri impotenti non sanno dove mettere le mani, se nella carne o nel pesce.


Carlo Felici

giovedì 5 maggio 2022

Né carne né pesce

 






                                                     di Carlo Felici


Sono passati 60 anni dalla riforma della scuola che introdusse la scuola media unica per tutti, cioè un ciclo di studi che consentisse di eliminare le discriminazioni tra chi veniva avviato ad una scuola professionale e ad un lavoro in gran parte allora manuale fin dalla tenera età di 11 anni, e chi invece poteva avere il privilegio e i mezzi per proseguire i suoi studi fino all'università e ai livelli più alti di formazione ed istruzione.

Da allora molte cose sono cambiate e anche la scuola media, che in realtà già durante gli anni del regime fascista era in progetto di essere trasformata, con intento unitario e formativo, ma la riforma Bottai non fece in tempo ad essere varata a causa della guerra e della caduta del regime. Concretamente anche quella riforma non era esente da discriminazioni e divisioni essendo il suo percorso triennale diviso in tre indirizzi: la scuola artigianale, concepita per un ceto rurale che allora era la maggioranza del paese, la scuola professionale, più approfondita della prima, rivolta a chi volesse poi proseguire con studi specificatamente tecnici, e infine la scuola media unica, destinata a chi si sarebbe poi iscritto ai licei e all'università, come poi è accaduto con la riforma di 60 anni fa, posticipando ad essa gli eventuali percorsi artigianali e professionali.

In realtà, quella riforma aveva già un certo margine di flessibilità interna, dato che inizialmente prevedeva che tutti studiassero anche il latino, ma prima di giungere all'esame che era stabilito anche per la lingua latina, scegliessero se sostenerlo, con possibilità di accesso ai licei, oppure, durante l'ultimo anno, frequentare al suo posto un corso di Educazione Tecnica, basato più su attività pratiche che teoriche. La prima scuola media unica prevedeva anche esami di riparazione nel corso di tutti e tre gli anni di studi nelle varie singole materie e la impossibilità di essere promossi con più di tre materie da “riparare”.

In buona sostanza si cercava, con questo percorso, di favorire la crescita e la maturazione degli alunni in un età puberale particolarmente delicata per lo sviluppo fisico e psicologico di ciascuno, senza predeterminare uno sbocco a scapito della consapevolezza da parte di ciascuno studente di potersi orientare in base alle sue attitudini per il futuro.

Da allora è passato molto tempo e anche la scuola media di quel tempo ha subito moltissime riforme, sia negli assetti curricolari sia nei sistemi di valutazione che nelle modalità di formazione ed integrazione degli alunni. Sono stati prima introdotti i giudizi al posto dei voti, poi di nuovo i voti al posto dei giudizi (della serie abbiamo cambiato tutto per non cambiare niente), si è stabilito un percorso curricolare unitario, ma programmando le attività didattiche in base alle specifiche realtà e ai bisogni formativi di ciascuna classe, più che secondo i programmi ministeriali, sono stati aboliti il latino e gli esami riparazione. Soprattutto si è cercato di integrare in ciascuna classe le varie specificità degli alunni diversamente abili, di quelli con bisogni educativi speciali e con ritardi nella formazione, con l'intento di creare soprattutto un gruppo classe coeso, privo di discriminazioni interne in cui fosse messa in primo piano la formazione del futuro cittadino e la sua capacità di orientarsi nel contesto civile in cui si trova, con la consapevolezza dei suoi orientamenti culturali da approfondire nel percorso di studi superiori.

Evidentemente, con tale percorso si è voluto dare risalto più all'aspetto formativo che a quello eminentemente didattico-curricolare, rendendo le materie stesse uno strumento di crescita e maturazione umana e culturale, nella consapevolezza che argomenti analoghi sarebbero stati di nuovo affrontati e approfonditi nel ciclo degli studi superiori.

Tale assetto ha funzionato non alla perfezione ma nei suoi obiettivi generali, fino alla fine del secolo scorso. Circa venti anni fa, infatti, più per esigenze di bilancio che formative, è iniziata una serie di riforme che, in particolare, si sono accanite su questo delicatissimo ciclo di studi, con l'unico obiettivo di scardinarlo definitivamente. Non sono riuscite ad eliminarlo soprattutto per le fortissime resistenze del personale scolastico e dell'opinione pubblica, ma lo hanno fortemente indebolito, e la voglia di annientarlo non è mai finita..

Dagli anni in cui il ministro Berlinguer pensò di eliminare un anno di scuola media, accorpando medie ed elementari, alla ministra Gelmini che ridusse orari curricolari soprattutto di materie umanistiche, passando per la costruzione di Istituti Comprensivi, in certi casi anche enormi che comportano la direzione e l'amministrazione estremamente complesse di scuole medie insieme a scuole elementari, fino alla costruzione spesso artificiosa di figure burocratiche di supporto alla gestione di tali istituti, il percorso è stato molto tortuoso. E soprattutto ha progressivamente trasformato il docente, che ha come compito principale quello di formarsi e di formare i suoi alunni in sinergia con i suoi colleghi, in un piccolo burocrate che ansima tra una relazione, un monitoraggio e la compilazione di relazioni, per giunta ormai del tutto informatizzate, perché i registri non sono più agende con cui compilare per rendersi conto del proprio percorso educativo, in itinere, ma semplici moduli elettronici che, una volta redatti, non si modificano più, sotto gli occhi sempre più implacabili e invasivi di genitori pronti a ricorrere a vie legali pur di affermare i sacrosanti diritti dei loro marmocchi anche quando non brillano di grande dedizione allo studio e in partecipazione. Ma tanto il luogo comune dell'insegnante con poche ore a settimana, pochi giorni al mese e pochi mesi l'anno di lavoro è ancora duro a morire. Basta che muoia la cultura e si affermi lo smartphon, ultimo ritrovato della caverna platonica nel palmo della mano

Non c'è bisogno di scomodare Severino per rendersi conto che una professione, purtroppo sempre mortificata, in particolare in Italia, da stipendi inferiori a quelli di altre categorie analoghe in Europa e nel mondo, e che richiede giustamente un alto margine di autonomia e di “libera docenza” (come sancisce pure la nostra Costituzione) è stata ridotta a “funzione di un apparato tecnico”, in cui l'insegnante corrisponde più ad un “ingranaggio” che ha come obiettivo principale quello di integrarsi con l'apparato stesso, piuttosto che quello di contribuire alla crescita di esseri umani in formazione.

Il trionfo di questa reductio ad unum apparatum, che confligge nettamente con la presunta autonomia di ciascun istituto scolastico e con ogni intento umanistico, è il monitoraggio e la selezione in base al quiz, glorificazione definitiva del tecnicismo mediatico come promozione dell'individuo e dell'individualismo

Sono stati introdotti ed imposti dei sistemi di monitoraggio gestiti da un istituto sostanzialmente estraneo alla scuola chiamato INVALSI, straordinario nomen omen per chi ha ritenuto di affermarsi senza critiche né confronto con il mondo della scuola, che inizialmente hanno avuto persino la pretesa di influire sulla valutazione didattica dell'alunno, anziché ridursi al monitoraggio delle sue competenze. Esso però ignora del tutto cosa sia la storia, l'arte, la musica, la filosofia, persino la scienza in un paese in cui ci stanno i tre quarti del patrimonio artistico e culturale del mondo.

Come se non bastasse, anche i docenti vengono selezionati in base a sistemi di reclutamento degni di un concorso a quiz televisivo, con domande spesso ambigue che però richiedono, non capacità di analisi e critica, ma una unica risposta secca, come se il docente non dovesse essere abilitato alla complessità e specificità dell'insegnamento, ma gli si dovesse dare la patente di guida, nel percorso  sempre più accidentato della sua classe.

Dopo ben 60 anni di furore riformista che ha portato solo confusione, disorientamento, depressione e sfiducia tra coloro che svolgono una delle più importanti professioni per la stessa stabilità degli ordinamenti sociali e istituzionali, un esponente di destra e uno di sinistra sono finalmente d'accordo e pronunciano la stessa frase. Salvini e Bianchi ritengono che la scuola media, anello non più debole, si badi, ma più delicato dell'intero ciclo di studi, “non è né carne né pesce”

Verrebbe da chiederci con quali competenze pedagogiche, culturali, psicologiche o docimologiche affermino ciò, dato che tale considerazione si addice più a chi ne ha da macellaio o da pescivendolo. Ma tant'è, non nel regno kantiano “dei fini” ma in quello di “lascia o raddoppia”, in cui anche la carriera di un docente viene a delinearsi in base alle risposte ai quiz date al termine dei corsi di formazione, anche con un ministro selezionato in base alla domanda: “cosa dovrebbe essere la scuola media, più carne o più pesce?” si rischia il silenzio o peggio che risponda: “un salame”, evidentemente dando più un' immagine di quello che è chi risponde, rispetto a quello che vorrebbe che fosse l'oggetto delle sue attenzioni.

In una società di bottegai anche ad alto livello in cui la competenza e la crescita si misurano in base al potere e al profitto, la scuola rischia di essere una “società di alieni” perché ci si lavora solo per amore degli esseri umani, delle loro opere migliori e della natura, una attitudine che, specialmente con il rigurgito delle guerre e con le devastazioni ambientali in corso, appare quasi folle e maniacale.

Un proverbio orientale dice che “Il Maestro apre la porta, ma tu devi entrare da solo” Un po' difficile in un contesto in cui le porte vengono continuamente sbattute in faccia ai Maestri.

Eppure solo l'opera di grandi Maestri può ancora salvarci dal suicidio della nostra specie e in particolare da noi stessi.

Carlo Felici

giovedì 28 aprile 2022

PERCHE' UN COMUNISTA NON DOVREBBE STARE CON PUTIN

                                                        


                                                       di Carlo Felici



Tra gli slogan putiniani più diffusi vi è quello che recita: “Chi non rimpiange l'URSS è senza cuore, chi vuole rifarla è senza cervello”, e già questo ci fa capire come un ex funzionario del KGB, releghi la storia dell'Unione Sovietica alle ragioni “sentimentali del cuore” più che a quelle “economiche ed ideologiche”, ma Putin fa di più, misconosce le stesse radici leniniste della fondazione dell'Unione Sovietica, quando afferma che: “Le idee di Lenin su ciò che equivaleva in sostanza a un accordo per uno stato confederativo e uno slogan sul diritto delle nazioni alla autodeterminazione, fino alla secessione, furono poste alla base della struttura sovietica [...] L'Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può giustamente essere chiamata “l'Ucraina di Lenin” [...] È un gran peccato che le basi del nostro Stato non siano state ripulite dalle odiose e utopiche fantasie ispirate alla rivoluzione, che sono distruttive per qualunque Stato normale...»

“Odiose e utopiche fantasie” sono dunque quelle che ispirarono Lenin e le basi dell'URSS, Putin lo dice esplicitamente, ma se osserviamo concretamente la dottrina leninista ce ne rendiamo conto ancora di più.

Lenin auspicava che alla base della rivoluzione ci fosse una idea di partito che rappresentasse nella sua interezza le istanze popolari e le realizzasse mediante il metodo politico del “centralismo democratico”, con cui posizioni anche contrastanti fossero discusse anche a lungo ma, una volta presa una decisione, nessuno avrebbe dovuto contestarla, e auspicava altresì che i quadri di partito avessero una formazione adeguata sul piano culturale e ideologico, e il loro ruolo fosse acquisito per concreti meriti conquistati sul campo della lotta politica, morale e ideologica, in poche parole che fossero credibili per dare il buon esempio a tutti.

In tale modo tra movimento politico, proletariato e movimento sindacale avrebbe dovuto esserci una saldatura tale, da rendere possibile una struttura unitaria senza divisioni né contrasti interni, e tale da poter comporre in se stessa ogni eventuale contrasto e ogni dialettica politica, senza unanimismo ma con la disciplina del rispetto delle decisioni prese a maggioranza.

Solo in questo modo il partito avrebbe realizzato non la sua dittatura né quella di un gruppo dirigente ristretto (nomenklatura) e tanto meno quella di un leader indiscusso, ma quella autentica del proletariato, essendo inscindibile l'unione tra partito proletariato e bolscevismo.

Lenin riteneva tutto ciò necessario soprattutto per combattere con una struttura compatta e popolare, che poi si identificò nei momenti cruciali della storia della Unione Sovietica con l'Armata Rossa, ogni forma di controrivoluzione, di aggressione all'URSS e di imperialismo.

Una delle analisi più importanti e concretamente ancora attuali Lenin la fece sull'imperialismo, successivamente approfondita da Rosa Luxemburg, alla vigilia della prima guerra mondiale. Lenin osservò che l'imperialismo era diventato la fase suprema del capitalismo, in particolare anche con il beneplacito delle classi dirigenti dei partiti operai e popolari, corrotti dalla collusione con lo sfruttamento dei paesi poveri, dalla burocratizzazione e da un riformismo sempre più prono alle leggi del mercato capitalista. In tale maniera, i partiti socialisti dell'epoca debordavano nel nazionalismo, preferendo sostenere le mire espansionistiche delle loro nazioni in maniera sciovinista piuttosto che quelle di un proletariato internazionale, favorendo così guerre coloniali e, di fatto le guerre nazionalistiche europee. Allora l'unica eccezione fu il Partito Socialista Italiano che si schierò contro la guerra

L'obiettivo della rivoluzione , pertanto secondo Lenin, avrebbe dovuto essere l'internazionalizzazione della azione del lotta bolscevica come unione di intenti politici e popolari sostenuti da un proletariato che avesse visto l'URSS non come nazione dominante, ma come guida ed embrione di una rivoluzione mondiale che poteva nascere, contraddicendo Marx, anche in un paese non particolarmente industrializzato. Di qui la fondazione del Comintern. Teniamo conto che gli intenti originari del bolscevismo di Lenin nel 1917 erano la possibilità di eleggere e di revocare il mandato di tutti i funzionari pubblici, la stretta saldatura tra potere politico e legislativo come concretizzazione di una autentica sovranità popolare, la rotazione delle cariche pubbliche per evitare il formarsi di nomenklature di potere, il controllo dei salari, per scongiurare ogni forma di  corruzione e di carrierismo, e infine la formazione di un esercito popolare permanente costituito da milizie popolari, in nome della unità del partito proletario. Nel 1918 venne poi eliminata l'autonomia dei Soviet e nella difficilissima crisi economica e controrivoluzionaria seguita alla rivoluzione del '17 e agli anni della guerra mondiale, Lenin auspicò anche una nuova politica economica che cercasse di compenetrare l'obiettivo rivoluzionario di controllare le forze produttive, con quello di lasciare un margine di autonomia per l'iniziativa privata. Sappiamo benissimo che il programma di Lenin venne imposto con la forza e in numerosi casi con la violenza, anche perché il pericolo della disgregazione di tutto lo stato sovietico in formazione era permanentemente incombente

Sappiamo altresì che in particolare dopo Stalin venne trasformata una rivoluzione che aveva intenti patriottici ed internazionalisti nella costruzione di uno Stato che, parallelamente al ritrovare al suo interno forme di autocrazia che avrebbero dovuto scomparire con lo zarismo, eliminò contemporaneamente sia ogni barlume di centralismo democratico che ogni forma di internazionalismo proletario, realizzando nuove forme di imperialismo, con la costruzione e l'assoggettamento di repubbliche popolari non più sorelle, ma satelliti dell'URSS a cui vendere e da cui comprare materie prime e materiali a prezzo di mercato. Lo mise bene in evidenza Ernesto Che Guevara nelle sue riflessioni sull'economia sovietica che arrivavano a criticare persino Lenin, e la sua apertura alla iniziativa privata, durante il suo ultimo discorso ad Algeri nel 1965: “se non c'è economia propria, se si è dominati dal capitale straniero, non si può essere liberi dalla tutela del paese dal quale si dipende tanto meno si può fare la volontà del paese se questa urta contro i grandi interessi della nazione che lo domina economicamente”

In un mondo diviso in due blocchi che praticavano lo stesso imperialismo con basi economiche diverse non poteva esserci una critica tanto più scomoda quanto più attuale.

Ora torniamo alla Ucraina e alle immense risorse del suo martoriato territorio. E' del tutto evidente che essa è oggi oggetto di una contesa imperialista. Da una parte l'Occidente che vorrebbe espandervi con la NATO e la Unione Europea la sua economia liberista che vede sovrapporsi le esigenze economiche su quelle politiche spesso sancendo lo strapotere delle multinazionali, in particolare nello sfruttamento delle risorse agricole e minerarie, e dall'altra una Russia guidata da un capo di oligarchi che hanno accumulato immense ricchezze grazie a società contigue al potere che hanno il dominio incontrastato dell'economia e della gestione delle immense risorse del territorio russo, privi di ogni controllo fiscale e non soggetti ad alcuna limitazione sulla concorrenza e sulla corruzione, i quali ambiscono ad estendere i loro straripanti interessi sul territorio e sul popolo ucraino.

Di qui l'esigenza di far credere che l'Ucraina sia la Russia, mentre è evidente che tutta l'Ucraina non lo è, di qui il pretesto di difendere popolazioni russofone, quando la popolazione ucraina parla russo in pressoché tutta l'Ucraina, se non altro perché ai tempi dell'URSS l'insegnamento del russo era imposto in tutte le scuole.

In buona sostanza Putin, con il suo progetto di restaurazione zarista, sia sul piano territoriale, perché non si è limitato a tutelare la Crimea e il Donbass storicamente contigui alla Russia, sia sociale perché l'espansione russa è proporzionale alla creazione di divari economici crescenti, tra una ricchissima oligarchia di potere che sicuramente non sarà scalfita dalle sanzioni e un popolo abbandonato alla propaganda, alla repressione e a una povertà crescente, è l'antitesi non solo dell'URSS, ma anche di ogni coerente società comunista leninista, sempre ammesso e non concesso che tale configurazione sociale resti attuale ancora oggi, non debitamente aggiornata come in Cina.

La dissociazione tra morale e politica, già nata mezzo millennio fa, e ben evidenziata da Machiavelli, infatti ha ormai infettato tutto il globo, ben più di una pandemia, e sta seriamente minacciando la stessa sopravvivenza della specie umana su questo pianeta con le sue guerre e le sue devastazioni ambientali, tanto che fenomeni come il cosiddetto “putinismo”, o "atlantismo" appaiono come una sorta di cancrena che, con le sue minacce atomiche, rischia di devastare l'intero organismo.

Solo quindi una “rivoluzione etica e morale” può salvarci, solo vaccinando l'intera popolazione mondiale dal virus del corrotto individualismo per fini di potere economico e sociale, attraverso una opera capillare di educazione democratica e popolare, potremo invertire questa tendenza prima di una catastrofe planetaria

La Russia ha bisogno seriamente di una seconda rivoluzione più che di minacce di armi anche atomiche che sostengano non la difesa di un popolo, ma futuri progetti espansionistici di una economia capitalistica di rapina predatoria di materie prime e manodopera a buon mercato, alla ricerca di stratosferici profitti per pochi che li investono all'estero e vivono in un lusso straripante. Ha bisogno di rimettere al primo posto la centralità del suo popolo più che adattarsi a subire le direttive di una oligarchia militare, economica e politica. Perché il suo popolo merita di tornare protagonista della sua storia e non di essere narcotizzato nel paternalismo di un tutore insostituibile

E il paradosso è che il centralismo democratico, secondo cui tutti discutono e uno decide per il bene di tutti, lo ha praticato più Draghi che Putin, non però tanto nell'interesse di un popolo soggetto a precariato, a rincari e a tassazioni incombenti, o a una continua emorragia di lavoratori che crepano nei posti di lavoro, ma di quello dei grandi potentati militari ed economici di cui permaniamo di fatto sudditi.

Invece sarebbe opportuno riscoprire il significato autentico di tale “centralismo” soprattutto nella sua valenza morale, nella sua capacità di mettere a confronto progetti innovativi e realmente costruttivi di interesse generale, affinché si realizzino presto e bene, con decisioni rapide ed efficaci, messe in opera da governi che sanno dare il buon esempio a tutta la popolazione e che soprattutto abbiano il consenso di tutta la popolazione.

Perché calare dall'alto di una nomenklatura ristretta di partito o da una oligarchia di potentati economici e militari un capo di governo, non produce alcuna innovazione né tanto meno alcuna rivoluzione.

In Ucraina è in atto una guerra imperialista per il controllo delle risorse ambientali e umane di quel territorio, compito di ciascuno di noi è quello che non si trasformi in uno strumento per ridurre esseri umani a merce per scopo di profitto, né con una finta democrazia sponsorizzata dai media né con una umiliata da un autocrate che si fa eleggere eliminando sistematicamente ogni dissenso

Anche per chi è rimasto comunista e non si fa ingannare dalle bandiere rosse ridotte a stracci sui carri armati, non vi è da aggiungere altro.

Carlo Felici


giovedì 7 aprile 2022

UNA DEMOCRAZIA BAMBINA

 




Il prof. Orsini torna fare scalpore, con l'ennesima sua sua affermazione, o provocazione che dir si voglia, in base alla quale: “Meglio i bambini che vivono sotto una dittatura che quelli che muoiono sotto le bombe”. Ora, spontaneamente e coloritamente verrebbe da rispondergli con un lapidario: “E me cojioni..!” Ma, senza indulgere negli improperi, che per altro il prof attira come un parafulmine in un momento come questo in cui il manicheismo la fa da padrone dei media, dove per altro gli insulti e le diffamazioni proliferano senza tregua, varrebbe la pena di fare una riflessione sul prezzo che una democrazia può e deve pagare per restare viva e ancor più per distinguersi da una dittatura.

Diceva Sandro Pertini che “Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie”, sarebbe fin troppo facile assumere questa frase come un teorema e decontestualizzarla, ebbene essa risale allo stesso messaggio di fine anno del 1979, quando, nello stesso discorso, egli disse che si dovevano svuotare gli arsenali e colmare i granai.

Erano gli anni di piombo, un anno prima della strage di Bologna e un anno dopo l'assassinio di Aldo Moro, in cui la nostra democrazia rivelava tutte le sue imperfezioni, pur tuttavia sapendo resistere meglio di quanto farà nel decennio successivo, rischiando di essere annichilita dagli scandali giudiziari, tanto che tuttora appare una “democrazia sotto tutela” e dopo più di dieci anni abbiamo capi di governo mai eletti dal popolo...alla faccia della imperfezione o del bicarbonato di sodio! Direbbe Totò...Eh sì che ce ne vuole per digerire l'operato di una democrazia basata sul governo di gente mai votata da nessuno, per oltre un decennio..

Mi si dirà...ma in fondo, chi governa, da noi può essere anche sfiduciato, si può votare..e risponderò..provate un po' a farlo prima che i parlamentari abbiano maturato i requisiti per la loro pensione..e vedrete come voteranno compatti la fiducia prima di avere messo al riparo il loro posteriore..

Tutto questo, non tanto per fare demagogia, ma per riflettere sui limiti dell'imperfezione di una vera democrazia. Possiamo ancora chiamare democrazia un sistema che abbia ampiamente travalicato questi limiti? C'è un limite alla imperfezione della democrazia?

E qui ci potremmo sbizzarrire con molteplici citazioni come ad esempio: “Solo in una dittatura riesco a credere in una democrazia” (Leo Longanesi) “La democrazia è una fede” (Emanuele Severino) “Troppi coglioni alle urne” (Michele Serra), frase alquanto colorita che però denota il fatto che molti votano senza conoscere bene chi o ciò a cui delegano il loro consenso. “Nelle democrazie tutte le istituzioni, senza eccezione, possono affermarsi e prosperare solo se sorrette dal consenso dei cittadini” Affermazione di Sergio Mattarella, eletto per ben due volte Presidente della Repubblica che, durante il suo mandato, non ha mai nominato un Presidente del Consiglio votato dai cittadini in elezioni politiche. “La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà un agnello ben armato che contesta il voto” Non è di Lenin ma di Benjamin Franklin. A confortarci sul “meno peggio” è Churchill che ci dice che: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” salvo poi precisare egli stesso che: “la democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato” E passiamo a quelle che riteniamo le più significative e le meno “dissacranti”: “Quando natura e società vivranno nell'aula scolastica, quando le forme e gli strumenti didattici saranno subordinati alla sostanza dell'esperienza, allora sarà possibile operare questa identificazione, e la cultura diventerà la parola d'ordine della democrazia” Lo ha detto John Dewey non discostandosi molto da Giuseppe Mazzini che riteneva essere una democrazia solo quella in cui i cittadini hanno il voto, il lavoro e soprattutto una istruzione valida.

Ci sarebbero tante altre frasi famose per osservare, anche ironicamente, i limiti e le opportunità di una democrazia, per ragioni di spazio concludiamo con questa di Sam Shepard: “La democrazia è una cosa molto fragile. Devi prenderti cura della democrazia. Non appena si smette di essere responsabili verso di essa e si permette che si trasformi in tattiche intimidatorie, non è più democrazia. Diventa qualcosa di diverso che si trova alla distanza di un centimetro dal totalitarismo” In poche parole, la democrazia è un meccanismo molto delicato che presuppone cittadini ben formati e dotati di una solida cultura, che non si fanno intimidire e che sanno essere responsabili di fronte a beni comuni. Osserviamo come siamo messi oggi in Italia e vediamo un po' che bella democrazia abbiamo.

Ma, per tornare a Sandro Pertini, una vera democrazia si fonda sempre sulla Libertà e sulla Giustizia Sociale, perché la libertà di dire quel che si vuole e di crepare su un marciapiede nell'indifferenza di tutti, non è libertà e la giustizia sociale stabilita da pochi per tutti è solo una oligarchia che non consente alcuna giustizia.

Ricordiamo quindi la tanto vituperata frase iniziale e vediamo se essa può essere liquidata come un non senso: “Meglio i bambini che vivono sotto una dittatura che quelli che muoiono sotto le bombe”. Ebbene, quasi tutti i nostri nonni o padri vissero, da bambini, sotto una dittatura che non consentiva il libero voto e furono persino educati a credere, obbedire e combattere, tanto che, molti di loro si svegliarono e impararono ad opporsi solo quando videro le bombe piovere sulle loro teste. Ma questo fu possibile solo perché, si badi bene, restarono vivi nel loro Paese!

Ora, tornando alla questione ucraina, una lunga guerra rischia di sottrarre a quel Paese non solo il presente, ma anche e soprattutto il futuro. Perché i bambini che sfuggono alle persecuzioni, alla morte e persino alle torture, sono costretti ad emigrare e sarà già tanto se troveranno accoglienza e solidarietà in altri paesi, sfuggendo alle varie mafie che lucrano sul mercato infame e sullo sfruttamento dei minori. Non resteranno certo a contribuire alla crescita e alla tutela del futuro del loro Paese. Possiamo quindi dare completamente torto a chi li vorrebbe vivi in pace ora nella loro nazione, anche a costo di essere sottomessi, piuttosto che costretti ad una snaturante fuga, oppure esposti continuamente al pericolo della morte o delle torture? Chi siamo noi per decidere il futuro di questi bambini?

Si parla di una dittatura che combatte una democrazia, ma il Paese aggressore, secondo le nostre stesse fonti informative, attribuisce al suo capo, in questo momento l'80% dei consensi, e la democrazia non si basa forse sulla maggioranza, in questo caso schiacciante, dei consensi?

Quando arrivarono i carri armati a Budapest o a Praga fecero molti meno danni, nessuno si sognò allora di armare i rivoltosi, anzi, dopo breve tempo, le notizie su quei fatti sparirono persino dai giornali, eppure il pericolo di uno scontro atomico era reale, come se non più di oggi.

Nonostante ciò, dopo svariati anni, a vincere non sono stati gli aggressori, ma i popoli che furono aggrediti, e i bambini che allora videro i carri armati entrare e occupare le loro città, una volta restati vivi e cresciuti, furono i protagonisti della liberazione dei loro paesi

Quanti bambini scappati dall'Ucraina saranno protagonisti del loro futuro se ora il loro Paese è condannato ad una devastazione continua? Il presidente ucraino non fa che gridare da tutte la tribune che la guerra è necessaria e che deve continuare finché ogni lembo del suo territorio non sarà liberato dai russi e invoca per questo l'intervento armato di altri paesi che porterebbe i bambini ucraini a non trovare scampo e salvezza nemmeno in altri paesi, perché un estensione del conflitto a livello europeo e globale con le armi atomiche ci condannerebbe tutti alla devastazione e alla desertificazione.

La migliore delle democrazie è quella che sa mantenere e garantire la pace, anche a costo di sacrifici, non quella che ha la pretesa di espandersi mediante la guerra, salvo poi, rinnegare se stessa ritirandosi in buon ordine, questa piuttosto ci appare come una democrazia bambina che sbatte i piedi, urla e spacca tutto fin quando non è riuscita a ottenere qualcosa, e poi dimentica tutto il giorno dopo

Abbiamo promesso la democrazia e la libertà alle donne e agli uomini afghani e iracheni e come abbiamo mantenuto questa promessa? Cosa credete che possano pensare di noi quei bambini e soprattutto quelle bambine che si sono illuse con un intervento militare durato più di 20 anni, di ottenere diritti, istruzione, lavoro e ci hanno visto poi scappare lasciandole ad un destino di sfruttamento e sottomissione esattamente come le avevamo trovate agli inizi di quella missione per la tanto strombazzata democrazia? Ma di che democrazia stiamo parlando? Di quella in cui c'è un ricco padrone di una multinazionale che specula pure sulle forniture belliche i cui profitti ammontano a centinaia di miliardi di dollari e ci sta un cittadino, per modo di dire, che può essere licenziato e sbattuto per strada dall'oggi al domani e ritrovarsi a vivere avvolto nei giornali su un marciapiede?

Noi rischiamo di esaltare una democrazia fittizia solo perché si contrappone a una dittatura mascherata da democrazia, e ancor di più se in nome dell' “allineati e coperti” iniziamo a perseguitare e a insultare chi esercita un minimo di senso critico, considerandolo un “collaborazionista” un “amico dell'oppressore”, dimenticando che l'oppressore, prima di diventare tale, ha soppresso sistematicamente il dissenso nel suo paese, perseguitando e facendo fuori i suoi oppositori. Cerchiamo di impedire alla guerra di omologarci, impediamole di renderci simili all'oppressore e soprattutto aiutiamo i bambini a restare vivi, dentro e fuori il loro Paese, impediamo che venga assassinato il loro futuro con il proseguire di un conflitto insensato. Costi quel che costi. Non è tempo di nazionalismi che hanno devastato e distrutto più volte l'Europa e se quella Occidentale ha imparato la lezione, quella Orientale è ancora ben lungi dall'apprenderla.

Alexander Dubcek, che vide i carri armati russi entrare nella sua città, aveva una nozione ben chiara della democrazia, forse ancor più di coloro che nei paesi occidentali, godevano di essa da tempo.

Egli disse che “La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni”

Facciamoci un esame di coscienza meditando bene su queste parole, applicandole alla nostra realtà prima ancora che a quella di coloro che critichiamo o vogliamo combattere, capiremo così meglio il senso di quello che ci capita e di quello che stiamo davvero facendo o dovremmo fare, specialmente quando si parla di democrazia.


Carlo Felici