Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

giovedì 28 aprile 2022

PERCHE' UN COMUNISTA NON DOVREBBE STARE CON PUTIN

                                                        


                                                       di Carlo Felici



Tra gli slogan putiniani più diffusi vi è quello che recita: “Chi non rimpiange l'URSS è senza cuore, chi vuole rifarla è senza cervello”, e già questo ci fa capire come un ex funzionario del KGB, releghi la storia dell'Unione Sovietica alle ragioni “sentimentali del cuore” più che a quelle “economiche ed ideologiche”, ma Putin fa di più, misconosce le stesse radici leniniste della fondazione dell'Unione Sovietica, quando afferma che: “Le idee di Lenin su ciò che equivaleva in sostanza a un accordo per uno stato confederativo e uno slogan sul diritto delle nazioni alla autodeterminazione, fino alla secessione, furono poste alla base della struttura sovietica [...] L'Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può giustamente essere chiamata “l'Ucraina di Lenin” [...] È un gran peccato che le basi del nostro Stato non siano state ripulite dalle odiose e utopiche fantasie ispirate alla rivoluzione, che sono distruttive per qualunque Stato normale...»

“Odiose e utopiche fantasie” sono dunque quelle che ispirarono Lenin e le basi dell'URSS, Putin lo dice esplicitamente, ma se osserviamo concretamente la dottrina leninista ce ne rendiamo conto ancora di più.

Lenin auspicava che alla base della rivoluzione ci fosse una idea di partito che rappresentasse nella sua interezza le istanze popolari e le realizzasse mediante il metodo politico del “centralismo democratico”, con cui posizioni anche contrastanti fossero discusse anche a lungo ma, una volta presa una decisione, nessuno avrebbe dovuto contestarla, e auspicava altresì che i quadri di partito avessero una formazione adeguata sul piano culturale e ideologico, e il loro ruolo fosse acquisito per concreti meriti conquistati sul campo della lotta politica, morale e ideologica, in poche parole che fossero credibili per dare il buon esempio a tutti.

In tale modo tra movimento politico, proletariato e movimento sindacale avrebbe dovuto esserci una saldatura tale, da rendere possibile una struttura unitaria senza divisioni né contrasti interni, e tale da poter comporre in se stessa ogni eventuale contrasto e ogni dialettica politica, senza unanimismo ma con la disciplina del rispetto delle decisioni prese a maggioranza.

Solo in questo modo il partito avrebbe realizzato non la sua dittatura né quella di un gruppo dirigente ristretto (nomenklatura) e tanto meno quella di un leader indiscusso, ma quella autentica del proletariato, essendo inscindibile l'unione tra partito proletariato e bolscevismo.

Lenin riteneva tutto ciò necessario soprattutto per combattere con una struttura compatta e popolare, che poi si identificò nei momenti cruciali della storia della Unione Sovietica con l'Armata Rossa, ogni forma di controrivoluzione, di aggressione all'URSS e di imperialismo.

Una delle analisi più importanti e concretamente ancora attuali Lenin la fece sull'imperialismo, successivamente approfondita da Rosa Luxemburg, alla vigilia della prima guerra mondiale. Lenin osservò che l'imperialismo era diventato la fase suprema del capitalismo, in particolare anche con il beneplacito delle classi dirigenti dei partiti operai e popolari, corrotti dalla collusione con lo sfruttamento dei paesi poveri, dalla burocratizzazione e da un riformismo sempre più prono alle leggi del mercato capitalista. In tale maniera, i partiti socialisti dell'epoca debordavano nel nazionalismo, preferendo sostenere le mire espansionistiche delle loro nazioni in maniera sciovinista piuttosto che quelle di un proletariato internazionale, favorendo così guerre coloniali e, di fatto le guerre nazionalistiche europee. Allora l'unica eccezione fu il Partito Socialista Italiano che si schierò contro la guerra

L'obiettivo della rivoluzione , pertanto secondo Lenin, avrebbe dovuto essere l'internazionalizzazione della azione del lotta bolscevica come unione di intenti politici e popolari sostenuti da un proletariato che avesse visto l'URSS non come nazione dominante, ma come guida ed embrione di una rivoluzione mondiale che poteva nascere, contraddicendo Marx, anche in un paese non particolarmente industrializzato. Di qui la fondazione del Comintern. Teniamo conto che gli intenti originari del bolscevismo di Lenin nel 1917 erano la possibilità di eleggere e di revocare il mandato di tutti i funzionari pubblici, la stretta saldatura tra potere politico e legislativo come concretizzazione di una autentica sovranità popolare, la rotazione delle cariche pubbliche per evitare il formarsi di nomenklature di potere, il controllo dei salari, per scongiurare ogni forma di  corruzione e di carrierismo, e infine la formazione di un esercito popolare permanente costituito da milizie popolari, in nome della unità del partito proletario. Nel 1918 venne poi eliminata l'autonomia dei Soviet e nella difficilissima crisi economica e controrivoluzionaria seguita alla rivoluzione del '17 e agli anni della guerra mondiale, Lenin auspicò anche una nuova politica economica che cercasse di compenetrare l'obiettivo rivoluzionario di controllare le forze produttive, con quello di lasciare un margine di autonomia per l'iniziativa privata. Sappiamo benissimo che il programma di Lenin venne imposto con la forza e in numerosi casi con la violenza, anche perché il pericolo della disgregazione di tutto lo stato sovietico in formazione era permanentemente incombente

Sappiamo altresì che in particolare dopo Stalin venne trasformata una rivoluzione che aveva intenti patriottici ed internazionalisti nella costruzione di uno Stato che, parallelamente al ritrovare al suo interno forme di autocrazia che avrebbero dovuto scomparire con lo zarismo, eliminò contemporaneamente sia ogni barlume di centralismo democratico che ogni forma di internazionalismo proletario, realizzando nuove forme di imperialismo, con la costruzione e l'assoggettamento di repubbliche popolari non più sorelle, ma satelliti dell'URSS a cui vendere e da cui comprare materie prime e materiali a prezzo di mercato. Lo mise bene in evidenza Ernesto Che Guevara nelle sue riflessioni sull'economia sovietica che arrivavano a criticare persino Lenin, e la sua apertura alla iniziativa privata, durante il suo ultimo discorso ad Algeri nel 1965: “se non c'è economia propria, se si è dominati dal capitale straniero, non si può essere liberi dalla tutela del paese dal quale si dipende tanto meno si può fare la volontà del paese se questa urta contro i grandi interessi della nazione che lo domina economicamente”

In un mondo diviso in due blocchi che praticavano lo stesso imperialismo con basi economiche diverse non poteva esserci una critica tanto più scomoda quanto più attuale.

Ora torniamo alla Ucraina e alle immense risorse del suo martoriato territorio. E' del tutto evidente che essa è oggi oggetto di una contesa imperialista. Da una parte l'Occidente che vorrebbe espandervi con la NATO e la Unione Europea la sua economia liberista che vede sovrapporsi le esigenze economiche su quelle politiche spesso sancendo lo strapotere delle multinazionali, in particolare nello sfruttamento delle risorse agricole e minerarie, e dall'altra una Russia guidata da un capo di oligarchi che hanno accumulato immense ricchezze grazie a società contigue al potere che hanno il dominio incontrastato dell'economia e della gestione delle immense risorse del territorio russo, privi di ogni controllo fiscale e non soggetti ad alcuna limitazione sulla concorrenza e sulla corruzione, i quali ambiscono ad estendere i loro straripanti interessi sul territorio e sul popolo ucraino.

Di qui l'esigenza di far credere che l'Ucraina sia la Russia, mentre è evidente che tutta l'Ucraina non lo è, di qui il pretesto di difendere popolazioni russofone, quando la popolazione ucraina parla russo in pressoché tutta l'Ucraina, se non altro perché ai tempi dell'URSS l'insegnamento del russo era imposto in tutte le scuole.

In buona sostanza Putin, con il suo progetto di restaurazione zarista, sia sul piano territoriale, perché non si è limitato a tutelare la Crimea e il Donbass storicamente contigui alla Russia, sia sociale perché l'espansione russa è proporzionale alla creazione di divari economici crescenti, tra una ricchissima oligarchia di potere che sicuramente non sarà scalfita dalle sanzioni e un popolo abbandonato alla propaganda, alla repressione e a una povertà crescente, è l'antitesi non solo dell'URSS, ma anche di ogni coerente società comunista leninista, sempre ammesso e non concesso che tale configurazione sociale resti attuale ancora oggi, non debitamente aggiornata come in Cina.

La dissociazione tra morale e politica, già nata mezzo millennio fa, e ben evidenziata da Machiavelli, infatti ha ormai infettato tutto il globo, ben più di una pandemia, e sta seriamente minacciando la stessa sopravvivenza della specie umana su questo pianeta con le sue guerre e le sue devastazioni ambientali, tanto che fenomeni come il cosiddetto “putinismo”, o "atlantismo" appaiono come una sorta di cancrena che, con le sue minacce atomiche, rischia di devastare l'intero organismo.

Solo quindi una “rivoluzione etica e morale” può salvarci, solo vaccinando l'intera popolazione mondiale dal virus del corrotto individualismo per fini di potere economico e sociale, attraverso una opera capillare di educazione democratica e popolare, potremo invertire questa tendenza prima di una catastrofe planetaria

La Russia ha bisogno seriamente di una seconda rivoluzione più che di minacce di armi anche atomiche che sostengano non la difesa di un popolo, ma futuri progetti espansionistici di una economia capitalistica di rapina predatoria di materie prime e manodopera a buon mercato, alla ricerca di stratosferici profitti per pochi che li investono all'estero e vivono in un lusso straripante. Ha bisogno di rimettere al primo posto la centralità del suo popolo più che adattarsi a subire le direttive di una oligarchia militare, economica e politica. Perché il suo popolo merita di tornare protagonista della sua storia e non di essere narcotizzato nel paternalismo di un tutore insostituibile

E il paradosso è che il centralismo democratico, secondo cui tutti discutono e uno decide per il bene di tutti, lo ha praticato più Draghi che Putin, non però tanto nell'interesse di un popolo soggetto a precariato, a rincari e a tassazioni incombenti, o a una continua emorragia di lavoratori che crepano nei posti di lavoro, ma di quello dei grandi potentati militari ed economici di cui permaniamo di fatto sudditi.

Invece sarebbe opportuno riscoprire il significato autentico di tale “centralismo” soprattutto nella sua valenza morale, nella sua capacità di mettere a confronto progetti innovativi e realmente costruttivi di interesse generale, affinché si realizzino presto e bene, con decisioni rapide ed efficaci, messe in opera da governi che sanno dare il buon esempio a tutta la popolazione e che soprattutto abbiano il consenso di tutta la popolazione.

Perché calare dall'alto di una nomenklatura ristretta di partito o da una oligarchia di potentati economici e militari un capo di governo, non produce alcuna innovazione né tanto meno alcuna rivoluzione.

In Ucraina è in atto una guerra imperialista per il controllo delle risorse ambientali e umane di quel territorio, compito di ciascuno di noi è quello che non si trasformi in uno strumento per ridurre esseri umani a merce per scopo di profitto, né con una finta democrazia sponsorizzata dai media né con una umiliata da un autocrate che si fa eleggere eliminando sistematicamente ogni dissenso

Anche per chi è rimasto comunista e non si fa ingannare dalle bandiere rosse ridotte a stracci sui carri armati, non vi è da aggiungere altro.

Carlo Felici


giovedì 7 aprile 2022

UNA DEMOCRAZIA BAMBINA

 




Il prof. Orsini torna fare scalpore, con l'ennesima sua sua affermazione, o provocazione che dir si voglia, in base alla quale: “Meglio i bambini che vivono sotto una dittatura che quelli che muoiono sotto le bombe”. Ora, spontaneamente e coloritamente verrebbe da rispondergli con un lapidario: “E me cojioni..!” Ma, senza indulgere negli improperi, che per altro il prof attira come un parafulmine in un momento come questo in cui il manicheismo la fa da padrone dei media, dove per altro gli insulti e le diffamazioni proliferano senza tregua, varrebbe la pena di fare una riflessione sul prezzo che una democrazia può e deve pagare per restare viva e ancor più per distinguersi da una dittatura.

Diceva Sandro Pertini che “Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie”, sarebbe fin troppo facile assumere questa frase come un teorema e decontestualizzarla, ebbene essa risale allo stesso messaggio di fine anno del 1979, quando, nello stesso discorso, egli disse che si dovevano svuotare gli arsenali e colmare i granai.

Erano gli anni di piombo, un anno prima della strage di Bologna e un anno dopo l'assassinio di Aldo Moro, in cui la nostra democrazia rivelava tutte le sue imperfezioni, pur tuttavia sapendo resistere meglio di quanto farà nel decennio successivo, rischiando di essere annichilita dagli scandali giudiziari, tanto che tuttora appare una “democrazia sotto tutela” e dopo più di dieci anni abbiamo capi di governo mai eletti dal popolo...alla faccia della imperfezione o del bicarbonato di sodio! Direbbe Totò...Eh sì che ce ne vuole per digerire l'operato di una democrazia basata sul governo di gente mai votata da nessuno, per oltre un decennio..

Mi si dirà...ma in fondo, chi governa, da noi può essere anche sfiduciato, si può votare..e risponderò..provate un po' a farlo prima che i parlamentari abbiano maturato i requisiti per la loro pensione..e vedrete come voteranno compatti la fiducia prima di avere messo al riparo il loro posteriore..

Tutto questo, non tanto per fare demagogia, ma per riflettere sui limiti dell'imperfezione di una vera democrazia. Possiamo ancora chiamare democrazia un sistema che abbia ampiamente travalicato questi limiti? C'è un limite alla imperfezione della democrazia?

E qui ci potremmo sbizzarrire con molteplici citazioni come ad esempio: “Solo in una dittatura riesco a credere in una democrazia” (Leo Longanesi) “La democrazia è una fede” (Emanuele Severino) “Troppi coglioni alle urne” (Michele Serra), frase alquanto colorita che però denota il fatto che molti votano senza conoscere bene chi o ciò a cui delegano il loro consenso. “Nelle democrazie tutte le istituzioni, senza eccezione, possono affermarsi e prosperare solo se sorrette dal consenso dei cittadini” Affermazione di Sergio Mattarella, eletto per ben due volte Presidente della Repubblica che, durante il suo mandato, non ha mai nominato un Presidente del Consiglio votato dai cittadini in elezioni politiche. “La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà un agnello ben armato che contesta il voto” Non è di Lenin ma di Benjamin Franklin. A confortarci sul “meno peggio” è Churchill che ci dice che: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” salvo poi precisare egli stesso che: “la democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato” E passiamo a quelle che riteniamo le più significative e le meno “dissacranti”: “Quando natura e società vivranno nell'aula scolastica, quando le forme e gli strumenti didattici saranno subordinati alla sostanza dell'esperienza, allora sarà possibile operare questa identificazione, e la cultura diventerà la parola d'ordine della democrazia” Lo ha detto John Dewey non discostandosi molto da Giuseppe Mazzini che riteneva essere una democrazia solo quella in cui i cittadini hanno il voto, il lavoro e soprattutto una istruzione valida.

Ci sarebbero tante altre frasi famose per osservare, anche ironicamente, i limiti e le opportunità di una democrazia, per ragioni di spazio concludiamo con questa di Sam Shepard: “La democrazia è una cosa molto fragile. Devi prenderti cura della democrazia. Non appena si smette di essere responsabili verso di essa e si permette che si trasformi in tattiche intimidatorie, non è più democrazia. Diventa qualcosa di diverso che si trova alla distanza di un centimetro dal totalitarismo” In poche parole, la democrazia è un meccanismo molto delicato che presuppone cittadini ben formati e dotati di una solida cultura, che non si fanno intimidire e che sanno essere responsabili di fronte a beni comuni. Osserviamo come siamo messi oggi in Italia e vediamo un po' che bella democrazia abbiamo.

Ma, per tornare a Sandro Pertini, una vera democrazia si fonda sempre sulla Libertà e sulla Giustizia Sociale, perché la libertà di dire quel che si vuole e di crepare su un marciapiede nell'indifferenza di tutti, non è libertà e la giustizia sociale stabilita da pochi per tutti è solo una oligarchia che non consente alcuna giustizia.

Ricordiamo quindi la tanto vituperata frase iniziale e vediamo se essa può essere liquidata come un non senso: “Meglio i bambini che vivono sotto una dittatura che quelli che muoiono sotto le bombe”. Ebbene, quasi tutti i nostri nonni o padri vissero, da bambini, sotto una dittatura che non consentiva il libero voto e furono persino educati a credere, obbedire e combattere, tanto che, molti di loro si svegliarono e impararono ad opporsi solo quando videro le bombe piovere sulle loro teste. Ma questo fu possibile solo perché, si badi bene, restarono vivi nel loro Paese!

Ora, tornando alla questione ucraina, una lunga guerra rischia di sottrarre a quel Paese non solo il presente, ma anche e soprattutto il futuro. Perché i bambini che sfuggono alle persecuzioni, alla morte e persino alle torture, sono costretti ad emigrare e sarà già tanto se troveranno accoglienza e solidarietà in altri paesi, sfuggendo alle varie mafie che lucrano sul mercato infame e sullo sfruttamento dei minori. Non resteranno certo a contribuire alla crescita e alla tutela del futuro del loro Paese. Possiamo quindi dare completamente torto a chi li vorrebbe vivi in pace ora nella loro nazione, anche a costo di essere sottomessi, piuttosto che costretti ad una snaturante fuga, oppure esposti continuamente al pericolo della morte o delle torture? Chi siamo noi per decidere il futuro di questi bambini?

Si parla di una dittatura che combatte una democrazia, ma il Paese aggressore, secondo le nostre stesse fonti informative, attribuisce al suo capo, in questo momento l'80% dei consensi, e la democrazia non si basa forse sulla maggioranza, in questo caso schiacciante, dei consensi?

Quando arrivarono i carri armati a Budapest o a Praga fecero molti meno danni, nessuno si sognò allora di armare i rivoltosi, anzi, dopo breve tempo, le notizie su quei fatti sparirono persino dai giornali, eppure il pericolo di uno scontro atomico era reale, come se non più di oggi.

Nonostante ciò, dopo svariati anni, a vincere non sono stati gli aggressori, ma i popoli che furono aggrediti, e i bambini che allora videro i carri armati entrare e occupare le loro città, una volta restati vivi e cresciuti, furono i protagonisti della liberazione dei loro paesi

Quanti bambini scappati dall'Ucraina saranno protagonisti del loro futuro se ora il loro Paese è condannato ad una devastazione continua? Il presidente ucraino non fa che gridare da tutte la tribune che la guerra è necessaria e che deve continuare finché ogni lembo del suo territorio non sarà liberato dai russi e invoca per questo l'intervento armato di altri paesi che porterebbe i bambini ucraini a non trovare scampo e salvezza nemmeno in altri paesi, perché un estensione del conflitto a livello europeo e globale con le armi atomiche ci condannerebbe tutti alla devastazione e alla desertificazione.

La migliore delle democrazie è quella che sa mantenere e garantire la pace, anche a costo di sacrifici, non quella che ha la pretesa di espandersi mediante la guerra, salvo poi, rinnegare se stessa ritirandosi in buon ordine, questa piuttosto ci appare come una democrazia bambina che sbatte i piedi, urla e spacca tutto fin quando non è riuscita a ottenere qualcosa, e poi dimentica tutto il giorno dopo

Abbiamo promesso la democrazia e la libertà alle donne e agli uomini afghani e iracheni e come abbiamo mantenuto questa promessa? Cosa credete che possano pensare di noi quei bambini e soprattutto quelle bambine che si sono illuse con un intervento militare durato più di 20 anni, di ottenere diritti, istruzione, lavoro e ci hanno visto poi scappare lasciandole ad un destino di sfruttamento e sottomissione esattamente come le avevamo trovate agli inizi di quella missione per la tanto strombazzata democrazia? Ma di che democrazia stiamo parlando? Di quella in cui c'è un ricco padrone di una multinazionale che specula pure sulle forniture belliche i cui profitti ammontano a centinaia di miliardi di dollari e ci sta un cittadino, per modo di dire, che può essere licenziato e sbattuto per strada dall'oggi al domani e ritrovarsi a vivere avvolto nei giornali su un marciapiede?

Noi rischiamo di esaltare una democrazia fittizia solo perché si contrappone a una dittatura mascherata da democrazia, e ancor di più se in nome dell' “allineati e coperti” iniziamo a perseguitare e a insultare chi esercita un minimo di senso critico, considerandolo un “collaborazionista” un “amico dell'oppressore”, dimenticando che l'oppressore, prima di diventare tale, ha soppresso sistematicamente il dissenso nel suo paese, perseguitando e facendo fuori i suoi oppositori. Cerchiamo di impedire alla guerra di omologarci, impediamole di renderci simili all'oppressore e soprattutto aiutiamo i bambini a restare vivi, dentro e fuori il loro Paese, impediamo che venga assassinato il loro futuro con il proseguire di un conflitto insensato. Costi quel che costi. Non è tempo di nazionalismi che hanno devastato e distrutto più volte l'Europa e se quella Occidentale ha imparato la lezione, quella Orientale è ancora ben lungi dall'apprenderla.

Alexander Dubcek, che vide i carri armati russi entrare nella sua città, aveva una nozione ben chiara della democrazia, forse ancor più di coloro che nei paesi occidentali, godevano di essa da tempo.

Egli disse che “La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni”

Facciamoci un esame di coscienza meditando bene su queste parole, applicandole alla nostra realtà prima ancora che a quella di coloro che critichiamo o vogliamo combattere, capiremo così meglio il senso di quello che ci capita e di quello che stiamo davvero facendo o dovremmo fare, specialmente quando si parla di democrazia.


Carlo Felici


mercoledì 30 marzo 2022

SI SVUOTINO GLI ARSENALI, SI COLMINO I GRANAI



                                           di Carlo Felici

Si era in piena guerra fredda quando il Presidente Sandro Pertini, in un messaggio di fine anno che segnava lo spartiacque tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si rivolgeva agli italiani e ad un mondo ancora fortemente diviso tra blocchi contrapposti dicendo: “L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”

Pertini è tuttora una icona per un Partito Socialista che non è più quello di allora e che si accinge oggi a varare un incremento di spesa che porterebbe lo Stato italiano a investire in armi più di quanto spendesse allora l'Italia con tutte le caserme in funzione per la leva obbligatoria.

La somma dovrebbe raggiungere il 2% del PIL, con un incremento di circa 15 miliardi, passando così dai 23 miliardi ai 38 miliardi di euro, che corrispondono ad una spesa di 104 milioni al giorno, ovviamente sottratti ad altri settori nevralgici dello Stato. Essi equivalgono più o meno a quanto lo Stato ricava dalla intera tassazione sugli immobili e si capisce così perché Draghi, da buon ragioniere, ci tenga tanto alla riforma del catasto.

Ormai tutto procede in maniera emergenziale, tranne garantire i diritti di coloro che in emergenza ci sono davvero, infatti contemporaneamente a tali misure è stato negato, in regime di pandemia perdurante, il proseguimento del lavoro a distanza per chi ha gravi disabilità o si prende cura di disabili gravi. Mancano le coperture, si dice, e poi si scopre che vengono varati fondi non solo per armamenti ma persino per i canili, segno evidente che, per questo governo, alcune categorie di persone contano meno dei cani.

Ma veniamo al dunque, cioè alla verifica della necessità di questo incremento di spesa, considerando se davvero esso si mostra indispensabile.


Attualmente, con le spese previste nei vari bilanci degli stati membri, la NATO ha già una potenza militare enormemente superiore a quella degli avversari geopolitici che le si contrappongono, con le tecnologie di guerra che sono le più aggiornate. Senza prenderli in esame, uno ad uno, i 30 paesi NATO spendono oggi circa 1.100 miliardi di dollari. Se osserviamo infatti Cina, Russia e India, sommando le loro spese militari, arriviamo ad appena 390 miliardi, che sono quasi la metà di quanto nella NATO spendono i soli Stati Uniti e cioè circa 778 miliardi di dollari l'anno.

Confrontando queste cifre, e non tanto quelle che riguardano i singoli paesi europei, si capisce bene dove va a parare questo incremento di spesa.

Ma prima che lo scopo sia del tutto evidente, vediamo quanto spendono insieme solo Francia, Germania, Italia e Regno Unito per la difesa e ci accorgiamo che la somma supera di ben tre volte quella della Russia, quindi è già più che sufficiente a tutelare i loro territori. Ma, si badi, in media essa è inferiore a quanto spendono gli Stati Uniti, ed è qui il punto.

Gli Stati Uniti vogliono mantenere la leadership nella NATO spendendo di meno e facendo spendere di più agli europei. L'incremento della spesa militare non è dunque né una questione di sicurezza per l'Europa né di autonomia ma semplicemente di contributi.

E' ovvio che in una dimensione in cui l'Europa fosse capace di avere un suo esercito autonomo con un governo unitario della politica internazionale, tutto ciò sarebbe comprensibile, ma nelle condizioni attuali, l'incremento di spesa appare piuttosto una manovra speculativa a vantaggio di quelle lobbies che producono armi e tendente ad alleggerire il bilancio delle spese militari americane.

L'Italia, già da sola, con i suoi 28,9 miliardi spende più di quanto spende Israele con 21,7 miliardi, pur essendo uno Stato perennemente in guerra, e più di stati ben più grandi come l'Australia (27,5), il Canada (20,8) o il Brasile (19,7).


Questa follia sta portando governi socialisti a sostenere il riarmo in maniera indiscriminata, come accade ad esempio in Germania dove l'incremento della spesa corrisponde ad una somma di 100 miliardi che, da sola, sarebbe bastata a salvare la Grecia a suo tempo da una cura lacrime e sangue. A proposito, la Grecia è uno dei paesi che in Europa spende di più per armamenti sebbene non sia tra i più ricchi.

Il quadro generale europeo, a ben vedere, assomiglia molto a quello di una rinnovata guerra fredda che minaccia il calore solo per tornare a sottomettere meglio i paesi europei, e il perdurare della guerra in Ucraina non può che favorire questa perversa dinamica. Questo paese, infatti, con il prosieguo del conflitto non appare tanto destinato alla liberazione, ma piuttosto a perdere ancora più territori rispetto a prima della guerra, esso rischia infatti di essere tagliato fuori dal Mar Nero se non addirittura diviso in due come era il Vietnam e come è tuttora la Corea.

I paesi europei, rallentando il processo di crescita, stanno già sviluppando una maggiore dipendenza dagli USA e questo non potrà che ridimensionare o comunque fortemente ritardare il processo di costruzione di una Federazione Europea, così come non potrà che indebolire la forza della valuta unitaria europea. Infine l'incremento delle spese militari in ciascuno Stato, senza un coordinamento generale, rischia di ostacolare se non di compromettere gli stessi rapporti tra stati europei.

Pensiamo ad esempio alla Francia che nemmeno troppo velatamente ambisce a guidare le Forze Armate europee e che guarda, memore della sua esperienza storica, con sospetto al riarmo tedesco con la segreta speranza che poi passi sotto la sua guida, e crediamo forse che i tedeschi si faranno mettere sotto controllo, specialmente dopo avere speso tanto, dalla Francia?


Oppure consideriamo quanto siano in crescita e si stiano rafforzando i movimenti ultranazionalisti in Europa e se, puta caso, essi arrivassero a governare vari stati europei, crediamo forse che l'incremento dei loro arsenali tornerebbe vantaggioso per il mantenimento della pace in Europa?

La sinistra in Italia cominciò a sparire dagli anni novanta quando si allineò all'incremento di spese militari del governo Prodi, oggi ha avuto un sussulto di dignità, tutto da verificare, opponendosi a tale provvedimento, quando è quasi sparita. Conte che aveva già incrementato di 5 miliardi tale spesa, ora fa retromarcia cercando disperatamente di ridare slancio alla sua leadership e al suo movimento, dopo essere stato riconfermato presidente, magari ipotizzando di guidare l'opposizione in vista di elezioni anticipate. Strano destino per un partito che aveva stravinto le elezioni e che tuttora è il partito di maggioranza relativa.

Ci sono poi quelli non si fermano nemmeno di fronte al ridicolo, ed evocano i partigiani e la Resistenza dopo quasi 80 anni trascorsi da quando non esistevano armi atomiche e dimenticando che la Resistenza senza gli Eserciti, l'Aviazione e la Marina degli Alleati sarebbe stata spazzata via in un batter d'occhio. Francamente, con tutta l'ammirazione possibile per gli eroici partigiani che aumentarono di numero in maniera direttamente proporzionale alla avanzata delle truppe Alleate, vorrei vedere che fine avrebbero fatto se questi ultimi si fossero limitati a dar loro armi senza invadere contemporaneamente il nostro territorio.


Ma tornando all'Italia, noi rischiamo, con una spesa aggiuntiva di 104 milioni al giorno per armamenti, di compromettere una crescita già messa a dura prova dal perdurare della pandemia e soprattutto dalla  assenza continua di politiche sul lavoro ed industriali, che il ragionier Draghi non sembra voler prendere assolutamente in considerazione. Eh già le fanno i politici veri queste cose..

Ma tornando a Pertini, chiediamoci seriamente perché volesse svuotare gli arsenali e colmare i granai, ebbene ce lo spiega lui stesso : “Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve nella libertà di morire di fame”. Pertanto, a stomaco vuoto, anche un popolo rimpinzato di armi, è destinato a vedere la sua libertà come un miraggio sempre più lontano.


venerdì 25 marzo 2022

UNA IPOCRISIA DI MASSA

 


                                                    di Carlo Felici


Sulla vicenda ucraina stiamo assistendo ad una progressiva omologazione indotta dai media e ogni voce fuori da coro è destinata ad essere tacitata, non ovviamente con una esplicita censura, perché dobbiamo ancora apparire come una democrazia, ma allontanando o facendo sparire le voci dissonanti. Caso emblematico è quello del prof. Orsini il quale non ha detto cose tanto diverse dal Papa, sulla questione armi agli ucraini.

Egli, in buona sostanza, ritiene che sia controproducente dare armi agli ucraini perché ciò non porterebbe ad una fine del conflitto, ma ad una sua progressiva accelerazione e a un durata maggiore a tutto danno del popolo ucraino. Ma chi lo contesta afferma che il popolo ucraino ha tutto il diritto di difendersi e non va abbandonato o lasciato solo in questa sua lotta contro l'invasore ed oppressore. Apparentemente è più facile dare ragione ai detrattori che ai sostenitori di Orsini, ma osserviamo qual è la situazione sul campo. Non c'è un vinto né un vincitore e, continuando così le cose, gli unici vincitori rischiano di essere la morte e la distruzione oltre che l'esodo di donne e bambini separati a forza da uomini che sono costretti anche con la forza a combattere, perché in Ucraina non è stata abolita solo la pace, ma anche il pacifismo, realizzando un inferno sulla Terra che non ha eguali per la sua perfezione, dato che nemmeno in Libia o in Siria si è vietato agli uomini di emigrare. Eppure a noi è stato vietato di dare armi ai libici o ai siriani.

Putin se la prende comoda, anche perché il costo di questa guerra per lui è destinato ad essere altissimo, ma stavolta non combatte per una remota provincia dell'impero, di cui vorrebbe rinnovare i fasti in una lotta demenziale trasformata in scontro di civiltà, combatte per il cuore stesso di quello che lui crede debba essere l'impero, e tutta la sua propaganda demoniaca è volta a far credere ai russi che quella in corso è una sorta di “guerra santa”, che va combattuta fino alla morte non solo dei singoli soldati, ma persino di interi popoli, perché se l'alternativa è l'estinzione della civiltà, allora anche l'uso della bomba atomica diventa lecito. Quindi è disposto a mettere in campo tutte le sue risorse, militari, logistiche, economiche, propagandistiche e atomiche pur di vincerla.

Dall'altra parte cosa abbiamo? Paesi europei che agiscono come un pugile suonato e sferzato a reagire dalla frusta degli USA e della GB, il paese più avverso all'Europa, che si stringono disperatamente intorno alla NATO come ultimo rifugio all'olocausto nucleare che li investirebbe in pieno e che subiscono le conseguenze delle sanzioni economiche esattamente se non più della Russia, infine che non possono fare a meno in tempi brevi di finanziarla con miliardi di euro ora trasformati in rubli, ogni giorno per pagare il suo gas, di cui, almeno in tempi brevi, non possono fare a meno. Cornuti dalla guerra e mazziati dalle sanzioni

Per cui strombazzano ai quattro venti l'armiamoli e scongiurano sempre alla rosa dei venti di guerra, il non partire, con l'aggravante che chi dissente da questo “verbo” è un traditore, putiniano, filonazista e chi più ne ha più ne metta..in modo che tutti siano portati a sostenere gli interessi delle multinazionali che producono e vendono armi. Nella società dell'iperconsumismo e dell'usa e getta elevato all'ennesima potenza, non vi è vuoto a perdere più efficace e rapido delle armi

Si usano e si gettano in continuazione, e altrettanto rapidamente se ne producono altre destinate alla stessa sorte e allo stesso profitto, solo che con esse si usano e gettano miseramente anche povere vite umane.

Da che mondo è mondo cosa c'è di meglio che usare la propaganda patriottica per incrementare guerre e guadagni, ovviamente mettendo a tacere chi dissente?

Una propaganda che è destinata a trascinare tutti e tutto in un gorgo nefasto, ricordiamo anche i socialisti della Seconda Internazionale si allinearono su posizioni guerrafondaie, con una eccezione però che allora fu l'Italia, e teniamo a mente altresì che colui che coalizzò intorno a sé l'interventismo italiano, tra i socialisti, ben presto dopo la guerra realizzò il regime più liberticida e guerrafondaio che l'Italia abbia mai avuto

E ora, tra i socialisti rimasti in Italia si vorrebbe tacciare di arrendismo, doppiopesismo, benaltrismo, chi vuole far tacere le armi e ritiene l'incremento della spesa militare una vergogna?

Noi possiamo spendere mille miliardi per incrementare la spesa militare ma se, puta caso, venissero usate armi atomiche, sarebbero solo stati buttati al vento.

Si replica che è la resistenza che tiene in piedi le trattative, ma francamente, non si capisce dove tali trattative vogliano andare a parare. Anzi, non si capisce nemmeno se si sta trattando sul serio

Perché comprendere i motivi dello stallo è molte semplice: Putin vuole per sé la Crimea e le repubbliche russofone dichiaratesi indipendenti, soprattutto per garantirsi uno sbocco sul Mar Nero che poi vuol dire sbocco sul Mediterraneo, e la neutralità della Ucraina. Zelensky vuole a tutti i costi garantire all'Ucraina l'integrità territoriale che vuol dire non cedere ai russi nulla, nemmeno la Crimea, tagliandoli fuori dal Mediterraneo.

E si badi, dall'inizio del conflitto, quello che è sceso a più miti consigli è stato Zelensky che, rispetto alle posizioni iniziali, ha rinunciato a far parte della NATO, non Putin. Allora a chi giova il protrarsi della guerra? Non certo al martoriato popolo ucraino, non certo alle famiglie separate a forza perché gli uomini, volenti o nolenti (e almeno in Spagna e in Italia non si era costretti a combattere ma lo si faceva da volontari) sono arruolati a forza in un esercito in cui solo le componenti addestrate fanno la differenza, il resto serve solo per garantire la legge marziale.

Sarà quindi il caso di dire l'indicibile e soprattutto una verità indigesta a chi combatte soltanto seduto comodamente davanti ad un PC.

Questa guerra non sarà breve e logorerà tutta l'Europa e non potrà essere vinta nemmeno con armi atomiche perché in un conflitto nucleare non ci sono né vincitori né vinti, ma solo la desolazione e la devastazione planetaria che arriverà, si badi, però prima in Europa, e solo poi nel resto del mondo che potrebbe anche fermarsi vedendo la culla della civiltà occidentale, in cui noi ci illudiamo di avere costruito un bel paradiso in terra, svaporare in un inferno senza redenzione e decidere così di farle un bel funerale.

Queste sono le vere questioni che abbiamo di fronte. L'alternativa non è la Russia o l'Ucraina ma l'Europa o la sua estinzione e la cosa che fa più rabbia è che la Russia che fa parte dell'Europa non voglia rendersene conto, sostenendo un progetto euroasiatico tanto magniloquente quanto privo di consistenza, mentre è deprimente che l'Europa perennemente allineata e coperta, dietro USA e GB, paesi politicamente antieuropei da sempre, non ne sia affatto consapevole.

Di fronte a tutto ciò, il più “benatraltrista”, il più “arrendista”, il più “doppiopesista” e forse persino il più europeista appare il Papa, solo che l'ipocrita di massa non ha il coraggio di dirglielo in faccia.

Perché quando il Papa dice senza mezzi termini: "È una pazzia, io mi sono vergognato".. La "vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un'altra impostazione. Parlo di un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti.” Ebbene l'eroe dell' “armiamoli e non partiamo”, con il sedere ben piantato davanti al suo PC, forse si vergogna o comunque si dovrebbe vergognare molto più di lui. Dio ci scampi dunque dall’essere più papisti che socialisti, anche quando certa misera ipocrita propaganda ci spingerebbe ad esserlo.

Carlo Felici

domenica 20 marzo 2022

LA BESTEMMIA CONTRO LO SPIRITO

                                             



                                                       di Carlo Felici


Di recente abbiano assistito a vari appelli del Papa Francesco affinché cessi il conflitto in Ucraina, lo stesso Papa, oltre a condannarlo come “disumano e sacrilego”, ha chiesto perdono per la guerra, ma una guerra può essere davvero “perdonata”?

L'Evangelista Matteo (12, 31-33) ci riferisce le parole di Gesù: “Perciò io vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. A chiunque parli contro il Figlio dell'Uomo, sarà perdonato; ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro. O fate l'albero buono e buono pure il suo frutto, o fate l'albero cattivo e cattivo pure il suo frutto; perché dal frutto si conosce l'albero”. Ci sono dunque limiti alla Grazia divina? Cosa è lo Spirito Santo? E perché bestemmiarlo non porta alcun perdono? Per comprenderlo e rispondere a tali domande, dobbiamo contestualizzare gli episodi che riguardano tale brano evangelico che ritroviamo, sempre nello stesso contesto, anche nell'Evangelista Marco.

Gesù, in tale situazione, scaccia gli spiriti demoniaci e la conseguenza è la restituzione della parola e della dignità a chi era marginalizzato ed escluso a causa di tale possessione, in poche parole, l'azione di Gesù corrisponde ad una liberazione ed alla restituzione della condizione di onorabilità e rispetto verso chi prima era posseduto ed era pertanto “captivus diaboli”, nel senso etimologico del termine, “prigioniero del demonio”, gli restituisce la possibilità di essere nuovamente artefice della sua vita, e non più oppresso da un potere malvagio. Quello che fa Gesù in quel contesto è opera di Dio, ma i rappresentanti ufficiali della religione del tempo, i farisei, non lo vogliono capire e, anzi, accusano lui di agire in maniera demoniaca. Ribaltano cioè il senso della Grazia, libera e liberatrice, volendo assumerne il controllo per fini oppressivi di potere religioso e politico.

Ecco dunque che comprendiamo bene cosa è la bestemmia contro lo Spirito Santo, essa non è né il non riconoscere l'azione di Dio, cosa che accade comunemente a moltissimi esseri umani, e nemmeno l'attribuire le azioni malvagie all'azione di Dio, come sovente avviene nei regimi intolleranti proiettati verso l'integralismo religioso, o nelle citazioni bibliche a sproposito su Dio, perché tutto ciò sarebbe sì configurabile come bestemmia, ma piuttosto del comandamento che vieta di nominare il nome di Dio invano.

La bestemmia contro lo Spirito Santo è invece lo specchio deforme di questa bestemmia contro il nome di Dio, accade quando la gente o chiunque sia a capo di tale gente, in vesti politiche o religiose, assiste alla liberazione spirituale e materiale di un individuo o di un popolo, ma anziché riconoscerla, la condanna. E soprattutto condanna fino alla morte colui o coloro che hanno messo in atto tale liberazione. E' dunque la condanna senza appello dello Spirito della Libertà, nel senso più ampio e più puro, in nome del suo contrario: il senso più demoniaco dell'oppressione

La bestemmia contro lo Spirito Santo di purezza, vita e libertà, è il sacrilegio che corrisponde alla idolatria del demone oppressore.

Ecco quindi chiaro il senso della impossibilità del perdono, perché il perdono stesso è un atto di liberazione e di riscatto della nostra dignità, ma esaltando l'oppressione ed idolatrando l'oppressore, evidentemente, non può esserci né liberazione né, conseguentemente, il perdono che la propizia. Non c'è dunque Dio né salvezza per nessuno. Ciò nonostante, anche in questa condizione di condanna assoluta, Dio non cessa di essere il Liberatore, non cessa di manifestare la Sua Grazia, nell'attesa che noi possiamo accoglierla.

Rapportiamo ora tutto ciò alla vicenda ucraina. Abbiamo un popolo che è invaso ed oppresso, calpestato nella sua dignità in tutti i suoi beni e nella sua totalità del suo esistere, perché anche coloro, in una parte di questo popolo, che potevano, fino a qualche tempo fa, reclamare una loro liberazione, ora, in una guerra di totale invasione e distruzione, anche a causa della reazione, sono coinvolti tutti in un destino di morte e di annientamento. Abbiamo un artefice di tale oppressione che usa persino le parole evangeliche per suffragare la sua opera nefasta. Cita le sacre scritture: Gv 15, 12-17: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” Trasforma cioè un atto oblativo assoluto in una concreta opera distruttiva e tirannica, non dà la sua vita per la liberazione di alcuno, ma pretende che altri la diano per coloro che, anziché essere considerati amici e fratelli, sono oppressi come nemici e senza distinzione di età, sesso o condizione sociale. Celebra l'idolatria della sua persona in uno stadio in cui la stessa verità evangelica viene ribaltata dalle sue radici più profonde.

La bestemmia dunque contro lo Spirito Santo è completa ed esaltata alla massima potenza, non solo nella guerra, non soltanto nella invasione e nella mortificazione delle vite e delle dimore dei più fragili, nel loro habitat quotidiano, ma soprattutto nell'autoesaltazione, fino alla minaccia atomica, addirittura con il ribaltamento della stessa parola di Dio.

E' il fariseo che minaccia Gesù crocifisso in un popolo bombardato e martoriato e che anela alla liberazione, in nome del dogma della sua verità indiscussa ed indiscutibile, e del suo sistema armato di dominazione.

Ebbene, per tale bestemmia, per la guerra con cui essa si autoesalta e persino per coloro che adducono giustificazioni o cause storiche per l'assolutezza di tale peccato, non può esserci né ci sarà mai perdono, perché il perdono è il discrimine tra la libertà e la tirannia, tra la possibilità che chi, anche nel torto, possa esprimersi senza essere messo in galera, e chi, anche solo manifestando con un cartello bianco, viene catturato e recluso. Aut Aut, possiamo cercare tutte le ragioni strumentali possibili, ma quando qualcuno sale su un piedistallo, si fa acclamare da una folla senza che alcuno possa contestarlo e giustifica la sua oppressione con la parola di Dio, l'apostasia e il peccato contro lo Spirito Santo sono assoluti e completi. E per questo non è possibile il perdono, finché sussistono e vengono persino esaltati gli elementi di tale bestemmia contro lo stesso Santo Spirito Liberatore.

La guerra è sempre stata causata da questa inversione di valori, da qualcuno che ha preteso, in nome di una religione o di una ideologia che ne è solo la maschera deforme, di esercitare il potere della liberazione sotto le mentite spoglie della più becera oppressione. Costringendo altri a difendersi, anche contro ogni speranza di vittoria e fino al sacrificio finale, perché la libertà non ha prezzo e anche la vita, questa volta sì, può essere donata per gli amici e fratelli che vogliono condividere la libertà e non vedersela negare o riceverla in regalo con bombe che spianano altri fratelli.

Ernesto Che Guevara a chi gli chiedeva se lui si considerasse un liberatore, rispose : “Non sono un liberatore. I liberatori non esistono. Sono solo i popoli che si liberano da sé”

Questo valga come monito sia a chi crede di essere liberato da un invasore sia per chi pensa di intervenire per liberare un popolo invaso, come è accaduto fin troppe volte in passato. Ebbene, quel popolo merita di essere aiutato, ma deve liberarsi da solo.

Non c'è perdono per una guerra che umilia e strazia la dignità, la integrità e la stessa essenza spirituale di un popolo. Ma nonostante ciò, anche la disperazione di un mondo senza salvezza, può spingerci a cercare e a ritrovare il volto autenticamente liberatore di Dio, anche quando la speranza si spegne come una candela nella cantina dove si è cercato l'ultimo rifugio allo strazio della morte.

Anche da quel tugurio può rinascere ostinatamente la vita, può spuntare e crescere un albero buono che dia buoni frutti.


lunedì 7 marzo 2022

IAIDO

                                               


                                                      di Carlo Felici

Viviamo in un mondo in cui la guerra che avrebbe dovuto essere sepolta con le macerie del secolo scorso, appare purtroppo di nuovo repentinamente, questa volta accompagnata in maniera esponenziale anche da devastazioni ambientali e ingiustizie sociali che, con il loro progredire, possono mettere a serio rischio la sopravvivenza degli esseri umani su questo pianeta.

Non di rado i “rimedi” che si sono adottati in passato per emendare questi pericoli, si sono poi rivelati purtroppo peggiori degli stessi mali, originando anche guerre di religione o per la contrapposizione di modelli politici, religiosi ed ideologici di potere.

La costruzione della pace nel mondo che appare oggi come l'imperativo categorico più impellente che l'umanità deve affrontare, passa piuttosto inevitabilmente mediante la costruzione della pace interiore, e cioè mediante la consapevolezza della interconnessione di tutto ciò che, prima ancora di esistere ed essere sottoposto alle leggi del divenire, “è”, di per sé insieme al tutto, da sempre e per sempre

L'unione con l' “essere” è la suprema consapevolezza che ci apre al destino dell'eternità, al fatto che cioè noi siamo già “eterni” prima di nascere e non possiamo non esserlo dopo la nostra morte.

La filosofia occidentale ci ha insegnato a scoprire, a disvelare l'essere, aletheia, per i Greci, non è altro che la verità in quanto scoperta e “disvelamento”, anche in senso etimologico. Ma non ci ha insegnato ad unirci ad esso, ad essere cioè tutt'uno con esso.

In questo l'Oriente può darci una grande lezione, in particolare con la “pratica dell'unione con l'essere”, un' arte ed una disciplina marziale, tra le più antiche al mondo.

Lo Iaido è, anche in questo caso pure etimologicamente, l'unione con l'essere. Scopo perfetto di tale disciplina è infatti l'unione con noi stessi e con il microcosmo che c'è in noi, al fine di unirsi con tutto l'universo, tagliando ciò che ancora ci separa e ci ostacola, mediante le nostre imperfezioni.

Non è quindi un'arte astratta o teorica, ma una pratica di vita adatta a qualsiasi età, un percorso non solo da seguire in un Dojo, ma da vivere quotidianamente

Lo Iaido è spesso associato allo Zen e ogni pratica nel Dojo è preceduta da una adeguata meditazione, e da precisi insegnamenti da parte di un Sensei che è il “Maestro della Via”. Lo Iaido precede tutte le arti marziali e si è sviluppato nell'antico Giappone.

Abbiamo notizie sulle prime scuole di Iaido intorno al VII secolo, durante l'era Nara, con il loro pieno sviluppo tra il XVI e il XVII secolo. Da allora, questi antichi e preziosi insegnamenti si sono tramandati fino ad oggi e la loro pratica, anche se non particolarmente estesa rispetto ad altre discipline come il Kendo, è ormai diffusa in tutto il mondo e tuttora in auge.

Si imparano con lo Iaido le tecniche di estrazione di spada, mediante i Katà, ma il vero scopo è la coordinazione tra mente, corpo (nella sua dimensione cinetica e scheletrica) e respiro, nell'esecuzione di ogni Katà, fino a che tutto ciò avvenga con piena naturalezza. Nella pratica sono necessarie molta pazienza, e particolare perseveranza, oltre ad una estrema precisione nell'eseguire i movimenti, L'arte quindi è particolarmente rigorosa, ma ricca di fascino, e la spada in essa diventa il modo in cui mente e corpo si integrano e si manifestano pienamente nell'unione con l'Essere, nella sua vitalità ed autenticità.

Per praticare lo Iaido è necessario un equipaggiamento costituito da uno IAI-GI, (casacca) doppio, bianco e nero, e una HAKAMA (gonna pantalone) nera.

Inizialmente si utilizza un BOKKEN (spada di legno), poi uno IAITO (spada in lega metallica non affilata) e, per coloro che sono più esperti, anche una vera Katana (Shinken)

Tutto avviene a debita distanza e sotto il controllo assiduo di un Maestro a cui si deve sempre pieno rispetto e assoluta obbedienza.

L'essenza dello Iaido, nell'anima del Giappone da cui proviene, credo sia espressa pienamente in questa affermazione di Yukio Mishima in un suo dialogo con Michel Random (alias Stefano Balossini):

“È una perfezione, un rigore, un’armonia, una segreta bellezza. La spada è l’immagine compiuta di questa tensione a due facce: essa esprime la perfezione dell’opera realizzata, il senso sacro della vita e della morte, l’attacco fulmineo stesso. È difficile dire se noi siamo in grado di condividere una tale sensibilità o anche solo di comprenderla realmente. Ma poiché questa è la sensibilità del popolo giapponese, dobbiamo almeno sapere che questa faccia invisibile è come un codice creatore, sorridente e implacabile al tempo stesso”

Sembra impossibile poter parlare di perfezione, rigore, di armonia e di segreta bellezza in un mondo afflitto dal consumismo in cui il cattivo gusto e la bruttezza ormai straripano dai vari media, telematici e televisivi, eppure esiste, se ancora si ha la forza, la pazienza e soprattutto la perseveranza di volerla non solo cercare, ma soprattutto attuare in noi stessi prima ancora che altrove.

Nello Iaido sembra vivere una giocosa finzione che solo apparentemente resta tale, anche se animata da situazioni (katà) in cui il nemico è un signor Nessuno, ma che in realtà è sempre il signor Pericolo, quando si manifesta repentinamente in ogni circostanza della vita, persino con l'intento di uccidere. Uccidere il nemico, quindi, diventa, nell'arte dello Iaido, l'abilità dell'uccidere la paura costante di un nemico che vive in noi e ci appare esista anche fuori di noi.

Non bisogna quindi confondere lo Iaido con un passatempo alimentato dall'autocompiacimento di acquisire gradi sempre superiori. Lo Iaido piuttosto è la consuetudine quotidiana con la morte, pericolo supremo del vivere ma allo stesso tempo suprema consapevolezza del nostro destino ultimo, quello che ci riporta sempre, volenti o nolenti, all'Essere supremo.

Dicevano i latini: “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt” Di qui l' “Amor fati” assunto dallo stoicismo come viatico supremo del confronto con una morte che non è mai nemica ma “sorella”, anche francescana, del vivere. Ebbene, nello Iaido si è tutt'uno con i “fata”, con l'Essere e con il destino, tanto da non lasciarsi nemmeno condurre, ma al punto da incedere con la sua stessa andatura.

Così il pericolo, in qualsiasi circostanza esso si manifesti nella nostra vita, diventa il Maestro che ci insegna ad essere presenti, fisicamente e mentalmente, tanto da non scindere mai mente e corpo, ed essere preparati sempre ad ogni situazione, anche imprevista.

La pratica non è quindi una gestualità in senso stretto, ma piuttosto una “mimica” per entrare in un habitus nuovo, fin dalla vestizione del GI e dell’HAKAMA (l’abito dell’arte) e ben oltre il Dojo. Perché la “mimica” dello Iaido è innanzitutto un “atto puro” che somma simultaneamente una valenza ascetica, una esorcistica ed un’ altra artistico-rituale mediante “gesti formalizzati e codificati”, essa è animata da uno spirito proteso alla realizzazione della Via mediante un rito (Katà) che anche etimologicamente vuol dire “azione giusta mediante un gesto appropriato”.

Essa consiste dunque nell’ “essere” il duellante: un uomo nuovo, unificato, completo, libero da rincorse motivate da pretese o aspettative, che taglia innanzitutto la sua miseria e piccolezza, simultaneamente al Maestro che gli si manifesta mediante il pericolo.

Senza percepire il Maestro-Pericolo, nel Dojio e nella vita, lo Iaido non ha valore, quindi non può essere confinato ad un'arte estetica e ancor meno ad una sorta di “gestualità” o “balletto”. Nel Dojo c'è la morte, anche in piena sicurezza, così come c'è nella vita quotidiana anche se esorcizzata dai nostri sistemi economici, sanitari, veicolari, persino bellici. Se non siamo noi a condurla per mano, è lei che conduce noi. Non si scappa. Condurla per mano, non significa unirsi a lei, ma integrarla nella nostra vita affinché la vita stessa sia più piena e degna di essere vissuta.

Significa capire che la vita stessa, con questa sorella che conduce per mano, e con cui lotta in continuazione per imparare ad essere sempre più pronta e consapevole, ha un senso e una validità immensamente superiore ad un vivere meschino, conformista, indifferente e pavido.

Con questa consuetudine quotidiana, noi possiamo acquisire una “perfetta inquietudine” per spaziare liberamente verso un “dove” mai predefinito, restando svegli, vivi nell'entusiasmo, ma anche quando tendiamo ad apparire reietti in un mondo che è esso stesso gretto e reietto, nella sua immagine illusoria, e goffa di superficialità.

Lo scopo della vita non è dunque eliminare tale “perfetta inquietudine”, ma assumerla come “maestra della Via”. Lo Iaido è combattere e tagliare la devastazione di coloro che “hanno capito” una volta e per sempre, per esempio che il benessere è lo scopo supremo dell'umanità, che la giustizia dirime la vita di chi è in prigione da quella di chi resta libero, che la guerra è giusta e ingiusta, che la mia fede è meglio della tua, che il mio territorio confina col tuo, che la mia ricchezza determina la mia identità rispetto a quella di un altro...che il mio essere si costituisce simultaneamente al tuo non essere.

Ebbene, nello Iaido il “non essere” resta sempre una pura illusione, è il nemico-non nemico, solo un velo da tagliare, con una mente che vive sul filo della spada.

Per un mondo che sta assistendo al prologo di quello che potrebbe essere un suicidio collettivo in cui guerra e devastazione ambientale si saldano nel più perfetto degli Armageddon, l'unione con l'Essere può essere una fondamentale chiave risolutiva, non apre soluzioni globali, ma apre la soluzione in ciascuno di noi. E senza che ciascuno di noi sia aperto ad una vera soluzione, non ci sarà mai una autentica soluzione globale.

Una vita degna di essere vissuta è “una vita attenta”.

Quando ci si accinge a praticare lo Iaido, in una delle migliori associazioni che esistono in in Italia: la TAI-A NO KAI (http://www.taianokai.org/) si legge sempre il viatico per una “lunga vita” che è il seguente:

“L'intera famiglia, armoniosa e devota, consapevoli dei debiti verso i nostri genitori e antenati, Riverenti verso la natura, grati per la società. Sempre umili imparando dagli altri. In grado di dare, dimostrando gentilezza. Facendo proprio il motto: “una vita che brilla”. Tollerando i difetti degli altri, correggendo i propri. Moderati nel linguaggio, senza arrabbiarsi. Dolci, gentili, onesti. Apprezzando la gioia di vivere. Pazienti, pacifici. Senza arrabbiarsi. Cauti nel parlare. Questo porta ad una lunga vita” Possiamo solo aggiungere: non solo per ciascuno di noi, ma anche per l'Essere del nostro pianeta e di tutto l'Universo che in noi si rispecchia.

La Via dell'Unione con l'Essere può comportare anche delle sconfitte, ma non comporta mai la resa, nemmeno alla pioggia battente, nemmeno a quella incessante.


Alla pioggia non si arrende,
al vento non si arrende,
alla neve e al caldo estivo non si arrende,
ha un fisico robusto.
Mai adirato,
non ha smanie,
sempre sereno e sorridente.
Ogni giorno mangia settanta grammi di riso integrale,
il riso e un po’ di verdura.
In tutti i casi
non bada a se stesso
per conoscere, capire
e non dimenticare.
Vive in una piccola capanna di paglia
all’ombra di un bosco di pini.
Se ad est c’è un bambino ammalato
va ad assisterlo,
se ad ovest c’è una madre stanca
va per portarle quei fasci di riso,
se a sud c’è un moribondo
va per dirgli di non avere paura,
se a nord c’è un litigio o un contenzioso
va a dire di lasciar perdere le cose insignificanti.
Quando è periodo di siccità piange,
quando è estate fredda cammina preoccupato.
Da tutti viene detto un sempliciotto,
non è mai lodato,
però non è nemmeno causa di sofferenza.
Io voglio diventare
una persona così.

Miyazawa Kenji (1896-1933)




domenica 6 marzo 2022

I MACELLAI DELL'ARMIAMOLI E NON PARTIAMO.




Ho già detto e stradetto, anche sulle colonne dell'Avanti (https://www.avantionline.it/quali-armi/) come la penso sulla questione delle armi agli ucraini.
Lo ribadirò ancora una volta a chiare lettere, anche se c'è qualcuno che ancora non lo capisce o non lo vuole capire, illudendosi di essere così un' "anima bella"
Ebbene, non ci sta niente di più brutto della guerra e chi la fa o la prolunga ha solo un'anima orrenda.  
In tutte le guerre recenti, da quella mondiale a quella in Siria e in Libia, le sanzioni, da sole, non sono servite a nulla. Possiamo anche partire più indietro, da quella d'Africa se volete, quando il regime mussoliniano fu sanzionato per avere aggredito l'Etiopia, e a Mussolini le sanzioni servirono solo per consolidarsi ulteriormente ed allearsi con Hitler. Così come oggi la Russia può allearsi con la Cina.

Per far cessare la guerra in Jugoslavia, o meglio, per estendere la sfera di influenza occidentale sui Balcani si arrivò a bombardare ferocemente Belgrado, colpendo ospedali, sedi televisive, infrastrutture, persino autobus pieni di civili, con una tale quantità di bombe che dovettero essere smaltite a tutti i costi, tanto che, persino oggi qualche pescatore nell'Adriatico, ne tira su ancora qualcuna.
Poi abbiamo voluto far sloggiare Saddam, anche in quel caso sanzioni a non finire, armi ai kurdi e agli Sciiti, persino un primo intervento militare, ma niente. Ci siamo dovuti inventare che aveva armi di distruzione di massa per andare a stanarlo e a spianare l'Irak, anche stavolta senza tanto andare per il sottile con i bombardamenti che ridussero in macerie Bagdad.

Lo stesso si fece in Afghanistan, partendo, bandiere al vento e fanfare strombazzanti, per l'estensione della democrazia e dei diritti civili ad una popolazione schiavizzata dai barbari talebani, in particolare per liberare il volto delle donne dall'oscurantismo e restituire loro libertà e dignità. Abbiamo visto come è finita, siamo andati via con le pive nel sacco e di dignità nemmeno l'ombra, abbandonando in fretta e furia sogni femminili e dignità illusoria.
In Libia idem, sanzioni, armi ai ribelli, gruppi combattenti mascherati, ma niente, alla fine abbiamo imposto la no fly zone e giù bombe a profusione, finché non abbiamo spianato e disgregato la Libia a tal punto che non si sa ancora, dopo più di dieci anni, cosa ci debba essere al suo posto, così come non si sa cosa ci sia in Bosnia e Kosovo e ovviamente in Afghanistan senza i talebani.

Ci abbiamo provato anche in Siria, ma stavolta è cominciata la reazione, la svolta che qualcosa avrebbe dovuto insegnare. Nel 2013  la Russia e la Cina si sono parate davanti alle coste siriane con le loro navi e con i loro dispositivi di intercettamento missilistico e aereo, e la NATO che aveva già navi e truppe schierate per ripetere quello che già aveva messo in atto in altri paesi, ha dovuto dare dietro front. Però l'Occidente non si è dato per vinto, e quindi giù sanzioni, e soprattutto armi ai guerriglieri, contro il perfido Assad, i quali ne hanno ricevuto tante e tali che, a un certo punto, si sono detti: "Ma chi ce lo fa fare di crepare per Assad? Facciamoci un bel Emirato per contro nostro, tagliamo teste a profusione a tutti quelli che si oppongono, vendiamo le risorse del territorio e ce ne stiamo belli e pasciuti a decantare la guerra santa con tutte le mogli che vogliamo" e sappiamo come è finita, e sappiamo che anche lì non ci sta più uno Stato ma solo gruppi che con milizie private difendono i loro pozzi di petrolio.

La lezione siriana però non è arrivata bene a destinazione tanto che, guarda caso, l'azione occidentale, solo un anno dopo, si è spostata da lì in Ucraina, cominciando a destabilizzare quel Paese e a sventolare sotto il naso della Russia la possibilità di infilarle i missili NATO nel deretano proprio davanti alle sue chiappe.
Siamo arrivati a questo punto che, così come in Russia non si può nemmeno criticare la guerra, anche da noi, sebbene ancora non ci abbiano imposto il bavaglio, ma magari ci stanno monitorando, non si sa mai, chiunque provi a ragionare diventa nemico della democrazia, sostenitore di un mostro paragonabile solo a Hitler, traditore della causa della libertà, e nemico del povero popolo ucraino massacrato dalle bombe.

Ovviamente nessuno si muove davvero, nessuno non solo, specialmente in Italia va a combattere sul serio, ma anzi, da noi accade il contrario che in altri Paesi, i quali magari non entrano in guerra contro Putin per la strizza della "bomba fine di mondo", però almeno non minacciano la galera per chi decide privatamente di andare lì e unirsi ai partigiani ucraini. Noi dobbiamo vendere le armi, che ovviamente un giorno graveranno sul debito ucraino perché nessuno regala mai nulla per niente, ma dobbiamo restare fissi con il deretano sulla sedia davanti alla tastiera.

Se poi Putin ha un potenziale bellico cinquanta volte superiore alla Ucraina, se le armi che diamo ai poveri ma orgogliosi partigiani ucraini gli fanno un baffo a tortiglione, se invece lui si incazza ancora di più e spiana palazzi e scuole, noi no, non partiamo stavolta bandiere al vento e fanfare strombazzanti. Nessuna no fly zone, nessuna bomba fine di mondo.  Continuiamo a pensare a 80 anni fa, ad una guerra combattuta con mezzi e potenzialità immensamente diversi da oggi, facendo più che strategia, propaganda, tanto bella per anime belle che belle non sono affatto.

E quindi giù a criticare quelli che vogliono fermare innanzitutto la guerra, quelli che pensano solo e soprattutto alla popolazione ucraina la quale diventa sempre di più una bomba demografica lanciata su tutti i Paesi europei, e Putin lo sa benissimo che effetto faranno le sanzioni e tale "bomba umana" su una Europa che è schiavizzata da parametri economici dogmaticamente insostenibili.
La seconda guerra mondiale fu vinta solo perché gli Stati Uniti poterono potenziare il loro apparato industriale e bellico a tempo indeterminato in un territorio indenne da ritorsioni. Oggi sanno benissimo che se invadessero con la NATO l'Ucraina, la prima bomba fine di mondo cadrebbe sulla loro testa. E allora molto meglio pensare al job, al business. La libertà può attendere. Vendiamo armi, destabilizziamo l'Europa così l'euro crolla e il dollaro cresce, e crescono anche i posti di lavoro negli USA, la possibilità di vendere approvvigionamenti energetici. La sicurezza della NATO che prima era in forse ora è indiscutibile, la fedeltà di un'Europa che prima poteva pensare ad una sua autonomia politica e militare ormai è fuori discussione
Lasciamo che in Ucraina si scannino, riempiendoli di armi e promesse che chissà quando e se verranno mantenute, alimentando miti eroici e libertari mentre la gente crepa di fame, freddo e stenti o sotto le bombe...poi vedremo.

Quindi alla fine ci penseranno altri a far cessare le armi, magari Israele che cercherà di aiutare la Russia ad uscire da un vicolo cieco,  in cambio di un aiuto contro un Iran sempre più proiettato verso il nucleare, o la Cina molto preoccupata per il fatto che i mercati europei si possano chiudere alla marea dei suoi prodotti esportati, o l'India, che teme di restare isolata e intanto si astiene, povera grande democrazia, forse non ha capito nulla e ha bisogno degli eroi della tastiera?
Per quelli c'è sempre tempo..24 ore su 24...per il popolo ucraino no. Il tempo è già scaduto

Carlo Felici.