Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 13 febbraio 2015

Scarsità di acqua in Brasile e nel mondo



di Leonardo Boff

L'attuale situazione di grave scarsità di acqua potabile, che interessa buona parte del sud-est brasiliano, dove sorgono le grandi città come San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, ci obbliga, come mai prima, a ripensare la questione dell'acqua e a sviluppare una cultura di estrema attenzione, che si esprime inseparabilmente con le sue famose erre: ridurre, riusare, riciclare, rispettare e reforestare.

Non esistono al mondo problemi più importanti del problema dell'acqua. Dall'acqua dipende la sopravvivenza di tutta la catena della vita e, di conseguenza, addirittura il nostro stesso futuro. L'acqua può essere motivo di guerra come di solidarietà sociale e cooperazione tra i popoli. Specialisti e gruppi umanisti avevano suggerito un patto sociale mondiale intorno a quello che è vitale per tutti: l'acqua. Intorno all'acqua si creerebbe un consenso minimo tra tutti, popoli e governi, in vista di un bene comune e del nostro sistema di vita.

venerdì 6 febbraio 2015

Popolo: alla ricerca di un concetto


Leonardo Boff
Poche parole sono frequentemente usate da eminenti oratori, più della parola «popolo». In questa accezione, il suo significato è talmente ondivago, che le scienze sociali la tengono in scarsa considerazione, preferendo parlare di società o di classi sociali. Ma come ci insegnava L. Wittgenstein, "il significato di una parola dipende dal suo "uso". Da noi, adoperano positivamente la parola "popolo" soprattutto coloro che si interessano alla sorte delle classi subalterne: il "popolo".
Proviamo a fare uno sforzo teorico per assegnare un contenuto analitico al lemma "popolo” perché il suo uso serva a coloro che si sentono esclusi nella società e vogliono essere "popolo".
            Il primo significato filosofico-sociale affonda le sue radici nel pensiero classico dell'antichità. Già Cicerone e, dopo, Sant'Agostino e Tommaso d'Aquino affermavano che "il popolo non è qualunque riunione di uomini qualsiasi, ma la riunione di una moltitudine di accordo sul diritto e con interessi comuni". Tocca allo Stato armonizzare i vari interessi.

martedì 27 gennaio 2015

La speranza di vincere e la capacità di durare.



                                                      di Carlo Felici

Alla vittoria di Syriza che a tutti coloro i quali, come chi scrive, hanno sostenuto da tempo il suo giovane leader: Tsipras, fa un gran piacere, va applicato il motto gramsciano sull'ottimismo della volontà e sul pessimismo della ragione.
La volontà di rompere con i diktata della cosiddetta Troika va salutata con grande ottimismo e con grande soddisfazione, in particolare per questa bella prova di democrazia che ha saputo dare il popolo che, della democrazia, è stato l'inventore. E ottimisti lo saremo ancor di più se questo bell'esempio saprà essere contagioso verso altri popoli della sponda nord del Mediterraneo che, sicuramente, negli ultimi tempi, hanno visto, come noi, peggiorare sensibilmente il loro livello di vita e di benessere, anche a causa delle condizioni capestro a cui sono stati sottoposti dalle autorità monetarie europee.
Lo stesso ottimismo ci spinge a pensare che, finalmente, si potrà porre un argine a quella che sembrava dovesse essere una sorta di guerra infinita alle popolazioni più povere della Unione Europea, costringendole a condizioni di miseria insopportabili, e paragonabili ormai solo a quelle di certi paesi africani o asiatici; sudamericani ormai non più, dato che da quelle parti l'economia, pur con determinate eccezioni, complessivamente cresce di più di quella di vari paesi europei.
In Grecia il primo slogan uscito da queste elezioni è stato: “Ha vinto la speranza”, ma noi sappiamo benissimo però che chi vive di speranza è destinato a morire disperato.
E, di conseguenza, sarà bene capire come una legittima speranza possa trasformarsi presto in una serena e concreta consapevolezza, affinché tutto quello che è accaduto domenica scorsa in Grecia, non diventi presto un' amara disillusione che, tra l'altro, non avrebbe altra alternativa che il baratro di un nuovo e tragico salasso, oppure il tonfo nel populismo fascistoide.

lunedì 12 gennaio 2015

Io sono Charlie..Marx





Sulla tragica vicenda della strage di giornalisti in Francia è in corso un alluvione di inchiostro, è dunque difficile sottrarsi al rischio di aumentare la “piena”, vorremmo invece cercare di contenerla nei limiti di un'analisi quasi telegrafica che possa restituirci almeno un buon senso e una ragione tali, non tanto da esaltare le “magnifiche sorti e progressive” di un Occidente sempre più avvitato su se stesso, al punto da sostituire la sua O iniziale con una A, quanto piuttosto affinché siano capaci di restare indenni nel diluvio di parole della strategia di “distrazione di massa” che da un pezzo accompagna quella di distruzione di massa che viene operata altrove, un po' più lontano dai nostri schermi televisivi.

La presenza di Netanyau che sfila a Parigi è il simbolo più emblematico di tutto ciò: dell'applicare cioè in patria la distruzione di massa, e altrove invece la distrazione di massa.

Vi si è sottratto Obama, ma non sappiamo se consapevolmente e di sua iniziativa, oppure perché sconsigliato dai suoi servizi segreti, che forse hanno ridotto di un certo livello la fiducia in quelli francesi. Gli unici, per altro a spiccare in questa tristissima vicenda per scarsa efficienza ed affidabilità.

Che la sede del giornale e dei giornalisti colpiti fosse un bersaglio nel mirino di certo islamismo terroristicamente militarizzato, era infatti noto da tempo, e l'ultima vignetta-sfida profetica lo dimostra ampiamente. Il sospetto è però anche che quella profezia-sfida potesse essere proprio una provocazione per fare uscire allo scoperto certi gruppi e colpirli meglio. Se è così, bisogna dire che il fallimento è stato disastroso e grottesco. Ma lasciamo perdere il complottismo e concentriamoci sui fatti.

domenica 11 gennaio 2015

Garibaldi e l'Italia moderna






Riproponiamo un pregevole intervento di Bettino Craxi, a 15 anni dalla sua scomparsa, su Garibaldi e sulle radici dell'Italia moderna. 

UNA RIFLESSIONE STORICA E POLITICA SULLE RADICI DELL'ITALIA MODERNA 

di Bettino Craxi
Marsala 25 aprile 1982

Penso innanzitutto che la celebrazione del centenario di Garibaldi non debba risolversi in una pura parata di soli simboli, tutti scontati, freddi ed insignificanti. Essa offre piuttosto l'occasione per una grande riflessione storica e politica, sulle tradizioni e sulle radici dell'italia moderna, dalla quale trarre motivi morali che possano valere per i nostri compiti ed i nostri doveri di oggi... Chi non è capace di trarre insegnamenti dalla storia, difficilmente può avere di fronte a sé un grande avvenire. Una nazione che non conosce o ha dimenticato le proprie radici difficilmente riuscirà ad essere veramente tale e ad esprimere sempre, in ogni circostanza, in ogni momento difficile, la forza necessaria per superare gli ostacoli e per vincere le difficoltà che gli si parano dinanzi.

Eppure talvolta sembra che conosciamo meglio e più in dettaglio la storia degli altri Paesi che non la nostra. Ci entusiasmiamo per esempio alle vicende di avventure storiche e di eroi d'Oltralpe e di Oltreoceano e non conosciamo o dimentichiamo i nostri, i loro grandi sacrifici, le loro dolorose esperienze, la grande passione e la genialità che essi seppero infondere alla lotta che condussero per fare dell'Italia una nazione libera e indipendente. Talvolta, quasi come ipnotizzati e colonizzati dalla invadente produzione cinematografica e televisiva di massa di altri Paesi, siamo sospinti a conoscere tutto dei personaggi dell'epopea del West o della Rivoluzione francese, e non sappiamo, faccio un esempio, che dopo l'impresa del Mille, Abramo Lincoln, difettando di grandi generali, si rivolse a Garibaldi per offrirgli il comando delle armate federali americane all'inizio della guerra di secessione, invito al quale Garibaldi rispose: "Non posso andare pel presente negli Stati Uniti. Ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro Paese, io mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro".


mercoledì 24 dicembre 2014

NATALE: FESTA DELL’UMANITA' DI DIO E DELLA CONVIVIALITA’

                
                                        

                                           di Leonardo Boff


Il Natale è stracolmo di significati. Uno di questi è stato sequestrato dalla cultura del consumo che, al posto del Bambino Gesù, preferisce la figura ammiccante del buon vecchietto, Babbo Natale, perchè più invitante per gli acquisti. Il Bambino Gesù invece parla del bambino interiore che ci portiamo sempre dentro e che sente la necessità di continue attenzioni e che da grande avrà l’impulso di spendersi per gli altri. E’ quel pezzo di paradiso, che non è stato totalmente perso, fatto di innocenza, di spontaneità, d’incanto, di gioco e di convivenza con gli altri, assolutamente senza alcuna discriminazione.
Per i cristiani è la celebrazione della “vicinanza e dell’umanità” del nostro Dio, come si dice nell’epistola a Tito (3,4). Dio si è lasciato tanto appassionare per gli umani che ha voluto essere uno di loro. Come dice elegantemente Fernando Pessoa nel suo poemetto sul Natale: “Lui è l’Eterno Bambino, il Dio che mancava; Lui è il Divino che sorride e scherza; un Bambino così umano che è Divino”.
Adesso abbiamo un Dio Bambino e non un Dio giudice severo dei nostri atti e della storia umana. Che gioia interiore sentiamo quando pensiamo che saremo giudicati da un Dio Bambino. Più che condannarci, vuole convivere e trattenersi con noi per l’Eternità.

domenica 7 dicembre 2014

Lo sciopero a Babbo Natale morto





Cento anni fa era in corso la Grande Guerra, che fu la più grande catastrofe che investì il continente europeo, destinandolo alla sua marginalizzazione nel corso della sua storia futura, funestata da altre guerre: la seconda guerra mondiale e la guerra fredda. Entrambe rovinose ed entrambe destinate a mettere i popoli europei in conflitto tra loro.

L'Unione Europea è nata con il presupposto di far finire definitivamente questi conflitti nel nostro continente, ma sta miseramente fallendo il suo obiettivo da tempo.

Da quando nella ex Jugoslavia, stragi, epurazioni e pulizie etniche la videro impotente, fino ad oggi che tale storia si ripete ai confini della Russia, con un conflitto civile in corso le cui le vittime  tra la popolazione inerme non accennano a cessare. In entrambe i casi, da più di 20 anni a questa parte, la UE, senza un sostanziale ruolo politico e militare autonomo, si è affidata e continua ad affidarsi alla sempre più pesante tutela militare dell'alleato statunitense, all'interno di una NATO tuttora dominata da esso, per marcare non solo i margini della sua sicurezza, ma anche quelli della sua eventuale egemonia finanziaria ed economica in un continente del tutto incapace di proporre una sua politica internazionale, o di svolgere opera di mediazione e di interposizione nei teatri in cui tuttora imperversa la guerra e che, oltre tutto, si sta pericolosamente avvitando su se stesso.

Finita infatti la guerra calda e fredda tra i popoli, è iniziata una guerra tanto subdola quanto rovinosa contro i popoli europei, da parte di apparati finanziari e speculativi corrotti e collusi a tutti i livelli con le peggiori mafie continentali, in nome del principio: pecunia non olet et imperat super omnia.