Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

domenica 27 febbraio 2022

INIUSTA NECE (L'ingiusta invasione)

                                                           di Carlo Felici



Purtroppo ogni guerra, pur segnando in partenza, e indipendentemente dai vinti o dai vincitori, la sconfitta di ogni ragione etica e costruttiva, vede sempre un aggressore invocare le sue “ragioni”, in particolare verso il suo popolo, magari facendole risalire ai suoi antenati che forse piuttosto gradirebbero riposare in pace, cullati da una storia in cui contano i fatti e non le congetture o le ragioni strumentali.

Ebbene, per l’ennesima volta, come nella favola di Fedro assistiamo ad un “Lupo” che accampa “sue ragioni” e attribuisce i torti agli antenati dell’ “Agnello”. Ricordiamo questa favola, almeno nella sua conclusione, sempre attuale: “Pater, Hercle, tuus - ille inquit - male dixit mihi!” Atque ita correptum lacerat iniusta nece” Haec propter illos scripta est fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.” Saremmo tentati di non tradurla, perché il latino dovrebbe essere reintrodotto seriamente dalle scuole medie, ma tant’è.. ecco la traduzione libera: al povero agnello che dice al lupo di non avergli fatto nulla di male, il lupo risponde: “Ma per Ercole (non a caso dio della forza bruta), è tuo padre che ha parlato male di me!” E così lo afferra e lo strazia uccidendolo ingiustamente. Poi arriva la morale: Questo è stato scritto per quegli uomini che, adducendo false (ma fictis corrisponde più a inventate) ragioni (o cause), opprimono gli innocenti. 

Ora, in questa vicenda della guerra ucraina è fin troppo facile individuare il “lupo” in Putin e nell’esercito russo, e l’agnello nel “gregge” (ovviamente senza alcun intento offensivo) del popolo ucraino.

Ci basterebbe condannare il “lupo” ed aiutare gli “agnelli” prima che li faccia fuori tutti e la questione sarebbe chiusa.

Solo che la “favola”, in questo caso, è un po’ più complicata. Non solo perché tra gli antenati degli “agnelli” non vi sono quelli evocati dal “lupo”, ma perché, a ben guardare, di “lupi”, oggi non ce ne sta uno solo, ma un bel “branco”.

Putin ha saltato a piè pari uno dei momenti più belli della storia del popolo ucraino che, non da oggi, si ribella allo strapotere russo, e non lo ha fatto solo quando si è illuso che Hitler potesse liberarlo da esso. Nessuno degli analisti ha fatto riferimento ad un grande eroe libertario dell’Ucraina che forse certe milizie ucraine dovrebbero ritrovare nei loro stendardi più delle croci uncinate: Nestor Makhno. Egli fu un grande eroe libertario anarchico che lottò strenuamente contro austro-tedeschi, russi bianchi e bolscevichi, in nome della libertà del popolo ucraino, allora in gran parte contadino, affinché potesse autogestirsi liberalmente e decidere del proprio destino autonomamente (null’altro infatti che l’autogestione in un modello di democrazia diretta era l’intento degli anarchici di allora). Il suo movimento ebbe una crescita vertiginosa e vinse i suoi nemici sul campo numerose volte, purtroppo però alla fine fu sconfitto dall’Armata Rossa. 

Significativo è un dialogo tra Makhno e Lenin per capire non solo le ragioni del popolo ucraino di allora, ma anche quelle vere di oggi: ne riportiamo uno stralcio, tratto dalle memorie di questo straordinario personaggio: «Lenin mi accolse paternamente, mi fece sedere. Cominciò a interrogarmi con il suo tono da organizzatore nel modo più preciso. La domanda su come i contadini accoglievano la parola d'ordine "tutto il potere ai soviet" me la fece tre volte. Gli risposi che per i contadini ciò voleva dire che il potere doveva allinearsi alla coscienza e alla volontà stessa dei contadini. Lenin mi rispose allora: il fatto è che i vostri contadini sono contaminati dall'anarchia. È un male? gli risposi. Lenin mi chiese poi dei distaccamenti rossi, della loro lotta eroica contro l'occupante, della mancanza di sostegno dei contadini. Temo, compagno Lenin, che siate male informato, risposi. I vostri gruppi restano lontani dalle strade e non combattono nelle campagne, come potete pensare che i villaggi vi sostengano? Non li vedono mai. Lui si mise a ridere: voi anarchici scrivete e pensate al futuro, siete incapaci di pensare al presente. Risposi che ero un contadino illetterato, che mi era difficile discutere su una questione così importante, ma posso dirvi, compagno Lenin, che in Ucraina, nella Russia del Sud, come dite voi Bolscevichi, noi siamo immersi nel presente ed è attraverso di esso che noi cerchiamo di avvicinarci al futuro, al quale, è vero, noi pensiamo. E noi pensiamo molto seriamente.»

Questa citazione è importante non solo perché smaschera la falsa narrazione di Putin sulla storia dell’Ucraina, ma anche dato che mette in evidenza i veri nodi della ostilità tra Ucraina e Russia. L’Ucraina ha sempre lottato per la sua libertà, ma guardando al presente, alle condizioni del suo popolo, nelle strade, nelle campagne, con i piedi e gli occhi ben piantati e puntati sul suo presente. La Russia invece l’ha sempre considerata parte della “sua”storia imperiale prima, e bolscevica poi, con occhi e piedi rivolti ad un futuro stabilito piuttosto dalle autorità imperiali prima e poi da quella dittatura bolscevica che aveva ridotto i soviet ad appendici supine ed obbedienti del partito comunista sovietico.

Ovvio che Putin salti a piè pari tutto ciò, così come è ovvio che prenda a pretesto della sua infame invasione il rischio dell’avvicinamento della NATO e dei gruppi neonazisti presenti in Ucraina.

Ma qui entrano in ballo altri “lupi”, un po’ più defilati, ma non meno famelici. E la caratteristica più frequente della famelicità è la fretta. Quindi possiamo chiederci, prima di tutto: che fretta c’era nel voler includere l’Ucraina nella UE e nella NATO, non parlando tanto dell’Europa ma soprattutto di certi governanti ucraini? Suscitando per altro molto prevedibilmente le ire e soprattutto le paure della Russia, e offrendo formidabili pretesti a Putin come su di un piatto d’argento? La Russia è stata invasa due volte da chi, come base di invasione e di approvvigionamento, e come piattaforma di lancio, scelse proprio l’Ucraina, per le sue immense risorse agricole e minerarie. Lo fece Napoleone e ancor più Hitler che, data la sua epoca, ebbe meno difficoltà a tenere i collegamenti con questo grande deposito di rifornimenti. Pensiamo forse che i russi, nonostante abbiano respinto eroicamente entrambi, abbiano dimenticato la loro storia? Crediamo forse che essa non evochi ancora qualche fantasma del passato, non poi così lontano?

E’ evidente che un conto è avvicinare i Paesi Baltici alla NATO e alla UE, mentre è profondamente diverso farlo con l’Ucraina, per l’enorme differenza di peso economico che tale nazione esercita nel presente e che può sempre di più rappresentare nel futuro.

L’Ucraina piuttosto avrebbe avuto e sicuramente ha ancora, se si riesce a far tacere le armi, un grande ruolo nel destino dell’Europa, quello di fare da ponte e da collegamento tra l’Europa e la Russia che, non dimentichiamolo, appartiene più alla storia del nostro continente che a quella del continente asiatico. Tutto quello che accade, invece, sembra spingerla sempre di più verso il lontano oriente, verso la Cina. Insomma, persino la Turchia di un altro autocrate ma molto più furbo, come Erdogan, riesce a barcamenarsi tra un’occhietto fatto alla Russia e una mano tesa all’Europa che per altro la respinge, e non può riuscirci chi per definizione porta proprio nel suo nome quello della “terra di confine”? Chi è che vuole veramente dividere l’Europa dalla Russia, quale altro “lupo famelico” vuole trarre profitto dall’ennesima guerra fratricida tra popoli europei e cristiani? Son domande retoriche, ma è proprio la retorica che dovrebbe essere esclusa dalla risoluzione di questo conflitto.

Per questo infatti ci vuole un popolo determinato ed un grande statista al potere oppure anche un “sognatore” con i piedi piantati nel presente come Makhno. Non ci vuole un attore che prima recita una fiction in cui, da insegnante, in nome dell’antipolitica, diventa presidente di uno Stato e poi, nelle urne, lo diventa realmente senza avere un minimo di competenza a livello sociale e politico. Almeno Grillo non ci ha nemmeno provato se non per scherzo, forse. Riesce un comico ad avere un po’ di autoironia anche in un momento tragico come questo? Riesce a capire, nonostante si mostri al mondo come l’eroe che resiste fino allo stremo nel palazzo presidenziale il quale però ci appare più scenografico che bombardato, come lo fu il palazzo della Moneda di Allende, che il fatto più tragicomico di questa vicenda è quello che, per difendere l’Ucraina egli chiama alle armi tutti i maschi (chissà perché non anche le donne), dai 16 ai 60 anni, impedendo loro di uscire dal Paese, dividendo intere famiglie, e senza che abbiano mai imbracciato un fucile, senza che abbiano un minimo di esperienza militare, esponendoli così al massacro da parte di truppe professioniste? E da questa posizione, pretende pure di dettare l’agenda politica a vari leader stranieri. E fermiamoci qui, perché non si può “sparare sulla Croce Rossa”.

La realtà vera è che il popolo ucraino soffre, e non da oggi, e purtroppo non smetterà di soffrire neanche domani. Per cui noi dobbiamo salvarlo subito, innanzitutto riconoscendo senza se e senza ma, lo status di rifugiati garantito dalla nostra Costituzione, a tutti coloro che fuggono come profughi dalla guerra e vengono anche nel nostro Paese, e, in secondo luogo, non pensando solo a spedire armi in Ucraina, ma soprattutto ogni bene medico, alimentare e logistico che possa aiutare concretamente e logisticamente a sopravvivere chi ha deciso di restare lì, sia che combatta sia che possa essere costretto a nascondersi, magari anche aprendo corridoi umanitari.

Forse essi potrebbero servire anche a poveri soldati russi persi nel territorio ucraino perché rimasti senza benzina, come abbiamo visto paradossalmente nelle immagini di qualche filmato ucraino, o a qualcuno di loro che si illudeva di partecipare solo ad esercitazioni militari, più o meno come quei soldati di Mussolini spediti in Spagna e catturati da altri italiani, i quali risposero loro che credevano di dover andare in Africa.

Una delle altre cose piuttosto grottesche di questa terribile vicenda è che molti accusano Putin di voler rifare l’Unione Sovietica. Ma sappiamo ascoltare piuttosto coloro che davvero la vorrebbero rifare? Ebbene, Mikhail Matveev, autorevole deputato del Partito Comunista della Federazione Russa, ha dichiarato: "votando per il riconoscimento delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk ho votato per la pace, non per la guerra. Perché la Russia diventi uno scudo che faccia in modo che il Donbass non venga bombardato, ma non che Kiyv venga bombardata" 

Ecco allora evidente che persino coloro che seguono fedelmente la scia dell’URSS smentiscono seccamente Putin che non ha solo contro più di mezzo mondo, ma, oltre a frange coraggiose dell’opinione pubblica russa che lo sfidano apertamente scendendo in piazza, rischiando l’arresto e la galera, lo contrastano persino esponenti del Partito Comunista Russo. Altro che rifare l’URSS! Putin è prigioniero di sogni imperiali, fondati sulla mistificazione della storia, ed è legato mani e piedi ai suoi oligarchi mafiosi che si è affrettato a convocare per assicurarsi la loro complicità, i quali hanno tratto enormi profitti dalla vendita delle materie prime russe e ora ne vorrebbero trarre anche dal dominio dell’Ucraina. Facendo però, si badi, enormi investimenti in Europa Occidentale, gli stessi, che, in maniera sacrosanta, stanno perdendo ad uno ad uno a causa di altrettante sacrosante sanzioni. Attenti però ad altri lupi in agguato, quelli che potrebbero voler sostituire la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia con la dipendenza dalle loro fonti energetiche e dai loro affari e che da un indebolimento dell’Europa e della sua moneta trarrebbero enormi vantaggi

Di fronte a tutto ciò, un premier nostrano che invoca le centrali a carbone, ci pare un po’ come l’apparizione fuori stagione di una Befana che, a forza di farci aspettare, a tempo sempre più rimandato, l’uscita dalla pandemia, essendole difficile restare in equilibrio sulla sua scopa, dato che politicamente deve per forza mettere sempre d’accordo tutti su tutto e sul contrario di tutto, adesso dice a tutti..beh state buoni, e siccome tanto buoni non siete..ecco che vi ho portato il carbone. Nonostante in Italia si usi tuttora una percentuale minima del metano nostrano e padano e sebbene possiamo tappezzare tutte le terrazze condominiali di pannelli solari, o magari fare anche altre centrali di ultima generazione..ovviamente quando non ci decidiamo troppo tardi e a costi pertanto sempre più esorbitanti.

Ma tornando alla esternazione significativa del deputato comunista russo che nessuno dei media ha riportato, chiediamoci cosa ha fatto di serio l’Europa per contrastare una guerra che nelle regioni russofone del Donbass si trascina da circa dieci anni. Quali risultati ha ottenuto, anche nel tentativo mai messo in atto seriamente di mediare o di intervenire con i contingenti ONU che facessero da contrapposizione come in Libano? Vogliamo eludere completamente, in nome dell’allineati e coperti, le ragioni di zone di lingua e cultura russa che il governo ucraino ha trattato esattamente come Mussolini trattava le minoranze di lingua tedesca e slava durante il suo regime? Ce le siamo dimenticate le bombe in Alto Adige negli anni immediatamente successivi al dopoguerra? E come sono state disinnescate se non con un saggio e proficuo progetto di autonomia di quelle terre che ora sono ricche e floride proprio perché la loro cultura, la loro lingua e le loro risorse economiche non sono state né sfruttate e nemmeno umiliate, ma lasciate piuttosto ad arricchire quei territori. Persino esponenti tibetani sono venuti a studiare questi modelli nostrani di autonomia che non ledono l’unità nazionale, per proporli, ovviamente senza risultati, al governo cinese. Avrebbero potuto farlo anche gli ucraini, magari traendo spunto proprio dalle esigenze autonomistiche della loro storia, verso l’impero russo e verso i bolscevichi.

La prima vittima di ogni guerra è la ragione, non quella dei vinti o dei vincitori, che è solo un simulacro di ragioni artefatte, ma quella costruttiva, dialettica e soprattutto dialogica, l’unica capace, se osserviamo davvero la storia, di potere garantire il futuro alla specie umana. Se tace la ragione e parlano le armi, oggi, specialmente con gli armamenti atomici, le armi chimiche e batteriologiche che esistono negli infernali arsenali delle nazioni con ambizioni imperiali, la ragione non sopravvivrà perché la stessa umanità che ne è dotata non è destinata a sopravvivere, semplicemente sopravvivrà un pianeta privo di esseri umani, e per l’universo cambierà poco o nulla

Non è dunque solo un popolo ad essere in pericolo quando si eclissa la ragione e si affermano le armi, ma tutta l’umanità e soprattutto una vita per gli esseri umani degna di essere vissuta.

Cerchiamo quindi di evitarle una ingiusta morte, “nostra iniusta nece” causata solo da noi stessi.

 


martedì 20 luglio 2021

Cuba necessita di una rivoluzione dell'intelligenza

 



                               di Carlo Felici


E' piuttosto meschino liquidare quel che sta avvenendo a Cuba, con le numerose proteste in corso e la repressione in atto da parte delle autorità governative, come i conati di un regime in crisi, per non aver saputo far fronte alla sua esigenza di rinnovarsi e nemmeno alle legittime esigenze della popolazione, così come è una palese idiozia imputare il malessere generale che pervade l'isola solamente alla voracità predatoria dell'imperialismo e al blocco economico e commerciale contro l'isola che perdura da ben 60 anni.

Cuba necessita di un cambiamento ma anche di una profonda riflessione e molto probabilmente di una seconda rivoluzione o meglio, di una rivoluzione debitamente aggiornata, le proteste mai così partecipate da 60 anni a questa parte, lo dimostrano palesemente.

A Cuba l'inflazione è aumentata del 500% e la carenza di generi alimentari si somma alla crisi del sistema sanitario e al suo affanno nell'affrontare la pandemia, dovuta soprattutto alla difficoltà di modernizzare le infrastrutture per mancanza di fondi destinati ad investimenti in tale settore. Persino reperire la farina è diventata una impresa proibitiva così come garantire a tutti acqua, energia elettrica e cibo basilari per la vita quotidiana.

E' del tutto evidente che se una rivoluzione finisce per non garantire a tutti ciò per cui ha lottato e ha cercato di affermarsi, allora essa è destinata a collassare su se stessa.

Per un Paese che importa il 70% dei beni alimentari che consuma e che ha visto crollare il suo PIL dell'11%, vedendosi arrestare uno dei principali canali di autofinanziamento pari al 10% del PIL, cioè il turismo, questo è il prologo del collasso.

Cuba che ha sempre fatto della sua lotta strenua all'imperialismo e della sua irriducibilità al diktat del gigante statunitense la sua fiera bandiera di Davide contro Golia, ora si riduce a imporre a molti negozi autorizzati dallo Stato che vendono generi alimentari l'uso dei pagamenti solo in dollari. Questa non può che essere l'ennesima beffa, la goccia che fa traboccare il vaso e rischia di aprirlo come quello di Pandora.

A ciò si aggiunga la riduzione delle vendite di petrolio dal Venezuela che per anni ha sostenuto l'economia cubana, fornendo la principale materia prima energetica a prezzi stracciati, di qui l'arresto di molte centrali elettriche e i numerosi black out nell'isola, e anche il fatto che la principale fonte produttiva dell'isola, la canna da zucchero ha subito una raccolta che è stata tre le peggiori degli ultimi anni.

Cuba ha uno dei migliori sistemi sanitari al mondo e un numero di medici straordinario in rapporto alla popolazione, ma tutto ciò è destinato ad essere vanificato dal fatto che mancano le medicine.

A fronte di tutto ciò, dobbiamo dar ragione al governo cubano quando rileva che l'embargo ha gravissime responsabilità per l'acuirsi della crisi, esso per esempio, dal 2001, esclude i generi alimentari, i medicinali e il materiale sanitario, ma prevede che sia vietato ogni metodo di finanziamento di generi alimentari, imponendo di fatto all'isola di acquistare cibo solo in contanti ed in valuta pregiata, cioè in dollari, ed è evidente che se manca la principale fonte di approvvigionamento in dollari, cioè il turismo a causa della pandemia, comprare cibo dagli Usa che ne sono il principale esportatore nell'isola, diventa alquanto proibitivo

E' vero, d'altra parte, che il governo cubano non ha dimostrato alcuna capacità di riformare il sistema economico, favorendo maggiore flessibilità, controllo ed efficienza. Un sistema che non consente alcuna iniziativa imprenditoriale, che nella sua centralizzazione, non ha facoltà di comprendere come certe leggi non siano più adeguate ai tempi (per esempio anche solo quelle che consentono la macellazione dei capi di bestiame), che in periodi di crisi non serve barricarsi dietro agli slogan, ma bisogna soprattutto più che scendere nelle piazze a contrastare la protesta, andare nei campi e nelle fabbriche a lavorare e a dar il buon esempio, non può che perdere di credibilità verticalmente agli occhi del suo popolo.

Ormai non solo la Chiesa ma anche la Massoneria che ha visto tra le sue file autorevoli protagonisti della indipendenza prima e della rivoluzione poi a Cuba, fanno levare la loro voce per un autentico cambiamento, e un leader che non ha più alle spalle la lotta rivoluzionaria da cui poter trarre anche una benché minima forma di carisma residuo, è come un re nudo in una gabbia che rischia di finire arrosto, perché le sbarre diventano sempre più incandescenti.

Di fronte a tutto ciò, non può che tornare alla mente il fulgido esempio del “guerrillero eroico” non come un mito logorato dal tempo o come un testimonial buono per bandiere sbiadite di ogni stagione, ma per le sue parole e soprattutto per l'esempio che egli seppe dare sia come combattente in tutte le contrade del mondo che come governante e al contempo lavoratore in prima persona in tutti i settori della economia.

Ernesto Che Guevara, tra i suoi numerosi discorsi e scritti diceva così: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza”

E' evidente che se si blocca il libero sviluppo dell'intelligenza, si blocca conseguentemente qualsiasi altro settore che si basa sulla stessa intelligenza costruttiva.

Cuba ha dunque bisogno di un'altra rivoluzione ma non armata, perché essa si ridurrebbe ad una tragica e cruenta guerra civile e a guadagnarne sarebbe solo di nuovo il solito capitalismo predatorio.

Cuba ha bisogno di una rivoluzione dell'intelligenza, tale da mettere a confronto per il libero sviluppo delle sue energie pregiate e vitali, tutte le migliori intelligenze dello straordinario popolo che le appartiene, fuori e dentro Cuba, tenendo anche conto del fatto che da Cuba non si scappa più, e non per colpa del cosiddetto regime cubano, ma a causa di chi predica da una parte i diritti del popolo cubano e dall'altra, come Alejandro Mayorkas, segretario alla sicurezza dell'amministrazione Biden, impone alle imbarcazioni di immigrati cubani un disumano respingimento. Un governo americano che non solo continua ad imporre un embargo anacronistico e tragico dopo ben sessant'anni e dopo che lo stesso ONU si è dichiarato contrario per decine di volte, ma che ora nega pure accoglienza agli affamati emigrati cubani,, non è in condizione di pontificare su diritti e democrazia, anche se è retto da un presidente che appartiene ad un “partito democratico”

Cuba si rinnoverà solo grazie allo spirito indomabile e indipendente di tutto il popolo cubano, solo mediante il dialogo tra chi sta fuori e chi sta ancora dentro Cuba, non per l'interesse degli avvoltoi del mercato multinazionale o di qualche boss in cerca di rivincita e nemmeno per quello di chi crede ostinatamente che una nomenklatura di potere possa arrogarsi il diritto di governare in eterno il destino dell'isola, solo grazie agli slogan o alla strumentalizzazione di un passato glorioso.

Cuba saprà rinnovarsi solo se il suo popolo, dentro e fuori dell'isola, comprenderà che “vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere” prime tra tutte la giustizia sociale e la libertà.

“La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori”

Sarà bene stampare nella mente queste “perle” del Che, piuttosto che la sua immagine logora sulle magliette.



sabato 19 gennaio 2019

IL VATE RIVOLUZIONARIO



                                                                 

                                                    di Carlo Felici


"Ieri, come oggi, oggi come domani, quando la stirpe o l'uomo sta per diventare la ragione di vivere, insorgere è risorgere" G. D'Annunzio



 Uno degli aspetti più sconosciuti e interessanti dell’opera di uno dei più grandi artisti e poeti italiani, è quello della sua vita rivoluzionaria, un vivere che, come lui scrisse, e ci possiamo davvero credere, fu “chiamato inimitabile”
 Sino ad ora, l’aspetto della vita di D’Annunzio, dedito alla causa rivoluzionaria, era stato esplorato solo in parte da De Felice, con alcuni testi in merito alle esperienze del poeta nella Repubblica del Carnaro, oggi abbiamo invece uno studio più approfondito che è il frutto di una bella ricerca svolta da Antonio Alosco, il quale ha pubblicato di recente un libro dal titolo: Gabriele D’Annunzio socialista, oltre ad una bella raccolta di suoi scritti rivoluzionari curata da Emiliano Cannone, dal titolo “manuale del rivoluzionario”. Diciamo subito che è un titolo alquanto azzardato, dato che, strictu sensu, il Vate, socialista, non lo fu mai, almeno nell’accezione ordinaria del termine che possiamo riferire alla militanza in un partito e, in particolare, alla adeguazione della propria prassi verso le sue gerarchie interne.
 Fu però autenticamente rivoluzionario e vedremo perché. D’Annunzio adeguò il mondo in cui visse, in maniera mirabilmente cosmica e storica, a se stesso, pur imprimendo alla sua epoca una sua personalissima, originalissima e vitalissima impronta caratteriale, artistica e anche politica.
 La sua esperienza con la sinistra storica di fine Ottocento inziò nel 1897 nelle file della destra, ma con intenti tutt’altro che conservatori, il suo, infatti, fu solo un voler portare in Parlamento “la causa dell’intelligenza contro i barbari”, lo disse testualmente: “dopo il guerriero, dopo il sacerdote, dopo il mercante, venga colui che pensa”, fu quindi forse il primo ad inventare in Italia il ruolo dell’intellettuale impegnato, organico, in un’ epoca, per altro, non esente da corruttele e trasformismi, purtroppo mali endemici del nostro paese.
 Fu presente nelle file della destra, ma non pronunciò mai alcun discorso, stette lì solo in veste di osservatore, fino all’avvento al potere del generale Pelloux e al varo di una serie di leggi liberticide che seguirono ai moti di piazza e alla strage di Milano del 1898.

venerdì 18 gennaio 2019

Il misterioso destino di ognuno di noi





Leonardo Boff* 

Ognuno di noi ha l'età dell'universo, che ha 13,7 miliardi di anni. Eravamo tutti virtualmente insieme in questo puntino, più piccolo della testa di uno spillo, ma pieno di energia e materia. La grande esplosione avvenne e generò le enormi stelle rosse all'interno delle quali si formarono tutti gli elementi fisico-chimici che compongono l’universo e tutti gli esseri. Siamo figli e figlie delle stelle e della polvere cosmica. Siamo anche quella porzione della Terra vivente che è arrivata a sentire, a pensare, ad amare e a venerare. Secondo noi la Terra e l'universo sentono di formare un grande “Tutto”. E possiamo sviluppare la consapevolezza di questa appartenenza.
Qual è il nostro posto all'interno di questo “Tutto”? Più precisamente, nel processo di evoluzione? All'interno di Madre Terra? All'interno della storia umana? Non ci è ancora permesso saperlo. Forse questa sarà la grande rivelazione quando faremo il passaggio alchemico da questo  lato della vita all'altro. Li, spero, tutto sarà chiaro e saremo sorpresi perché saremo tutti collegati, in modo ombelicale, formando l'immensa catena di esseri e il tessuto della vita. Cadremo, credo, nelle braccia di Dio-Padre-e-Madre di infinita misericordia per coloro che ne hanno bisogno a causa delle loro cattive azioni e in un eterno abbraccio amorevole per coloro che sono stati guidati dal bene e dall'amore. Dopo aver attraversato la clinica di Dio-misericordia, arriveranno anche gli altri.

domenica 13 gennaio 2019

CARLO ROSSELLI E TROZKI




                                                       di Carlo Felici

Varie volte il pensiero e l’esempio di Carlo Rosselli sono stati utilizzati da una certa pseudosinistra per giustificare una sorta di distacco dal marxismo, oppure un riformismo di tipo liberale, molto annacquato e sostanzialmente collateralista rispetto alla deriva neoliberista in atto, con un modello a senso unico di globalizzazione che tende a sfruttare popoli e materie prime per puri fini di profitto.
Lo fece Veltroni in Italia, ma ancor prima Craxi, ora ci prova maldestramente anche Calenda assieme ai sostenitori di un fantomatico terzo polo, e  bisogna dire che tali tentativi di recupero del pensiero di Rosselli appaiono sempre piuttosto grossolani e strumentali, almeno a chi conosce seriamente il pensiero e gli scritti di Carlo Rosselli. Il tutto rimane confinato nell’ambito di slogan, senza invece portare ad un serio approfondimento delle opere di Carlo Rosselli che, purtroppo, non sono nemmeno state ristampate frequentemente.
In particolare, è stato completamente messo in ombra sia il taglio rivoluzionario del contributo di Rosselli sia il forte legame che egli cercò di intraprendere con i movimenti rivoluzionari internazionalisti, compreso quello bolscevico di Trotsky.
Non molti sanno che Rosselli incontrò personalmente il rivoluzionario bolscevico ed ebbe con lui un fruttuoso scambio di idee, che però non si tradusse in una prospettiva ad ampio raggio, di collaborazione attiva ma che avrebbe potuto preludere, almeno in Spagna, ad una convergenza di azioni comuni.

Il tutto è documentato in un articolo-intervista di Carlo Rosselli uscito su Giustizia e Libertà a Parigi il 25 maggio 1934. Lo scritto è addirittura preceduto da una citazione dagli scritti giovanili dello stesso Trotsky in cui si dice: “La gioia più grande è quella della lotta per la grande causa della giustizia e della libertà” Rosselli volle quell’incontro per proporre al rivoluzionario sovietico una collaborazione alla rivista di GL, e nell’articolo trapela una chiara ammirazione nei suoi confronti, scrive Rosselli: “Vi fu mai nella storia esule più vittorioso? Una dopo l’altra si chiudono davanti a lui le frontiere, proletarie, borghesi. Le classi di governo sono prese da un immenso sgomento a ragione di quella vittoria che Trotsky porta seco, la rivoluzione d’Ottobre, onde il suo nome sarà ricordato nei secoli accanto a quello di Lenin. Né sorprende che la frontiera più arcigna sia quella della sua rivoluzione. L’eroe di ottobre è troppo dinamico, non c’è posto per lui in Russia nei periodi di quiete. E’ un genio da ammirarsi in segreto e a distanza, vicino è troppo incomodo e pericoloso..”
La conversazione tra i due non fu particolarmente lunga ma restò comunque significativa. Trotsky non escluse la sua collaborazione anche se conservò delle riserve pregiudiziali verso il movimento socialista rivoluzionario di Rosselli che gli ricordava la sua prima esperienza, poi superata, di social rivoluzionario a Nicolaieff. Gli disse Trotsky: “Credo di conoscervi e di essere abbastanza informato sul movimento Giustizia e Libertà, vi ho già incontrato più volte nella mia vita, nella lotta rivoluzionaria in Russia..” ma poi replicò seccamente: “Oggi siete feroci contro Mussolini e il fascismo, è naturale. Ma domani? Domani, quando tornerete in Italia e gli abissi tra le classi si spalancheranno, da che parte starete?”
Ma Rosselli replicò altrettanto duramente da vero rivoluzionario: “Crediamo di avere capito la lezione di Ottobre, la vostra lezione. Non attenderemo Costituenti. Non forniremo Kerenskj. Gli obiettivi supremi li conquisteremo subito. Giustizia e Libertà è un movimento giovane, appena agli inizi, non potete imprigionarlo nelle formule ed esperienze del passato”
Trotsky allora quasi si persuase e replicò: “Finché il fascismo era un fatto che si svolgeva ai margini della vita europea, si poteva supporre che il popolo italiano si sarebbe sottratto alla legge comune. Ma dopo la Germania, una rivoluzione italiana non sfuggirà ai binari obbligati” e quindi, messo di fronte ai concreti fatti dell’azione antifascista, non si sottrasse alla possibilità, un giorno, di poter collaborare, però, da vecchio bolscevico non si fece molte illusioni e concluse: “Ma domani, in pieno processo rivoluzionario, vi combatterò”. Egli infatti prevedeva una rottura netta tra borghesia e proletariato in Italia, insistendo sull’aut aut tra l’essere bolscevichi e leninisti o alleati della borghesia. Naturalmente Rosselli non ebbe difficoltà a replicare che in Italia il proletariato doveva necessariamente tener conto dei ceti medi e piccolo borghesi e che Trotsky stesso aveva sostenuto la tesi che dove la rivoluzione non segue il disastro militare è necessaria e inevitabile una lunga fase di transizione.
Il colloquio infine si chiuse per la necessità di Trotsky di adempiere ad altri impegni e l’impressione di Rosselli fu che il rivoluzionario russo fosse “prigioniero del suo passato, e della storia polemica con Stalin, col bolscevismo, che lo ha saccheggiato rinnegandolo”
Pur tuttavia Rosselli torna ad ammirarlo chiudendo il suo articolo con queste parole: “Trosky è la rivoluzione vittoriosa...e la limitazione [della sua opera] è piuttosto dovuta alla straordinaria forza di astrazione di un pensiero che si svolge nel suo intimo in modo così coerente e completo da non aver bisogno dei contributi altrui”..L’unico contributo di cui può avere bisogno uno come lui è quello di un popolo, conclude Rosselli, anche se dubita che questo popolo possa essere quello occidentale.
Perché ricordare oggi tutto questo?
Innanzitutto per sfatare una sorta di uso strumentale del pensiero di Rosselli in funzione pseudo liberale e antirivoluzionaria o contraria ad una vera e propria lotta di classe, di cui Rosselli, con Gobetti, lo ricorda esplicitamente in quel dialogo, voleva ardentemente essere partecipe e che oggi si configura nella contrapposizione tra potentati economico-finanziari, grandi multinazionali e masse destinate alla marginalizzazione, al precariato e allo sfruttamento delocalizzato. E poi anche per capire che attualmente, la migliore attuazione del pensiero social rivoluzionario di Rosselli che, non dimentichiamocelo, intende il liberalismo come il cammino della lotta per la libertà dall’oppressione del capitalismo che impone la miseria ai lavoratori, è la creazione di un partito che sia coerente con quel che egli stesso scrisse pochi mesi prima di morire, in circostanze non ancora del tutto chiarite, e che forse videro, proprio in funzione antisocialista e antitroskista, convergere gli sforzi congiunti dei servizi segreti fascisti e stalinisti.
Ricordiamo le sue parole sul bolscevismo e sulla Rivoluzione Russa:
"Prima di ogni consacrazione marxista e di ogni atrocità dittatoriale sta la rivoluzione che ha distrutto l’autocrazia, che ha dato la terra ai contadini. Questa rivoluzione noi l’amiamo e la difenderemo.
La rivoluzione non è la dittatura di Stalin, è evidente. Ma se fossimo posti a scegliere tra il mondo capitalista, così come ci fu rivelato dalla guerra e dalla crisi, e il mondo bolscevico dovremmo risolverci, non senza angosce, per il secondo.
Ma è questa alternativa che rifiutiamo; è questo dualismo rozzo e brutale – Dio o il Diavolo; il comunismo o il capitalismo – che ci ripugna. Tra Dio e il Diavolo stiamo, molto semplicemente, per l’Uomo. Il nostro sforzo sarà rivolto a superare il dissidio nel nome di una nuova sintesi; nel nome di un socialismo penetrato dall’idea di libertà nel quale i Piani servano gli uomini, e non gli uomini i Piani.
Se oggi difendiamo la rivoluzione russa è anche perché essa, malgrado tutti i suoi errori ed orrori, rappresenta nel mondo dell’economia l’alternativa. La dimostrata possibilità di esistenza di una economia collettivista è una esperienza interessante per il genere umano. L’economia collettivista era sino a ieri per la scienza ufficiale una eresia, una economia impossibile; in ogni caso una economia statica destinata al rapido crollo per la sua impotenza a risparmiare e accumulare" 
«Quaderni di Giustizia e Libertà», n. 2, marzo 1932
 Cosa scrisse Rosselli sui comunisti italiani è noto: "Probabilmente il Partito Comunista, così come è oggi è costituito e funziona, non può modificare i suoi caratteri essenziali.
Ma un nuovo partito unito del proletariato nel quale i comunisti portassero le loro grandi virtù di organizzazione, di disciplina, di entusiasmo, di lavoro, e trovassero quella libertà intellettuale, quel fermento critico che loro difetta, consentirebbe non solo di superare su un piano di rinnovamento e di vita la scissione proletaria, ma di condurre con risolutezza e con frutto la nuova politica dai comunisti auspicata."

 Rosselli lo scrisse quasi come in un testamento, il 9 aprile 1937..solo due mesi prima di morire.
 Questo oggi potrebbe essere tranquillamente il programma fondativo di un vero grande partito della sinistra solidamente ancorato all'Internazionale Socialista.  Carlo Rosselli resta un grande rivoluzionario sostenitore, ieri come oggi, di una lotta di classe che attualmente è da intendersi in forma globale, esattamente come Trotsky intendeva dovesse svolgersi la sua “rivoluzione permanente”. Cambiano senza dubbio, nel contingente, gli strumenti per concretizzarla, perché non abbiamo un’armata rossa in cui arruolarci, ma un mondo in cui scegliere da che parte stare. O dalla parte degli speculatori che fanno crescere i prezzi delle derrate alimentati e lucrano oltre che sui prezzi del cibo e delle materie prime anche sui fattori eversivi che spingono i popoli a ribellarsi, traendo enormi profitti dalle guerre che ne conseguono, oppure dalla parte di chi si ribella e coordina i suoi sforzi su scala globale, avendo ben chiaro in mente che una lotta comune, non può avere obiettivi meramente nazionalistici, ma mete convergenti condivise su scala planetaria.
“Il compito di una società socialista non è di distruggere la concorrenza degli uomini e delle organizzazioni ma di renderla veramente effettiva e libera” affermava Carlo Rosselli.

Carlo Felici

PS L'articolo-intervista di Rosselli si può trovare integralmente nel libro edito da Massari Editore della collana Contro Corrente, intitolato: Lev Trotsky "Scritti sull'Italia" introduzione e cura di Antonella Marazzi.

mercoledì 9 gennaio 2019

Contro il nuovo governo di ultra-destra san Giorgio ci aiuti




Leonardo Boff* 

Contro il nuovo governo di ultra-destra, furioso e persecutore, che già tocca i diritti fondamentali dei cittadini, in particolare i salari e le persone di un diverso orientamento sessuale, dobbiamo unire le nostre forze di resistenza e di critica, per l’imperativo etico di salvaguardare la democrazia e i beni comuni, che appartengono al popolo brasiliano.
Oltre a questo sforzo civico, abbiamo bisogno dell'aiuto del santo preferito dai cariocas, San Giorgio. La sua storia leggendaria può darci coraggio e forza.
Un terribile drago minacciava una piccola città nel Nord Africa. Richiedeva vite umane scelte a sorte. Un giorno, la sorte cadde sulla figlia del re. Questa con l’abito di sposa andò incontro alla morte. Ecco che San Giorgio irruppe con il suo cavallo bianco e la sua lunga lancia. Ferisce il drago e lo doma. Lega la sua bocca con la cintura della principessa e lo guida, docile come un agnello, fino al centro della città.
Dobbiamo interpretare questa leggenda in quanto può migliorare la nostra consapevolezza di chi siamo veramente. Seguo qui le riflessioni sulla psicologia analitica di Jung, soprattutto del suo allievo preferito, Erik Neumann (vedi la “Storia della origini della coscienza”, Astrolabio 1978). Secondo lui, il drago spaventoso e il cavaliere eroico sono due dimensioni dello stesso essere umano. Il drago in noi è il nostro inconscio, la nostra oscura ancestralità, le nostre ombre, la nostra rabbia e odio.

lunedì 24 dicembre 2018

Nonostante le tribolazioni celebriamo ancora il Natale


Leonardo Boff*

Viviamo nel mondo e nel nostro paese tempi oscuri. C'è molta rabbia e persino odio. Soprattutto, c'è una mancanza di sensibilità verso i nostri simili, specialmente verso i bambini, come il Bambino Gesù, che vivono per le strade e vengono maltrattati. Eppure viviamo l'umanità del nostro Dio che ha assunto la nostra condizione umana in modo contraddittorio.

Il cristianesimo non annuncia la morte di Dio, ma l'umanità, la benevolenza e l'amore misericordioso di Dio. Guardiamo il Bambino tra il bue e l'asino: in lui sorride la giovialità e l'eterna giovinezza di Dio stesso.

Sono passato per Betlemme di Giuda e udii un tenero sussurro. Era la voce di Maria cullando il suo figliolo: “Sole, figlio mio, come posso coprirti con i vestiti? Come ti allatterò, se sei tu a nutrire tutte le creature?”

Dal presepe venne anche una voce angelica che mi disse: “O creatura umana, perché hai paura di Dio? Non vedi che sua madre avvolge in fasce il suo fragile piccolo corpo? Un bambino non minaccia nessuno. Ne condanna nessuno. Non ascolti il suo dolce pianto? Più che aiutare, ha bisogno di essere aiutato e portato in grembo”.

Non lasciamo che sia vero ciò che scrisse l'evangelista San Giovanni: “Venne fra i suoi e il suoi non lo hanno ricevuto”. Vogliamo essere tra coloro che Lo ricevono come nostro fratello e compagno.

L'arrivo di Dio nel mondo non è stato rumoroso. È sucesso ai margini della storia ufficiale, fuori città, nel mezzo della notte buia, in una grotta di animali. A Roma, capitale dell'impero e a Gerusalemme, il centro religioso del popolo di Israele, nessuno sapeva nulla. Quasi nessuno l’ha notato. Solo quelli che avevano un cuore semplice come i pastori di Betlemme andarono alla grotta dove il Divino Bambino tremava.

Il Natale ci offre la chiave per decifrare alcuni misteri insondabili della nostra dura esistenza. Gli esseri umani si sono sempre chiesti e richiesti: perché la fragilità della nostra esistenza? Perché l'umiliazione e la sofferenza? E Dio taceva. Ecco, a Natale arriva una risposta: Lui è diventato fragile come noi. Si è umiliato e ha sofferto come tutti gli umani. Questa era la risposta di Dio: non con parole ma con un gesto di identificazione. Non siamo più soli nella nostra immensa solitudine. Lui è con noi. Il suo nome è Gesù.

Il Natale rivela anche una risposta definitiva al significato dell'essere umano. Siamo un progetto infinito. Solo un infinito può realizzare la nostra piena umanità. Ecco, l'infinito diventa umano per l'umano per realizzare il suo progetto infinito. L'infinito divenne un essere umano così che l'essere umano divenne Infinito.

Per concludere niente di più toccante di questi versi di Fernando Pessoa, il grande poeta portoghese, sul Gesù Bambino:

È l'Eterno Bambino, il Dio che mancava.

Lui è l'umano che è naturale,

È il divino che sorride e gioca.

Ecco perché io so per certo

Che lui è il vero bambino Gesù.

È un bambino così umano che è divino.

Andiamo così d'accordo l'uno con l'altro.

In compagnia di tutto

Che mai pensiamo all'uno o all'altro.