Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

martedì 1 ottobre 2013

La ferocia e il debutto




La vita del governo Letta sembra appesa ad un filo, ma in realtà il filo che lega questo governo al precedente è meno sottile di quanto si possa credere o supporre e nonostante le tanto sbandierate velleità di voler apportare alcune modifiche al massacro sociale operato con la riforma Fornero.
Il cosiddetto decreto del “fare” si appresta ad avere un effetto tanto “minimalista” che, al confronto, un'opera di Beckett come En attendant Godot appare davvero come la migliore rappresentazione del programma di governo, specialmente considerando tutto ciò che si è detto di voler fare e che è stato o rimandato o mai nemmeno preso in considerazione.
Mesi buttati ad accapigliarsi soprattutto su IMU e IVA, con l'unico misero risultato di aver fatto di 4 miliardi da reperire solo un'arma di squallido ricatto verso un paese prostrato dalla recessione, dall'impoverimento e soprattutto dalla disoccupazione.
Con un centrosinistra che minacciava in continuazione il ripristino dell'IMU se fosse caduto Letta e un centrodestra che, a sua volta ha minacciato e poi messo in atto (probabilmente per finta) le dimissioni in blocco se non fosse stata garantita a Berlusconi la salvezza dai suoi guai giudiziari.
Quattro miliardi usati come una clava agitata sulla testa degli italiani..che ha già finito per fare dolorosi bernoccoli in abbondanza con l'aumento automatico dell'IVA seguito alla dipartita dei ministri del centrodestra e al mancato varo del decreto che avrebbe potuto, non scongiurarla, ma solo rinviarla a Gennaio, come dire: giusto in tempo per posticipare il ricatto a dopo l'arrivo di Babbo Natale..
Una incredibile farsa sta pietosamente occupando la scena politica nostrana, con dichiarazioni demenziali da parte di tutti, compreso qualche esponente di sinistra (maddeché?) che sembra addirittura preferire Monti a Letta..
Tutto questo accade senza minimamente intaccare i privilegi di chi in questo paese si è distinto più per servilismo, inefficienza, corruzione e smania di potere, piuttosto che per il vero servizio prestato alla comunità.
Abbiamo ben 13 miliardi di pensioni d'oro che, ridotte alla modica somma di 5000 euro al mese, quando di media quella della stragrande maggioranza degli italiani si aggira intorno ai 1000, frutterebbero circa 7 miliardi di risparmio, e cioè quasi il doppio di ciò che occorrerebbe per scongiurare IMU e Iva messe insieme.
Ma no, anzi, si infierisce sui più deboli con il perdurare di norme demenziali e discriminatorie oltre che ferocemente antisociali ed inumane, come quella che prevede, in base alla riforma-sanguisuga Fornero, che i donatori di sangue, i disabili con legge 104 o coloro che li assistono e persino i genitori che hanno deciso di restare volontariamente con i figli, debbano essere schiavizzati e costretti a lavorare più del dovuto per "recuperare" il tempo dei permessi fruiti se vogliono avere una pensione normale, altrimenti ne avranno una irrimediabilmente decurtata.
C'è da chiedersi se un governo nazista sarebbe stato capace di fare tanto, sicuramente uno fascista non lo avrebbe fatto, dato che fu proprio Mussolini ad abbassare l'età pensionistica in Italia.
Questa sarebbe l'Europa del progresso e della solidarietà sociale? Della democrazia dei diritti umani con cui si arriva persino a bacchettare Cuba?
No, questo è un sistema assolutista e rigidamente plutocratico, in cui anche coloro che si dicono “socialisti europei” sono complici di tiranniche azioni crudelmente antisociali nei confronti dei popoli più poveri e verso i più deboli tra i più poveri. Sono altresì responsabili della chiusura degli ospedali, delle scuole, delle mense scolastiche e persino delle università perite sotto la scure degli implacabili tagli.
Pare infatti, addirittura, che uno dei principali sponsor di Letta sia proprio il socialista europeo Shulz
Qualcuno forse sta anche progettando una nuova strategia della tensione, magari infiltrando i soliti falsi terroristi “stabilizzatori” nelle file dei movimenti di protesta, per alzare il livello dello scontro ed impedire sul nascere ogni forma di eventuale dissenso o, soprattutto, che esso si saldi, a macchia d'olio, in una nuova “primavera dei popoli europei”, in un nuovo 1848.
Non si illudano i tecnocrati europei, sarà solo questione di tempo, ma, con il perdurare di questo assolutismo monetario e soprattutto con l'irrigidirsi di questa feroce indifferenza sociale, nuovi patrioti sorgeranno e saranno implacabili, e non ci sarà nulla in grado di fermarli, così come non ci fu nulla che impedì di sconfiggere lo strumento più avanzato di repressione poliziesca e militare predisposto dopo il Congresso di Vienna: la Santa Alleanza.
I patrioti mazziniani furono considerati terroristi prima di essere riconosciuti come eroi, lo stesso Mazzini fu costretto a morire in clandestinità, dallo stato sabaudo massacratore del Meridione.
Così, chi oggi minaccia e imprigiona il dissenso o lo tortura in carcere, prima o poi, farà la fine degli sgherri di allora.
Si va infatti configurando una realtà sociale fatta di paesi, in primis il nostro, in cui più del 40% dei giovani è condannato alla disoccupazione cronica e non ha altra alternativa che prostituirsi al migliore offerente, nella stragrande maggioranza dei casi corrotto, criminale ed in combutta con amministratori e governanti altrettanto infami, beceri e corrotti.
Questi giovani, prima o poi, capiranno, come lo capirono un tempo i loro avi, scrivendolo sui loro neri stendardi, che bisogna necessariamente poter vivere lavorando o saper morire combattendo.
Persino questo papa ha saputo raccogliere e rilanciare il grido dei disperati della terra e delle masse emarginate delle società votate al monoteismo mammonico dei mercati, gridando senza mezze misure: Comandano i soldi! Comanda il denaro! Comandano tutte queste cose che servono a lui, a questo idolo. E cosa succede? Per difendere questo idolo si ammucchiano tutti al centro e cadono gli estremi, cadono gli anziani perché in questo mondo non c’è posto per loro! Alcuni parlano di questa abitudine di "eutanasia nascosta", di non curarli, di non averli in conto… "Sì, lasciamo perdere…". E cadono i giovani che non trovano il lavoro e la loro dignità. Ma pensa, in un mondo dove i giovani - due generazioni di giovani - non hanno lavoro. Non ha futuro questo mondo. Perché? Perché loro non hanno dignità! E’ difficile avere dignità senza lavorare. Questa è la vostra sofferenza qui. Questa è la preghiera che voi di là gridavate: "Lavoro", "Lavoro", "Lavoro".
Una preghiera che però può anche diventare facilmente un grido di battaglia.
Non vogliamo la violenza, sappiamo altresì che è socraticamente meglio subire il male piuttosto che esercitarlo o diventarne complici e allora, se questo è vero, concretamente, dovremo anche dedurne il fatto che quando il male continua ad essere esercitato con l'esigenza di un voto finto, dovuto ad una legge elettorale antidemocratica e palesemente oligarchica, è un imperativo categorico considerare di non doversi rassegnare a ciò che si vorrebbe far credere “male minore”, ma è piuttosto indispensabile non diventare complici ed esecutori di quel male.
Con quel “male elettorale” infatti si concede a parlamenti feroci di legiferare crudelmente contro chi è più debole ed indifeso. Meglio dunque non lasciarsi “contagiare”
Chi può dunque preghi, chi non può, lotti e lo faccia senza alcuna paura né requie..nonostante il desolante panorama politico e la perdurante desertificazione di ogni iniziativa autenticamente rivoluzionaria ed innovatrice, i segnali di vitalità ci sono anche quando i media asserviti al potere vogliono farli sembrare “eversivi”.
 Dobbiamo legittimamente difenderci da quella violenza che è intrinseca ad un sistema inumano, il quale procede con fredda determinazione. Con esso si manifesta l'arcano e l'orrore, oggi rappresentato dalla volontà di potenza con la quale si pretende di eternizzare un contingente votato alla dismisura e alla distruttività che ne consegue, quasi che il tempo stesso fosse destinato ad essere schiavizzato, con i più poveri e deboli della terra, con i giovani e gli anziani, con il passato e il futuro dell'umanità, aggiogandolo ad un presente senza speranza, inchiodato al rigore di una assoluta mancanza di alternative.
Il rivoluzionario però (perché oggi in Europa è tempo impellente di autentici rivoluzionari) non ha fretta né paura: né di torture, né di morte o di carcere, e tanto meno di vecchiaia o di malattia.
Come scriveva infatti Carlo Rosselli: Dalla calma risoluta del rivoluzionario si misura la sua forza. Egli è tanto sicuro della bontà della sua causa che accetta con serenità il trascorrere degli anni e anche la propria morte prima che la battaglia sia vinta, nella certezza che altri la proseguiranno”  Egli dunque non teme nemmeno il tempo.
Per un autentico rivoluzionario infatti il “principio speranza” non si esaurisce mai, esso è consustanziale al tempo e alla sua stessa vita, che gli appare così come un perenne debutto.
E ciò che oggi accade per coloro che non abbandonano mai tale principio è appunto un “debutto”
Ce n'est qu'un debutcontinuons le combat

C.F.

lunedì 30 settembre 2013

Dialogo tra due papi



                                       di Diego Fusaro

Si è recentemente svolto, sulle pagine di “La Repubblica”, un dialogo epistolare tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari. Si tratta di un avvenimento importante, su cui occorre soffermare l’attenzione, sia pure da una prospettiva differente rispetto a quella che si è imposta come egemonica negli scorsi giorni.
Ho già affrontato la questione in una lunga intervista apparsa – a cura di Moreno Pasquinelli – sul blog “Sollevazione” e, pertanto, in questa sede non farò altro che riprendere cursoriamente alcuni punti che reputo particolarmente degni d’attenzione e che, in quell’intervista, ho sviluppato più estesamente. In primo luogo, merita di essere analizzata la tragicomica inversione delle parti a cui si è assistito: dialogico, aperto, denso di dubbi e di incertezze, il Papa; dogmatico, pontificante e senza la minima incertezza, Scalfari.

Prescindendo dalle tesi esposte e dalla notorietà dei due personaggi, a leggerli si sarebbe potuti plausibilmente essere indotti a ritenere che, tra i due, il pontefice non fosse Bergoglio. Il fondatore di “Repubblica” si pone oggi come pontefice di una religione atea e scientista, intollerante verso ogni forma di sapere che non sia quello piegato ai moduli della ratio strumentale, sotto i cui raggi risplende l’odierna barbarie della finanza e dell’austerity, dell’eurocrazia e della religione neoliberale.
Tale religione promuove compulsivamente il disincantamento e il congedo dalle utopie, la riconciliazione con la realtà presentata come inemendabile, la precarietà come stile esistenziale e lavorativo, l’abbandono del pathos antiadattivo e dell’attenzione per la questione sociale, il culto demenziale dell’antiberlusconismo come unica fede politica possibile: essa è la prova di quanto vado sostenendo da tempo, ossia che il capitalismo si riproduce oggi culturalmente a sinistra (è la tesi al centro del mio saggio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, a cui mi permetto di rimandare per eventuali approfondimenti). Si pensi anche solo alla trasformazione dei costumi – propugnata urbi et orbi dalla sinistra – in vista di una società interamente liberalizzata, postborghese e postproletaria, individualistica e iperedonistica, affrancata dalla morale borghese e dalla religione.

Anche in quest’ottica, destra e sinistra si rivelano pienamente interscambiabili: l’anticomunitaria e globalista “Destra del Denaro” detta le regole econonomico-finanziarie tutelanti gli interessi della global class, mentre la “Sinistra del Costume” – espressione dell’ideale del comunismo in un uomo solo, trasformando quest’ultimo in atomo di volontà di potenza innervata dal capitale  – fissa i modelli e gli stili di vita funzionali alla riproduzione del sistema dell’integralismo economico.
Coerente con questa visione del mondo, Scalfari parla dell’inesistenza di Dio con una sicurezza dogmatica che andrebbe resa oggetto d’attenzione (e che, con buona pace del coro virtuoso dei sedicenti neoilluministi, nulla ha a che vedere con la matrice culturale dell’illuminismo critico). Analogamente, il pontefice di “La Repubblica” rivela una fascinazione quasi commovente – e, a suo modo, teologica – per la scienza innalzata a verità ultima.

Se anche è troppo presto, forse, per valutare l’operato del nuovo Papa, certo è possibile individuare in lui, con diritto, un profilo complessivo non affine alla visione dominante della ragione, ossia quella della ratio strumentale su cui – come ricordavo poc’anzi – si fonda l’odierna teologia economica. Questo è già, di per sé, un aspetto ampiamente positivo, da valorizzare massimamente in una prospettiva che individui il nemico principale non nella fede, ma nella ratio strumentale stessa, che tutto riduce a quantità misurabile, calcolabile e trasformabile in profitto. Si veda, a questo proposito, lo splendido discorso pronunciato dal pontefice a Cagliari domenica 23 settembre, tutto centrato sui temi del lavoro e della dignità offesa dalla disoccupazione coessenziale al regime neoliberale.
Temo che questo concetto – di per sé chiaro come il sole – non passerà facilmente presso l’armata Brancaleone dei cosiddetti “laicisti”. Illudendosi che il gesto più emancipativo che possa darsi sia la ridicolizzazione del Dio cristiano (o, alternativamente, la soppressione del crocifisso dalle scuole), essi non cessano di contrastare tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il monoteismo idolatrico del mercato: il laicismo integralista, in ogni sua gradazione, si pone come il completamento ideologico ideale del fanatismo del mercato e del “cretinismo economico” (secondo la stupenda espressione di Gramsci), in cui “The Economist” diventa “L’Osservatore Romano” della globalizzazione capitalistica e le leggi imperscrutabili del Dio monoteistico divengono le inflessibili leggi del mercato mondiale.

Capirà mai l’armata Brancaleone dei laicisti che la lotta contro il Dio tradizionale è, essa stessa, uno dei capisaldi dell’odierna mondializzazione capitalistica, la quale si regge appunto sulla neutralizzazione di ogni divinità non coincidente con il monoteismo mercatistico?
Riusciranno mai costoro, inguaribili lavoratori per il re di Prussia, a comprendere che ciò di cui più si avverte il bisogno, oggi, è un nuovo illuminismo che contesti incondizionatamente l’Assoluto capitalistico e l’esistenza di presunte leggi economiche oggettive della produzione, sottoponendo a critica l’onnipervasivo integralismo della finanza? Quando capiranno che l’ateismo, oggi, ha come matrice principale non certo l’aumento della conoscenza scientifica (con buona pace di Odifreddi!), ma il processo di individualizzazione anomica che disgiunge l’individuo da ogni sostanza comunitaria? E, ancora, che la “morte di Dio” da loro salutata con entusiasmo corrisponde al momento tragico della perdita di ogni valore in grado di contrastare il dilagante nichilismo della forma merce?


                                                  

domenica 29 settembre 2013

Con il Papa Francesco: il Terzo Mondo in Vaticano





di Leonardo Boff

Sono note le tante innovazioni che Papa Francesco, il Vescovo di Roma, come vuole essere chiamato, ha introdotto nelle abitudini papali e nello stile di presiedere la Chiesa nella tenerezza, nella comprensione, con il dialogo e la compassione.
Ma alcuni sono rimasti perplessi, perché erano abituati allo stile classico dei papi, dimenticando che questo stile è ereditato dagli imperatori romani pagani, dal nome di "Papa" per il mantello sulle spalle (Mozetta), tutto ornato, simbolo del potere imperiale assoluto, prontamente respinto da Francesco.
Ricordiamo di nuovo che l'attuale Papa viene da fuori, dalla periferia della Chiesa centrale europea. Porta con sé un' altra esperienza ecclesiale, con nuovi costumi e con un’altra forma di sperimentare il mondo con le sue contraddizioni. Lo ha espresso coscientemente nella sua lunga intervista con la rivista gesuita Civiltà Cattolica: "Le chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e quindi diversa da quella che hanno sviluppato le Chiese più antiche". Queste ultime non sono segnate dal divenire ma dalla stabilità, e fa loro fatica incorporare elementi nuovi derivati dalla cultura moderna laica e democratica.
Qui il Papa Francesco sottolinea la differenza. È consapevole di venire da un altro modo di essere Chiesa, maturato nel Terzo Mondo. Questo è caratterizzato da profonde ingiustizie sociali, da un numero assurdo di baraccopoli che circondano quasi ogni città, da culture originarie sempre disprezzate che subiscono discriminazioni importanti e dall'eredità della schiavitù di origine africana.
La Chiesa ha capito che oltre alla sua missione religiosa particolare, non poteva sottrarsi a una missione sociale urgente: schierarsi con i deboli e gli oppressi e lottare per la loro liberazione. In diversi incontri i vescovi continentali dell'America Latina e dei Caraibi (Celam) è maturata l’opzione preferenziale per i poveri contro la loro povertà, e l’evangelizzazione liberatrice.
Papa Francesco viene da questo brodo ecclesiale e culturale. Qui, tali opzioni con le loro riflessioni teologiche, con i modi di vivere la fede in rete di comunità e celebrazioni, incorporando lo stile popolare di pregare Dio, sono cose evidenti. Ma non lo sono per i cristiani della antica cristianità europea, pieni di tradizioni, teologie, cattedrali e con un senso del mondo riempito con il modo greco-romano-germanico di articolare il messaggio cristiano. Venendo da una Chiesa che ha dato centralità ai poveri, prima di tutto ha visitato i rifugiati sull'isola di Lampedusa, poi è andato a Roma presso il centro dei gesuiti e poi presso i disoccupati di Corsica. E' naturale per lui, ma è quasi uno "scandalo" per i curiali e un fatto senza precedenti per gli altri cristiani europei. L'opzione per i poveri, ribadita dagli ultimi papi, era solo retorica e concettuale. Non c'era un vero incontro con i poveri ed i sofferenti. Con Francesco capita esattamente il contrario: l'annuncio è pratica affettiva ed efficace.
Forse queste parole di Francesco chiariscono il suo modo di vivere e di vedere la missione della Chiesa: "Vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E' inutile chiedere a uno gravemente ferito se ha il colesterolo e la glicemia elevati! È necessario guarire le ferite. Poi, si può parlare di tutto il resto". "La Chiesa" - continua - "a volte è chiusa in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante, piuttosto, è il primo annuncio: 'Gesù ti ha salvato!'.
Pertanto, i ministri della Chiesa, in primo luogo, devono essere ministri di misericordia, le riforme strutturali e organizzative sono secondarie, vale a dire, vengono dopo, la prima riforma dovrebbe essere l'atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone in grado di scaldare il cuore della gente, camminare con loro durante la notte, dialogare e anche entrare nella “loro” notte senza perdersi nel buio. “Il popolo di Dio -conclude- vuole pastori e non dipendenti o chierici di Stato”. In Brasile, parlando ai vescovi latinoamericani, ha chiesto loro di fare la "rivoluzione della tenerezza".
Pertanto, la centralità non è occupata dalla dottrina e dalla disciplina, così dominanti in questi ultimi tempi, ma dalla persona umana nelle sue ricerche, che sia o non sia credente, come il Papa ha mostrato nel dialogo con l’ex direttore del quotidiano romano La Repubblica, Eugenio Scalfari, persona non credente. Sono nuovi venti che soffiano da nuove chiese periferiche e danno aria nuova a tutta la Chiesa. La primavera davvero sta arrivando, promettente.

Leonardo Boff ha scritto Francesco d'Assisi e Francesco di Roma, Mar Idéias, Rio 2013.


mercoledì 25 settembre 2013

LETTERA APERTA AL PAPA FRANCESCO: UN’ASSEMBLEA PER LA VITA SULLA TERRA




Caro Papa Francesco,


Noi sottoscritti cristiani, così come le persone di altre fedi e quelle di buona volontà, Le inviamo questa lettera pubblica con una richiesta molto particolare. Ci piacerebbe che Lei convocasse un evento globale, come un’assemblea per la difesa della vita sulla Terra.



Oggi la vita è ferita a morte per la fame (900 milioni di persone in tutto il mondo), la sete (1,2 miliardi non hanno acqua pulita da bere ogni giorno, e 2,4 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari di base), per le guerre, per la distruzione dell'ambiente (suolo, acqua, biodiversità, aria, e soprattutto perché sull'umanità e su tutta la vita incombe un sorprendente cambiamento climatico. Come dice il documento di Aparecida: non stiamo soltanto vivendo un momento di cambiamento, ma un cambiamento di epoca (DAP 44). Una società consumista e predatoria come l'attuale non rappresenta alcun futuro per tutta l'umanità.

Quando Dio creò il mondo, donò la Terra agli uomini e alle donne per "coltivarla e averne cura" (Gen 2,15). Dopo il diluvio, quando Noè lasciò l'arca con la sua famiglia e con tutti gli animali che erano in essa, Dio fece un’alleanza primaria con loro dicendogli che "per parte mia, io stabilirò il mio patto con voi e con i vostri discendenti, con tutti gli esseri viventi che sono con voi: uccelli, animali selvatici e domestici, insomma, con tutti gli animali della Terra che sono usciti con voi dall'arca (Gen 9, 9-10).”


 L'apostolo Paolo ci dice che "la creazione stessa spera di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, in vista della libertà che è la gloria dei figli di Dio" (Rm 8, 21). Così Dio ama tutto ciò che ha creato e ci ha comandato di prenderci cura della sua creazione.



I popoli autoctoni ed indigeni e  recentemente gli scienziati hanno riferito che tutte le forme di vita sono a rischio sulla faccia della Terra  Tuttavia, non c’è una risposta alla sfida di questo momento della storia da parte del mondo politico ed economico. Come Lei già ha detto, noi non possiamo accettare passivamente la globalizzazione dell'indifferenza.

Lei ha autorità morale e spirituale davanti a tutta l’umanità per convocare questo urgente dibattito e, ancora più, urgenti interventi. Le chiediamo ciò come un modo per contribuire alla realizzazione dei suoi gesti, che ci sfidano ad un atteggiamento di cura e di protezione della vita minacciata. Quei gesti espressi in suo viaggio a Lampedusa, nella Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile, nella visita agli immigrati in Italia, nei digiuni contro le guerre. Se Lei convocherà un'assemblea per difendere la vita nella sua pienezza, non solo per ascoltare gli esperti, ma anche le popolazioni indigene colpite dalla distruzione del loro ambiente, le persone colpite dai cambiamenti climatici e i rifugiati, le vittime della fame e della sete, di certo, gran parte dell'umanità parteciperà prontamente a questa richiesta.

E' quello che anche noi sottoscritti aspettiamo. Con un abbraccio fraterno, nello spirito di San Francesco d'Assisi, in comunione con tutte le forme di vita e con tutta l'umanità, confermiamo la nostra richiesta.

Brasilia - DF, 16 Settembre 2013


Nota: Può inviare la sua adesione a magalhaes@caritas.gov.br

Leonardo Boff

martedì 24 settembre 2013

Papa Francesco parla con un non credente da uomo a uomo



                                           di Leonardo Boff

Francesco, vescovo di Roma, si è spogliato di tutti i titoli e simboli di potere che non fanno altro che allontanare le persone le une dalle altre ed ha pubblicato una lettera nel principale giornale di Roma, La Repubblica, rispondendo al suo ex-direttore e "decano" intellettuale Eugenio Scalfari, non credente. Lui aveva sollevato pubblicamente alcune domande al Vescovo di Roma. Francesco ha compiuto un atto di straordinaria importanza, non solo perché l’ha fatto in un modo senza precedenti, ma soprattutto perché ha parlato come un uomo che parla ad un altro uomo in un contesto di dialogo aperto, collocandosi allo stesso livello del suo interlocutore. 
Infatti, Francesco, che, come sappiamo, preferisce chiamarsi Vescovo di Roma e non Papa, ha risposto a Eugenio Scalfari cordialmente, con l'intelligenza calorosa del cuore, più che con la fredda intelligenza delle dottrine. Attualmente, in filosofia, si cerca di riscattare l’"intelligenza sensibile "che arricchisce ed amplia l'"intelligenza intellettuale", perché parla direttamente agli altri, alla loro profondità, senza nascondersi dietro dottrine, dogmi o istituzioni.
In questo senso, per Francesco non è rilevante che Scalfari sia o non sia credente, ognuno ha la sua storia personale e il suo percorso esistenziale che devono essere rispettati. Ciò che è rilevante è la capacità di entrambi di essere aperti ad ascoltare l'altro. Per dirla come il grande poeta spagnolo Antonio Machado: "La tua verità? No, la Verità, e vieni con me a cercarla. La tua, tientela”. Più importante che sapere, è non perdere mai la capacità di imparare. Questo è ciò che significa il dialogo.
Con la sua lettera, Francesco ha dimostrato che tutti cerchiamo una verità più piena e più ampia, una verità che non abbiamo ancora. Per scoprirla, non servono i dogmi presi da loro stessi, né le dottrine formulate in astratto. Il presupposto comune è che ci sono ancora risposte da ricercare e che tutto è avvolto nel mistero. Questa ricerca colloca tutti allo stesso livello, credenti e non credenti, anche i fedeli delle diverse Chiese. Ognuno ha il diritto di esprimere la sua visione delle cose.
Viviamo tutti in una contraddizione terribile che circonda credenti e atei: Perché Dio permette le grandi ingiustizie di questo mondo? E' la domanda di profondo sconforto che ha fatto Papa Benedetto XVI quando ha visitato il campo di sterminio nazista di Auschwitz. Si sottrasse per un momento il suo ruolo di Papa e parlò solo come un uomo, con il cuore aperto: "Dio, dove eri quando queste atrocità sono accadute? Perché taci?".
Tutti noi cristiani dobbiamo ammettere che non c'è una risposta e che la questione rimane aperta. Solo ci conforta l'idea che Dio può essere ciò che la nostra ragione non capisce. L’intelligenza intellettuale da sola ammutolisce, perché non ha una risposta per tutto. La Genesi, come diceva il filosofo Ernst Bloch, non è all'inizio ma alla fine. Le cose, così pensano i credenti, si sviluppano verso un lieto fine. Solo alla fine, in qualche modo, ci sarà dato di capire il senso dell'esistenza. Allora noi potremo finalmente dire: "e tutto è buono" e dare "l’Amen" definitivo. Ma mentre viviamo non tutto è buono.
Verità assolute e verità relative? Preferisco rispondere come il grande poeta, mistico e pastore, il vescovo Don Pedro Casaldáliga, lì nella Amazzonia profonda: “L’assoluto? Solo Dio e la fame".
Nutro grande fiducia che Francesco, con il suo dialogo, potrà realizzare grandi cose per il bene dell'umanità. Ha cominciato a fare una grande riforma del papato. Presto ci sarà la riforma della Curia romana. Attraverso diversi discorsi ha detto che tutti i problemi possono essere discussi, cosa impensabile tempo fa. Questioni come il celibato sacerdotale, il sacerdozio delle donne, la morale sessuale ed il riconoscimento degli omosessuali, fino a poco tempo non potevano essere sollevate da teologi e vescovi.
Penso che questo sia il primo Papa a non volere un governo monarchico e assolutista, il "potere", come ha detto Scalfari. Invece, vuole essere più vicino al Vangelo che presenta i principi di misericordia e di compassione, avendo come centro di riferimento l’umanità.
Sicuramente il suo dialogo con i non credenti potrà veramente espandersi ed aprire una nuova finestra con l'etica della modernità che considera non solo la tecnologia, ma la scienza e la politica, e può anche portarci a superare l'esclusione dal comportamento della Chiesa cattolica, in altre parole, l'arroganza di concepirsi come l'unica vera erede del messaggio di Gesù'. E' sempre bene ricordare che Dio ha mandato suo Figlio al mondo, e non solo ai battezzati. Egli illumina ogni persona che viene nel mondo, non solo i credenti, come ricorda san Giovanni nel prologo del suo Vangelo.
In questo senso, in una lettera al Papa Francesco, ho suggerito personalmente un Concilio Ecumenico di tutta la cristianità, di tutte le chiese, tra cui anche la presenza di atei che possono, per la loro saggezza ed etica, aiutare ad analizzare le minacce che affliggono il pianeta e come affrontarle. E prima di tutti le donne, generatrici di vita, perché la vita stessa è minacciata.
Il Cristianesimo è presentato come un fenomeno occidentale e deve trovare il suo posto entro la nuova fase dell'umanità, la fase planetaria. Solo allora sarà per tutte e per tutti.
In Francesco, come egli già aveva dimostrato in Argentina, non vedo alcuna volontà di conquistare e fare proselitismo, ma, come riaffermato a Scalfari, disponibilità a testimoniare e camminare un pezzo di strada insieme agli altri. Il Cristianesimo prima che una istituzione è un movimento, il movimento di Gesù e degli Apostoli. In questa comprensione, sperimentare la dimensione della dignità umana, dell'etica e dei diritti fondamentali è più importante che semplicemente appartenere ad una Chiesa. Questo è il caso di Eugenio Scalfari. E' più importante guardare la dimensione della luce della storia, che la dimensione delle ombre, vivere come fratelli e sorelle nella stessa casa comune, la Madre Terra, rispettando le scelte di ciascuno, sotto il grande arcobaleno, simbolo della trascendenza dell'essere umano.
Il lungo inverno della Chiesa è finito. Aspettiamo una primavera solare, piena di fiori e di frutti, nella quale valga la pena di essere umani nella forma cristiana di questa parola.

(Intervista rilasciata per telefono a Vera Schiavazzi, di Romano Canavese, Torino, il 15 settembre scorso).

sabato 21 settembre 2013

L'indipendentismo catalano fra ragioni e torti


                                   

                                                 di Riccardo Achilli

La questione dell'autodeterminazione dei popoli è sempre spinosa, quando viene affrontata da sinistra, e rischia soltanto, a chi, come me, si accinge a parlarne, di generare soltanto disapprovazione e pesci in faccia. 
Detto questo, però, non è nemmeno possibile sottrarsi a tematiche che sono di attualità, e che riguardano tutti noi. Come il fuoco indipendentista che brucia in Catalogna. Pare che il 55% circa dei catalani siano favorevoli alla piena indipendenza dalla Spagna. Questa febbre non ha una targa politica precisa, essendo la tigre nazionalista cavalcata sia da partiti moderati, come quello dell'attuale presidente Mas, sia dall'ERC, partito indipendentista di stampo socialista democratico, sia da ampi settori del PSC, il partito socialista catalano "cugino" del PSOE. 
Ovviamente un principio di base del socialismo è quello del diritto all'autodeterminazione. Da questo punto di vista, voler semplicemente negare, come fa il governo Rajoy, il diritto a celebrare il referendum nel 2014 per cavilli legali, appare, oltre che inaccettabile, anche stupido. La legge ha forza fintanto che gli uomini le riconoscono autorità. Nessuna legge o sentenza della Corte Costituzionale spagnola può frenare un popolo, alla lunga. 
Tuttavia, un altro principio di base del socialismo è la solidarietà fra i popoli, che qualche volta stride con l'autodeterminazione, quando questa si converte in nazionalismo gretto. Pertanto, i diritti di autodeterminazione vanno esaminati caso per caso. Non ci si può nascondere dietro al dito: una parte importante delle rivendicazioni indipendentistiche catalane, anche se ovviamente non l'unica, è di tipo economico. La Catalogna ha un PIL pari al 19% di quello spagnolo e genera il 28% del suo export totale, a fronte di una popolazione pari al 16% del totale. E' quindi una regione che dà alla Spagna, in termini di gettito fiscale, molto più di quanto riceva, in termini di spesa pubblica e trasferimenti, e la differenza fra queste due voci, secondo una stima del Sole 24 Ore, è di circa 10 punti di PIL. E' quindi evidente che una componente importante dell'indipendentismo risieda nella volontà, in parte comprensibile ed in parte egoistica, di difendere privilegi e benessere, in una regione molto benestante, il cui PIL pro capite è pari al 117% della media spagnola. La parte egoistica, però, stride con il principio di solidarietà, tanto più in una fase di crisi economica così acuta, quando 42 milioni di spagnoli non residenti in Catalogna hanno bisogno delle locomotive della propria economia, come la Catalogna, per uscirne fuori. 
Tra l'altro, la Catalogna dispone già di una enorme autonomia: gestisce in proprio persino alcuni aspetti della giurisdizione civile, come il diritto successorio, ha una propria polizia che sostituisce completamente quella nazionale, ha ampie competenze in materia economica, sociale, di ordinamento scolastico, nel settore delle opere pubbliche, ecc. Il bilinguismo è garantito addirittura in forma leggermente discriminatoria per lo spagnolo, nella misura in cui lo Statuto catalano stabilisce che la lingua preferenziale nei rapporti fra P.A. e cittadini sia il catalano. 
Il problema vero risiede però nei rapporti fiscali: in larga misura, oggi, il sistema fiscale spagnolo prevede che i grandi tributi siano gestiti a livello nazionale, e il relativo gettito sia ripartito fra Stato e Comunità Autonome. Queste ultime possono creare tributi propri esclusivamente su presupposti d'imposta non colpiti da imposte nazionali, e poi godono della gestione di alcuni tributi nazionali "ceduti" (come quello sul patrimonio, la tassa di successione, l'imposta sui giochi d'azzardo). Ma il grosso degli introiti del bilancio catalano deriva dalla compartecipazione ai tributi statali (fissata con legge nazionale) e dai trasferimenti statali, sostanzialmente finalizzati a coprire "buchi di bilancio" a livello locale. 
Mancando una autentica e piena autonomia fiscale, ciò alimenta il famoso "albero storto" del federalismo di cui soffre anche il tentativo federalista fatto in Italia: tale sistema crea un corto circuito, nella mente dei cittadini, per cui i "buoni" sono i governanti della Generalidad di Barcellona, che spendono il denaro ricevuto da Madrid senza alcuna responsabilità specifica sui saldi finali (atteso che si crea l'aspettativa che eventuali buchi di bilancio vengano sempre e comunque coperti da Madrid, spaventata dal rischio perenne di secessione) ed i "cattivi" sono i governanti di Madrid, che regolamentano e prelevano la maggior parte delle imposte. Con il risultato finale che la Catalogna è oberata da 44 miliardi di debito pubblico, con rating portato al livello "spazzatura", e bond incollocabili sul mercato, per cui la Generalidad deve chiedere costantemente aiuto al governo "amico" di Madrid (Mas e Rajoy stanno dalla stessa parte) per non finire a dover fare politiche di austerità sgradite ai propri cittadini. Quattrini che nonostante tutto, la Spagna sottoposta al fiscal compact riesce sempre a trovare (ad agosto 2012 è stata versata una rata di aiuti pari a 5 miliardi, per sbloccare gli stipendi dei funzionari pubblici dell'amministrazione regionale). Naturalmente, in nome dell'autonomia, la Generalidad pretende che tali aiuti siano incondizionati. E questo forse è anche giusto. Però poi la solidarietà deve essere bidirezionale: non puoi chiedere di essere aiutato ed al contempo progettare la secessione per scaricare il resto del Paese al suo destino. L'egoismo fiscale dei catalani sembra non avere fine: con la riforma fiscale del 2009, essi hanno ottenuto, oltre ad un forte aumento della percentuale di compartecipazione all'imposta sui redditi ed all'IVA, anche la possibilità di non dover più restituire allo Stato la parte di imposte eccedente il finanziamento dei livelli essenziali di servizi pubblici, se essa viene devoluta a finanziare le altre competenze della regione. 
Il problema adesso ruota attorno alla solidarietà interregionale, cioè al fondo di perequazione fra comunità autonome che assicura la "nivelaciòn", ovvero l'obbligo di distribuire il 75% del gettito fiscale in modo che tutte le comunità abbiano lo stesso livello di finanziamento pro capite dei servizi essenziali (educazione, salute, assistenza sociale). In effetti, Madrid e la Catalogna finanziano l'80% della solidarietà interregionale. E questo dato rappresenta il vero "busilis" del problema: i catalani non vogliono più finanziare la solidarietà alle altre regioni meno ricche del Paese, nonostante il fatto che la riforma fiscale del 2009 consenta di lasciar loro in tasca i soldi per finanziare servizi di livello superiore alla media nazionale. Echeggia lo stesso richiamo del leghismo più becero: i soldi devono restare ai territori che li producono. Fanculo i terroni, si arrangino. 
Il principio attraverso il quale si esprime il nazionalismo fiscale di Mas, purtroppo seguito anche dal PSC, è quello dell'"ordinalità", un principio secondo il quale la posizione di una regione nel ranking della contribuzione fiscale pro capite debba essere uguale a quella del ranking basato sulla spesa pubblica pro capite. Ora, essendo la Catalogna una regione ricca, tale principio non può valere, per ovvi motivi di perequazione territoriale: si dà il caso che, al 2010, essa sia la terza regione spagnola per gettito fiscale pro capite devoluto allo Stato e soltanto la decima per risorse finanziarie ricevute dallo Stato per abitante. Non c'è niente di strano, è tipico di ogni Stato federale; negli USA, 21 dei 25 Stati maggiormente "contributori" cadono ben al di sotto del 25-mo posto nel ranking degli Stati "ricevitori". Ci si lamenta che per ogni euro raccolto dal fisco in Catalogna tornino soltanto 57 centesimi come spesa pubblica statale. Ma questa situazione è capitata anche allo Stato del Nevada nel 2003 e 2004, senza che i suoi cittadini urlassero alla secessione dagli USA! (cfr. http://www.vozbcn.com/2012/07/27/122476/principio-ordinalidad-fiscal-eeuu/). 
In sostanza: si dispone già di un'autonomia immensa in termini politico/amministrativi; si ottiene una maggiore compartecipazione fiscale, nonché la possibilità di trattenere una quota di risorse per pagarsi le altre competenze autonome e distintive ottenute, si vivacchia in una condizione di sostanziale irresponsabilità fiscale, per cui i cattivi che fanno le tasse stanno a Madrid ed i buoni che spendono stanno a Barcellona, salvo che poi i cattivi vengano in soccorso, con generosi trasferimenti pubblici incondizionati, per coprire i buchi di bilancio della malagestione dei buoni. E malgrado tutto ciò, quando c'è da dare qualcosa alla solidarietà interregionale, allora è meglio l'indipendenza. Mi spiace, ma qui non c'è alcun diritto di autodeterminazione nazionale. Qui c'è solo becero egoismo fiscale. 
In questi termini, la posizione politicamente più corretta è quella del PSOE, che non accetta l'indipendenza, però si propone di passare dall'autonomismo ad un reale federalismo. Il principio è corretto, e sono buone le proposte del PSOE, duramente negoziate con i cugini del PSC, di creazione di una Camera delle Regioni in luogo dell'attuale Senato, di maggiore autonomia in ambito giurisdizionale, di riconoscimento costituzionale della nazione catalana, ecc. 
La proposta del PSOE, per tenere l'accordo con il PSC, propone anche un buon compromesso sul principio di ordinalidad, sopra descritto, per cui la proposta del PSOE accetta il principio, peraltro stabilito da una sentenza della Corte Costituzionale, secondo cui "la contribuzione interterritoriale non deve collocare chi contribuisce in posizione relativa peggiore rispetto a chi è beneficiato". Una formulazione che quindi consente che ci sia solidarietà interregionale, e che quindi le diverse regioni possano non trovarsi nella stessa posizione nei due ranking di chi contribuisce e di chi riceve, implicando però un ragionevole limite a tale solidarietà, nel senso che non vada fino a spogliare le regioni ricche, impoverendole. Il richiamo alla sentenza costituzionale che è esplicitato nel documento, infatti, vale a mantenere un margine di flessibilità nel ranking finale, atteso che tale sentenza, del 2010, statuisce che il sistema di solidarietà non deve pregiudicare le regioni più ricche "al di là di ciò che è da considerarsi ragionevole", e deve consentire "l'approssimazione progressiva" fra regioni ricche e povere, consentendo quindi che vi sia una certa solidarietà, con regioni ricche che scendono moderatamente nel ranking dei contributi pro capite, e le regioni povere che salgono, sempre moderatamente. Inoltre, il documento del PSOE propone un vincolo costituzionale all'erogazione omogenea e paritaria su tutto il territorio nazionale dei livelli essenziali dei servizi pubblici fondamentali (scuola, salute, servizi sociali, previdenza) che di fatto va a rappresentare il "nucleo duro", intoccabile, della solidarietà interregionale, quello su cui nessuno ha il diritto di discutere e, se è ricco, deve soltanto pagare per garantirlo anche ai più poveri. 
Detto ragionevole compromesso può incontrare la ragionevole accettazione dei catalani: lo scambio è fra più soldi che restano al territorio catalano, e l'accettazione di un livello minimo di solidarietà con il resto del Paese, oltre che l'accantonamento definitivo di ogni ipotesi indipendentista. Speriamo che la ragionevolezza prevalga. 

mercoledì 18 settembre 2013

La Curia di Roma è riformabile?

         
             

                                                        di Leonardo Boff

La Curia romana è costituita da tutti gli organismi che aiutano il Papa a governare la Chiesa nei 44 ettari che circondano la basilica di San Pietro. Sono un po’ più di tremila funzionari. È nata piccola nel XII secolo, ma è diventata un organismo di esperti nel 1588 con il Papa Sisto V, pensata soprattutto per far fronte ai riformatori, Lutero, Calvino e altri. Paolo VI nel 1967 e  Giovanni Paolo II nel 1998 hanno cercato senza successo di riformarla.  

È considerata una delle amministrazioni governative più conservatrici del mondo e così potente che ha quasi ritardato, accantonato e annullato le modifiche introdotte dai due Papi precedenti e bloccato la linea progressista del Concilio Vaticano II (1962-1965). Rimane invariata, come se non lavorasse per il tempo, ma per l'eternità. Tuttavia, gli scandali morali e finanziari accaduti dentro i loro spazi sono stati di tale portata che è sorto il grido di tutta la Chiesa per una riforma, come una delle missioni da portare avanti per il nuovo Papa Francesco. Come scrisse il principe dei vaticanisti, purtroppo ora deceduto, Giancarlo Zizola (Quale Papa 1977): "quattro secoli di Controriforma hanno quasi estinto il cromosoma rivoluzionario del cristianesimo delle origini, la Chiesa si è stabilizzata come un organo contro-rivoluzionario" (p. 278) e che nega tutto ciò che appare come nuovo. In un discorso ai membri della Curia il 22 febbraio del 1975, il Papa Paolo VI riconobbe che la Curia Romana aveva preso "un atteggiamento di superiorità e di orgoglio al di sopra del collegio episcopale e del popolo".

Combinando la tenerezza francescana con il rigore gesuita riuscirà  il Papa Francesco a darle un’altra forma? Si è circondato saggiamente di otto cardinali esperti, provenienti da tutti i continenti, per accompagnarlo e per realizzare questo immane compito con le correzioni che necessariamente si devono fare.

Dietro a tutto ciò vi è un problema storico-teologico che ostacola notevolmente la riforma della Curia. Esso è espresso da due punti di vista contrastanti. Il primo è costituito dal fatto che, dopo la proclamazione della infallibilità del Papa nel 1870, con la successiva romanizzazione e uniformità di tutta la Chiesa, c’era una concentrazione massima alla testa della piramide: il Papato con il potere "supremo, pieno, immediato" (canone 331). Ciò implica che esso concentra tutte le decisioni, il cui onere è praticamente impossibile da essere effettuato da una sola persona, anche con potere monarchico assolutista. Questo potere non ha potuto subire alcun decentramento, in quanto ciò avrebbe significato una diminuzione del potere supremo del papa. La Curia si chiude attorno al Papa, che diventa suo prigioniero, a volte blocca iniziative spiacevoli per il loro conservatorismo tradizionale o semplicemente accantona i progetti fino a quando essi vengono dimenticati.

L'altro filone, riconosce il peso del papato monarchico e cerca di dare vita al Sinodo dei Vescovi, un organismo creato dal Concilio Vaticano II per aiutare il Papa nel governo della Chiesa universale. Ma successe che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, pressati dalla Curia che lo consideravano come un modo per rompere il centralismo del potere romano, l’hanno trasformato in un organo deliberativo e non consultivo.  Esso si celebra ogni due o tre anni, ma senza un reale impatto sulla Chiesa.

Tutto fa pensare che Papa Francesco, nel convocare questi otto cardinali per realizzare insieme a lui e sotto la sua direzione la riforma della Curia, pensi di creare un organo collegiale con il quale presiedere la Chiesa.   Magari potrebbe estendere questo collegio a rappresentanti non solo della gerarchia, ma a tutto il popolo di Dio, comprese le donne che sono la maggioranza della Chiesa. Questo passo non dovrebbe sembrare impossibile.

Il modo migliore per riformare la Curia, a giudizio degli esperti delle cose del Vaticano e anche di alcuni membri della gerarchia, sarebbe realizzare un grande decentramento delle sue funzioni. Siamo nell'era della globalizzazione e della comunicazione informatica in tempo reale. Se la Chiesa cattolica volesse adattarsi a questa nuova fase dell'umanità, niente di meglio che operare una rivoluzione organizzativa. Perché il dicastero per l'evangelizzazione dei popoli non potrebbe  essere trasferito in Africa? Quello del dialogo interreligioso all'Asia? O quello della pace e la giustizia in America Latina? E la promozione dell'unità dei cristiani a Ginevra, accanto al Consiglio Mondiale delle Chiese? Alcuni, per le cose più immediate, rimarrebbero in Vaticano. Tramite videoconferenze, Skype e altre tecnologie di comunicazione potrebbero mantenere un contatto immediato e continuo. Così sarebbe possibile evitare la creazione di un anti-potere cosa della quale la Curia è grande esperta. Ciò renderebbe la Chiesa cattolica veramente universale e non più occidentale.

Come Papa Francisco vive chiedendo di pregare per lui, dobbiamo pregare efficacemente e a lungo affinché questo desiderio diventi realtà.