Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 12 luglio 2013

L’erosione del sentimento della vita e le manifestazioni di strada




di Leonardo Boff

Lentamente diventa chiaro che le massicce manifestazioni di piazza avvenute negli ultimi tempi in Brasile e anche in giro per il mondo, esprimono più che rivendicazioni precise - come migliore qualità dei trasporti urbani, migliore sanità, educazione, risanamento, lavoro, sicurezza - sono segno del rifiuto della corruzione e della democrazia consociativa. Fermenta nel profondo, direi quasi nell’inconscio, ma non è meno reale: il sentimento di una rottura generalizzata, di frustrazione, di delusione, di erosione del senso della vita, di angustia e paura davanti a una tragedia ecologico-sociale che si annuncia da tutte le parti e che può mettere a rischio il futuro comune dell’umanità. Potremmo essere una delle due ultime generazioni ad abitare questo pianeta. Non è senza ragione che il 77% dei manifestanti abbiano fatto corsi di istruzione superiore, vale a dire, è gente capace di sentire questo malessere del mondo e di esprimerlo come rifiuto a tutto quello che c’è dentro.

Primo, è un malessere davanti al mondo globalizzato. Quello che vediamo ci fa vergognare perché significa la razionalizzazione dell’irrazionale: l’impero nordamericano, in decadenza, per mantenersi, deve tenere sotto controllo gran parte dell’umanità, usare la violenza diretta contro chi si oppone, mentire sfacciatamente come nella motivazione della guerra contro l’Iraq, non rispettare per prassi, qualsiasi diritto e norma internazionale come il «sequestro» del Presidente Evo Morales della Bolivia, eseguito da europei ma forzati dei corpi di sicurezza nordamericani. Negano i valori umanitari e democratici della loro storia che hanno ispirato altri paesi.

Secondo. La situazione del nostro Brasile. Nonostante le politiche sociali del governo PT che hanno alleviato la vita di milioni di poveri, esiste un oceano di sofferenza, generato dalla moltiplicazione delle favelas delle città, dai bassi salari e dall’avidità della macchina produttivistica di stampo capitalista, che a causa della crisi sistemica e della concorrenza sempre più feroce, sfrutta fino all’estremo la forza- lavoro. Faccio solo un esempio: una ricerca eseguita nell’Università di Brasilia ha accertato che tra il 1996 e il 2005, ogni 20 giorni un bancario si suicidava, a causa delle pressioni per traguardi, eccesso di compiti e il timore della disoccupazione. Per non dire della farsa che rappresenta la nostra democrazia. Mi servo della parola di uno scienziato sociale Pedro Demo, professore della UNB, nella sua introduzione a sociologia (2002): “La nostra democrazia è la messinscena nazionale di ipocrisia raffinata piena di leggi “belle”, ma fatte sempre, in ultima istanza, per l’élite dominante perché le serva dall’inizio fino alla fine. ‘Politico’ si intende persona con queste caratteristiche: guadagna bene, lavora poco, fa accordi, dà lavoro ai parenti e mantenuti, si arricchisce a danno delle risorse pubbliche e entra nel mercato dal punto più comodo… Volendo saldare la democrazia alla giustizia sociale, la nostra democrazia sarebbe la sua stessa negazione”(p.330.333). Adesso capiamo perché la piazza chiede una riforma politica profonda e un altro tipo di democrazia dove il popolo possa partecipare alle decisioni delle politiche per il paese.

Terzo. Il degrado delle istanze del sacro. La Chiesa Cattolica ci ha offerto i principali scandali che hanno sfidato la fede dei cristiani: pedofilia di preti, vescovi e perfino cardinali. Scandali sessuali dentro la stessa Curia romana, l’organo di fiducia del Papa. Manipolazione di milioni di euro dentro la banca vaticana (IOR) dove alti ecclesiastici si erano alleati a mafiosi e corrotti miliardari italiani per lavare il denaro, chiese pentecostali che attirano nei loro programmi televisivi migliaia di fedeli, usando la logica del mercato e trasformando la religiosità popolare in un affare infame. Dio e la Bibbia sono messi a servizio della disputa di marketing per vedere chi attira più telespettatori. Settori della Chiesa cattolica non sfuggono a questa logica con spettacolarizzazione di messe-shows e di preti-cantanti con il loro facile fai-da-te e le loro canzoni smielate. Infine non sfugge al malessere generalizzato la situazione drammatica del pianeta. Tutti si rendono conto che il progetto di crescita materiale sta distruggendo le basi che sostenevano la vita, devastando le foreste, decimando la biodiversità e provocando eventi sempre più estremi. La reazione della Madre Terra avviene attraverso il riscaldamento globale che non cessa di salire; se arriverà nei prossimi decenni a 4-6 °C, attraverso un riscaldamento in verticale, questo può decimare la vita che conosciamo e rendere impossibile la sopravvivenza della nostra specie con la sparizione della nostra civiltà.

Non è più tempo per illuderci, coprendo la ferita della Terra con cerotti. O cambiamo direzione, conservando le condizioni di vitalità della Terra o l’abisso è lì che ci aspetta. Come insiste la Carta della Terra: “Le nostre sfide ambientali, economiche, politiche, sociali e spirituali sono tra loro intrecciate”; questo intreccio reale, ma in parte inconsapevole, porta in piazza migliaia di persone che vogliono un altro mondo possibile e adesso necessario. O approfittiamo dell’opportunità per cambiare o non ci sarà più futuro per nessuno. L’inconscio collettivo intuisce questo dramma e da lì il grido della piazza che reclama cambiamenti. Se non diamo retta alle richieste, potremo rimandare la tragedia ma non la eviteremo. Adesso è il momento di ascoltare e agire.

Leonardo Boff è autore di Proteggere la terra e prendersi cura della vita: come scampare alla fine del mondo, Record 2010.

Traduzione di Romano Baraglia 

sabato 6 luglio 2013

Una energia vulcanica ha fatto irruzione per le strade

  



di Leonardo Boff

Tenterò di svolgere una riflessione non convenzionale  sulle dimostrazioni variegate avvenute nel mese di giugno di quest’ anno. È di natura antropologico-filosofica.
 È cosa nota nella riflessione antropologica e psicanalitica che detta legge nell’essere umano un’energia vulcanica difficilmente controllabile dalla ragione.  Alcuni la chiamano «libido», altri «élan vital», altri «principio speranza». Abbiamo a che fare con una energia di costruzione e di distruzione, con un caos originario che può essere caotico e creativo. Tutto il lavoro della cultura, delle leggi, della religione e dell’etica è creare una valvola di sicurezza perché questa energia possa defluire e essere regolata affinché  il suo lato costruttivo prevalga sul lato distruttivo. L’equilibrio è fragile. A qualsiasi momento e in qualsiasi situazione questa energia sta lì presente gorgogliando e tentando di irrompere e fare il suo corso storico. La cultura, la religione, l’etica e si costruiscono  uno schema esistenziale dove questa energia trova una certa stabilità e equilibrio.
Ma ogni cambiamento partecipa della implenitudine e  della vulnerabilità di tutto quello che esiste. Lentamente la sua capacità di regolazione si indebolisce fino a «incancrenirsi». Dunque, per un momento, le barriere del fiume  cedono, i margini sono superati  e le acque cercano un nuovo letto.
Grandi analisti di dinamica delle trasformazioni come Toynbee, Jung  e Freud tra gli altri si sono soffermati su questo fenomeno. Istruttiva è l’analisi fornita da Freud nel 1930, in piena crisi economico-finanziaria mondiale, come quella di oggi, col suo famoso scritto «Il malessere della cultura» (Das Hunbehagen in der Kultur). Lui ha abbandonato il rigore scientifico che ha adottava per la psicanalisi, e,  tra le perplessità dei suoi seguaci, ha abbordato temi culturali con acuto senso di osservazione.
 In questo scritto Freud dimostra la forza vulcanica di questa energia vitale e i limiti della ragione  nel volerla contenere. Dice esplicitamente che si tratta di confronto di uno scontro  «due forze celesti»: la forza della vita (eros) e la forza della morte (tànatos). Il libro termina con una non conclusione: «L’eterno Eros deve impiegare un grande sforzo per affermarsi in faccia il suo nemico pure immortale (Tanatos); ma chi può prevedere il successo di questo combattimento? Con questa aporia conclude la sua riflessione.
 Applichiamo questa comprensione al fenomeno delle  strade in  Brasile.  Una risistemazione politico-sociale è avvenuta attraverso il PT, con grande fatica, contro una tradizione elitista e antipopolare di durata secolare. Il PT significava la cristallizzazione del potere sociale accumulato nelle basi, trasformato adesso in potere politico. Ha conquistato il luogo centrale delle decisioni dei destini del paese. Si presentava come una risposta alla domanda che per decine d’anni si era discussa nei gruppi  e  muoveva menti e cuori: “quale Brasile vogliamo che sia liberatore rispetto alle grandi maggioranze storicamente condannati e offese”?
Una volta al potere, il TP ha provveduto alle principali urgenze popolari da sempre negate o insufficientemente soddisfatte. Finalmente la dignità dei condannati a essere non-cittadini è stata riscattata: hanno potuto mangiare, avere un minimo di educazione, di salute di benefici di modernità come luce elettrica, accesso alla casa e al sistema bancario. Una popolazione di emarginati  grande come l’Argentina è stata inclusa nella società contemporanea. Un fatto di magnitudine storica. La diseguaglianza sociale, la nostra piaga maggiore, è diminuita  del 17%.
Ma questo progetto di inclusione ha raggiunto dopo 10 anni il suo limite estremo. L’illusione del PT è stata quella di credersi come l’incarnazione del Brasile  che noi volevamo. Ha abbandonato il lavoro nelle basi e ha perso l’organicità con i movimenti sociali organizzati che l’avevano creato. Nelle basi non si discuteva più di politica né si sognava la costruzione di un Brasile ancora migliore.
Il popolo, una volta svegliato, vuole di più. Non basta uscire dalla miseria della povertà. Postula un altro Brasile dove non ci siano contraddizioni scandalose come l’attività politica mossa  da interessi, accordi e affari, come la corruzione, frutto della relazione incestuosa tra potere pubblico e interessi privati dei potenti. I privilegi delle élites  dominanti contano più che i diritti dei cittadini. Per loro sono fatti i principali investimenti lasciando le briciole avanzate per le necessità della popolazione. Da questo si spiega la cattiva qualità del trasporto collettivo in città  gonfie perché non si fa nessuna riforma agraria,  la salute precaria, l’educazione squalificata. Inoltre aumenta la burocrazia stupida, complicata, fatta per non andare incontro alla domanda del popolo.
Le vie sono state occupate dall’energia di indignazione. Non si tratta di qualche centesimo ma di rispetto e di diritti negati. La stessa distruzione di beni pubblici sono gesti di negazione di un mondo che nega le persone. Voglio dire, i cambiamenti storici-sociali già non funzionavano più. Si rifiuta tutto: il potere pubblico, i partiti, qualsiasi sigla di organizzazione. Quello che resta lì deve cambiare. È una società in uno stato nascente la cui centralità deve essere la cosa pubblica, di tutti.
Non intendere  questa irruzione vuol dire negarsi alla realtà, non fare i cambiamenti voluti e  permettere che l’energia del negativo trionfi. Abbiamo bisogno di molto impegno perché l’eterno Eros garantisca che il fiume sociale possa trovare un nuovo alveo.

Traduzione di Romano Baraglia 

mercoledì 3 luglio 2013

La serie A..più seria.



Letta ha ottenuto dall'Europa tecnocratica dei banchieri e degli speculatori finanziari il “contentino” di una modesta “flessibilità”, che noi sappiamo bene consistere non tanto in “investimenti pubblici produttivi”, ma in un sostanziale leggero allentamento del capestro che sta letteralmente impiccando lavoratori e piccoli e medi imprenditori in Italia. Lo Stato riuscirà finalmente a pagare i suoi debiti contratti con loro? Forse e in piccola parte, ma, ovviamente, se non si reciderà il vero nodo gordiano che rende servo e succube un intero sistema e che consiste in un livello di evasione fiscale e di corruzione tra i più elevati al mondo, non ci saranno né manovre né manovrine e tanto meno “contentini” che possano essere destinati a rivelarsi concretamente utili ad assicurare un futuro a chi oggi lo vede come un miraggio nel deserto della propria devastazione endemica: specialmente i giovani.
Ancora una volta tutto viene rimandato, infatti gli investimenti non verranno esclusi dal calcolo del deficit, si consentirà invece di allungare il tempo per raggiungere gli obiettivi.
Si allunga il tempo per l'IVA, per l'IMU, per gli F35 (militari permettendo, dato che sembra che essi abbiano intenzione di mettere sotto tutela il nostro Parlamento) e per altri non ben definiti programmi “capestro”, mentre, nel frattempo, si lascia la precarietà com'è, e si spingono i giovani alla “schiavitù salariale” consentendo incentivi solo per assumere quelli che non hanno un diploma di scuola superiore o un titolo più elevato.
Soddisfazione e trionfalismo sbandierati dalle prime pagine dei giornali “one truck mind” paiono così del tutto fuori luogo.
Nessuna produttività infatti, specialmente nel settore pubblico, può essere incrementata senza una seria riforma dei suoi assetti che parta, in primo luogo, dalla riduzione dei privilegi e dalla rottura del circolo vizioso che tuttora esiste tra amministrazioni pubbliche, in particolare territoriali, e organizzazioni malavitose, senza cioè spezzare la catena di vassallaggio di questo paese che lega indissolubilmente politica e mafie di vario genere, alimentando una corruzione stratosferica che equivale, con i suoi circa 70 miliardi stimati dalla Corte dei Conti, ad almeno dieci manovre finanziari annue. Nessun miglioramento senza incentivare il lavoro di chi serve lo Stato nei suoi servizi più nevralgici ed essenziali: Scuola, Sanità, Sicurezza. Siamo arrivati al punto che persino un militare può prendere i gradi e progredire “giuridicamente”, mantenendo però lo stipendio dei suoi gradi precedenti. Anche a questo dovrebbero pensare seriamente coloro che ordinano di manganellare i poveri disgraziati. Dove sta il “loro nemico”: di fronte o a mordergli il sedere?
Non colpendo i nodi strutturali e rimandando solo quello che appare alla opinione pubblica più feroce ed inopportuno, il “cane fedele” non può che avere un guinzaglio più lungo, ma non può certo scorrazzare a suo piacimento, né togliersi la “museruola”, e se improvvisamente, si trova in preda ad un attacco di rabbia repentina, come può essere capitato a Roma ai senza casa o ai siderurgici di Terni, lo si bastona a sangue e senza pietà, così imparerà meglio a deglutire l'unica carota che può permettersi di ingurgitare.
L'Europa è costituita ormai secondo un ferreo “regime internazionale” paragonabile solo a quello tutelato un tempo dalla Santa Alleanza, che però, allora, aveva almeno qualche fondamento “spirituale e religioso” oggi, per suggellare l'inossidabile strutturazione dell'Europa Atlantista non vi è altro che la legge del profitto, e guai a chi prova a svelarne gli “altarini” o “gli scheletri negli armadi”. La sorte di quelli come Assange o come Edward Snowden, la "talpa" del Datagate, che io paragonerei a i coraggiosi filosofi che, entrando nella “caverna globale del web” ne smascherano le subdole ombre, rivelandole per quel che concretamente rappresentano nel mondo reale, è segnata in partenza, per loro c'è solo la “caccia all'uomo”, il destino predeterminato della cicuta.
Persino un Presidente di uno Stato, anche solo sospettato di poter fornire loro diritto d'asilo, può essere sequestrato, come è accaduto ad Evo Morales, con tutto il suo aereo ed il suo equipaggio, addirittura negandogli il diritto di passare per lo spazio aereo di alcuni Stati sovrani.
La Santa alleanza della Restaurazione postnapoleonica aveva sicuramente, in confronto a tali prospettive, mezzi molto meno efficaci e tempestivi.
Un tempo si poteva ancora congiurare, magari dandosi alla Carboneria, ma oggi, con il “braccialetto elettronico” di un cellulare sempre acceso con noi, con un costante contatto in un social network in cui tutto quello che diciamo o mostriamo viene passato inesorabilmente al “grande occhiuto fratello” non c'è luogo in cui celarsi o per essere clandestini.
E allora la nuova forza probabilmente deve venire dalla “visibilità”, dal farsi osservare senza timore alcuno, dal mostrare e dal mostrarsi insieme a tanti, e sempre di più, non come “moltitudine” sparsa ed incazzata, ma come onda di rete: organismo sempre più strutturato, come “una coscienza collettiva” di lotta che non ha un “capo” ma uno, dieci, cento, mille, centomila e un milione e più di “capi”, ciascuno intercambiabile rispetto agli altri, e tutti inesorabilmente protesi verso lo stesso obiettivo.
Massa critica pronta a diventare, se necessario, “tsunami” travolgente verso chi lede le basi strutturali del diritto, della giustizia sociale e della libertà.
Il sistema odierno, come ho fatto più volte notare, infatti, conta soprattutto sui “capi” dei movimenti o dei partiti, sui loro vassalli, valvassini e valvassori per arginare le maree ormai montanti del dissenso che, dal Mediterraneo, salgono ciclicamente, ma ancora sporadicamente verso l'Europa, conta sulla loro divisione, sulla loro esplosione effimera, ma teme la loro saldatura, specialmente se essa avviene anche con paesi ormai governati stabilmente in controtendenza, magari in altri continenti meno asserviti, rispetto agli assetti dominanti nell'Europa Atlantista, nella grande area della Restaurazione neocapitalista ed imperialista. Per impedire ciò usa oramai mezzi sofisticatissimi che vanno dall'infiltrazione nei movimenti nascenti (per altro a volte grottesca perché certi personaggi si riconoscono lontano un miglio per ciò che sono e sono sempre stati), al sistema di spionaggio globale, fino a potenziare la nascita di movimenti falsamente antagonisti, per impedire che altri, che lo sono concretamente, possano precederli.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il disorientamento e la frustrazione, il non trovare mai un riscontro, un vero punto di riferimento per una vera lotta che porti ad invertire questa nefasta tendenza al dominio capillare; e da tutto ciò non può che nascere la solitudine, l'oblio e quella disperazione che, per i più fragili, soli e meno dotati di strumenti anche culturali di interpretazione e reazione, può sfociare, come accade ormai sempre più spesso, nel suicidio.
La risposta non può che consistere in tre fattori essenziali: unità, organizzazione e mobilitazione.
Avere un soggetto politico unitario e realmente non colluso né satellitare rispetto a chi ormai fa parte integrante di un gotha di potere, non solo a livello nazionale, ma europeo e globale, che, pur nelle sue necessarie e dialettiche differenze interne proceda senza tentennamenti né polemiche asfittiche verso obiettivi essenziali, strutturato territorialmente in modo che possa agire nei luoghi dove la sofferenza, il degrado e la marginalizzazione risultano più dirompenti e dolorosi, e infine dotato di strumenti di mobilitazione tali che non ci possano né debbano più essere “bastoni” capaci di contenerlo.
Possibile mai che in questo paese la morte di un tifoso susciti più rabbia, mobilitazione e combattività della morte o bastonatura a sangue di un senza casa, di un senza lavoro, di un giovane precario o di un operaio che presidia la sua fabbrica?
Chiediamocelo seriamente un po' tutti, prima di organizzare una squadra adeguata che almeno possa competere per vincere lo scudetto della civiltà e della libertà, o la coppa dei campioni della giustizia sociale.
Siamo già, come popolo, nella serie C dei “contenti e coglionati”, con unica alternativa indotta quella di risalire alla B dei “bamboccioni”, mentre dovremmo seriamente pensare di competere nella A dei veri Antagonisti e della concreta Alternativa.

C.F.


martedì 2 luglio 2013

IN FIAMME LA SEZIONE TRIONFALE DELL'EX PCI (ora Pd e Sel)



                                           
                                                       di Roberto Massari


Vorrei condividere con i compagni e le compagne cui sto mandando questa lettera, l'esperienza provata giovedì 27 a Roma, davanti alla celebre ex sezione Pci di Trionfale, ora sezione Pd e Sel.
Fin dalle origini quella sezione è stata dedicata a mio nonno materno (Otello di Peppe d'Alcide, comunista, ebanista e martire delle Fosse Ardeatine) - come ricordava anche il Corriere della Sera di mercoledì in cronaca romana, pur storpiando il nome di Otello in Oreste - e una grande lapide con il ritratto di nonno in un tondo ha sempre accolto all'ingresso chi entrava in quella sezione.
Quando da bambino (prima e durante le elementari) mi capitava di accompagnare mia madre a fare la spesa al mercato di via Andrea Doria, passavamo apposta davanti alla sezione, ci fermavamo sulla soglia ed io dicevo il mio "Ciao nonno".
Quanto la vicenda di mio nonno mi abbia condizionato nelle successive scelte politiche è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è invece quanto io abbia fatto per conservarne e diffonderne la memoria: facendo appello (inascoltato) alle autorità di Chieti - dove nonno nacque - perché gli dedichino una strada; percorrendo tutti e tre i gradi del processo contro Priebke, compreso un quarto grado preliminare (il ricorso alla Corte costituzionale perché si accettasse per la prima volta la costituzione di parti civili in un processo militare); donando alcune memorie di nonno al Museo di via Tasso dove egli fu torturato; pubblicando il bel libro di Pino Mogavero I muri ricordano; collaborando con lo stesso Mogavero alla preparazione di un libro apposito su nonno Otello.
Ebbene, quando ho saputo che lunedì scorso un incendio (sicuramente doloso) aveva quasi distrutto la sezione (entrambi i circoli), portando addirittura all'evacuazione del palazzo, mi sono subito sentito impegnato moralmente a partecipare alla manifestazione che effettivamente c'è stata giovedì 27 giugno, davanti alla sezione semidistrutta (la lapide per fortuna è sana, ma è tutta coperta dal nero-fumo), in un'atmosfera di commozione e voglia di reagire allo stesso tempo. Un pubblico soprattutto Pd (che nel quartiere Trionfale - il mio quartiere - riesce però ad allacciarsi a tradizioni tutto sommato comuniste - si pensi che a poche centinaia di metri dalla sezione viveva Errico Malatesta...), con un po' di Sel e qualche presenza da fuori. (…) C'erano anche i miei due figli, Liben e Laris, presentati ufficialmente come pronipoti di Otello.
E come nipote di Otello sono stato accolto con simpatia dal centinaio circa di persone convenute, e il mio intervento (gridato a squarciagola perché i megafoni non sono più di moda) è stato interrotto più volte da applausi di solidarietà.
Altri interventi hanno ricordato che quella sezione è dedicata a Otello di Peppe. Per me è stato facile ricollegarmi a loro e dire che nonno mi sembrava ancora vivo e in mezzo a noi, tra quella gente che di lui probabilmente non sapeva niente, ma che di lui si considera erede. E sono venuto via in uno stato di lucida commozione, come non mi accade spesso: a settant'anni dalla morte di nonno alle Ardeatine c'è ancora chi ritiene utile appiccare il fuoco a sezioni della ex sinistra come se fossimo nel '22, ma c'è ancora chi rivendica la continuità con l'esempio di Otello e chi, come me, riesce a sentirlo ancora vivo, anche grazie a quell'attentato e per quel richiamo ideale a lui.
Con un compagno simpatizzante di UR ho scambiato alcune considerazioni su quel tipo di pubblico. Ognuno di noi sa bene che quelle persone, schieratissime col centrosinistra (cioè col partito delle guerre all'estero, delle tasse impietose e della liquidazione di ogni conquista sindacale, temporaneamente alleato a Berlusconi pur di poter stare al governo) rappresentano politicamente il contrario esatto delle idee mie e di mio nonno. Insomma, Pd e Pdl, facce diverse della stessa medaglia, ipotesi diverse di difesa dell'imperialismo italiano, come abbiamo sempre detto, e molto prima di Grillo.
Eppure quelle persone erano lì, un giorno feriale di pomeriggio, pronte a entusiasmarsi e ad applaudire anche i passi anticapitalistici del mio intervento.  Tra loro si chiamavano compagni e la cosa più curiosa e che tali si consideravano realmente. Insomma, se tra i dirigenti del Pd e del Pdl (Sel è un'appendice esterna, che però attualmente non si identifica totalmente col centrosinistra) si può tracciare una linea di identità (del tipo: fanno schifo entrambi, servi del capitale, nemici dei lavoratori ecc.), lo stesso non si può fare con i loro iscritti, attivisti o membri di base. Un pubblico così rispondente non lo avrei trovato in una manifestazione-assemblea del Pdl, del Cdu, dei montiani. Ed è lì che casca il somaro da una novantina d'anni: i dirigenti dell'ex movimento operaio - Pci, Psi e diramazioni varie - fanno schifo politicamente e storicamente quasi dalla nascita (sono cioè organici ai progetti della borghesia e di alcuni apparati burocratici di Stato, e non parliamo nemmeno delle loro responsabilità nella vittoria della controrivoluzione staliniana), mentre le loro basi continuano a credere di lottare per il progresso, la democrazia e nei casi più tragici anche per il comunismo. Non sarà per tutti così, ma per una certa fetta e in determinati contesti, il fatto è indiscutibile.
La differenza tra le basi del Pd-Sel e quelle del Pdl-Lega rispetto all'eguaglianza sostanziale ma ormai anche formale dei vertici di entrambi rappresenta il nodo cruciale della lotta di classe in Italia. Con altre sigle, in altri contesti, con storie nazionali diverse e in epoche diverse ciò è stato ed è vero su scala mondiale da quasi un secolo se non prima. Una classe sociale degna del nome (in questo caso i lavoratori) non potrebbe continuare per decenni ad autoilludersi che i propri dirigenti siano tutto sommato portatori dei loro ideali di base, delle loro necessità sociali e di classe. Una classe sociale degna del nome spezzerebbe prima o poi o al termine di determinati processi il nodo gordiano dell'incongruenza tra dichiarazioni e azioni e si darebbe nuovi dirigenti al posto di quelli traditori e/o incapaci. La borghesia lo ha fatto più volte (basti solo pensare alla Francia) e continua a farlo (anche se sempre con maggiore fatica). Il movimento operaio non ci è mai riuscito (si pensi alla sopravvivenza delle direzioni socialdemocratiche anche in piena espansione del bolscevismo e al prestigio dell'Urss tra i lavoratori di gran parte del mondo nonostante il Patto con Hitler, le sconfitte su ogni fronte, le invasioni di altri popoli e Paesi, la fame, il Gulag ecc.) e ormai ha rinunciato storicamente a farlo. Anzi, siamo giunti al punto di poter dire che il movimento operaio ha preferito autodissolversi, ha preferito scomparire come movimento antagonista organizzato di massa piuttosto che buttare al macero le proprie direzioni storiche e darsene di nuove che lo portassero a conseguire qualche vittoria propria. Il tutto avendo avuto centinaia se non migliaia di occasioni per verificare l'incompatibilità di quelle direzioni con i proprio ideali.
Ecco ciò che volevo comunicarvi: dall'emozione per aver risollevato una pagina della mia infanzia vedendo mio nonno "vivo" in quella manifestazione davanti a una sezione arsa dal fuoco di ignoti sono arrivato (lì, in loco) alle considerazioni sulla natura psicologicamente (antropologicamente?) antagonistica di quella gente presente, nonostante il carattere scopertamente reazionario dei suoi dirigenti. (...)
Dimenticavo di dire che a nonno dedicai anche una poesia* nel settembre del 1966 (cioè a vent'anni), reduce dal viaggio in Europa a ad Auschwitz che cambiò la mia vita.
Roberto
(28-06-2013)

* Fosse Ardeatine, pubblicata  assieme ad altre poesie di Roberto Massari nel libro Multiversi. Mezzo secolo di poesie (Massari editore, 2012)


Nella diffusione e ripubblicazione di questo articolo si cita la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 30 giugno 2013

Moltitudini per le strade: come interpretare?

         
                                 

                                               di Leonardo Boff

Uno spirito di insurrezione di masse umane sta spazzando il mondo intero. Occupano l’unico spazio loro rimasto: vie e piazze. Il movimento è soltanto agli inizi: prima nel Nordafrica, dopo in Spagna con gli «indignados», in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America con gli «occupies», e in Brasile con la gioventù e altri movimenti sociali. Nessuno fa riferimento alle classiche bandiere del socialismo, delle sinistre, di un qualche partito liberatore o della rivoluzione. Adesso ci sono temi legati alla vita concreta del cittadino: democrazia partecipativa, lavoro per tutti, diritti umani personali e sociali, presenza attiva delle donne, trasparenza nella cosa pubblica, chiaro rifiuto di qualsiasi tipo di corruzione, un nuovo mondo possibile e necessario. Nessuno si sente rappresentato dai poteri costituiti che hanno generato un mondo politico di palazzo, che lascia il popolo alle spalle o manipola direttamente i cittadini.
Rappresenta una sfida per qualsiasi analista l’interpretazione di questo fenomeno. Non è sufficiente la ragion pura; ci deve essere una ragione olistica che incorpora altre forme di intelligenza, dati arazionali, emozionali e archetipici e emergenze proprie del processo storico e perfino della cosmogenesi. Soltanto in questo modo avremo un quadro più o meno capiente che faccia giustizia alla singolarità del fenomeno.
Prima di tutto, è importante riconoscere che è il primo grande evento frutto di una nuova fase di comunicazione umana, questa totalmente aperta a una democrazia zero gradi, che si esprime attraverso le reti sociali. Ogni cittadino può uscire dall’anonimato, dire la sua, trovare i suoi interlocutori, organizzare gruppi e incontri, formulare un programma e uscire in strada. Improvvisamente, si formano reti di reti che movimentano migliaia di persone al di là dei limiti spaziotemporali. Questo fenomeno ha bisogno di essere analizzato accuratamente perché può rappresentare un salto di civiltà che definirà la nuova direzione della storia, non solo di un paese ma di tutta l’umanità.
Le manifestazioni in Brasile hanno provocato manifestazioni di solidarietà in decine e decine di altre città del mondo, specialmente in Europa. Improvvisamente il Brasile non è più solo dei brasiliani. È una porzione di umanità che si identifica come specie, nella stessa Casa Comune, intorno a cause collettive e universali.
Perché tali movimenti di massa hanno fatto irruzione in Brasile adesso? Molte sono le ragioni. Mi soffermo su una soltanto. Tornerò sulle altre in altra occasione.
Il mio modo di sentire il mondo mi dice che, in primo luogo, si tratta di un effetto di saturazione: il popolo è saturo del tipo di politica praticata in Brasile, anche quella dei vertici del PT, (salvo le politiche municipali del PT che ancora conservano l’antico fervore popolare). Il popolo ha beneficiato di programmi della “Bolsa Familia” , della “luce per tutti”, di “casa mia vita mia”, del “credito consignado”; è  entrato nella società dei consumi. E allora, che? Dice bene il poeta cubano Ricardo Retamar: «L’essere umano possiede due tipi di fame: una di pane, saziabile; l’altra di bellezza, insaziabile». Si scrive bellezza, ma si legge educazione, cultura, riconoscimento della dignità umana e dei diritti personali e sociali, salute con qualità minima, e mezzi di locomozione meno disumani.
 La seconda fame non è stata soddisfatta adeguatamente dal potere politico e nemmeno dal PT o da altri partiti. Chi ha soddisfatto la sua fame vuole che anche gli altri tipi di fame siano presi in considerazione; non in ultima istanza, la fame di cultura e di partecipazione. Rivolta la coscienza delle profonde diseguaglianze sociali, una grande piaga della società brasiliana. Questo fenomeno diventa sempre più intollerabile a misura che cresce la coscienza della cittadinanza e della democrazia reale. Una democrazia in società profondamente diseguali come la nostra, è meramente formale, praticata soltanto nell’atto di votare (che in fondo è il potere scegliere il proprio «dittatore» ogni quattro anni, perché il candidato una volta eletto, volta le spalle al popolo, in pratica la politica di palazzo dei partiti). Essa si mostra come una farsa collettiva. Questa farsa la stanno smascherando. Le masse vogliono essere presenti nelle decisioni dei grandi progetti di loro interesse,  mentre ora non sono consultate per nulla. Non parliamo degli indigeni le cui terre sono sequestrate per l’agroindustria, o per l’industria che produce energia elettrica.
Questo fatto delle moltitudini per le strade riporta alla mente l’opera teatrale di Chico Buarque de Hollanda e di Paulo Pontes  scritta nel 1975: «La goccia d’acqua». Abbiamo raggiunto adesso la goccia d’acqua che fa traboccare il vaso. Gli autori in qualche modo intuirono l’attuale fenomeno quando dicevano nella prefazione al testo presentato come un libro: “fondamentale è che la vita brasiliana possa nuovamente essere restituita nei palchi al pubblico brasiliano… La nostra tragedia è una tragedia di vita brasiliana». Ora questa tragedia viene denunciata dalle masse che gridano per le strade. Questo Brasile che abbiamo non è un Brasile per noi. Questo non ci include nel patto sociale che sempre garantisce la parte del leone alle elite. Vogliono un Brasile brasiliano dove il popolo conta e vuole contribuire per una rifondazione del paese, su altre basi più democratico-partecipative, più etiche e con forme meno malvage di relazione sociale.
Non possiamo permettere che questo grido passi senza essere ascoltato interpretato e seguito. La politica potrà essere “altra” da qui in avanti.


Traduzione di Romano Baraglia - 

giovedì 27 giugno 2013

L’arte di curare i malati

                                     


                                                  di Leonardo Boff

Negli ultimi anni ho lavorato in forma approfondita alla categoria della cura, specie nei libri Saber Cuidar e in Cuidado Necessário (Vozes). La cura più che una tecnica o una virtù tra le altre, rappresenta un’arte, un paradigma nuovo di relazione verso la natura e verso le relazioni umane, amoroso, diligente e partecipativo. Ho preso parte a molti incontri e congressi di operatori della sanità con i quali ho potuto dialogare e da loro imparare: la cura è l’etica naturale di questa attività così sacra.
Riprendo qui alcune idee collegate ad atteggiamenti che devono star presenti in chi ha cura d’infermi, sia in casa che in ospedale. Vediamone alcuni tra gli altri.

Compassione: la capacità di mettersi al posto dell’altro e provare le stesse emozioni. Non trasmettergli l’impressione che sta solo e abbandonato al suo dolore.

Toccare, come essenza della carezza: toccare l’altro è restituirgli la certezza che appartiene alla nostra umanità. Il tocco-carezza è una manifestazione di amore. Molte volte, la malattia è segno che il paziente vuole comunicare, parlare ed essere ascoltato. Vuole arrivare a identificare un senso nella malattia. L’infermiere o l’infermiera, il dottore o la dottoressa possono aiutarlo ad aprirsi e a parlare. Un’infermiera è testimone che «quando ti tocco, io ho cura di te; quando mi prendo cura di te, ti tocco; se sei una persona anziana ho cura di te quando sei stanco; ti tocco quando ti abbraccio; ti tocco se stai piangendo;  mi prendo cura di te, quando non hai più la forza di camminare».

Assistenza intelligente: il paziente ha bisogno di aiuto e l’infermiera o l’infermiere vuole prestare aiuto. La convergenza di questi due movimenti genera la reciprocità e il superamento del sentimento presente in una relazione diseguale. L’assistenza deve essere giudiziosa: tutto quello che il paziente può fare, incentivare a farlo e assisterlo soltanto quando ormai non può più fare da da solo.

Ridargli fiducia nella vita: ciò che il paziente desidera di più è ricuperare la salute. E allora appare decisivo restituirgli fiducia nella vita; nelle sue energie interiori, fisiche, psichiche e spirituali, perché esse attuano come una vera medicina. Incentivare i gesti simbolici, carichi di affetto. Non raramente i disegni che una bambina porta al padre malato, suscitano in lui tanta energia e commozione che equivale a un cocktail di vitamine.

Fargli accettare la condizione umana. Normalmente il paziente si interroga perplesso: «Perché tutto questo è capitato a me, esattamente adesso che tutto nella vita stava andando per il verso giusto? Perché, quand’ero giovane, mi sono ammalato di una malattia grave»? Tali domande rimandano a una riflessione umile sulla condizione umana, a qualsiasi momento, esposta a rischi a vulnerabilità insperate. Chi è sano sempre può diventare malato. E tutte le malattie rimandano alla salute che è il maggiore valore di riferimento. Ma non riusciamo a saltare sulla nostra ombra e non c’è nient’altro da fare che accogliere la vita così com’è: sana e malata, riuscita o andata a monte, ardente di vita e con disposizione ad accettare eventuali malattie e al limite la stessa morte. E’ in questi momenti che i pazienti fanno profonde revisioni della vita. Non si accontentano soltanto di spiegazioni scientifiche (sempre necessarie), date dal corpo medico ma desiderano dare un senso che sorge a partire di un dialogo profondo con il suo sé o dalla parola saggia di un parente, di un sacerdote, di un pastore di una persona spirituale. Riscattano allora, valori quotidiani che prima nemmeno percepivano, ridefiniscono il loro disegno di vita e maturano. Finiscono per avere pace.

Accompagnarli nella grande traversata. C’è un momento inevitabile in cui anche la persona più vecchia del mondo e noi tutti dobbiamo morire. E’ la legge della vita, soggetta alla morte: una traversata decisiva. Essa deve essere preparata per tutta una vita guidata da valori morali generosi responsabili e benefici. Ma per la gran maggioranza, la morte è sentita come un assalto o un sequestro generando così sentimenti di impotenza. E allora si rende conto che, finalmente, deve abbandonarsi.  

La presenza discreta, rispettosa dell’infermiera o dell’infermiere o di un parente prossimo o di un’amica che gli prende la mano, sussurrandogli parole di conforto e di coraggio, lo invitano ad andare incontro alla luce e al seno di Dio che è padre e madre di bontà e possono fare sì che il moribondo esca dalla vita sereno, ringraziando per l’esistenza che ha ricevuto. Sussurrargli all’orecchio, se possiede un referente religioso, le parole consolatrici di Giovanni: “se il tuo cuore ti accusa, sappi che Dio è più grande del tuo cuore (1ªGv 3,20)”. Può abbandonarsi tranquillamente a Dio, il cui cuore è di puro amore e misericordia. Morire è cadere nelle braccia di Dio.

Qui la cura si rivela molto più come arte che come tecnica e suppone nell’operatore sanitario densità di vita, sentiré spirituale e uno sguardo che va oltre la morte.

Raggiungere questo stadio è una missione che l’infermiere o l’infermiera e anche i medici e le dottoresse devono cercare per essere pienamente servitori della vita. Per tutti valgono le parole sagge: «La tragedia della vita non è la morte, ma quello che  lasciamo morire dentro di noi quando viviamo».

Traduzione di Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com

sabato 22 giugno 2013

In lotta contro la barbarie del nulla



La crisi in Italia sta completamente ridisegnando gli assetti politici e il quadro di riferimento dell'elettorato.
Una intera classe politica, pur perdente, non si sta affatto rassegnando a dover cambiare profondamente se stessa ed il proprio modo di rapportasi con i cittadini, prova né è il fatto che non ha alcuna intenzione di restituire la sovranità elettorale al popolo, cambiando una legge “porcata” che tutti sanno essere un colpo mortale alla democrazia, prova ne sono i numerosi provvedimenti che non incidono affatto nel tessuto sociale e mantengono sostanzialmente inalterato un regime di privilegi che appare tuttora inossidabile.
Nessuna iniziativa sostanziale per i disoccupati, nessuna per le famiglie povere che oltre allo sfratto rischiano anche il sequestro dei loro figli, niente di sostanziale per ridurre la pressione fiscale e rilanciare la produttività, nulla che rilanci il ruolo della scuola pubblica, niente contro il conflitto di interessi e tanto meno nulla di veramente incisivo contro la corruzione, non parliamo poi di ridurre lo stipendio dei parlamentari e dei dirigenti pubblici, un nulla che più nulla non si può, nemmeno con il nichilismo più spinto.
Se tutto questo accade è perché, evidentemente, ciò che moltissimi elettori hanno percepito come una realtà concretamente innovativa e quasi rivoluzionaria, il movimento di Grillo, ha aggiunto ad un nulla sostanziale anche un altro nulla virtuale e parlamentare. Abbiamo un nulla al quadrato?
Purtroppo no, ne abbiamo uno al cubo, se aggiungiamo a questi nulla anche il nulla di un popolo che, unico in Europa e nel Mediterraneo, ancora non riesce non dico a sollevarsi e ad insorgere, ma almeno a risvegliarsi da un demenziale torpore, l'unico serio fattore di rivolta organizzata si è avuto in Val di Susa, dove, nonostante le strumentalizzazioni dei media asserviti ad un regime fallimentare, una intera popolazione continua a lottare con tutti i mezzi che ha, rischiando: galera, botte e repressioni di ogni tipo. Eppur si muove..direbbe qualcuno, ma può bastare? Evidentemente no, qui pare che la terra stessa abbia sussulti maggiori degli italiani..purtroppo, con ciò che ne deriva.
C'è evidentemente chi teme anche nella cosiddetta sinistra una sorta di insurrezionalismo fine a se stesso, non pilotato, non guidato ed afferma che solo una forza orientata verso la socialdemocrazia e tale da mettere in atto provvedimenti analoghi a quelli presi dopo la crisi del '29, potrebbe ridurre il rischio di una rivolta su larga scala che potrebbe essere pilotata da gruppi populisti o di destra.
Ora, a parte il fatto che la crisi del '29 non fu certo stoppata dalla democrazia e tanto meno dal new deal, ma da una catastrofica guerra mondiale e che tale scenario non è del tutto remoto in queste circostanze odierne, anche se ovviamente, tutti noi cerchiamo di scongiurarlo, oggi, c'è qualcosa di profondamente nuovo rispetto al passato: una rivoluzione nelle strutture di comunicazione che è già avvenuta e si sta strutturando come permanente, e globale. Essa rappresenta un enorme salto di qualità rispetto al passato nel raggiungimento di una coscienza critica non eterodiretta, da parte del singolo cittadino. Però non in tutti i casi essa, da sola, può costituire un serio terreno di aggregazione e di mobilitazione per cambiare radicalmente uno stato di cose.
Il recente connubbio parlamentare tra forze che fino a poco tempo fa si facevano l'occhiolino, giocando ogni tanto ad insultarsi, salvo poi votare spesso e volentieri provvedimenti cruciali insieme: il PD e il PdL, ha definitivamente scardinato le categorie già ampiamente scricchiolanti di “destra e sinistra” e solo un gonzo della politica, un illusionista fallito o un “capetto” in cerca di vecchie truppe cammellate può ancora usarle.
Ma guardiamole queste riunioni di partito, questi congressi, queste assemblee associative che sembrano uscite da un circolo di bocciofili di una casa di riposo, dove si continua a dire come si potrebbe, come ci si dovrebbe agganciare a questo o a quel vecchio rottame della politica per restare ancora a galla, guardiamoli poi questi “capetti”, quelli che vorrebbero, in queste circostanze, apparire come i maghi della strategia politica dell'ultimo corso, candidarsi e scavare profondamente nell'acqua!
Oggi, non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo la dicotomia destra-sinistra non dice più assolutamente nulla e quindi addirittura chiamare di destra o di sinistra un soggetto politico, vuol dire prendere in giro se stessi, prima ancora che l'elettorato.
Oggi, la vera discriminante resta quella del XX e del XIX secolo e solo chi vorrebbe che questo XXI secolo annullasse definitivamente il passato, con tutta la sua storia dei conflitti sociali, può presentarsi, a seconda dei casi, come chirichetto, sacerdote, vescovo, cardinale o addirittura papa del nulla, e cioè di quel che lo stesso Gesù definiva Mammona, il dio mercato, il vero Anticristo.
Oggi, l'autentico AUT AUT è ancora tra Socialismo o barbarie, tra una società in cui regnano la libertà e la giustizia sociale, organizzate e governate secondo modelli concretamente e non virtualmente democratici e partecipativi, oppure il caos speculativo, le mille bolle finanziarie, l'usa e getta in cui l'essere umano, per fini di profitto, è ridotto a merce e alla schiavitù salariale.
Questo è l'unico paese d'Europa e uno dei pochi al mondo in cui le colonizzazioni culturali e politiche messe in atto hanno desertificato la cultura socialista, e sebbene essa abbia segnato le tappe più significative del progresso democratico, civile e sociale dell'Italia.
Per rimettere in moto un processo virtuoso di educazione ai valori sociali più significativi ed elevati, bisogna ripartire dalle scuole medie, nemmeno dai licei.
Cosa fare dunque in un momento così difficile e cruciale?
La soluzione concreta non ci appare poi così difficile: non possiamo certo copiare gli altri, specialmente quando abbiamo già dato ampie prove di non saperlo fare. Una aggregazione di più partiti di sinistra è del tutto fallimentare, che la si chiami Syriza oppure “maccheroni al sugo” non importa, essa reca già con sé il virus e il difetto di origine che non può che portarla ad ammalarsi e a morire: “la sinistra” Lo abbiamo visto con la lista “Arcobaleno”, lo abbiamo riscontrato con Sinistra e Libertà, lo abbiamo recentemente osservato con “Rivoluzione civile” e continueremo a farlo con tutte queste toppe messe su un vestito nuovo, tutto questo vino nuovo messo in vecchi otri, alquanto sfondati.
Per costruire una seria alternativa al blocco di potere bipolare che oggi tiene l'Italia sotto una cappa di piombo più pesante di quella degli stessi anni storici “di piombo” e che potrebbe improvvisamente sviluppare una ferocia repressiva, finora messa in atto solo in situazioni sporadiche come a Genova o contro singole persone e gruppi, è necessario costruire un blocco sociale con una seria coscienza delle condizioni delle classi attualmente subalterne, che coinvolga tutti coloro che sono seriamente minacciati dalla crisi, includendo persino quelli che potrebbero essere utilizzati per una repressione su vasta scala.
Per questo il Socialismo che in Italia deve essere destinato a contrastare la barbarie nullificante del capitalismo cainamente speculatore deve essere costruito pazientemente, in primis, su base nazionale, ecologica e patriottica, e coinvolgere conseguentemente tutti coloro che, su tale base, sono pronti ad agire mobilitandosi a tutti i livelli, a partire non solo dalle piazze, ma anche dai loro posti di lavoro, dai presidi dei territori minacciati dalla devastazione ambientale e delle fabbriche dismesse ed occupate, e anche da quelle rimesse in moto con nuovi sistemi autogestiti e cooperativistici
Il Socialismo ecologico e patriottico che può rivoluzionare questo paese non deve essere basato su assetti corporativi, ma organizzato in maniera cooperativistica e fondato sulla autogestione delle risorse produttive. Già molti esempi virtuosi di questo tipo sono sorti e stanno nascendo, persino nel mondo anglosassone, mentre qui si stanno affacciando prepotentemente, non lasciamoli cadere nel nulla.
Questo modello di Socialismo, evidentemente, non può restare avulso dalle realtà socialmente innovative e rivoluzionarie che sono in atto nel mondo, dal Sudamerica all'Europa, e anche in altri paesi del mondo. Si può e si deve costruire una rete di rapporti solidali ed internazionalisti tra forze già in lotta su base nazionale, per costruire Stati più forti, in grado di resistere meglio e di respingere le politiche speculative messe in atto su vasta scala.
Se in Germania vincerà di nuovo la Merkel, e proseguirà con essa la politica del rigore che sta massacrando i popoli, specialmente dell'Europa meridionale, non un singolo Stato dovrà reagire, ma tutta un'area nevralgica dovrà mostrare una adeguata capacità di coordinarsi e combattere le politiche assassine che le vengono imposte.
Non è dunque teorizzabile e tanto meno ipotizzabile una uscita da parte di un singolo Stato europeo dall'euro, perché, in tal modo esso scapperebbe da una servitù: quella verso la Germania, per andare incontro ad un'altra. Verso quella del dollaro e degli USA, e probabilmente proprio a questo mira il paese che ha maggiori  interessi imperialistici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
Si dovrà piuttosto costruire, anche rimettendo seriamente in discussione quegli accordi economici che hanno procurato a molti popoli solo povertà, disoccupazione e rovina economica, una nuova sinergia monetaria ed economica e sociale tra paesi mediterranei, non solo della sponda nord, ma anche di quella sud di questo mare, da sempre strategicamente cruciale per gli equilibri mondiali.
Il ruolo dell'associazionismo socialista o comunista deve essere oggi quello di costruire un soggetto politico svincolato completamente dall'orbita più o meno instabile di un PD abbarbicato strettamente ad un PdL che è in declino inarrestabile, perché tenuto in piedi ed insieme solo da un leader ormai fortemente compromesso nella sua credibilità.
Sono forze politiche arroccate tra di loro in un abbraccio mortale, proprio perché in regresso, che, anche quando cantano vittoria, come nelle recenti elezioni amministrative, perdono la metà dei consensi, ignorando del tutto l'astensionismo.
La realtà del panorama politico italiano oramai ci dimostra che dal nulla può emergere qualcosa che può strutturarsi velocemente come forza politica, e questo proprio grazie alle nuove possibilità di comunicazione, così come tale soggetto può sprofondare di nuovo nel nulla. E' accaduto con la Lega Nord, con L'Italia dei Valori, potrà accadere con Grillo e persino con il PD o con il PdL che sono e restano espressione di movimenti peculiari di realtà singole, non progetti e partiti di grande respiro europeo o globale. Essi sono piccoli o medi contenitori di interessi comuni, non grandi forze propulsive su scala continentale, agganciate a movimenti della società civile e del tessuto sociale di vari paesi, come in America Latina.
Questo progetto di rinnovamento radicale ha però un grosso ostacolo lungo il suo straordinario ma pur difficile cammino, rappresentato dai capi, capetti e capettini che tuttora fanno la guardia al “bidone” della destra e della sinistra, che hanno fatto carriere e sono ben “mantenuti” per rendere impossibile ogni autentico rinnovamento, in quanto il loro principale obiettivo è rendere ogni movimento o associazione nascente compatibile con il “divide et impera” che è alla base della fittizia strutturazione tra destra e sinistra di un sistema che usa questa dialettica per sopravvivere.
Questi vassalli, valvassori e valvassini della politica “imperiale”, espressione di un totalitarismo gerontocratico (facendo però più riferimento all'età politica che a quella anagrafica) che nel nostro paese tocca ormai i massimi vertici delle istituzioni, sono sparsi a destra e a sinistra, il loro compito è quello di sorvegliare e incanalare, la loro missione è quella di disunire, di restare alfieri inamovibili di una polverizzazione dell'antagonismo sociale e politico, affinché esso non trovi mai una via efficace di sbocco. Oppure son specialisti nel fare, come nel caso di Grillo, la guardia al cancello d'entrata nella stanza dei bottoni, impedendo da una parte che la protesta si incammini verso vie più efficaci e concrete, e dall'altra che “tutto cambi affinché nulla, sostanzialmente, vi sia di diverso” E se qualcuno non è d'accordo, che gli si sbatta pure il cancello in faccia.
E' quindi necessario per costruire qualcosa di seriamente credibile e concreto, spazzare via tutta questa nomenklatura di vecchie ciabatte e ciabattini della politica di infimo cabotaggio.
Non è una questione di età anagrafica ma di ruoli, si può infatti essere anziani ma del tutto estranei a tale logica, così come giovanissimi e già con la vocazione del chirichetto politico. E soprattutto si deve diffidare enormemente di chi, tra costoro, ti dice che non sei adatto al lavoro di gruppo, il "suo gruppo".
Non si può, in definitiva, pretendere di costruire un nuovo movimento o un nuovo e più credibile soggetto politico, consentendo doppie adesioni, tenendo i piedi in realtà sciancatamente sparse. Questa non può che essere l'ennesima falsificazione del perdurante vassallaggio politico e direi anche esistenziale.
Un tempo la Rivoluzione d'Ottobre si prefisse il compito di dare l'assalto al cielo, e si illuse di esserci riuscita, finché il cielo di Berlino le crollò addosso seppellendo con le macerie del suo muro anche un mondo intero.
Questo accadde perché quella rivoluzione aveva rinnegato i principi dell'altra che l'aveva ispirata: la Comune di Parigi: Socialismo Comunitario ed Autogestione, quelli che avrebbero dovuto animare i Soviet, ma che finirono nei Gulag.
Oggi non si tratta più di dare l'assalto al cielo, ma anche e soprattutto di lottare per la Terra, per liberarla da un mostro alieno capitalista che le sta succhiando persino la sua linfa vitale, desertificando al tempo stesso le culture autoctone e la biodiversità, per far trionfare un dio mercato che può ridurre un intero pianeta ad un deserto disabitato.
Questa nuova epica missione attende i compagni cavalieri del Socialismo contro la barbarie: liberare la Terra dall'oppressione, liberarla dalla destra e dalla sinistra..del nulla.


C.F.