Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 22 giugno 2012

El pueblo unido jamás será vencido

Los jóvenes y el pueblo salen en gran multitud a las plazas y calles en respaldo a Fernando Lugo, Los movimientos sociales en el Paraguay han decidido no permitir el golpe de Estado promovido por los que ayer estuvieron con el asesino de Alfredo Stroessner.
Joel Camargo desde el Perú afirmo que militantes de Tierra y Libertad respaldan la defensa de la democracia en Paraguay.
En Argentina los paraguayos residentes en Buenos Aires realizan un plantón frente a la embajada de Paraguay en respaldo a Fernando Lugo.
En Brasil habrá una marcha multitudinaria rechazando el golpe de Estado en Paraguay.
El imperialismo pretenden quebrar el avance de la unidad de Unasur.
Los cancilleres de Unasur presentes en Paraguay rechazan el golpe de estado en marcha. .
Al medio día del viernes 22 de Junio Fernando Lugo asistirá al congreso para defenderse de las acusaciones y leguleyadas que presenta la derecha golpista paraguaya.
A las 14:00 horas el congreso evaluara las pruebas de la derecha golpista.
A las 15:00 horas estudiaran lo presentado por la defensa de Fernando Lugo.
A las 16:00 horas de Asunción la derecha paraguaya justificaría el Golpe de Estado, todas las acciones de protesta que realiza la juventud y el pueblo de Paraguay será transmitida via Telesur Online.
Las organizaciones sociales, universitarias, campesinos y sindicatos se concentran por miles en la Plaza de la democracia frente al congreso en Asunción.
Antes lo hicieron con Zelaya en Honduras, no pudieron con Evo, no pudieron con Correa, los círculos bolivarianos y el pueblo en 48 horas no permitieron el golpe a Hugo Chavez.
Las organizaciones sociales estamos unidos para defender la democracia y a Fernando Lugo.

 http://tierraylibertadprensa.blogspot.it/

Il Congo: una tragedia dimenticata, di Riccardo Achilli


Nel presente articolo si ripercorreranno i recenti avvenimenti storici della Repubblica Democratica del Congo, Paese che rappresenta, da solo, l'immagine stessa della tragedia di un intero continente. L'analisi degli avvenimenti congolesi recenti è propedeutica ad un esame dei suoi assetti sociali e quindi delle sue prospettive future, che sarà fatto alla fine.
I primi anni di indipendenza: l'ascesa di Mobutu
Decolonizzatosi dal dominio belga nel 1960, il Paese si ritrova in mano ad una giovane classe dirigente tecnicamente e politicamente impreparata a gestirlo, costituita essenzialmente da piccoli funzionari esecutivi del governo coloniale e da ex militari della guardia coloniale belga, sostanzialmente una sorta di mezza classe impiegatizia che era l'unica ad aver potuto ricevere una educazione di base in un Paese largamente analfabeta, ma assolutamente priva di esperienza politica di base e spesso, nel caso di chi veniva dai ranghi militari, anche culturalmente impreparata a guidare il Paese in forma democratica.
In un tessuto sociale di tipo tribale frammentato in centinaia di etnie, la dialettica politica che si va formando nella giovane Repubblica parlamentare si frammenta per appartenenza politico-ideologica e per linee etnico/tribali, creando un miscuglio esplosivo, foriero di future tragedie, non appena l'imperialismo occidentale, interessato alle incredibili ricchezze minerarie delle regioni dell'est e del sud del Congo accenderà la miccia.
E ciò avverrà immediatamente: le ricche regioni minerarie del Katanga e del Sud Kasai dichiarano subito la loro indipendenza, istigate dalla potentissima multinazionale belga Union Minière du Haut Katanga (che nel Katanga conserva importanti interessi nell'industria estrattiva) e dagli USA (nel caso della regione diamantifera del Sud Kasai, infatti, la multinazionale che finanziò i secessionisti era la Société internationale forestière et minière du Congo, detenuta in quota uguale dal Governo belga e da businessmen statunitensi).
Accanto agli interessi economici dell'industria estrattiva, vi è l'interesse politico, da parte degli USA, di bloccare la possibile estensione dell'influenza dell'Urss sulla neonata Repubblica, tramite il Primo Ministro Patrice Lumumba, eroe dell'indipendenza e di tendenza socialista nazionalista, che per contrastare l'influenza imperialista esterna e la conseguente disgregazione del Paese, con la perdita delle regioni più ricche, chiede immediatamente l'aiuto sovietico. Lumumba verrà quindi deposto da un colpo di Stato architettato dalla CIA, dopo esser stato isolato politicamente ad arte, mettendogli contro il presidente Kasa-Vubu (ed in questo caso sfruttando abilmente le divisioni etniche; Kasa-Vubu è infatti un Bokongo che sogna di imporre a tutto il Paese l'egemonia della sua etnia, mentre Lumumba è un Tetela) e provocando scissioni nel suo partito, l'MNC (abbandonato dal secessionista del Kasai Kalonji e dal moderato Iléo). Il colpo di stato che rovescia Lumumba è guidato da un altro suo ex alleato che lo abbandona, il capo di Stato Maggiore Joseph-Désiré Mobutu, che sfrutta abilmente le divisioni etniche nell'Esercito nazionale, imprudentemente “africanizzato” da Lumumba, eliminando troppo rapidamente gli ufficiali belgi che lo comandavano (e quindi creando, contemporaneamente, uno scadimento immediato della disciplina e il fiorire di bramosie, da parte dei vari gruppi etnici, ad occupare le ambite posizioni di comando lasciate libere dagli ufficiali europei; due ingredienti micidiali che aprono la strada al putsch militare). I militari baluba e bangala, che non si sentono rappresentati adeguatamente nella nuova catena di comando, sferrano il golpe, di cui Mobutu approfitta, grazie alla sua amicizia con il Governo belga, per prendere il potere a settembre 1960.
A quel punto, eliminato ed assassinato Lumumba, ed installato al potere Mobutu, l'Occidente provvede a cancellare gli esperimenti secessionisti del Katanga e del Sud Kasai, varati strumentalmente soltanto per indebolire Lumumba. Con l'aiuto delle truppe dell'ONU, che fino a quel momento erano rimaste passive ad assistere agli eventi, le regioni secessioniste vengono riconquistate dopo brevi ma sanguinosissime campagne militari, condite da azioni punitive contro le popolazioni civili sotto lo sguardo indifferente dei caschi blu, e contro la guerriglia lumumbista.
Nel 1965, Mobutu eliminerà anche il presidente Kasa-Vubu e, con l’adesione entusiasta degli USA e della ex metropoli fonderà una dittatura tipicamente africana, basata sui seguenti tratti caratteristici:
-          L’eclettismo ideologico; Mobutu sarà fino all’ultimo alleato politico degli USA, tanto da intervenire militarmente contro la guerriglia comunista in Angola, e da aprire, soprattutto nella prima fase, il suo Paese ad un enorme flusso di investimenti esteri nel settore minerario, ma non disdegnerà aiuti militari dalla Cina e dalla Corea del Nord, ed a metà degli anni Settanta inizierà una disastrosa politica di nazionalizzazione nel settore minerario, che gli allontanerà i favori del suo alleato occidentale, e che sarà pagata da un declino economico immediato e dall’allungamento della manomorta del FMI;
-          un richiamo all’identità culturale africana, non vissuto però, come fecero Sankara o Nyerere, come richiamo a forme di socializzazione comunitaria, ma come una africanizzazione soltanto di facciata, che finisce quindi per assumere toni grotteschi (il Paese viene ribattezzato Zaire, Mobutu si ribattezza con una espressione che significa “Il grande guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo” e si fa vedere in pubblico con sontuose vesti in pelle di leopardo, animale che secondo i Bantu simboleggia coraggio ed astuzia);
-          un culto della personalità associato ad un consenso basato su legami etnici e tribali, e quindi inevitabilmente su una catena di corruzione e nepotismo capillarmente diffusa in ogni ganglio della società, e sul suo risvolto, ovvero una feroce repressione rispetto agli esclusi da tale cerchia ristretta di privilegiati. 
Il dittatore Mobutu
La fine di Mobutu e la prima guerra congolese
Di fatto, all’ingresso degli anni Novanta, Mobutu si ritrova in mano un Paese che non ha beneficiato di alcuna modernizzazione nel suo assetto sociale, con un tasso di analfabetismo in crescita, un impoverimento drammatico, con l’industria mineraria, l’unica a fornire le risorse di esportazione, in rovina, dopo le nazionalizzazioni, un debito pubblico alle stelle e la Banca centrale senza riserve, a causa delle continue razzie di denaro pubblico del clan mobutista, un Pil che scende a picco, e che nel 1994-1995 sfiora una decrescita di 15 punti percentuali all’anno, una iperinflazione che genera una svalutazione mostruosa: se a gennaio 1990 erano sufficienti 512,8 zaire per comprare un dollaro, a gennaio 1994 ce ne vogliono 355.500.000!! Il malcontento popolare diviene inarrestabile, e nel 1990 il regime è costretto a reintrodurre il multipartitismo, mentre lo stesso Mobutu, vecchio e stanco, si isola sempre più nella sua sontuosa villa nella giungla.
Il puntello tradizionale del regime mobustista, ovvero l’Esercito, si è dimostrato indisciplinato ed inefficiente: durante la campagna militare contro la guerriglia comunista angolana di Agostinho Neto, interi reparti dell’esercito disertano o si mettono addirittura a combattere fra loro. Nel 1977, quando Neto promuove una insurrezione secessionista nel Katanga, soltanto l’intervento congiunto di Francia, Belgio, Marocco, Togo e Costo d’Avorio, sotto l’egida dell’ONU, salverà Mobutu.
All’estero, poi, i suoi tradizionali protettori, Francia e Belgio, lo abbandonano non appena, con la caduta del muro di Berlino, non serve più avere gendarmi anticomunisti. In questo modo, il grande guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo paga, nei confronti dei suoi protettori, le sue ambiguità, le nazionalizzazioni di imprese minerarie occidentali, il suo opportunismo politico e la sua megalomania.
Manca solo una piccola spinta per far precipitare un regime oramai debolissimo. E questa spinta arriva da un vicino dello Zaire, ovvero il Ruanda. Nel 1994, l’esplosione di questo Paese genera un gigantesco flusso di profughi, soprattutto di etnia Hutu. Circa 2 milioni di persone entrano in un Paese, come lo Zaire, prostrato da una crisi economica, sociale e sanitaria gravissima, facendo esplodere definitivamente la situazione. Fra i profughi si trovano i membri della milizia Hutu Interahamwe, che aveva preso parte al genocidio dei Tutsi ruandesi, armati di tutto punto ed in cerca di sopravvivenza ed impunità. 
Miliziani Interahamwe
 
La reazione del Governo Tutsi ruandese, installatosi al potere dopo il genocidio grazie all’intervento dell’ONU, è immediata: l’esercito governativo ruandese effettua continui raid nei campi profughi Hutu dello Zaire, sia per scovare miliziani Interahamwe da uccidere, sia soprattutto per razziare i profughi dei loro miseri averi, al fine di contribuire a rimpolpare le casse vuote del Governo del Ruanda. D’altro canto, gli Interahamwe rifugiati in Zaire, riorganizzatisi sotto la sigla RDR, conducono analoghi raid punitivi contro le popolazioni ruandesi, usando i campi profughi come basi logistiche.
Oramai la miccia per l’esplosione dello Zaire è innestata, e nonostante la decisione criminale di Mobutu di rimpatriare con la forza migliaia di profughi ruandesi, destinandoli a morte certa, oramai l’est dello Zaire è presidiato stabilmente dall’esercito ruandese e da milizie irregolari Interahamwe, e sfugge al controllo di Kinshasa. In questo caos, la provincia orientale del Kivu meridionale diviene lo scenario dell’ennesima rivolta anti-Mobutu. Quando il governatore mobutiano di tale provincia ingiunge ai Banyamulenge, una etnia di origine ruandese, di abbandonare il Paese, nel quadro delle espulsioni decise da Mobutu per tentare di arginare il contagio allo Zaire dei fatti ruandesi, costoro si rifiutano e, armati dal Governo Tutsi ruandese, il 7 ottobre 1996 iniziano a scambiare una fitta sparatoria, a colpi di mortaio, con l’Esercito governativo dello Zaire, sulle due rive del lago Kivu. Questo episodio è considerato l’inizio della prima guerra del Congo. 
Quasi immediatamente, i Banyamulenge si uniscono all’opposizione armata anti-Mobutu, rappresentata dall’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo (AFDL). L’AFDL è composta da residui della sinistra lumumbista ed altre sigle minori, che rappresentano singoli gruppi etnici. E’ chiaramente una creatura del Governo ruandese Tutsi e del Governo ugandese di Museveni, dittatore filo occidentale interessato in modo particolare alle risorse diamantifere del Paese.
Con l’assistenza militare ruandese ed ugandese, l’AFDL inizia una campagna contro l’esercito dello Zaire e contro le forze Hutu dell’RDR, basata su attacchi ai campi profughi dell’est del Paese, sistematicamente distrutti. Migliaia di profughi vengono massacrati sul posto, altre migliaia costretti a rifugiarsi nelle foreste, dove saranno vittime di malattie, bestie feroci e fame. Come era prevedibile, l’indisciplinato e demotivato Esercito governativo dello Zaire si dissolve rapidamente ai primi combattimenti contro l’AFDL, mentre emerge, a capo dei ribelli, la figura di Laurent-Désiré Kabila. Originario di un’altra provincia tradizionalmente secessionista, il Katanga, estranea allo scenario del conflitto, che riguarda le province orientali, Kabila negli anni Sessanta guida una piccola milizia etnica, costituita da Lubas, alleata di Lumumba. Affarista e trafficante, verrà definito come “un contrabbandiere, più che un guerrigliero” da Che Guevara nel 1965. Dopo l’ascesa al potere definitiva di Mobutu, Kabila sopravviverà nella foresta del Katanga, trafficando in diamanti. 
Strage di bambini innocenti: l'immagine più emblematica della sporca guerra del Congo
Nel 1997 viene messo a capo dell’AFDL dal Presidente ugandese Museveni, con il quale traffica in diamanti da sempre, e provvede ad eliminare il suo rivale politico diretto, Kissasse Ngandu. Sotto la guida di Kabila, il Nord ed il Sud Kivu vengono rapidamente conquistati, ed i ribelli iniziano a volgere lo sguardo verso la capitale Kinshasa. La marcia verso la capitale viene favorita dalla popolazione civile che, stanca di Mobutu, accoglie i ribelli come liberatori, e dallo sfaldamento definitivo dell’Esercito governativo. Il 17 maggio 1997 l’AFDL entra a Kinshasa, Mobutu fugge in esilio e Kabila si autoproclama Presidente della Repubblica. L’AFDL viene immediatamente proclamata nuovo esercito nazionale.
Fin dall’inizio, la prima guerra congolese coinvolge altri Stati. Infatti, da un lato i ribelli dell’AFDL possono contare sull’aiuto militare del Ruanda, del Burundi e dell’Uganda, mentre dall’altro, Mobutu si fa spalleggiare dalla milizia angolana UNITA, che in passato aveva aiutato a combattere contro i comunisti, oltre che dagli Hutu ruandesi dell’RDR. Tale coinvolgimento di altri Paesi non è soltanto dovuto a motivi etnici (i Governi del Ruanda e del Burundi entrano in conflitto per spalleggiare i Banyamulenge, ovvero i Tutsi congolesi) ma soprattutto a motivi economici: il governo ugandese è infatti interessato a mettere le mani sull’oro e i diamanti,; il Governo ruandese di Paul Kagame è interessato a mettere le mani sulle ricchezze del Congo per ripagare gli enormi debiti contratti durante la guerra civile del 1994. Su tutto ciò, aleggiano gli interessi imperialistici, soprattutto della Francia e degli USA, alleati sia di Museveni che di Kagame, e che hanno volutamente lasciato l’AFDL rovesciare l’oramai scomodo ex amico Mobutu, al fine di riprendere il controllo del Paese con nuovi, ed auspicabilmente più presentabili ed affidabili, leader. 
Laurent Désiré Kabila
Il breve governo di Laurent-Désiré Kabila e la seconda guerra del Congo
Gli interessi esterni sul Paese (ribattezzato nuovamente Repubblica Democratica del Congo) mettono alle corde immediatamente il nuovo Governo di Kabila. Il suo tentativo di rendersi autonomo dal Ruanda e dall’Uganda, che mantengono sul territorio del Congo reparti dei propri eserciti, nonché di non farsi condizionare dai creditori internazionali dell’enorme debito pubblico accumulato da Mobutu, che ora pretendono il rimborso e quindi politiche economiche di estrema austerità, si ritorce contro di lui: spuntano fuori accuse internazionali per il genocidio dei profughi dei campi del Kivu, perpetrati nella prima fase della guerra, e ben presto le sue pratiche di corruzione e nepotismo, del tutto identiche a quelle di Mobutu, gli allontanano il favore dell’opposizione democratica, diretta da Francia e Stati Uniti. Ma anche le componenti politiche nazionaliste si allontanano rapidamente da Kabila, accusato di essere troppo accondiscendente con i suoi protettori esterni, ugandesi e ruandesi.
D’altra parte, Kabila eredita un Paese ingestibile: stremato dalla crisi economica indotta da Mobutu, ed aggravata dalla guerra, il debito pubblico alle stelle, alimentato anche dalle spese di guerra, le fragili infrastrutture di collegamento, specie verso l’est, danneggiate, la rete sanitaria nazionale, già fragilissima, stressata da migliaia di feriti di guerra e profughi, e le condizioni igieniche, già critiche, che sono arrivate a punti di rottura, specie nelle province orientali che hanno subito l’immigrazione dei profughi e la guerra. Intere aree del Paese sono oramai fuori dal controllo del Governo di Kinshasa, specie le aree minerarie più ricche: all’est, bande paramilitari costituite da Interahamwe superstiti, ma anche da reparti dell’ex esercito governativo allo sbando, da Banyamulenge e altri gruppi, imperversano, spesso attraversando tranquillamente la frontiera con il Ruanda. Il Katanga ribolle, come suo solito, di irredentismo, il nord est del Paese è presidiato dall’esercito ugandese, e su altre regioni del Paese operano altre bande armate, spesso costituite da componenti dell’ex esercito governativo mobutista.
Quando Kabila cerca di riprendere in mano questa situazione oggettivamente ingestibile, tutto quanto esplode nuovamente. A luglio 1998, cerca di liberarsi dell’influenza ugandese e ruandese: sostituisce il capo di gabinetto ruandese con un congolese, ed ordina alle truppe governative di Uganda e Ruanda di sloggiare dal Paese immediatamente. I Banyamulenge, preoccupati dalla possibilità che la rottura fra Kabila ed il Governo ruandese possa essere propedeutica ad un loro isolamento, prendono le armi, scatenando la seconda guerra del Congo. Il 2 agosto 1998, i reparti governativi di etnia Banyamulenge stazionati a Goma (al confine orientale con il Ruanda) si ribellano a Kinshasa, assistiti immediatamente dal governo ruandese che mette in piedi una coalizione anti-Kabila, il Rassemblement Congolais pour la Démocratie (RCD) composto soprattutto da Banyamulenge, e guidato da Ernest Wamba dia Wamba, che conquista gran parte della zona mineraria orientale (Kivu). Approfittando della confusione, l’esercito governativo ruandese entra in territorio congolese, occupando zone del nord est. 
Ribelli indipendentisti del Kivu durante la guerra
 
Kabila reagisce nel modo peggiore possibile: per contrastare l’RCD, composto da Banyamulenge (quindi da Tutsi) e l’esercito ruandese, anch’esso controllato da Tutsi, inizia a fomentare l’odio contro questo gruppo etnico da parte degli Hutu residenti nel Congo, anche mediante linciaggi pubblici nelle strade di Kinshasa. Ovviamente tale mossa fornisce un alibi all’intervento militare ruandese in Congo, spacciato come intervento umanitario a difesa delle popolazioni Tutsi.
L’Uganda, dal canto suo, motivata, esattamente come il Ruanda, dal desiderio di spartirsi la ricchezza mineraria congolese, sostiene un altro gruppo anti-kabila, il Mouvement de Libération du Congo (MLC), guidato da Jean Pierre Bemba Gombo, uno dei pochi criminali di questa sporca guerra che sono stati arrestati e processati. Le truppe dell’MLC, appoggiate da reparti dell’esercito ugandese, prendono quindi possesso del nord del Congo, scacciando i governativi.
Kabila sembra avere le ore contate. In una manovra di accerchiamento, dopo aver conquistato l’est, l’RCD prende possesso della base aerea della città occidentale di Kitona, sulla costa atlantica, rafforzando questa testa di ponte con reparti governativi ammutinati, e poi il 13 agosto conquista il complesso idroelettrico di Inga, che alimenta la capitale Kinshasa, ed il porto commerciale di Matadi, dal quale passa il grosso degli approvvigionamenti alimentari della capitale stessa. Kabila si ritrova quindi circondato da ribelli, ad est, ovest e nord, asserragliato in una capitale senza più rifornimenti elettrici ed alimentari. E senza più il controllo sul grosso della ricchezza mineraria nazionale, che potrebbe consentirgli di acquistare armi e mercenari per difendersi (il 23 agosto, infatti, cade nelle mani ribelli anche il grande centro diamantifero di Kisangani). Più in generale, l’esercito di Kabila appare non molto diverso da quello di Mobutu: poco disciplinato, poco combattivo, e con un comando evidentemente impreparato a gestire una guerra contro dei movimenti di guerriglia. Di converso, i ribelli Banyamulenge, tutti veterani della prima guerra congolese, utilizzano con efficacia la guerriglia.
Tuttavia, se Kabila è un mediocrissimo comandante militare, ciò non di meno si rivela un eccellente politico. Già da fine agosto, con la sua capitale minacciata dai ribelli, riesce a stringere un patto di assistenza militare con l’Angola, lo Zimbabwe, la Namibia, il Ciad, la Libia ed il Sudan. Le ragioni dei singoli Paesi sono diverse: l’Angola vuole cogliere l’occasione di intervenire in territorio congolese per eliminare le basi della guerriglia UNITA localizzate nel sud del Paese, e stipula anche un contratto in cui, in cambio dell’intervento militare, avrebbe ricevuto una grossa partita di diamanti; lo Zimbabwe è attratto da importanti concessioni minerarie che Kabila accorda alla famiglia del suo dittatore, Mugabe, e dalla volontà di accreditarsi come piccola potenza regionale; la Namibia è anch’essa “comprata” con promesse di concessioni minerarie; il Ciad viene inviato a sostegno di Kabila dalla Francia, desiderosa di riacquistare una influenza politica nell’Africa centrale, persa dopo il terribile genocidio del Ruanda del 1994. La Libia di Gheddafi vuole uscire dall’isolamento internazionale dopo i fatti di Lockerbie, e riprendere una capacità di influenza sulla politica africana (alcune testimonianze parlano anche di reparti speciali dell’esercito libico che operavano sul terreno; da notare come Francia e Libia si siano trovate, in questo frangente, dalla stessa parte, a sostegno di Kabila); il Sudan ha problemi con il Governo ugandese, che sostiene i ribelli del Sudan People’s Liberation Army, ed interviene in Congo, contro l’Uganda, per ritorsione. Oltre a cucire tale ragnatela di alleanze internazionali, Kabila si allea con i gruppi armati Hutu nell’est del Paese, che, nonostante il fatto che le province del Kivu siano sotto il controllo dell’RCD, proseguono in una guerriglia fatta di attentati e sabotaggi, che provoca danni alle linee logistiche ed ai rifornimenti del fronte avanzato dei ribelli, diretto verso Kinshasa.
A settembre, le forze dello Zimbabwe spezzano il fronte ribelle che sta accerchiando Kinshasa, finendo per scontrarsi direttamente con gli eserciti regolari di Ruanda e Uganda. Grazie ad accordi commerciali con compagnie diamantifere statunitensi, canadesi ed israeliane, Kabila riesce a riarmare il suo esercito, ed a gennaio 1999 il fronte di guerra, di fatto, si stabilizza: Kinshasa controlla l’ovest, il centro ed il sud del Paese, le fazioni pro-Ruanda l’est, quelle pro-Uganda il nord. Tale fronte, stabilizzatosi, si sbriciola in una miriade di micro-scontri, nella giungla e nei villaggi.
Tale esito è una tragedia per le popolazioni civili, poiché i diversi gruppi armati si insediano in varie porzioni del territorio, esigendo tributi dai civili, depredandoli, praticando lo stupro etnico, e avviando al conflitto con la forza migliaia di ragazzini, e in questo modo creando una generazione che, una volta cresciuta, sarà abituata a risolvere i problemi soltanto con la violenza (e quindi perpetrando anche nel futuro lo stato di guerra civile in cui versa il Paese). Inoltre, il ristagnare sul territorio di gruppi armati impedisce di far arrivare alle popolazioni alimenti e cure mediche, portando la situazione igienica, sanitaria ed alimentare verso la crisi finale. Nel 2001-2002, una epidemia di febbre emorragica da virus Ebola uccide l’80% dei contagiati, prima ancora che le autorità sanitarie ne sappiano qualcosa.
Bambini-soldato reclutati da una delle fazioni in lotta durante la guerra del Congo
Verso la fine del conflitto
Lo stallo nella linea del fronte, però, comporta più vantaggi per Kabila. Infatti, i ribelli, non riuscendo più ad avanzare verso la capitale, si logorano ed iniziano a combattere fra loro, evidenziando come soltanto il fronte comune contro Kabila fungesse da collante fra componenti caratterizzate da notevole ostilità reciproca. Quando Wamba dia Wamba sposta il comando dell’RCD a Kisangani, considerata, dal presidente ugandese Museveni, avido di diamanti, sua zona di influenza, quest’ultimo stipula un accordo di cessate il fuoco con Kabila, tramite una mediazione condotta da Gheddafi. Il Ruanda e l’RCD rifiutano di interrompere i combattimenti, rompendo quindi il fronte comune con l’Uganda. Ma anche all’interno dell’RCD scoppiano problemi: la posizione di egemonia dei Banyamulenge è mal tollerata dalle altre fazioni, e a maggio 1999 si verifica uno scontro armato violento, tutto interno all’RCD, a Kisangani, con la spaccatura in due.
A Luglio 1999, i ribelli, esausti da una guerra che non riescono a vincere, e privati dell’appoggio internazionale, addivengono ad un primo accordo di pace, firmato a Lusaka. Tale accordo prevede il disarmo di tutti i gruppi armati che operano nel Paese, ma il Governo ruandese fa il doppio gioco: da un lato, firma l’accordo di pace, per evitare le critiche internazionali, e dall’altro induce i suoi controllati dell’RCD a non firmare e continuare nelle ostilità. L’ONU stessa non mostra particolare entusiasmo nel far rispettare l’accordo, dispiegando soltanto 90 funzionari di collegamento, evidentemente troppo pochi rispetto alla situazione.
La verità è che il Ruanda non è affatto soddisfatto della ripartizione ottenuta, poiché le aree diamantifere sono sotto il controllo ugandese. E le tensioni fra Ruanda ed Uganda non tardano a scoppiare. Ad agosto 1999, gli eserciti regolari dei due Paesi si scontrano per il controllo del centro diamantifero di Kisangani. Kabila cerca, con il supporto ugandese, di riconquistare il Paese, ma viene anticipato da una larga offensiva delle forze ruandesi, che arrivano quasi fino a Kinshasa, prima di essere richiamate, a causa delle proteste internazionali, orchestrate da Francia e Stati Uniti, oramai stabilmente alleati di Kabila.
A Novembre, per proteggere il Governo di Kabila, l’ONU autorizza l’invio di 5.500 caschi blu, la missione MONUC. Ma le forze dell’ONU falliscono non soltanto nel tentativo di disarmare i ribelli, ma anche in quello di evitare nuovi scontri. In particolare, Uganda e Ruanda si scontrano ancora, durante la guerra dei 6 giorni, per il controllo dello strategico centro di Kisangani, ad inizio di Giugno del 2000, distruggendo completamente ciò che restava della città, e facendo 1.000 morti e 3.000 feriti. Ad Agosto 2000, Kabila si volge nuovamente contro l’Uganda, e lancia una offensiva, che sarà fermata, in una battaglia sanguinosa, lungo il fiume Ubangui, dalle forze filo ugandesi dell’MLC. 
La città di Kisangani distrutta dopo la guerra dei 6 giorni
 
A Gennaio 2001, Kabila viene assassinato da una sua guardia del corpo. I mandanti sono a tutt’oggi ignoti, ma vi è chi sospetta che ad ucciderlo siano stati proprio i suoi più diretti collaboratori, stanchi di promesse non mantenute circa la democratizzazione del Paese, e dei continui cambiamenti di fronti ed alleanze. Ma è invece probabile che ad ucciderlo sia stata una trama di compagnie diamantifere internazionali, che durante la guerra sfruttano illegalmente le miniere, e che vogliono far terminare il conflitto, per passare ad uno sfruttamento legalizzato e pacifico. Kabila si è infatti dimostrato palesemente incapace di pacificare il Paese o di riprenderlo sotto il suo controllo diretto, ed è dunque divenuto un ostacolo.
A dimostrazione di tale tesi, vi è che il figlio Joseph, che subentra al defunto padre come presidente della repubblica, si dà immediatamente da fare per pacificare il Paese, onde evitare di finire ucciso anche lui. Incontra infatti il presidente ruandese Kagame, al fine di avviare colloqui di pace. Significativamente lo incontra negli Stati Uniti, a dimostrazione del fatto che l’amministrazione USA, per conto delle multinazionali minerarie a stelle e strisce, è interessata ad un ritorno alla pace, per meglio mungere le risorse del Congo. Si trova quasi subito un accordo, sia pur nominale, su un piano dell’ONU, ed a febbraio Uganda e Ruanda iniziano il ritiro delle rispettive truppe. L’accordo di Sun City del 19 aprile 2002 stabilisce una road map verso elezioni multipartitiche ed un Governo di transizione. L’accordo di pace del 30 luglio 2002, a Pretoria, stabilisce il ritiro di circa 20.000 militari ruandesi ancora presenti sul territorio congolese, ma inizialmente non viene rispettato, poiché il governo ruandese pone, come condizione, il previo smantellamento delle milizie Hutu Interahamwe ancora attive nell’est del Congo, e ciò si rivela impossibile.
Solo ad ottobre 2002, sotto la pressione dell’ONU, il Ruanda ritira i propri soldati, seguito dall’Uganda. Il 17 Dicembre 2002 viene stipulato un accordo fra tutte le parti belligeranti interne al Paese per stabilire con maggior dettaglio il percorso verso la democrazia. Questa data è considerata la fine ufficiale della seconda guerra del Congo. 
Joseph Kabila
 
La RDC dopo la guerra
La guerra ha lasciato un’eredità pesantissima. Si stimano fra i 3,4 ed i 4,4 milioni di morti (praticamente si tratta del conflitto più sanguinoso dalla fine della seconda guerra mondiale), l’80% dei quali per malnutrizione e malattie indotte dalla guerra. Circa 3,4 milioni di civili si sono spostati all’interno dei confini del Paese, dopo aver perso tutti i loro averi, trasformandosi in profughi interni ed altri 2 milioni si sono rifugiati nei Paesi confinanti. Almeno 40.000 donne risultano vittime di stupri, condotti per finalità etniche. Decine di migliaia di bambini hanno combattuto ed ucciso, e ne escono devastati nel corpo e nella psiche, irrecuperabili per la società, spesso trasformati in bande di delinquenti di strada, o distrutti dall’assunzione di droghe ed alcool. Per via degli stupri, della malnutrizione, dell’impoverimento, dello spostamento continuo di truppe e profughi da una regione all’altra, della distruzione delle infrastrutture logistiche, idriche e sanitarie, malattie come l’Aids, l’Ebola, il tifo, il colera, la sifilide, sono endemiche. 
Un campo profughi nel Kivu
Fame e malattie indotte dalla guerra hanno ucciso milioni di civili, più che negli scontri a fuoco
 
La già debolissima economia congolese ne esce completamente distrutta. Il Pil pro capite è attorno a 300 dollari, il che colloca il Paese ad un modestissimo 226-mo posto nel mondo. Il tasso di accumulazione è risibile, non raggiungendo il 24% del PIL, a causa dell’enorme fuoriuscita di capitali, soprattutto esteri, causata dalla guerra. Il 71% della popolazione vive al di sotto della linea di povertà. La speranza di vita alla nascita non raggiunge i 56 anni, ed il Paese è fra i primi 13 al mondo per mortalità infantile. Solo il 23% della popolazione ha accesso a reti fognarie decenti, solo il 46% ad acqua potabile igienicamente sicura. Quasi il 30% dei bambini con meno di 5 anni è sottopeso. La rete infrastrutturale, in particolare verso le aree minerarie dell’est, è distrutta. 
Villaggio congolese distrutto dopo il passaggio della soldataglia
La violenza che caratterizza il Paese non si è fermata. Gruppi armati continuano ad operare tranquillamente. Nel 2003 scoppia una nuova guerra, ancora una volta nella regione mineraria orientale del Kivu. Il Governo transitorio, infatti, stipula contratti minerari con la Cina, per lo sfruttamento del coltan (minerale fondamentale nella costruzione di processori elettronici) a condizioni più vantaggiose, per il Paese, di quelli preesistenti con compagnie europee e statunitensi. Quasi immediatamente, nella provincia del Nord Kivu si verifica un ammutinamento dell’esercito, guidato da un ex combattente dell’RCD, entrato poi nelle forze armate governative in base agli accordi di pace, il generale Laurent Nkunda. Gli ammutinati, tutti ex combattenti dell’RCD, sostenuti dalle compagnie estrattive occidentali estromesse dagli accordi con la Cina (quasi tutte anglosassoni, belghe, tedesche e svizzere, come verrrà confermato dal rapporto dell’IPIS del 2008), si nascondono nelle foreste e nel 2004 attaccano i reparti dell’esercito governativo stanziati nella città di Bukavu, nel Sud Kivu, occupandola ed abbandonandosi ad un massacro di civili, per poi ritirarsi nuovamente nelle foreste. Nel 2006, con la colpevolissima neutralità dei caschi blu della missione dell’ONU, che arrivano a dichiarare Nkunda “innocuo per le popolazioni locali” (nonostante i ben documentati massacri da lui compiuti a Bukavu due anni prima) questi attacca nuovamente l’esercito regolare, ingaggiando sanguinosi scontri attorno alla città di Sake.
A Nkunda è consentito di aumentare ancora i suoi effettivi, e di attaccare nuovamente le forze governative nel 2007. Solo alla metà di tale anno, infatti, gli Stati Uniti ufficializzano il loro appoggio a Kabila junior e quindi l’ONU dichiara ufficialmente che Nkunda è una minaccia per la stabilità della Repubblica Democratica del Congo (rimangiandosi quanto detto l’anno prima). Solo in tale anno, di fronte ai continui attacchi di Nkunda ed a documentati arruolamenti di bambini-soldato da parte di quest’ultimo, le forze ONU aiutano l’esercito governativo a schiacciarlo. Ma per poterlo fare, Kabila junior dovrà stipulare nuovi accordi con le milizie Hutu presenti nel Kivu, di fatto legittimandone l’esistenza. I combattimenti, sanguinosissimi, vedono però i 4.000 miliziani di Nkunda riportare numerose vittorie sui 20.000 soldati dell’esercito governativo i quali, nonostante l’appoggio aereo e di artiglieria fornito dai caschi blu, riportano perdite umane pesantissime. Nkunda, inoltre, riesce a mettere le mani su enormi stock di materiale bellico rubato all’esercito regolare ed a conquistare alcune città del Nord Kivu. Solo alla fine del 2009, e grazie all’improvviso voltafaccia del governo ruandese, fino a quel momento alleato di Nkunda (voltafaccia indotto ovviamente dalle pressioni degli USA e della Francia) quest’ultimo viene arrestato. La guerra del Kivu, fra 2005 e 2009, farà altre decine di migliaia di morti (quasi per il 100% civili) ed ulteriori centinaia di migliaia di profughi. 
Vittime civili della guerra contro Nkunda
L’est continua ad essere funestato, ad oggi, da milizie Mai Mai Hutu sostenute dal Ruanda (come la FDLR) e che raccolgono i componenti delle vecchie milizie Interahamwe, così come, nel nord est, si registra la presenza del brutale movimento guerrigliero LRA (Lord’s Resistance Army), un gruppo armato di fondamentalisti cattolici, che, dopo essere stato sconfitto in Uganda, si è ritirato nel territorio della Repubblica Democratica del Congo, seminando morte e terrore fra i civili (si stima che, da quando l’LRA si è stabilito nel nord est della Repubblica Democratica del Congo, cioè dal 2007, quasi 2.000 civili siano stati uccisi, 900 bambini costretti ad arruolarsi, e 390.000 profughi siano fuggiti).
I gruppi armati sono ancora ben installati in determinati territori, e ne sfruttano ogni risorsa, taglieggiando l’agricoltura, arruolando di forza uomini e bambini, ma soprattutto gestendo i siti minerari, ovviamente in nome e per conto di compagnie minerarie straniere, che usano tali gruppi armati come loro terminali locali. Nonostante l’embargo sulle armi e la presenza dei caschi blu, nel 2009 si contano circa 40.000 kalashnikov nel solo Nord Kivu.
Alla violenza dei gruppi armati si aggiunge quella politica. Nel 2004, un gruppo di nostalgici di Mobutu, tenta un colpo di Stato, e viene sconfitto dai lealisti. Nel corso delle elezioni presidenziali del 2006, i sostenitori di Kabila junior e del suo rivale Bemba si sfidano con armi pesanti nel pieno centro di Kinshasa. A Febbraio 2011, si verifica un nuovo tentativo, fallito, di colpo di Stato.
Gli assetti sociali del Paese oggi
Il Paese è devastato socialmente. Si stimano, al 2010, 1,5 milioni di profughi, totalmente sradicati dalle loro terre e dalle loro comunità tribali, e quindi trasformati in vagabondi senza speranza. I giovani, senza prospettive, si arruolano in massa nei gruppi armati Mai Mai, che offrono soldi facili, riconoscimento sociale, ed anche una struttura relazionale basata su legami di tipo egualitaristico, assente nelle tradizionali comunità tribali gerarchizzate. I bambini vengono regolarmente tolti dalle scuole ed inseriti in una vita di violenza e sangue, dove l’unica cosa che imparano è uccidere per non essere uccisi, mentre il tasso di analfabetismo tocca il 33% della popolazione di 15 anni e più, con punte del 47% nelle province più militarizzate, come il Kivu. 
I profughi interni al Congo generati dalle guerre e sradicati: un problema irrisolvibile
Lo sradicamento dalle comunità tradizionali, dovuto alla fuga o all’arruolamento in qualche gruppo armato, toglie braccia preziose all’agricoltura, in un Paese in cui milioni di persone sono denutrite, spezza i legami sociali tradizionali, creando centinaia di migliaia di emarginati, che si urbanizzano in bidonville, senza opportunità di lavoro decente, e divengono a loro volta vittime e reclute per ogni sorta di criminalità. La tradizionale autorità degli anziani e dei genitori, che teneva insieme la struttura sociale tribale, viene meno, in favore di un crescente individualismo ed opportunismo, che a sua volta alimenta la criminalità e la corruzione. L’aver vissuto per anni in un clima di morte e violenza educa alla via delle armi come unico metodo per risolvere i problemi.
Le istituzioni pubbliche sono poco autorevoli agli occhi dei cittadini, poiché ancora macchiate da nepotismo e corruzione. D’altra parte, non vi sono avanzamenti significativi verso una democratizzazione del Paese. Joseph Kabila è ancora al potere, dopo 11 anni, ed è stato rieletto nel 2011, in una tornata elettorale con forti sospetti di brogli, dopo essersi ritagliato una nuova Costituzione ad hoc, ed aver costruito il suo supporto su legami etnico-tribali e su una incredibile rivalutazione storica del colonialismo belga. L’Esercito nazionale è fragilissimo, a causa della lunga pratica di integrare al suo interno, ad ogni accordo di pace, i gruppi ribelli, facendo sì che oggi, esso sia un mosaico costituito da più di 80 gruppi armati, che hanno mantenuto la loro autonomia.
Questo sventurato Paese paga, in definitiva, tutte le tragedie tipiche dell’Africa: imperialismo, sfruttamento di risorse naturali ricchissime, miseria, guerre e violenze, malattie, corruzione ed autoritarismo, nepotismo tribale, sradicamento dei legami sociali tradizionali in nome di una modernità dai risvolti negativi, ingiustizia sociale. In fondo, paga per un processo di decolonizzazione che ha disegnato sulla carta uno Stato inesistente, facendolo sorgere artificiosamente da un insieme conflittuale di più di 200 etnie, imponendogli forme statuali e politiche occidentali, assolutamente inadeguate per la tradizionale cultura di clan e di etnia, ed una influenza imperialistica successiva devastante. Paga, come tutta l’Africa, per essere stato gettato nel capitalismo senza averne le strutture sociali e di classe, finendo quindi per trasformarsi in una mera terra di conquista per interessi economici esterni, con la fragilissima piccola borghesia formatasi in epoca coloniale, incaricata di svolgere il ruolo di borghesia compradora.
Oggi, la struttura sociale di questo Paese appare come una piramide, al netto delle poche aree in cui ancora resistono i tradizionali legami etnici e di clan. Al vertice di tale piramide si situano i leader militari dei vari gruppi armati, a loro volta organizzati su base etnica, e la ristrettissima borghesia compradora che occupa i ranghi politici e dell’amministrazione. Alla base, si colloca un proletariato, occupato soprattutto nell’industria estrattiva ed alimentare e nell’agricoltura, che non ha una borghesia nazionale contro la quale misurarsi, poiché i centri di controllo dell’economia sono localizzati al di fuori del Paese e dello stesso continente, e che quindi non ha modo di acquisire coscienza di classe, ed un enorme sottoproletariato, alimentato dalla guerra, sradicato dal suo modo di vita tradizionale, ma al tempo stesso non inserito in alcun modo di produzione alternativo, abbandonato all’assistenza internazionale nei campi profughi oppure ad una vita di stenti e lavoretti precari nelle bidonvilles, e quindi privato di qualsiasi identità sociale. I vertici militari dei gruppi armati hanno distrutto il modo di produzione tradizionale, sostituendolo non con rapporti sociali di produzione più avanzati, ma con una mera economia di rapina, basata sullo sfruttamento predatorio delle risorse delle aree sotto il controllo della banda armata. 
Ancora oggi, i gruppi armati imperversano in tutto il Paese
In questo modo, la società congolese si ritrova impantanata in una terra di mezzo: sradicata dal suo modo di produzione tradizionale, ed impossibilitata a tornarvi, ed al tempo stesso privata della possibilità di evolvere verso modi di produzione moderni, poiché dominata da aristocrazie guerrigliere e funzionariali che la mantengono all’interno di modi di produzione basati, per utilizzare i termini dell'analisi di C. Moffa (1993), sul conflitto interetnico per il controllo e lo sfruttamento delle risorse del territorio, in cui, all'interno dei rapporti fra clan, si riproducono forme di sfruttamento fra una aristocrazia dominante, definita su base etnica, ed i clan dominati e depredati. Tale modo di produzione basato sul conflitto interetnico per  lo sfruttamento delle risorse del territorio è poi mescolato all'imperialismo esterno, con gli stessi soggetti (i capi militari dei gruppi armati a base etnica, ed i loro addentellati nella borghesia urbana compradora) che fungono da sfruttatori dei clan sottomessi, e da cinghie di trasmissione degli interessi imperialistici. 
Il proletariato congolese schiavizzato nelle miniere del Kivu, per il guadagno delle multinazionali
Tale particolare forma assunta dal modo di produzione africano, come dimostra sempre Moffa, è la  radice di un sottosviluppo persistente, e dal quale non sembrano esservi vie d'uscita, poiché impedisce qualsiasi evoluzione ed ammodernamento dei rapporti sociali di produzione. Questa situazione senza sbocchi è in larga misura il frutto dell'imperialismo occidentale. E non ci sono aiuti allo sviluppo, o carità da parte delle Ong, che possa compensare il popolo congolese per essere stato derubato della sua storia e del suo futuro. 
Questa tragedia è stata motivata dalla avidità di minerali preziosi, fra i quali il coltan che serve per costruire i nostri personal computer

giovedì 21 giugno 2012

Quanta sostenibilità tollera l’economia verde?

Leonardo Boff
Teologo/filosofo

Saranno tre le grandi comparse della Rio +20: i rappresentanti ufficiali degli Stati e governi, gli imprenditori e la Cupola dei Popoli. Ogni gruppo è portatore di un progetto e di una visione del futuro
I rappresentanti ufficiali, se diamo retta al Documento Zero, ripropongono l’usurato sviluppo sostenibile ora dipinto di verde. Dimenticano, pertanto, di confessare che questo è fallito in pieno. Dice Gorbaciov: «L’attuale modello di crescita economica è insostenibile; esso genera crisi, ingiustizia sociale e pericolo di catastrofi ambientali» (O Globo, 8 giugno 2012). I principali punti e che sostengono la vita sono in fase di deterioramento, ha denunciato ancora nel 2005 Valutazione Sistemica del Millennio, notizia ripresa alla relazione PNUMA. Il Documento Zero della Rio +20 riconosce: «Lo sviluppo sostenibile continua a essere un obiettivo distante» (n. 13). Ma pare che non abbiano imparato niente dai fatti. Nella loro fede dogmatica nello sviluppo sostenibile, che in fondo altro non è che crescita materiale, continuano a proporre sempre la stessa cosa.
In forma dura dice ancora Gorbaciov: «20 anni dopo la Rio-92 siamo circondati da cinismo e, per molti, da disperazione». Sarà che gli attori dell’attuale sistema mondiale hanno subito una lobotomia? Non sentono l’urgenza della minaccia ambientale. Preferiscono salvare il sistema finanziario e le banche piuttosto che garantire la vita e proteggere la Terra. Questa sta già con la spia rossa.
Gli imprenditori, importanti comparse, stanno prendendo coscienza dei limiti della Terra, dell’aumento demografico e del riscaldamento globale. Nemmeno aspettano i consensi quasi impossibili delle riunioni dell’ Onu e dei governi. Più di 100 leaders di imprese si sono già riuniti a Rio, prima dell’evento formale. Pretendono creare un G-0 in opposizione al G-2,G-7 o al G-20. Con una certa auto convinzione arrivano a dire: «Bisogna che noi assumiamo il comando». L’agenda collettiva accertata va nella linea dell’economia verde, non come maquillage, ma come una produzione a basso tenore di carbonio e preservando il più possibile la natura. Tuttavia, costituiscono appena l’1% delle imprese con produzione oltre 1 miliardo di dollari, come abbiamo saputo recentemente dal Financial Times. Si rendono conto di un problema ancora insolubile all’interno dell’attuale modello: come giostrare insieme sostenibilità e guadagno? Gli azionisti non vogliono rinunciare al loro guadagno in nome della sostenibilità. Questa finisce per essere così fragile e quasi evapora. Perlomeno, questi imprenditori hanno visto il problema: o cambiano o affondano insieme con tutti gli altri.
La terza comparsa è la Cupola dei Popoli. Sono migliaia, venuti da tutto il mondo: gli altromondisti, quelli che vogliono mostrare quello che stanno facendo con l’economia solidale e commercio giusto, con la preservazione delle sementi , con la lotta ai transgenici, con la produzione organica dell’economia familiare, con gli ecovillaggi e le energie alternative. Qui si presenta un’altra Forma di produzione e di consumo più in consonanza con i ritmi della natura, frutto di un nuovo sguardo alla Terra, con dignità e diritti.
A farla breve, io direi nel primo gruppo regna la rassegnazione, nel secondo, l’agitazione e nel terzo, la speranza. Io mi aspetto il seguente risultato dalla Rio +20: La riunione formale dell’Onu approverà l’economia verde, mantenendo lo stesso modo di produzione capitalista di base. Questo darà l’avallo alle imprese perché facciano affari con i beni e servizi naturali. Si creerà una Organizzazione Mondiale dell’Ambiente, nella linea della Organizzazione Mondiale del Commercio.
Gli imprenditori faranno pressione sui governi perché non interferiscano negli affari dell’economia verde. Vogliono mano libera perché si tratta di un’economia a basso tenore di carbonio e, per questo, ecoamichevole, sebbene dentro al modello attuale.
La Cupola dei Popoli lancerà un’alternativa all’Economia Verde con l’Economia Solidale. Si creeranno articolazioni globali contro la mercantilizzazione dei beni e servizi vitali come acqua, sementi, suoli, foreste, oceani e altre ancora, classificati come Beni Comuni dell’Umanità.
Il salto verso un nuovo paradigma di società planetaria non avverrà per adesso. Ma sarà obbligatorio davanti alle crisi socio ambientali he si stanno avvicinando. La sofferenza collettiva ci darà amare lezioni. Tutti impareremo a spese nostre, l’amore e la cura della vita, dell’Umanità e della madre Terra, condizioni per il futuro che noi vogliamo.






lunedì 18 giugno 2012

Elementi positivi e negativi dell’economia verde

Elementi positivi e negativi dell’economia verde
La grande proposta che certamente uscirà da Rio+20 a livello uffciale d’Incontro dei rappresentanti dei popoli è l’economia verde. L’intenzione è promettente: “l’economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e per l’eliminazione della povertà”. Analizzando il testo ufficiale, ricalcato su un documento del PNUMA Iniziativa di Economia Verde, si percepisce che non è differente negli obiettivi e nei procedimenti dal classico sviluppo sostenibile. In fondo si tratta della stessa cosa. Il documento ONU evita lo sviluppo sostenibile come tema centrale, perché ha la coscienza della banalizzazione e del logoramento di questa espressione. Come denunciava recentemente Gorbaciov: questo si è rivelato insostenibile, “genera crisi, ingiustizia sociale e pericolo di catastrofe ambientale” (O Globo, 9 giugno 2012). L’espressione più adeguata e meno ambigua sarebbe un’economia a basso tenore di carbonio.
Abbiamo già fatto critiche a questa versione dell’economia, il carattere ideologico dello stesso capitalismo che già conosciamo, adesso mascherato di verde. Ma ormai chi si è imposta l’espressione economia verde, proviamo a sviscerare che cosa può esserci di positivo in questa. Come qualsiasi altra realtà, anche il genio del capitalismo sempre più attivo nel settore dei suoi travestimenti, può contenere qualche elemento utile.
Partiamo da un presupposto teorico che conviene rivelare: il teorema di Gödel, secondo il quale, da qualsiasi parte regna sempre l’incompiutezza. Nulla è assolutamente perfetto. Luci e ombre accompagnano le pratiche umane. Perfino i propositi più puri racchiudono imperfezioni e i più problematici, dimensioni accettabili. Mai potremo praticare un male assoluto e nemmeno realizzare un bene assoluto. Viviamo un’ambiguità fontale, che non è un difetto, ma il sigillo della condizione umana e della struttura stessa dell’universo, fatta di caos e cosmos, di ordine e disordine sempre esistenti simultaneamente. Vorremmo tentare di applicare questi concetti all’ecologia verde e dire quel che in essa è riscattabile e quello che no. Essa può significare varie cose.
In primo luogo, si potrebbe proporre il recupero delle aree verdi, disboscate o risultanti dal degrado e dall’erosione dei suoli e mantenere in piedi foreste ancora esistenti. È un proposito positivo e deve essere realizzato con urgenza. Sono le isole di verde che garantiscono l’acqua al sistema della vita e che sequestrano l’anidride carbonica, diminuendo il riscaldamento globale. L’economia verde in questo senso è desiderabile.
In secondo luogo può indicare la valorizzazione economica delle cosiddette esternalità come l’acqua, i suoli, l’aria, nutrienti, paesaggi, cioè dimensioni della natura (verde) ecc. Questi elementi non entravano nella valutazione del prezzo dei prodotti. Erano semplicemente beni gratuiti offerti dalla natura e ognuno poteva appropriarsene. Oggi invece, con la scarsità di beni e servizi, specialmente di acqua, nutrienti, fibre e altri ancora, cominciano a guadagnare il valore. Questo deve entrare nella composizione del prezzo del prodotto. Non si tratta ancora di mercantilizzare tali beni e servizi, ma di includerli come parte importante del prodotto. Lo stesso vale per i rifiuti prodotti che finiscono per inquinare l’acqua, avvelenare i suoli e contaminare l’aria. I costi della loro trasformazione o eliminazione devono pure rientrare nei costi finali del prodotto. Così per esempio per ogni chilo di carne bovina occorrono 15.500 litri d’acqua, per un hamburger di carne, 2400 litri, per un paio di scarpe 8000 litri e anche per una piccola tazza di caffè, 147 litri d’acqua. Il capitale naturale usato deve essere incluso nel capitale umano dell’economia di mercato.
Esistono calcoli macroeconomici che hanno calcolato il valore dei servizi prestati all’umanità dall’insieme degli ecosistemi. Utilizzo un dato del 1977, ormai vecchio, ma che serve come riferimento valido, anche se oggi le cifre sono molto più alte. I calcoli furono realizzati da un gruppo di ecologi e di economisti sensibili alle questioni ambientali. Si stimò che in quel periodo era di 33 miliardi di dollari/anno il valore del contributo del capitale naturale alla vita dell’umanità. Questo rappresentava quasi due volte il prodotto mondiale lordo che nel 1977 era dell’ordine di 18 miliardi di dollari. In altre parole: se l’umanità volesse sostituire il capitale naturale con risorse artificiali, avrebbe bisogno di aumentare il prodotto interno bruto mondiale di 33 miliardi di dollari, senza dire che questa sostituzione sarebbe praticamente impossibile. Attraverso economia verde si pretende di prendere in considerazione il valore estimativo de capitale naturale, giacché questo si trova in alto grado di deterioramento e di crescente scarsità. In questo senso l’economia verde possiede una validità accettabile.
In terzo luogo, l’economia verde, nella comprensione del PNUMA, che l’ha formulata, deve «produrre un miglioramento del benessere degli umani, equità sociale, allo stesso tempo che riduce significativamente i rischi ambientali e l’insufficienza ecologica». Tale proposito implica un altro modo di produrre che rispetti il più possibile le caratteristiche e i limiti di un determinato bioma (caatinga, cerrado, amazzonico, pianure steppose e altri) e valuta il tipo di intervento che può essere fatto senza portarlo a tal punto che non si possa riprodurre.
Alcuni esempi. Si tratta di cercare energie alternative a quelle fossili, altamente inquinanti, energie che si basino sui beni e servizi della natura e inquinino meno come l’energia elettrica, la eolica, l’energia solare e quella delle maree, l’energia geotermica e quella a base organica. Sappiamo che mai ci sarà energia totalmente pura, ma il suo impatto negativo sulla biosfera può essere grandemente diminuito.
L’acqua dolce sarà uno dei beni più scarsi della natura. Fare costruzioni che captano l’acqua della pioggia per molteplici usi può alleggerire la mancanza di una goccia d’acqua. Obbligare tutte le costruzioni nuove a montare dei recettori di energia solare. Riusare e riciclare tutto quello che è possibile. Come contropartita ai sussidi concessi dal governo, obbligare le fabbriche di automobili a costruire macchine che economizzino più energia e diminuiscano l’inquinamento. Sussidi e prestiti alle imprese devono essere condizionati all’osservanza di obiettivi ambientali o al riscatto di regioni degradate. Obbligare i supermercati a non utilizzare buste di plastica per imballaggio dei prodotti e avviare al riciclaggio bottiglie di plastica. Le fabbriche di prodotti elettronici devono responsabilizzarsi per il riciclaggio di apparecchi usati. Diminuire il più possibile l’uso dei pesticidi in agricoltura e favorire l’agricoltura ecologica e l’economia solidale, fino al punto di diminuire il peso delle imposte nella vendita dei loro prodotti. E così potremmo moltiplicare indefinitamente gli esempi.
Il presupposto è che questo tipo di economia verde rappresenti una fase di passaggio verso una vera sostenibilità economica fino ad oggi non ancora raggiunta.
A questo punto bisogna osservare che il riscaldamento globale fuori controllo, l’entrata di milioni e milioni di nuovi consumatori, specialmente dalla Cina dall’India e anche dal Brasile andranno a gravare più ancora il capitale naturale già in discesa. Cresceranno enormemente le emissioni di gas da effetto serra. Ciascuno di noi emette ogni anno 4 tonnelllate di ossido di carbonio e la totalità dell’umanità circa 30 miliardi di tonnellate, ci informa J.Sachs dell’Università di Columbia (USA). Come potrà la terra digerire questa carica velenosa? I disastri naturali mostrano l’incapacità di mantenerla in equilibrio. I. Ramonet in Le monde diplomatique (13 maggio 2012) afferma che nel 2010, 90% dei disastri naturali risultarono dal riscaldamento globale. Causarono la morte di 300.000 persone e un danno economico di 100 miliardi di euro.
Questo tipo di economia verde è accettabile nella misura in cui andrà più a fondo nella sua formulazione per presentare così un altro paradigma di relazioni con la Terra, dove non l’economia, ma la sostenibilità generale del pianeta, del sistema-vita, dell’umanità e della nostra civiltà devono essere posti al centro dei problemi. In ragione di questo proposito, bisogna organizzare la base materiale economica in sinergia con le possibilità della Terra. Ma noi dobbiamo sentirci parte di essa con l’incarico di averne cura perché possa dare tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere insieme con la comunità di vita.
Quarto. L’economia verde può rappresentare una volontà altamente perversa della voracità umana, specialmente nelle grandi corporazioni, quella di fare affari con ciò che c’è di più sacro nella natura e sono i beni comuni della Terra e della Umanità, la cui proprietà deve essere collettiva. Tra questi si contano in primo luogo l’acqua, le falde acquifere, i fiumi e gli oceani, l’atmosfera, le sementi, i suoli, le terre comuni, i parchi naturali, i paesaggi, le lingue, la scienza, e l’informazione genetica, i mezzi di comunicazione, Internet, la salute e l’educazione, tra gli altri. Siccome stanno intimamente collegati alla vita non possono essere trasformati in merce entrare nel circuito della compravendita. La vita è sacra e intoccabile.
Mettere un prezzo sui beni e servizi che la natura ci dà gratuitamente, privatizzarli con l’intenzione di guadagnare è la suprema insensatezza di una società di mercato. Questa già aveva compiuto la perversità di passare da un’economia di mercato a una società di mercato. Non tutto può essere oggetto dell’avidità umana privatista e accumulatrice, a servizio degli interessi di pochi e a spese delle sofferenze della maggioranza. La vita, siccome è sacra, reagirà, possibilmente il mettendoci un ostacolo che potrà liquidare grande parte dell’umanità stessa. Questo tipo di economia verde è inaccettabile.
Infine non possiamo lasciare che le cose corrano in tal modo che il cammino verso l’abisso sia irreversibile. Allora non avremo figli e nipoti per piangere il nostro tragico destino. Perché anche loro non esisteranno più.

Leonardo Boff 

 è autore di Proteggere la Terra e aver cura della vita: come evitare la fine del mondo, Record 2010.
Tradotto da Romano Baraglia

domenica 17 giugno 2012

Atteggiamento critico costruttivo rispetto alla Rio +20.


Leonardo Boff (*)
Credo che dobbiamo sviluppare tre atteggiamenti di fronte alla Rio +20.
Il primo è coscientizzare coloro che prendono decisioni e tutta l’umanità intorno ai rischi a cui sono sottoposti il sistema-Terra, il sistema-vita e il sistema-civiltà. Le guerre attuali, la paura del terrorismo e la crisi economico-finanziaria nel cuore dei paesi centrali stanno facendoci dimenticare l’urgenza della crisi ecologica generalizzata. Gli esseri umani e il mondo naturale stanno in una pericolosa rotta di collisione. Non serve a niente garantire uno sviluppo sostenibile e verde se non garantiamo innanzitutto la sostenibilità del pianeta vivo e della nostra civiltà. Questa coscientizzazione deve essere fatta a tutti i livelli, dalla scuola elementare all’università, dalla famiglia alla fabbrica, dalla campagna alle città.

Il secondo atteggiamento ha a che fare con uno spostamento e un’implicazione che bisogna fare. È necessario spostare la discussione dal tema dello sviluppo al tema della sostenibilità. Se si resta nello sviluppo rimaniamo presi nelle maglie della sua logica che consiste nel crescere sempre di più per offrire sempre più numerosi prodotti di consumo per l’arricchimento di pochi al costo del super sfruttamento della natura e della emarginazione della maggioranza dell’umanità. Una ricerca seria nell’dell’Istituto Federale Svizzero di Ricerca Tecnologica (ETH) del 2011, ha rivelato la tremenda concentrazione di ricchezza e di potere in pochissime mani: sono 737 corporazioni che controllano l’80% del sistema corporativo mondiale, mentre lo zoccolo duro di 147 controlla il 40% di tutte le corporazioni a maggioranza finanziaria. Insieme a questo potere economico viene il potere politico (influenza i destini di un paese) e il potere ideologico (impone idee e comportamenti). L’impronta ecologica della Terra ci fa sapere che questa ha già oltrepassato del 30% i suoi limiti fisici. Forzarli significa obbligarla a difendersi. E lo fa con tsunami, inondazioni, siccità, eventi estremi, terremoti e il riscaldamento globale. E anche con le crisi economico-finanziarie comprese nel sistema-Terra viva. Il tipo di sviluppo vigente è insostenibile. Vani sono gli aggettivi che gli possiamo aggiungere: umano, verde, responsabile e altri. Portarli avanti a qualsiasi costo, come ancora propone il testo base dell’Onu, ci avvicina all’abisso senza ritorno.

Spostarsi sul tema della sostenibilità significa creare meccanismi e iniziative che garantiscano la vitalità della Terra, la continuità della vita, la soddisfazione delle necessità umane delle presenti e delle future generazioni, di tutta la comunità di vita e la garanzia che potremo preservare la nostra civiltà. Questo concetto di sostenibilità è più vasto del concetto di sviluppo semplice e duro.

Per raggiungere tale proposito, è necessario un nuovo sguardo sulla Terra, un re-incantamento del mondo e un nuovo sogno. Questo significa inaugurare un nuovo paradigma. Se anteriormente, il paradigma era di «conquista» e di «espansione», adesso, a causa degli alti rischi che corriamo, dovrà essere di «cura» e di «responsabilità» globale. Abbiamo bisogno di assimilare una visione della Carta della Terra che propone tali atteggiamenti nel quadro di una visione olistica dell’universo e della Terra. Questa vede il nostro pianeta come vivo, con una comunità di vita unica. È frutto di un vasto processo di evoluzione che dura ormai da 13,7 miliardi di anni. L’essere umano appare come un’espressione avanzata della sua complessità e interiorizzazione. Questo ha la missione di curare e preservare la sostenibilità della natura e dei suoi esseri.

Questa visione sarà effettiva se sarà più che uno spostamento di modi di vedere. La scienza non produce saggezza ma solo informazioni. Cioè, non offre una visione globale e integrante della realtà interiore e esteriore (saggezza) che motivi verso la trasformazione. Per questo deve venire accompagnata da impegno di una emozione fondamentale. È necessario fare una lettura emozionale dei dati scientifici, perché è l’emozione, la passione, la ragione sensibile cordiale che si muoveranno all’azione. Non basta prendere conoscenza. Abbiamo bisogno di coscientizzare noi stessi, nel senso di Paolo Freire, armarsi di indignazione e di compassione e mettere mano all’opera.

Pertanto, insieme alla ragione intellettuale, indispensabile, che ha predominato per secoli, ci tocca riscattare la ragione sensibile e emozionale che era stata relegata ai margini. E essa e la nicchia dell’etica e dei valori. Ci fa sentire il dolore della Terra, la passione dei poveri e l’appello della coscienza per superare queste situazioni con un’altra forma di produrre, di distribuire e di consumare.

Il terzo atteggiamento è di lavoro critico e creativo «dentro al sistema». Già è stato detto: i vecchi dei (la conquiste e il dominio) non sono ancora morti e i nuovi (cura e responsabilità) non sono ancora nati. Siamo obbligati a vivere in una nicchia del tempo: con un piede dentro al vecchio sistema, lavorare e guadagnare la nostra vita nell’ambito delle possibilità che ci vengono offerte; e con l’altro piede dentro al nuovo che stava spuntando da tutte le parti e che assumiamo come il nostro. Ci sono molti ricettivi che possono essere implementate e che additano il nuovo.

Fondamentalmente è necessario ricomporre il «contratto naturale». La Terra è la nostra grande madre, come è stato approvato all’Onu il 22 aprile 2009. Essa ci dà tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere. La contropartita da parte nostra dovrebbe essere il ringraziamento nella forma di cura, venerazione e rispetto. Oggi abbiamo bisogno di reimparare a rispettare l’insieme della Terra, gli ecosistemi e ogni essere della natura, dato che possiedono valore intrinseco e indipendentemente dall’uso che faremo di loro come risalta dalla Carta della Terra. Questo atteggiamento è quasi inesistente nelle pratiche produttive e nei comportamenti umani. Ma possiamo risuscitare questo senso di amore, di autolimitazione della nostra voracità e di rispetto per tutto quello che esiste e vive. Esso diminuirebbe l’aggressione alla terra e farebbe dei nostri atteggiamenti qualcosa di più amichevole.

Difendere la dignità e diritti della terra, i diritti della natura, degli animali, della flora e della fauna, dato che tutti formiamo una grande comunità terrestre.

Appoggiare il movimento internazionale per un patto sociale mondiale intorno a quello che può unire tutti perché tutti dipendono da lui: l’acqua, come bene comune naturale, vitale è insostituibile.

Creare una cultura dell’acqua, non sciuparla (solo lo 0,7% di lei e accessibile all’uso umano) e renderla un diritto inalienabile per tutti gli esseri umani e per la comunità di vita.

Rinforzare l’agroecologia, l’agricoltura familiare, la permacultura, le eco-città, le piccole e piccolissime imprese di alimenti, senza pesticidi e materiale transgenico.

Cercare in forma crescente energie alternative alle fossili, come l’idroelettrica la eolica, la solare, la biomassa e altre. Insistere nel riconoscimento dei beni comuni della Terra e della umanità. Tra questi si contano l’aria, l’atmosfera, l’acqua, i fiumi, gli oceani, i laghi, le falde acquifere, la biodiversità, le sementi, i parchi naturali, le molte lingue, i paesaggi, la memoria, le conoscenze, Internet, le informazioni genetiche e altre.

La cosa più importante tuttavia, è formare una coalizione di forze con il maggior numero possibile di gruppi, movimenti, chiese, e istituzioni intorno al valore dei principi collettivamente condivisi, come quegli espressi nella Carta della Terra, nelle Mete del Millennio, nella dichiarazione delle culture originarie delle Americhe. Infine abbiamo bisogno di essere coscienti che il tempo dell’abbondanza materiale è finito, fatto sulla pelle e a dispetto dei limiti del pianeta, e senza solidarietà e pietà per le vittime di un tipo di sviluppo predatorio, individualista e ostile alla vita. La crescita economica non può essere fine a sé stante. Sta a servizio del pieno sviluppo dell’essere umano, delle sue potenzialità intellettuali, morali e spirituali. La economia verde inclusiva , la proposta brasiliana per Rio+20, non muta la natura dello sviluppo in corso perché non mette in discussione la relazione con la natura, con il modo di produzione, il livello di consumo dei cittadini e le grandi diseguaglianze sociali. Una crescita illimitata non è sostenibile da un pianeta limitato. Dobbiamo cambiare rotta, nella mente e nel cuore. Caso contrario, il destino dei dinosauri potrà essere il nostro destino.
Infine, la mia percezione del mondo mi dice che non siamo davanti a una tragedia annunziata, ma davanti a una gravissima generalizzata crisi di civiltà. Contiene molti rischi, ma, se noi vorremo, saranno evitabili. Potrebbe essere l’annunzio dei dolori del parto di un nuovo paradigma e il prezzo da pagare a una civiltà più rispettosa della Terra, più rispettosa della vita, più amica degli esseri umani e più sorella di tutti gli altri esseri della natura.

(*) Teologo, filosofo, attivo nella commissione Iniziativa della Carta della Terra, autore di Proteggere la Terra, aver cura della vita: come evitare la fine del mondo, Record, 2011.

Tradotto da Romano Baraglia