Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

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Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

lunedì 17 giugno 2013

Ipse dixit: "non possiamo non dirci liberali"



                                                   di Diego Fusaro


La frase della settimana è indubbiamente quella pronunciata da Giorgio Napolitano: “non possiamo non dirci liberali”. Non è qui importante ragionare su chi l’ha pronunciata, su qual è il suo passato e quale la sua funzione presente. Occorre, invece, concentrarsi sulla cosa stessa. E la cosa stessa è presto identificata: nell’epoca schiusasi con la data-sineddoche del 1989 e con il trionfo della libertà pensata secondo il parametro aziendale libero-scambista, il pensiero liberale si è imposto come pensiero unico dominante.

Per questo, non passa giorno senza che esso accampi la sua arrogante pretesa di essere il solo modo legittimo di pensare, di esistere e di organizzare lo spazio sociale ridotto a teatro dell’economia divenuta il solo valore direttivo di riferimento. Oggi, in tutte le sue forme, in quelle più estremistiche come in quelle più temperate, il pensiero liberale che si autoproclama il solo giusto, valido e degno di essere praticato (“non possiamo non dirci liberali”) è sempre la funzione ideologica del capitale finanziario. Sbagliano quanti pensano che oggi “liberalismo” significhi ciò che significava ai tempi di Benedetto Croce: nel presente, esso è la pura e semplice sovrastruttura del nomos dell’economia, dello spread e della dittatura del mercato.

L’odierna epoca inauguratasi con l’inglorioso crollo dei comunismi storici assume come propria dimensione simbolica di riferimento il pensiero liberale e, insieme, si proclama come il tempo della fine delle ideologie. A uno sguardo attento ed ermeneuticamente non ingenuo, essa si rivela l’epoca che, a giusto titolo, può essere qualificata come la più ideologica dell’intera storia dell’umanità: è l’epoca in cui l’unica ideologia superstite – il pensiero neoliberale, che si autocelebra come non ideologico – può contrabbandarsi come un modo di pensare naturale e non storicamente determinato; di più, come quel modo di pensare e di esistere rispetto al quale tutti gli altri appaiono illegittimi, secondo l’esiziale asserto di Napolitano.

Il pensiero unico neoliberale – nuovo oppio del popolo – non cessa di celebrare, in stile panglossiano, le virtù di un mondo in cui la libertà e l’individualità sono ricavate per astrazione dalla compra-vendita liberoscambista, dall’illimitata circolazione delle merci sul piano liscio del mercato globale. E tutto questo mentre si consuma, nel silenzio generale, l’ennesima riscrittura ideologica della storia del Novecento, secondo l’ormai consueta dialettica di rimozioni e trasfigurazioni sempre orientate all’imposizione dell’oggi come destino irredimibile. Si tratta dell’oblio integrale, e tutto fuorché ideologicamente neutro, della ricca costellazione di pensatori marxisti (Karel Kosík, Ernst Bloch, György Lukács, per menzionare i più grandi) che contestarono fermamente il socialismo reale, nell’idea che occorresse riformarlo o trasformarlo in modo radicale, e, insieme, conservarono la passione durevole della critica anticapitalistica, rimanendo fedeli all’ideale del comunismo come ulteriorità nobilitante.

Deve, allora indurre a riflettere il fatto che, in parallelo con l’odierno oblio dei molteplici critici marxisti del socialismo, si assista all’ininterrotto encomio del coro dei virtuosi critici liberali del comunismo (da Bobbio ad Aron, da Kelsen a Berlin), che demonizzano il comunismo sia reale, sia ideale (contrabbandando il primo come necessario esito del secondo), e, insieme, accettano la civiltà dello spettacolo e dell’omologazione planetaria come intrascendibile, quando non direttamente come il migliore dei mondi possibili.

La logica ideologica dirotta senza tregua la critica del passato nel circuito della glorificazione del presente. Anche questa commedia degli equivoci si inscrive a pieno titolo in quelle che Merleau-Ponty chiamava “le avventure della dialettica”. Il sistema della manipolazione organizzata promuove l’esorcizzazione compulsiva di ogni pathos trasformativo presentando il gulag come sua ineludibile conseguenza e, per questa via, neutralizzando l’eventualità e il perseguimento di un futuro alternativo tramite l’impiego ideologico della memoria. Precisare che “non possiamo non dirci liberali” equivale a sostenere che non possiamo non essere altro rispetto a ciò che siamo: in una parola, che siamo condannati a riconciliarci con l’ordine del mondo trasfigurato in destino ingiusto ma irredimibile, osceno ma non rettificabile. È significativo, a questo proposito, il ben noto iter biografico di Napolitano.

Lo scrivente, non avendo mai giustificato i crimini stalinisti, non deve neppure pentirsene e rifluire nel main stream degli apologeti di Monsieur Le Capital: può, anzi, sostenere che non possiamo dirci liberali, per i motivi a cui si è, sia pure impressionisticamente, fatto cenno poc’anzi. Essere liberali significa, nell’odierno scenario, essere per i tagli ai salari e per l’innalzamento dell’età pensionabile, per la precarizzazione e la liberalizzazione di tutto, ossia per quel tragico movimento di distruzione del futuro delle generazioni più giovani e di quelle a venire che già Kant, nel suo splendido testo del 1784 sull’Illuminismo, aveva qualificato come un “crimine ai danni dell’umanità”.

Dietro l’ipocrisia dello “schermo uniforme e perfido di cortesia”, come lo chiamava Rousseau, la violenza esercitata dal potere sui corpi e sulle vite degli individui viene oggi ipocritamente presentata come conseguenza naturale e fisiologica di quella ristrutturazione internazionalizzata dei sistemi produttivi, commerciali e finanziari che viene pudicamente definita globalizzazione e che, nei suoi tratti essenziali, è autoritariamente governata dall’alto ad opera delle politiche neoliberali che si impongono come il solo modo consentito di pensare e di esistere.

Le prestazioni ideologiche del liberalismo appaiono oggi tanto più evidenti, se si considera che, di fronte agli orrori dei sistemi politici in cui esso senza posa trova espressione, il pensiero unico percorre immancabilmente la via dell’autoassoluzione ipocrita, ripetendo che tali orrori non rispecchiano la “vera” essenza del sistema che li ha prodotti.

Come se il liberalismo fosse sempre “altro” rispetto alle oscenità che vengono prodotte nel mondo in cui esso è dominante. Con uguale ipocrisia ideologica, si potrebbe allora sostenere che, come oggi non è il “vero” liberalismo a produrre Abu Ghraib e Guantanamo, la precarizzazione sempre più oscena e i differenziali di ricchezza sempre più indecenti, analogamente non era la “vera” Russia comunista quella che produsse l’orrore dei gulag o che non era la “vera” Germania nazista quella che diede vita alla realtà luciferina di Auschwitz.

Per tutte queste ragioni (a cui se ne potrebbero agevolmente affiancare non poche altre), il primo gesto della critica dell’ideologia dovrebbe consistere oggi nel liberare dal liberalismo, ossia nel destrutturare il dispositivo narrativo che lo presenta come un modo naturale di essere e di pensare.

venerdì 14 giugno 2013

LA PATRIA LO STATO LA SIRIA




 di Alfredo Mazzucchelli:   Come anarchico la mia patria è il mondo intero sebbene la consideri anche quella una circostanza nella quale sono nato, sono cresciuto, mi sono fatto amicizie ed una famiglia, ed ho conosciuto tanti miei compagni di fede. 

Lo Stato è il mio nemico in quanto sovrastruttura autoritaria e con qualsiasi colore tenti di camuffarsi, quindi i nostri rapporti non possono essere che conflittuali e di reciproca non riconoscenza.
  
La Siria è uno Stato come tutti gli altri, quindi è oppressivo, generatore di classi egemoni e privilegiate, con l'aggravante di subire una contaminazione fondamentalista religiosa detta islamica.
  
Oggi gli imperialismi dominanti (USA-Cina-Russia e compagnie aggiunte e solidali) tentano ancora una volta di controllare quella zona mediorientale, ovviamente senza mezzi termini e colpi bassi, e tutto questo a discapito di popoli coinvolti, loro malgrado, in questo disegno assassino  che non esclude bassezze vergognose e crimini contro l'umanità. Il balletto indegno circa l'uso di gas venefici vede gli uni con le prove in mano che l'uso c'è stato, e gli altri che esibiscono le stesse prove comprovanti che l'uso non c'è stato. 

In mezzo a questo ciarlare, ci sono le vittime degli Stati e delle relative religioni, vittime alle quali va tutta la mia solidarietà, e solo a queste.

Essere radicalmente povero per essere pienamente fratello



DI LEONARDO BOFF

Una delle prime parole del Papa Francesco è stata: «Mi piacerebbe una chiesa povera per i poveri». Questo desiderio è in linea con lo spirito di San Francesco, chiamato “poverello” o “poverello d’Assisi”. Lui non ebbe la pretesa di gestire una chiesa povera per i poveri, perché questo sarebbe stato irrealizzabile all’interno del regime di “cristianità”, quando la Chiesa deteneva la totalità dei poteri. Creò tuttavia intorno a sé un movimento per una comunità di poveri con i poveri e come i poveri.
In termini di analisi di classe, Francesco apparteneva all’affluente borghesia locale. Suo padre era un ricco mercante di tessuti. Come giovane stava a capo di un gruppo di amici spensierati – giovinezza dorata – che  trascorrevano il tempo in feste e cantando i sirventesi del sud della Francia. Ormai adulto ebbe ad affrontare una forte crisi esistenziale. All’interno di questa crisi irruppe in lui una inesplicabile compassione e amore per il poveri, specialmente per i lebbrosi, isolati completamente, fuori città. Abbandonò famiglia  e  affari, scelse la povertà evangelica radicale e andò ad abitare con i lebbrosi. Gesù povero e crocifisso e i poveri in carne e ossa furono le pedine mobili del suo cambiamento di vita. Trascorse due anni in preghiere e penitenze, fino a quando non udì interiormente la chiamata del crocifisso: «Francesco, va e ricostruisci la mia Chiesa che è caduta in rovina». 
Fatica a capire che non si tratta di qualcosa di materiale, ma di una missione spirituale. Batte tutti i sentieri, predicando nei borghi il Vangelo in lingua volgare. Ma lo fa con tanta giovialità, «grazia» e forza di convinzione che affascina alcuni dei suoi antichi compagni. Nel 1209 ottenne dal papa Innocenzo 3° l’approvazione della sua «pazzia» evangelica. Comincia il movimento francescano che in meno di 20 anni arriva a più di 5000 seguaci.
 Quattro assi strutturano il movimento: l’amore appassionato al Cristo crocifisso, l’amore tenero e fraterno verso i poveri, Madonna povertà, genuina semplicità e grande umiltà.
Lasciando di lato altri punti di vista, tentiamo di capire come Francesco vedeva e conviveva con i poveri. Per i poveri non ha fatto niente (qualche lazzaretto o opera assistenziale); molto ha fatto con i poveri, perché li includeva nella predicazione del Vangelo e dove poteva stava insieme con loro; ma ha fatto anche di più: visse come i poveri. Adottò la loro vita, i loro costumi, li baciava, puliva le loro ferite e mangiava con loro. Si fece povero tra i poveri. E se gli capitava di incrociare qualcuno più povero di lui, gli dava parte della sua roba fino ad  essere realmente più povero dei poveri.
La povertà non consiste nel non avere, ma nella capacità di dare e dare ancora, sino a privarsi  di tutto. Non è un cammino ascetico. Ma  mediazione per un’ eccellenza incomparabile: l’identificazione con Cristo povero e con i poveri con i quali stabilire una relazione di fraternità. Francesco aveva intuito che le ricchezze si piazzano tra le persone, impedendo il confronto di occhio con occhio e cuore con cuore. Sono gli interessi che si mettono tra le persone e creano ostacoli alla fraternità. La povertà è lo sforzo permanente di rimuovere ricchezze e interessi di qualsiasi tipo  perché da lì risulti l’autentica fraternità. Essere radicalmente povero per poter essere pienamente fratello: questo è il progetto di Francesco; da qui l’importanza della povertà radicale.
Dobbiamo ammettere che una povertà così estrema era pesante e dura. Nessuno vive esclusivamente di esperienze mistiche. L’esistenza nel corpo e nel mondo presenta esigenze che non possono essere contraffatte. Come umanizzare questa disumanizzazione reale che comporta questo tipo di povertà? Le fonti dell’epoca testimoniano che i frati parevano «silvestres homines» (gente selvatica) che mangiano pochissimo, vanno in giro scalzi e si vestono di stracci. Ma – eccesso di meraviglia -  mai perdono l’allegria e il buonumore.
È in questo contesto di estrema povertà che Francesco  valorizza la fraternità. La povertà di uno è una sfida perché un altro si curi di lui per fornirgli - attraverso le elemosine o i attraverso il lavoro  -  il minimo necessario per dargli alloggio e sicurezza. Con questo «l’avere» è detronizzato nella sua pretesa di conferire sicurezza e umanizzazione. Francesco vuole che ogni frate compia la missione di madre verso l’altro, perché le madri sanno come aver cura degli altri,  specialmente dei malati. Soltanto la cura reciproca umanizza l’esistenza come bene ha dimostrato M. Heidegger nel suo «Essere e tempo».
Per chi viveva totalmente sprotetto, la fraternità significava effettivamente tutto. Il biografo Tommaso da Celano descrive la giovialità e l’allegria in mezzo a severa povertà. Osserva: “Pieni di nostalgia, cercavano di incontrarsi; felici erano quando potevano stare insieme; la separazione era dolorosa, amara la partenza, triste la separazione”. Lo spogliarsi  totale li preparava a sfruttare la bellezza del mondo perché non volevano possedere ma soltanto gustare.
Sono molte le lezioni che si possono trarre da questa avventura spirituale. Soffermiamoci su una soltanto: per Francesco le relazioni umane si devono costruire sempre partire da quelli che non sono e non hanno, secondo il metro dei potenti. Devono essere abbracciati come fratelli. Solo una fraternità che viene dal basso e che a partire da lì ingloba tutti gli altri, è veramente umana e sostenibile. La chiesa che abbiamo oggi mai sarà come i poveri,  ma può essere ‘per’ e ‘con’ con i poveri come sogna il Papa Francesco.
Traduzione di Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com


martedì 11 giugno 2013

La «tentazione» di Francesco di Assisi e la possibile «tentazione» di Francesco di Roma

                              



               Leonardo Boff, teologo e filosofo.
Non dobbiamo immaginare che santi e sante siano liberi da ingiunzioni della comune condizione umana che conosce momenti di esaltazione e di frustrazione, tentazioni pericolose e riuscite coraggiose. Non è stato differente con San Francesco, presentato come «il fratello sempre allegro», cortese e che viveva una fusione mistica con tutte le creature stimate come fratelli e sorelle. Ma al tempo stesso, era il tipo  preso da grandi passioni e ire profonde quando vedeva i suoi ideali traditi dai fratelli. Il suo migliore biografo Tommaso da Celano con crudele realismo ha testimoniato che Francesco soffriva tentazioni di «violenta lussuria», che sapeva simbolicamente sublimare.
C’è però un fatto che la storiografia pietosa dei francescani praticamente nasconde ma che è molto studiato dalla critica storica. Viene chiamato «La grande tentazione». Gli ultimi cinque anni di vita di Francesco (morì nel 1226), sono segnati da profonde angustie, quasi disperazione, oltre alle gravi malattie che lo affliggevano come la malaria e la cecità. Il problema era oggettivo: il suo ideale di vita consisteva nel  vivere in estrema povertà, radicale semplicità e spoglio di ogni potere, soltanto appoggiato al Vangelo letto senza glosse che generalmente ne annacquano il senso rivoluzionario. Accadde che in pochi anni, il suo stile di vita stimolò migliaia di seguaci, più di 5000. Come dar loro alloggio? Come dar loro da mangiare? Molti erano sacerdoti e teologi come Sant’Antonio. Il suo movimento non aveva nessuna struttura né riconoscimenti legali. Era un puro sogno preso sul serio. Lo stesso Francesco si vede come un «novellus pazzus» come un nuovo pazzo che Dio volle nella chiesa ricchissima, governata da Innocenzo III, il più potente tra i papi della storia. A partire dall’estate 1220 scrisse la regola in varie versioni che furono tutte rifiutate dall’insieme della fraternità. Erano troppo utopistiche. Frustrato e sentendosi inutile, decide di rinunziare alla direzione del movimento. Pieno di angustie senza sapere più che fare, si rifugia per due anni nei boschi, visitato soltanto dall’amico intimo fra Leone. Aspetta una illuminazione divina che non viene. In questo frattempo, viene redatta una regola segnata dall’influenza della Curia Romana e dal Papa che trasforma il movimento in ordine religioso: l’Ordine dei Frati Minori con struttura e propositi definiti. Francesco, con dolore, umilmente, l’accetta. Ma lascia chiaro che non ne avrebbe mai più discusso se non prendendo esempi del primitivo sogno. La legge trionfa sulla vita, il potere ha circoscrive il carisma. Ma rimane lo spirito di Francesco:  povertà, semplicità e fraternità universale che ci ispira fino al giorno d’oggi. Morì all’interno di una grande frustrazione personale ma senza perdere la giovialità. Morì cantando salmi e cantilene di amore della Provenza.
Francesco di Roma sicuramente starà affrontando la sua «grande tentazione», non più piccola di quella di Francesco di Assisi. Dovrà riformare la Curia Romana, una istituzione che conta circa 1000 anni. Lì sta cristallizzato il potere sacro (sacra potestas) in forma amministrativa. Insomma si tratta di amministrare una istituzione con una popolazione come la Cina: 1 miliardo e duecento milioni di cattolici. Ma è necessario avvertire subito: dove c’è potere difficilmente comandano l’amore e la misericordia. È l’impero della dottrina, dell’ordine e della legge che per loro natura includono o escludono, approvano o condannano. Dove esiste potere, specialmente in una monarchia assoluta come lo Stato del Vaticano, sempre troviamo un anti-potere, intrighi, carceri, carrierismo e dispute per avere più potere ancora. Thomas Hobbes nel suo Leviatã (1651) ha visto chiaro: «Non si può garantire il potere se non cercando potere e sempre più potere».
Il Francesco di Roma, l’attuale vescovo locale e papa dovrà interagire con questo potere, segnato da mille astuzie e, a volte, dalla corruzione. Sappiamo di papi anteriori che si erano proposti di riformare la Curia, sappiamo di resistenze, di frustrazioni che hanno dovuto tollerare e sappiamo perfino di sospetti di eliminazione fisica di papi, fatte da persone dell’amministrazione ecclesiastica. Francesco di Roma possiede lo spirito di Francesco di Assisi: la povertà, la semplicità e lo spoliazione del potere. Ma per nostra felicità è gesuita,  con un’altra formazione dotato del famoso «discernimento degli spiriti», proprio dell’Ordine. Una tenerezza esplicita in tutto quello che fa ma può mostrare anche vigore  inusuale come succede a un Papa che ha la missione di restaurare la chiesa moralmente in rovina.
Francesco di Assisi aveva pochi consiglieri, sognatori come lui che praticamente non sapevano come aiutarlo. Francesco di Roma si è circondato da consiglieri scelti da tutti i continenti, in maggioranza anziani vale a dire, che hanno avuto esperienze nell’esercizio del potere sacro. Francesco di Roma dovrà darsi un altro profilo: più servizio che comando; più spoliazione che fronzoli e simboli del potere di palazzo; più con “odore di pecore» che di profumi di fiori da altare. Il portatore di potere sacro deve essere anzitutto pastore prima che autorità ecclesiastica; presiedere più nella carità e meno con il diritto canonico; deve essere fratello tra altri fratelli anche se con responsabilità differenziate.
Francesco di Roma riuscirà ad affrontare la sua «grande tentazione» ispirato dal suo omonimo di Assisi? Credo che saprà avere la mano ferma e non gli mancherà il coraggio per servire quello che il suo «discernimento degli spiriti» gli detta per restaurare di fatto la credibilità della Chiesa e restituire fascino alla figura di Gesù.
Traduzione di Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.

lunedì 3 giugno 2013

Miseria del laicismo




                                                             di Diego Fusaro


Il primo gesto filosofico consiste sempre nell’esercizio del dubbio, vuoi anche nella cartesiana forma “iperbolica”, rispetto ai luoghi comuni e alle verità inerzialmente ammesse dai più. Il cosiddetto laicismo può, a giusto titolo, costituire un fecondo luogo di esercizio del dubbio filosofico. Il laiscimo – vera e propria religione del nostro tempo – si presenta urbi et orbi come ideologia neutra e avalutativa, che assume come scopo primario la liberazione dell’uomo dalle visioni assolutistiche, quando non fondamentalistiche, e dunque anzitutto da quelle religiose.

È questa, salvo errore, la cifra del laicismo da Paolo Flores D’Arcais a Eugenio Scalfari, da Michel Onfray a Piergiorgio Odifreddi, giusto per citare i principali esponenti di questo neoilluminismo che si autocelebra come il fronte più avanzato dell’emancipazione. Per essere il più sintetico e il più chiaro possibile, il laicismo è assai peggio del mare che aspirerebbe a curare. E perché? Per il fatto che, contestando tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il laicismo integralista si pone come il completamento ideologico ideale del dilagante fanatismo economico, in cui l’Economist diventa l’Osservatore Romano della globalizzazione capitalistica e le leggi imperscrutabili del Dio monoteistico divengono le inflessibili leggi del mercato mondiale. In questo, il laicismo rivela la sua natura di fondamentalismo illuministico svuotato della sua nobile funzione emancipativa (à la Voltaire, per intenderci) e ridotto a semplice funzione espressiva del capitale e delle sue lotte contro ogni divinità non coincidente con il mercato.

Per gli odierni corifei del laicismo, instancabili lavoratori presso la corte del re di Prussia, la sottomissione alla superstizione religiosa dev’essere destrutturata in modo che domini incontrastata la sola superstizione economica. L’obbedienza servile deve essere riservata unicamente all’economia, alle “sfide della globalizzazione”, all’insindacabile giudizio del mercato, al vincolo del debito e alla dittatura delle agenzie di rating. L’essenza intimamente teologica del nuovo ordine della produzione – il nomos dell’economia – affiora eminentemente dalla sua pretesa assolutistica di esaurire il senso delle cose, ponendosi come fondamento incondizionato del reale e del simbolico, coartando gli uomini a praticare un culto ignaro e alienato al cospetto della propria forza associata e, al tempo stesso, disgiuntasi da loro e tale da non venir più riconosciuta nella sua reale configurazione di prodotto storico della prassi oggettivata. Forse che l’Assoluto del nostro tempo non è il monoteismo del mercato? Forse che la teologia del nostro tempo non è l’economia, ossia la teologia della disuguaglianza sociale? Per i laicisti no, il problema è sempre e solo il Dio trascendente, è sempre e solo il fanatismo della religione tradizionale. È il capitale stesso che deve delegittimare ogni religione che non sia il monoteismo del mercato: qui emerge chiaramente il ruolo di instancabili lavoratori presso la corte del re di Prussia dei fanatici del laicismo.

Il vero dilemma del nostro tempo non sta nell’ennesima riproposizione di un illuminismo che contesti le divinità trascendenti: è questo, per inciso, l’ostinato orizzonte illuministico di una sterminata galassia di testi recenti – come ilTraité d’athéologie, del 2005, di Michel Onfray –, che già ai tempi di Feuerbach sarebbero stati considerati “superati”. Al contrario, ciò di cui più si avverte il bisogno, oggi, è un nuovo illuminismo che contesti incondizionatamente l’Assoluto capitalistico e l’esistenza di presunte leggi economiche oggettive della produzione, sottoponendo a critica l’onnipervasivo monoteismo del mercato senza per questo cadere nell’elogio nostalgico dei comunismi novecenteschi. Mi si permetta di concludere sostenendo senza remore che, supporto ideale per l’universalizzazione della forma merce, il laicismo si configura oggi come l’involucro ideologico per la globalizzazione, per il liberalismo e per la santificazione del monoteismo del mercato. Per questo, se mi si definisce laico, respingo garbatamente la definizione.


sabato 1 giugno 2013

Segni dello Spirito nel mondo




                                                    di Leonardo Boff

Già da parecchio tempo, si è diffusa una teologia dei “segni dei tempi”, come forma di percezione di un disegno divino per la storia umana. Questo procedimento è arrischiato, perché per conoscere i segni bisogna conoscere i tempi. E questi, al giorno d’oggi, sono complessi, quando non contraddittori. Ciò che per alcuni è segno dello Spirito, può essere un anti-segno per altri.
Però alcuni eventi si impongono alla considerazione di tutti, perché possiedono un’evidenza in se stessi. Ne prenderemo in considerazione alcuni, per la densità di significato che contengono.
Il primo è senza dubbio il processo di Planetizzazione. Questa, più che un fatto economico e politico innegabile, rappresenta un fenomeno storico-antropologico: l’umanità si scopre come specie, che abita la stessa e unica Casa, il pianeta Terra, con un destino comune. Esso anticipa quello che già Pierre Teilhard de Chardin diceva nel 1933 a partire dal suo esilio ecclesiastico in Cina: stiamo nell’anti-sala di una nuova fase dell’umanità: la fase della noosfera, vale a dire della convergenza delle menti e dei cuori che costituiscono una unica storia insieme alla storia della Terra. Spirito che è sempre di unità, di riconciliazione e di convergenza nella diversità.
Altro segno rilevante è costituito dai Forum sociali mondiali che a partire dall’anno 2000 hanno cominciato a realizzarsi a Porto Aalegre-RS. Per la prima volta nella storia moderna, i poveri del mondo intero, facendo da contrappunto alle riunioni dei ricchi nella città svizzera di Davos, sono riusciti ad accumulare tanta forza e capacità di articolazione, che hanno finito per incontrarsi a migliaia e per presentare le loro esperienze di resistenza e di liberazione e alimentare un sogno collettivo che un altro mondo è possibile e necessario. Lì si notano alcuni germogli del nuovo paradigma di umanità, capace di organizzare in modo diverso la produzione, il consumo, la preservazione della natura e l’inclusione di tutti in un progetto collettivo che garantisca un futuro di vita.
La primavera araba nasce pure come un segno dello Spirito nel mondo. Essa ha incendiato il Nord Africa e si è realizzata sotto il segno della ricerca di libertà, di rispetto dei diritti umani e nella integrazione delle donne, ritenute come uguali nei processi sociali. Dittature buttate giù, prove di democrazia, il fattore religioso è sempre più valorizzato nel montaggio della società ma lasciando da parte gli aspetti fondamentalisti. Tali fatti storici devono essere interpretati, al di là della loro lettura secolare e socio-politica, come emergenze dello Spirito di libertà e di creatività.
Chi potrebbe negare, che a una lettura biblico-teologica, la crisi del 2008 che ha interessato principalmente il centro dei potentati economico-finanziari del mondo, là dove stanno i grandi conglomerati economici che vivono di speculazione alle spalle della destabilizzazione di altri paesi e della disperazione delle loro popolazioni, chissà che non sia pure un segno dello Spirito Santo? Questo segno è un avviso che la perversità ha dei limiti e che su di loro potrà venire un giudizio severo di Dio: la loro completa disfatta.
Come contropartita al segno negativo anteriore, c’è il segno positivo dei movimenti di vittime che si sono organizzati in Europa come “Indignati” Spagna e Inghilterra e i “occupies Wall Street” negli Usa. E si rivelano un’energia di protesta e una ricerca di nuove forme di democrazia e di organizzare la produzione, la cui fonte ultima nella lettura dal punto di vista della fede, si trova nello Spirito.
Altro segnale dello Spirito nel mondo ha acquistato forma in una crescente coscienza ecologica di un numero sempre maggiore di persone nel mondo intero. I fatti non possono essere negati: ci siamo spinti avanti sino alle ultime possibilità della Terra, gli ecosistemi sempre più stanno esaurendosi, l’energia fossile, motore segreto di tutto il nostro processo industriale, ha i giorni contati e il riscaldamento globale che non smette di aumentare e che, dentro alcune decenni, può minacciare tutta la biodiversità.
Siamo i principali responsabili di questo caos ecologico. Si fa urgente un altro paradigma di civiltà che corre sulla linea delle visioni già provate nell’umanità come il “bien-vivir” (sumak kawsay) dei popoli andini, l’indice «di felicità bruta» del Butan, l’ecocialismo, l’economia solidale e biocentrata, una ben intesa economia verde ossia progetti da cui centralità è posta nella vita, nell’umanità e nella Terra viva.
Infine, un grande segno dello Spirito nel mondo è il sorgere di movimenti femministi e dell’ecofemminismo. Le donne non solo hanno denunciato la dominazione secolare dell’uomo sulla donna (questione di genere) ma in particolare tutta la cultura patriarcale. L’irruzione delle donne in tutti i campi dell’attività umana, nel mondo del lavoro, nei centri del sapere, nel campo della politica e dell’arte, ma principalmente con una rigorosa riflessione, a partire dalla condizione femminile, su tutta la realtà, deve essere vista come una irruzione poderosa dello Spirito nella storia.
La vita è minacciata sul pianeta. La donna è connaturale alla vita, perché la genera e se ne prende cura sempre. Il secolo ventuno sarà, credo io, il secolo delle donne, di quelle che, insieme con gli uomini, assumeranno sempre di più le responsabilità collettive. Sarà per mezzo loro che i valori che esse maggiormente testimoniano come la cura, la cooperazione, la solidarietà, la compassione, l’amore incondizionato staranno alla base del nuovo del nuovo saggio di civiltà planetaria.

Traduzione di Romano Baraglia –