Contrariamente ad altri, credo che l'elezione di Trump sia stato un bene, ma non per quello che egli sta facendo, quanto piuttosto per suonare una sveglia forte e chiara non solo agli americani (e considero tali non solo gli statunitensi ma tutti gli abitanti di quel continente da Nord a Sud), ma anche a tutti gli europei.
Non si poteva andare avanti con un falso progressismo e con una minaccia costante di un radicalismo di destra, era del tutto evidente che la gente si era stufata, un po' ovunque, di sostenere il “meno peggio” e alla fine ha finito per votare “il peggio del peggio”. Non credo infatti che la costante divaricazione tra ricchi e poveri, la perdurante minaccia al diritto individuale e internazionale, la violazione di ogni criterio di buon senso anche nelle relazioni economiche tra nazioni alleate, e infine la minaccia di invadere un territorio europeo di un Paese membro della NATO, possa avere paragoni con qualcosa di peggio. O meglio, di peggiore ci sta solo una guerra generalizzata e intercontinentale, e che Dio ce ne scampi.
Trump ha detto esplicitamente che l'unico limite alle sua azioni non sono le regole internazionali ma la “sua morale”, difficile immaginare come la sua “morale” sia condivisibile su scala non solo nazionale, ma globale.
Un Paese fondato e cresciuto, fino a divenire una superpotenza, grazie al lavoro e all'integrazione di immigrati di ogni genere (anche Trump ha antenati immigrati) ora ha aperto una vera e propria “caccia all'immigrato” con milizie mascherate e armate fino ai denti, che operano infischiandosene delle leggi locali e agendo impunemente e senza alcun controllo, ovunque negli USA.
Il presidente americano ora non solo minaccia tutto il suo continente con una esplicita volontà egemonica imperialista che si è già tradotta nel rapimento di un Capo di Stato regolarmente eletto in Venezuela e la prospettiva di fare lo stesso, ovunque nel Sudamerica gli interessi degli USA siano minacciati, mostrando apertamente la pretesa di volere annettere pure il Canada, ma ambisce pure a invadere la Groenlandia che, con le buone o con le cattive, deve essere sottoposta al dominio statunitense per prevenire presunte ingerenze cinesi o russe su quell'isola.
La questione della Groenlandia è abbastanza complessa e non riducibile a dispute territoriali su un territorio abitato da soli 56.500 abitanti e una densità di popolazione di circa 0,03 ab./kmq. Il territorio è vasto ma piuttosto ricco di risorse minerarie come oro, diamanti, petrolio, rame, grafite, ferro, nichel, titanio, tungsteno, zinco e terre rare, tutte però di difficile sfruttamento data la presenza di ghiacci e di un clima molto rigido che però, con il surriscaldamento climatico, presenterà probabilmente una fisionomia futura diversa.
Più cruciale è la posizione strategica per le rotte commerciali e per le traiettorie dei missili intercontinentali in particolare tra Russia e USA, tanto che le basi radar USA ai tempi della guerra fredda erano molto più numerose.
Recentemente il comandante NATO in Europa ha dichiarato che si sono intensificate manovre navali congiunte tra Cina e Russia nella zona artica, ma non ha menzionato in alcun modo la Groenlandia e non ci sono stati avvistamenti di sottomarini russi lungo le sue coste, quindi non esiste attualmente una minaccia russa o cinese nei confronti della Groenlandia.
Siamo solo al paradosso che, mentre quest'isola dovrebbe essere tutelata da manovre congiunte dei Paesi della Nato, tutte con lo stesso scopo, ora invece assistiamo al rafforzamento della presenza di alcuni Paesi “volenterosi” europei appartenenti alla NATO, nel territorio della Groenlandia, per difenderlo dalla minaccia del principale Paese che appartiene alla NATO, cioè gli Stati Uniti.
Probabilmente questa presenza, per ora si limiterà a studiare il territorio in vista di ulteriori strategie di difesa e della presenza più cospicua di militari europei, però non può non risaltare il fatto che questo agire in ordine sparso rappresenta una minaccia alla stessa esistenza della NATO la quale, per stessa dichiarazione delle autorità danesi, se gli USA effettivamente invaderanno la Groenlandia, non esisterà più. Ovviamente a tutto beneficio di Russia e Cina che stanno rafforzando la loro collaborazione nel settore militare
Se dunque il nostro Ministro della Difesa dichiara che questa situazione equivale ad una “barzelletta”, la questione in realtà, si presenta assai più seria.
La domanda molto seria infatti è: se l'Europa si trova di fronte ad una doppia minaccia militare ad Est da parte della Russia e ad Ovest da parte degli USA, ha la forza diplomatica e militare per reagire e tutelarsi efficacemente? E soprattutto ha una adeguata unità di intenti per difendere la sua integrità territoriale e la sua dignità in campo internazionale?
Non è facile rispondere soprattutto considerando che le divisioni in tal senso già appaiono particolarmente evidenti, tra l'interventismo di alcuni e l'inerzia di altri, soprattutto dove un certo sovranismo da operetta si sta affermando con malcelata sudditanza verso l'una o l'altra delle grandi potenze che minacciano il nostro continente, e si affermerà ancora di più se certe destre radicali avanzeranno ulteriormente. E' così del tutto evidente che un intervento militare non solo rischia di decretare la fine della NATO, ma anche di spaccare profondamente la UE, minando le basi stesse della sua esistenza e il risultato sarebbe solo una nuova divisione dell'Europa in base alle nuove sfere di influenza, per non parlare di scenari bellici che rischierebbero di allargarsi tragicamente.
Una risposta efficace dovrebbe essere invece, di fronte alle palesi minacce di Trump, quella di palesare il blocco delle trattative commerciali tra USA e UE, così come si è fatto con le sanzioni verso la Russia. Ma per ora, non abbiamo altro che unanimità di dichiarazioni di vari intenti ben lungi dall'essere applicati.
D'altra parte Trump, che ha di fronte una nazione con un debito stratosferico e in preda a conflitti sociali crescenti a causa del costo della vita, della mancanza di adeguate tutele sanitarie, con un livello di povertà crescente soprattutto tra neri e ispanici, invece di prendere seriamente in considerazione la necessità di applicare un minimo di criterio di giustizia sociale, come in tutti i regimi autoritari, scarica le tensioni interne sull'esterno e pratica all'interno una repressione brutale, minacciando di sparare ai manifestanti come se essi fossero truppe insurrezionali
Gli Stati Uniti non devono dimenticare che la guerra più sanguinosa che hanno combattuto è stata quella contro loro stessi, che ha mietuto più vittime di tutte le altre combattute durante la loro storia. In duecento anni la guerra con maggiori vittime statunitensi è stata la loro guerra di secessione, questa è la tristissima verità e le tensioni generate da quel conflitto non sono tuttora esaurite se perdura la minaccia di abbattere persino le statue dei generali confederati.
Trump invece preferisce distogliere l'attenzione puntando sulle proteste che avvengono in altri Stati lontani come l'Iran, lasciando credere di poter intervenire quando si sa bene che avrebbe contro la gran parte degli Stati dell'area Mediorientale e persino la Turchia.
Quindi il suo apparente sostegno ai manifestanti che in Iran, Paese dalla cultura e tradizioni laiche millenarie radicate nella religione zoroastriana, dove tuttora si impiccano omosessuali, adulteri e prostitute, reclamano la fine di un regime teocratico, in realtà non serve ad altro che a far uscire allo scoperto una massa di persone che si illudono di avere appoggi esterni, ma che concretamente, in tal modo, risultano solo più facilmente perseguibili dal regime al potere.
Perché a guardar bene, un cambio radicale di regime non conviene nemmeno ad Israele tuttora governata dal un regime sionista che è tra i principali sostenitori e finanziatori di Trump e che lo ha spinto a dare con i suoi “bombardamenti mirati” un segnale forte al governo iraniano. Un altro governo sarebbe infatti una mina vagante per Israele e quindi più difficile da prevedere e da controllare
La storia contemporanea è purtroppo un palcoscenico in cui i principali attori appaiono sempre più autoreferenziali, e più di tutti nel regime che si è affermato negli USA. In questo scenario le ragioni della libertà e della responsabilità sembra stiano tramontando a favore di quelle della sicurezza di pochi a danno dei molti, è evidente che con esse si esaurisce il fondamento stesso della democrazia e dei diritti civili e sociali che hanno animato le pagine migliori della storia di un Occidente che vinse più di 80 anni fa il feroce autoritarismo e la dittatura.
Il mondo attuale è un mondo molto più popoloso di quello di 80 anni fa e molto più interdipendente con i mezzi di comunicazione e con quelli di trasporto, farlo ricadere di nuovo nel tribalismo nazionalista significherebbe sancire il suo suicidio di massa, o meglio l'omicidio delle sue oligarchie nei confronti delle masse popolari, cosa che avviene in tutte le guerre su larga scala. E' ora che queste imparino a difendersi, e ad insorgere, se necessario, saldandosi tra loro, indipendentemente dai confini nazionali e dai regimi oligarchici che le opprimono.
Lo diceva Aristotele nella sua Politica, già nel IV secolo A.C. “Ciò per cui la democrazia e la oligarchia differiscono l'una dall'altra, sono la povertà e la ricchezza, così che dove dominano i ricchi, in molti o in pochi che siano, ci sarà necessariamente una oligarchia”
Basta guardarsi intorno, direi ovunque nel mondo, per verificare quale dominio sia in atto oggi. E i suoi servi sono sempre meno disposti a morire per cambiarlo, anche se il loro strapuntino si riduce sempre di più, peccato che la "coscienza di classe" oggi sia ormai una espressione pressoché sconosciuta
Carlo Felici

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