sabato 30 giugno 2012
120 anni dopo un Socialismo per la vita e non per la morte
Care compagne e cari compagni,
Senza Lugo, Paraguay sospeso «finché durerà l’anomalia»
Sospeso «finché durerà l’anomalia».Questa la decisione presa nei
confronti del Paraguay dai paesi del Mercado comune del Sur (Mercosur),
riuniti a Menzoza, in Argentina. Per i ministri degli esteri di Brasile,
Uruguay, Argentina – paesi del Mercosur – l’anomalia si è determinata
con la destituzione del presidente Fernando Lugo, sfiduciato da un voto
del Senato paraguayano il 22 giugno. Al suo posto, come previsto dalla
costituzione, è subentrato il vicepresidente Federico Franco, del
Partido liberal radical autentico (Plra), una formazione di destra che
aveva sostenuto l’elezione di Lugo, nel 2008, per poi contrastarla
dall’interno al primo accenno di aperture sociali.
A nove mesi dalle elezioni, si è aperta così, all’insegna dei poteri forti, la campagna per le presidenziali dell’aprile 2013 in Paraguay. Franco, secondo la legge, resterà in carica fino ad agosto 2013. I paesi progressisti dell’America latina non lo hanno però riconosciuto, né è stato invitato a Mendoza.
La presidente del Brasile, Dilma Rousseff aveva preannunciato che il Paraguay avrebbe potuto essere espulso dal Mercosur e dalla Unasur (riunita anch’essa a Mendoza). La sua omologa argentina, Cristina Fernandéz aveva precisato, lo stesso giorno, che Buenos Aires non avrebbe accettato «il colpo di stato in Paraguay». Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha ritirato l’ambasciatore, dichiarando che il suo paese «non riconoscerà nessun altro governo che non sia quello di Lugo». Sulla stessa linea anche il boliviano Evo Morales. Più prudente, il presidente peruviano, Hollanta Humala, aveva definito la vicenda «un rovescio per la democrazia che obbliga i nostri paesi a vigilare». Il Brasile ha impiegato tutto il suo peso per ottenere anche il pronunciamento di due governi di destra, quello del Cile e della Colombia.
«È in questo modo che adesso si fanno i colpi di stato», ha detto subito il ministro degli Affari esteri venezuelano, Nicolas Maduro. È così, infatti che, il 29 giugno del 2009, cadde in Honduras il governo di Manuel Zelaya. È in questo modo che sarebbe caduto il governo Chávez nel 2002, quello di Morales nel 2008 e quello di Correa nel 2010.
Il Venezuela, primo produttore di petrolio al Paraguay per via dei buoni rapporti intrattenuti con l’ex «vescovo dei poveri» Fernando Lugo, ha ottenuto l’adesione al Mercosur nel 2006. L’opposizione del Partido colorado – la formazione di estrema destra che ha tenuto in mano il Paraguay per 62 anni, che ha vinto anche le ultime legislative ed è maggioritaria al senato – ne ha però impedito l’effettiva presenza. Il senatore del Partido Colorado Alfredo Stroessner, nipote dell’omonimo generale che ha governato il paese dal ’54 all’89, ha motivato la posizione del suo partito: in Venezuela – ha affermato – c’è «poca democrazia», Chávez esercita «poteri assoluti». Stroessner si è detto disponibile a rivedere la sua posizione qualora si verificasse un cambio di governo in Venezuela: ovvero in caso di vittoria del candidato di centro-destra Enrique Capriles Radonski, che corre contro Chávez alle presidenziali del 7 ottobre.
Intanto, un folto gruppo di associazioni contandine e di movimenti brasiliani ha trasmesso al ministero degli Esteri del proprio paese la richiesta di veder entrare il Venezuela nel Mercosur. Un’eventualità che ora potrebbe farsi più vicina se l’indagine del Mercosur verificasse la mancanza di «ordine democratico» in Paraguay da qui alle elezioni di aprile e lo espellesse dal blocco regionale. Resta da vedere con quali strumenti il Mercosur – che non ha emesso altre sanzioni – potrà premere sul nuovo governo. Franco ha già annunciato che non riconoscerà le decisioni prese da Mercosur e Unasur. Ieri, il governo ecuadoregno ha respinto le accuse della ministra della Difesa paraguayana, secondo la quale Ecuador e Venezuela starebbero istigando le forze armate del suo paese a una sollevazione militare.
A nove mesi dalle elezioni, si è aperta così, all’insegna dei poteri forti, la campagna per le presidenziali dell’aprile 2013 in Paraguay. Franco, secondo la legge, resterà in carica fino ad agosto 2013. I paesi progressisti dell’America latina non lo hanno però riconosciuto, né è stato invitato a Mendoza.
La presidente del Brasile, Dilma Rousseff aveva preannunciato che il Paraguay avrebbe potuto essere espulso dal Mercosur e dalla Unasur (riunita anch’essa a Mendoza). La sua omologa argentina, Cristina Fernandéz aveva precisato, lo stesso giorno, che Buenos Aires non avrebbe accettato «il colpo di stato in Paraguay». Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha ritirato l’ambasciatore, dichiarando che il suo paese «non riconoscerà nessun altro governo che non sia quello di Lugo». Sulla stessa linea anche il boliviano Evo Morales. Più prudente, il presidente peruviano, Hollanta Humala, aveva definito la vicenda «un rovescio per la democrazia che obbliga i nostri paesi a vigilare». Il Brasile ha impiegato tutto il suo peso per ottenere anche il pronunciamento di due governi di destra, quello del Cile e della Colombia.
«È in questo modo che adesso si fanno i colpi di stato», ha detto subito il ministro degli Affari esteri venezuelano, Nicolas Maduro. È così, infatti che, il 29 giugno del 2009, cadde in Honduras il governo di Manuel Zelaya. È in questo modo che sarebbe caduto il governo Chávez nel 2002, quello di Morales nel 2008 e quello di Correa nel 2010.
Il Venezuela, primo produttore di petrolio al Paraguay per via dei buoni rapporti intrattenuti con l’ex «vescovo dei poveri» Fernando Lugo, ha ottenuto l’adesione al Mercosur nel 2006. L’opposizione del Partido colorado – la formazione di estrema destra che ha tenuto in mano il Paraguay per 62 anni, che ha vinto anche le ultime legislative ed è maggioritaria al senato – ne ha però impedito l’effettiva presenza. Il senatore del Partido Colorado Alfredo Stroessner, nipote dell’omonimo generale che ha governato il paese dal ’54 all’89, ha motivato la posizione del suo partito: in Venezuela – ha affermato – c’è «poca democrazia», Chávez esercita «poteri assoluti». Stroessner si è detto disponibile a rivedere la sua posizione qualora si verificasse un cambio di governo in Venezuela: ovvero in caso di vittoria del candidato di centro-destra Enrique Capriles Radonski, che corre contro Chávez alle presidenziali del 7 ottobre.
Intanto, un folto gruppo di associazioni contandine e di movimenti brasiliani ha trasmesso al ministero degli Esteri del proprio paese la richiesta di veder entrare il Venezuela nel Mercosur. Un’eventualità che ora potrebbe farsi più vicina se l’indagine del Mercosur verificasse la mancanza di «ordine democratico» in Paraguay da qui alle elezioni di aprile e lo espellesse dal blocco regionale. Resta da vedere con quali strumenti il Mercosur – che non ha emesso altre sanzioni – potrà premere sul nuovo governo. Franco ha già annunciato che non riconoscerà le decisioni prese da Mercosur e Unasur. Ieri, il governo ecuadoregno ha respinto le accuse della ministra della Difesa paraguayana, secondo la quale Ecuador e Venezuela starebbero istigando le forze armate del suo paese a una sollevazione militare.
venerdì 29 giugno 2012
Termini della discussione ecologica attuale
Leonado Boff
Filosofo/teologo
La
Rio +20 ha provocato una vasta discussione sulle questioni ecologiche.
Non tutti capiscono i termini tecnici della problematica. Pubblichiamo
qui un articolo dell’ecologo più conosciuto dello Stato di Rio de
Janeiro, Arthur Soffiati, di Campos de Goytacazes, RJ, fondatore del
Centro Fluminense per la Conservazione della Natura. L’ articolo è
apparso il 14 maggio 2012 sul quotidiano Folha da Manha di
quella città. Ecco le parole principali: Ecosviluppo, sviluppo
sostenibile, economia verde, impronta ecologica, antropocene.
Da
circa 11.000 anni la temperatura della Terra ha cominciato a elevarsi
naturalmente, producendo lo scioglimento progressivo dell’ultima grande
glaciazione. Grande parte dell’acqua, passando dallo stato solido al
liquido, ha elevato il livello dei mari, ha separato le terre dei
continenti, ha formato isole, ha favorito la formazione di foreste e di
altri ambienti. Gli scienziati hanno dato a questa nuova fase il nome
di Olocene.
In
questi ultimi 11.000 anni, di tutti gli ominidi è sopravvissuto
soltanto l’«homo sapiens», diventato sovrano in tutto il pianeta. Con
il cervello ben sviluppato, si trovò sfidato dalle nuove condizioni
climatiche e addomesticò piante e animali, inventando l’agropecuaria,
creò la tecnologia per lavorare le pietre, inventò la ruota, il telaio e
la metallurgia. In seguito creò città, imperi, depositi di acqua,
condutture e irrigazione. Varie civiltà oltrepassarono i limiti degli
ecosistemi in cui erano sorte, generando crisi ambientali che
contribuirono alla loro estinzione.
E
qui siamo al concetto di orma ecologica. Esso si riferisce al grado di
impatto ecologico per un individuo, per una impresa, una economia, una
società. L’impronta ecologica delle civiltà anteriori alla civiltà
occidentale, ha sempre avuto un carattere regionale, che fossero
reversibili o no. L’Occidente è stata la civiltà che ha calzato gli
stivali più pesanti conosciuti fino a quel momento. Il peso cominciò
con il capitalismo, che ha trasformato il mondo. A partire dal 15º
secolo, la civiltà occidentale (leggi: europea) cominciò a lasciare
tracce profonde con l’espansione marittima. Imposero la loro la loro
cultura ad altre aree del pianeta. Il mondo fu occidentalizzato e passò
a sua volta a incidere profondamente sull’ambiente.
Venne
allora un’altra grande trasformazione con la rivoluzione industriale,
la cui origine va situata nell’Inghilterra del secolo 18º. Si espanse
per tutto il mondo, dividendolo in paesi industrializzati e paesi
esportatori di materia prima.
A partire da questa rivoluzione, comincia
a crearsi un’altra grande realtà planetaria, con emissioni di gas
produttori di riscaldamento globale, devastazioni di foreste,
impoverimento della biodiversità, uso indebito del suolo, urbanizzazione
massiccia, alterazioni profonde nei cicli dell’azoto e del fosforo,
contaminazione dell’acqua dolce, assottigliamento dello strato di ozono e
estrazione eccessiva di risorse naturali non rinnovabili, che, a sua
volta, produce quantità inaudite di rifiuti. Gli scienziati stanno
dimostrando che, dentro all’era dell’olocene,
(holos=intero+koinos=nuovo), l’azione umana collettiva del capitalismo e
del socialismo ha provocato una crisi ambientale senza precedenti
nella storia della Terra perché generata da una sola specie. Essi
stanno denominando il periodo post rivoluzione industriale del secolo 18
“antropocene”, ossia una fase geologica costruita dall’azione
collettiva dell’essere umano (antropos=uomo+koinos=nuovo).
In funzione di questa grande crisi o di questa nuova epoca è che
l’organizzazione delle Nazioni Unite sta promuovendo grandi conferenze
internazionali, come le conferenze di Stoccolma (1972), Rio-92 e,
prossimamente, la Rio +20. L’obiettivo è risolvere i problemi
dell’Antropocene, sia conciliando lo sviluppo economico e la protezione
dell’ambiente, sia cercando altre forme di sviluppo.
A
Rio-92 si adottò la formula dello sviluppo sostenibile, che ha assunto
significati diversi, uno anche opposto a quello originale. La
conferenza Rio +20vuole mettere su piede di parità le dimensioni
ambientali, sociali e economiche. La parola magica, adesso, è “economia
verde”, il cui contenuto non è chiaro. Si suppone che, come minimo,
comprenda la sostituzione progressiva delle fonti di energia tipo
carbo-intensive con fonti rinnovabili di energia, come in genere la
sostituzione di risorse non rinnovabili con quelle rinnovabili.
La
Rio+20 ha dimostrato che i paesi industrializzati non vogliono
rinunciare alle loro posizioni; i paesi emergenti vogliono raggiungere
quelli industrializzati; e paesi poveri vogliono essere emergenti. Fin
quando non ci sarà un’intesa sulle possibilità ‘limitate’ del pianeta,
inutile pensare alla giustizia sociale o allo sviluppo economico. Di
conseguenza, l’ambiente è più importante che il sociale o l’economico,
dato che senza di questo non si può trovare soluzione agli altri due.
D’altra parte il concetto di ecosviluppo pare essere il più corretto
quanto a tattica e strategia.
Tradotto da Romano Baraglia
mercoledì 27 giugno 2012
Il Partito Democratico dopo Cuba e Venezuela prende di mira anche la Bolivia e l’Ecuador?
Il Buen Vivir rappresenta un’esperienza di grande interesse e una possibile risposta al modo di concepire il futuro del genere umano che ci arriva dall’America Latina. Il presidente della Bolivia Evo Morales, in primis, e il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, insieme ai loro popoli ne sono i soggetti protagonisti. Qualche manciata di giorni fa Morales era in Italia per incontrare tutti i movimenti sociali, i partiti, le associazioni e le persone che sostengono e credono in questo progetto. E guarda il caso, il prossimo 28 giugno, con una coincidenza temporale fortemente sospetta, il Partito Democratico organizza a Roma un incontro per discutere se il Buen Vivir, cioè il progetto di Morales e Correa, sia una vera alternativa o più semplicemente propaganda politica. Il titolo dal seminario? “Buen Vivir: nuovo paradigma di sviluppo o retorica politica?”. Questo fatto lascia intravedere, anche a un poco attento esperto di cose latinoamericane come me, che il PD dopo Cuba ha nel mirino anche l’esperienza e il messaggio politico dei popoli indigeni di Bolivia e Ecuador.
Al PD adesso non basta più sostenere la
cosiddetta “dissidenza” cubana a libro paga della CIA (come le patetiche
“Damas en blanco” , controfigure di infimo gusto delle gloriose Madri
de Plaza de Majo argentine), o attaccare, in modo ideologico, il
Venezuela di Chavez adesso fa un ulteriore insidioso passo in avanti
cercando di accreditare, attraverso un seminario di un paio di orette,
che il Buen Vivir non è altro che propaganda, proprio mentre in Bolivia
le forze reazionarie e filo statunitensi si sono messe di nuovo in
azione contro presidente Morales attraverso gli attacchi dei corpi di
polizia. Che siano tutte coincidenze?
di Mario Spinetti
Da: http://www.marx21.it/internazionale/america-latina-e-caraibi/2038-il-partito-democratico-dopo-cuba-e-venezuela-prende-di-mira-anche-la-bolivia-e-lecuador.html
Arrivano i bersaglieri, ecco chi erano nel 1800 e dintorni.
“Io non sapevo che i
piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto (o
alle Fosse Ardeatine) e in moltissime altre località. Ma lo fecero
tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in
operazioni anti-terrorismo, come i marines in Iraq. Non sapevo che,
nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne
meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i
marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da
Sud, per redimere l’Italia dal fascismo. Ignoravo che, in nome
dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di
saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma, E
che praticarono la tortura come i marines a Abu Ghraib, i francesi in
Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un
deputato ex-garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi
al Sud a quelle di “Tamerlano, Gengis Khan e Attila”. Un altro
preferì tacere “rivelazioni di cui l’Europa potrebbe
inorridire”. E Garibaldi parlò di “cose da cloaca”.
Questo è l'inizio di
"Terroni" il libro pù letto del 2011, scritto da Pino
Aprile ed edito dalla Piemme.
I crimini dei piemontesi
sono senza soluzione di continuità. Il Sud fu messo a ferro e fuoco
nel 1860 e dintorni, sia dai garibaldini che da parte di reparti
dell'esercito piemontese, primi fra tutti i l corpo dei
Bersaglieri.Le stragi cominciarono a Genova nel 1849, quando i
bersaglieri di Alfonso La Marmora misero a sacco la città
massacrando oltre 700 genovesi che inneggiavano alla repubblica.
Soldati che nelle pianure padane, contro il nemico austriaco, avevano
tentennato per poi scappare, di fronte ai cittadini inermi si
dimostrarono indefessi e inarrestabili: armi in pugno squadre di
Bersaglieri depredarono casa per casa la città, non risparmiando
neanche alcuni edifici religiosi, passando per le armi chi provava a
resistere; le cronache parlano di stupri e vessazioni, rastrellamenti
e umiliazioni.
Vittorio Emanuele, il
futuro primo re d’Italia, si congratula personalmente con il
generale, attraverso una lettera scritta in francese, dove si
rallegra per la “vittoria”, definendo gli insorti “vile e
infetta razza di canaglie”.
Il Sacco di Genova venne
col tempo cancellato dalla grande storia del Risorgimento, ma la
ferita rimase sanguinolenta per anni, portando cicatrici che ancora
oggi possiamo osservare; i Bersaglieri dovettero attendere la fine
del secondo conflitto mondiale per poter rimettere piede in città, e
solo nel 1994 questi vennero festeggiati in un loro raduno nazionale;
in giro per la città, poi, si possono ancora trovare frammenti e
palle di cannone incastonate nei muri delle case. Nel 1860, il ligure
Garibaldi,invase la sicilia su ordine di Cavour e fece stragi a
Bronte, Nicosia, Biancavilla, Leonforte, Racalmuto, Niscemi,
Trecastagni, San Filippo D’Agira, Castiglione Noto, Regalpetra.Il
solo Nino Bixio diede luogo a settecento fucilazioni.
Questi personaggi,
tutti massoni e servi di una monarchia tra le più infami del mondo,
sono additati da una storiografia massonica: Eroi. I piemontesi si
macchiarono di crimini orrendi nel Sud. Moltissimi paesi vengono
mjessi a ferro e fuoco, distrutti, massacrati: Gioa del Colle, Gaeta,
Vieste, Montecillone, Isernia, Auletta, Pietralcina, Paduli, Nola,
Scurcola, il Teramano, Casamari, Montefalcione, Pagese, San Martino,
San Marco in Lamis, Cotronei, Guardiaregia, Vico, Rignano, Palma,
Barile, Campochiaro, Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro, ed altri
Paesi. Da 41 a 81 secondo i vari documenti. La ricerca storica è
solo agli inizi, ma non vi fu paese o villaggio del Sud non toccato
dalle armi delle colonne mobili dei bersaglieri.
Nel 1996 venne
pubblicato dalla GranMelò " I Savoia e il massacro del Sud",
un libro che raccontò la raccapricciante strage di Pontelandolfo e
Casalduni che vennero bruciate. I morti furono oltre mille. I
criminali non erano nazisti o fascisti, ma i bersaglieri del
colonnello Negri, su ordine di Cialdini. I bersaglieri ebbero libertà
di stupro e di saccheggio, violentarono e uccisero sull’altare le
donne che si erano rifugiate in chiesa; diedero fuoco ai due paesi,
con la gente nelle case. I bersaglieri assalirono il paese con
scariche di fucili, abbattimento di porte e finestre: uccisero
bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima
stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro e altri
oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni
votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo
la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e
quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano
vanamente e cristianamente aiuto!”.
Il governo sabaudo poi
concesse la prima medaglia d’oro alla bandiera dei bersaglieri, per
questa azione a Pontelandolfo…..Pier Eleonoro Negri, l’alto
ufficiale che comandava la spedizione punitiva, era considerato nella
città iberica (Vicenza) “un eroe” e non un uomo che a
Pontelandolfo “si comportò da macellaio della peggior risma”.
Ancora oggi il
macellaio che guidò la mattanza, il nobile vicentino Pier Eleonoro
Negri, viene onorato ogni anno con la deposizione, da parte del
sindaco, di una corona d’alloro, dinanzi alla lapide che lo
ricorda. «Posso io assumermi la responsabilità di cancellare la
prima medaglia d’ oro dei bersaglieri?», ha detto il sindaco a
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che hanno dedicato tre pagine
alla vicenda, sul Corriere della Sera. Ma a far venire i brividi è
la frase riportata subito dopo dai due colleghi del Corsera: “Quanto
all’ associazione del corpo «piumato», il presidente vicentino
Antonio Miotello ha detto ad Antonio Trentin, del Giornale di
Vicenza, che non se ne parla neanche: «Era in zona di guerra. Eseguì
degli ordini»”.Pino Aprile, autore di "Terroni" risponde
pacatamente:Capito? Era in zona di guerra, eseguì gli ordini. A
parte il fatto che quella zona era divenuta di guerra, perché
l’esercito di cui faceva parte Negri la invase, la mise a ferro e
fuoco e la depredò, senza nemmeno averla dichiarata la guerra; ma se
la guerra (d’invasione) giustifica le rappresaglie, gli stupri, il
saccheggio, le fucilazioni di massa, allora chiediamo scusa ai
macellai nazisti Reder, Kappler, Heichmann.
Abbiamo processato
(“abbiamo”, intendendo il mondo che si ritiene civile) a
Norimberga quelli che credevano di poter giustificare il massacro di
propri simili dicendo di aver “soltanto eseguito ordini”. Vale
solo per gli altri? Anche Saddam Hussein è stato processato e
giustiziato, per aver eseguito rappresaglie contro città di suoi
connazionali. Vale solo in Iraq? I massacri continuarono in Sicilia
nel 1862. A castellammare del Golfo i bersaglieri del Genrale
Quintini fucilarono decine di persone, repubblicani e borbonici, tra
le quali anche una ragazzina di otto anni: Angelina Romano. Nel
1866, i piemontesi misero a ferro e fuoco Palermo. I morti
ammontarono a settemila.La città bombardata da terra e dal mare, i
cittadini si rivoltarono contro lo stato centralista sabaudo, contro
la monarchia. Gridavano "libertà, a morte i Savoia",
furono tutti massacrati.
Nel 1893 a Giardinello
in provincia di Palermo le guardie comunali spararono sui contadini,
i morti furono una decina e ferendone moltissimi; altri morti a
Lercara Friddi ( Palermo),a Gibellina (Trapani), a Santa Caterina
Villermosa, ( Caltanissetta) e in molte altre località. Il 3 gennaio
del 1894 Crispi proclamò lo stato d'assedio ( Crispi era socialista
e garibaldino) in tutta la Sicilia e il generale francesco Morra
ristabilì l'ordine con tanti morti sulle strade e sulle piazze di
tanti paesi; inoltre furono da lui arrestati e defeniti ai tribunali
militari circa duemila cittadini. Pasquale Scimeca, in un bel
documentario ha rappresentato ciò rappresenta ciò che è successo a
Caltavuturo il 22 gennaio del 1893...quando i bersaglieri monarchici,
che niente hanno a che fare con quelli della nostra repubblica,
sterminarono i contadini che reclamavano terra e libertà.. Speriamo
che il presidente della repubblica ricordi quei martiri, morti per
dare a tutti noi una repubblica equa, per dare ai loro figli un pezzo
di pane nero e per dare a tutti noi la libertà. Il Nord non fu
immune da stragi: la repressione contadina per la tassa sul macinato
è emblematica, forse ammontarono ad oltre duecento i morti,
moltissimi gli incarcerati.
Nel 1898 Milano fu
bombardata da Bava Beccaris, i morti ammontarono a circa trecento. Il
generale fu decorato da Umberto I°, poi assassinato da Gaetano
Bresci a Monza. In questi giorni a Gaeta è stato presentato un libro
su Enrico Cosenz, pubblicato a spese della provincia di Latina, con
soldi nostri. Cosenz era nato a Gaeta, ufficiale della Nunziatella,
traditore della patria duosiciliana, prestato a Garibaldi dai
piemontesi per lo sbarco in Sicilia. E' considerato un eroe. A Latina
i bersaglieri si accingono a far festa, forse orgogliosi delle gesta
dei loro antenati. Noi siamo per una repubblica nata sulle ceneri del
fascismo e di Casa Savoia e non apprezziamo chi inneggia ai nazisti
del 1800. E' solo retorica risorgimentale, quella che ha portato
l'Italia alla fame in 83 anni di regno sabaudo, quella che ha fatto
emigrare 30 milioni milioni di meridionali, quella che matò un
milione di contadini chiamandoli Briganti. Basta! Viviamo in una
repubblica. In Francia hanno abolito tutto ciò che fu monarchico,
hanno usato la ghigliottina. In Israele non hanno strade intitolate a
Hitler o a Kapler. Negli USA hanno strade intitolate al generale Lee
e agli eroi della confederazione del Sud, e quelli del Nord.
Nell'Italia repubblicana ricordano ancora assassini e criminali di
guerra fatti passare per eroi da una storiografia di parte
monarchica. Dura a morire.
Al governo abbiamo un
massone, eletto da nessuno. Il prossimo anno ci saranno le elezioni.
Che repubblica abbiamo?
Antonio Ciano
martedì 26 giugno 2012
Resistencia Civil en Paraguay se proyecta en los Departamentos
La resistencia ciudadana contra el Golpe en Paraguay se traslada a los Departamentos donde a partir de la fecha se realizan diferentes tipos de manifestaciones para buscar el retorno a la democracia y la vuelta del Presidente Lugo al Gobierno. Bajo la consigna Fuera el Golpista Franco, Fuera el Gobierno Trucho, las organizaciones sociales y políticas progresistas arrancan un proceso de movilizaciones ciudadanas.Organizaciones integrantes del Frente por la Defensa de la Democracia anuncian resistencia pacífica en todo el país. Frente a la Tv Pública la resistencia convoca diariamente a unas diez mil personas en defensa de la libertad de prensa y de expresión en Paraguay. Ahora la lucha se proyecta al interior en los diferentes departamentos.
Agenda de Movilización para la restauración de la Democracia
GUAIRA: PPT, PCPS, PMPP van a movilizarse desde martes 09 hs en la plaza de la libertad con una marcha dentro de la ciudad, según indicó Félix Núñez.
ALTO PARANA: la articulación del FG y organizaciones sociales conformaron el Frente Departamental de Defensa de la Democracia y tienen previsto realizar un festival por la democracia en plaza de la paz de ciudad del este, a las 16 hs. También está previsto cierre de ruta en el km 26 Minga Guazú, mientras que el miércoles se tiene planificado acto central en plaza de la paz, según informó Isidro Morel.
CONCEPCION: el Frente Guasu se reunió e hizo un pronunciamiento donde exige la restauración de la democracia. Los campesinos se movilizarán en la ciudad de Horqueta y se prevé para ello una reunión de dirigentes sociales y políticos hoy en la pastoral social. El día miércoles se llevará a cabo una movilización grande en azotey, arroyito, alfonso cue, concepción, hugua ñandu desde las 9 horas, según informó el concejal Dionisio Guerrero
SAN PEDRO: El FG se reúne hoy y desde mañana el Frente por la Defensa de la Democracia comienza a movilizarse en Santaní. El miércoles se marchará desde tacuara a partir de las 9 hs. Posteriormente, continua las manifestaciones en Santa Rosa, San Pedro y otros, expresó Gustavo Alfonso.
5.- CAAGUAZU: En Simón Bolívar, Carayao, Oviedo, Caaguazú, Campo 9, hoy se realiza reunión de planificación en cada distrito con diferentes sectores, previéndose la salida a las rutas desde el miércoles 09hs en en los distritos mencionados, informó Justo Burgos
6.- CAAZAPA: Hoy lunes empezó en tava ´i movilización desde las 08 hs. El martes está previsto en 3 de mayo, San Francisco, Caazapá, San Juan. Movilización indefinida. Angel Curtido
7.- ITAPUA: hoy a la tarde se reúnen para definir acciones. Según señaló el dirigente Ramón Alarcón.
8.- MISIONES: mañana ya inician movilizaciones en Cruce Santa María desde las 08hs, explicó Haidee Brusqueti.
9.- PARAGUARI y CORDILLERA: comenzaron a llegar hasta la capital para resistir en la tv pública con unas 200 personas.
11.- CENTRAL y ASUNCION: manifestación frente a la tv pública, según señaló Lourdes Villalba
13.- CANINDEYU:
Salen desde este martes a movilizarse en cruce Santa Rosa, donde tienen previsto cerrar rutas a la altura de unos 15 kilómetros de Curuguaty. Se conformo un equipo del departamento de las diferentes organizaciones sociales e indígenas. Desde este martes a las 8.000 comienzan a llegar campesinos para cerrar las rutas, informó Ojildio Gonzalez, del Frente Agrario y Popular.
El miércoles se prevé movilización a las 09hs en Curuguaty del Frente Social y Popular El dirigente para el Contacto es Hugo Mendoza.
http://paraguayresiste.com/resistencia-civil-en-paraguay-se-proyecta-en-los-departamentos
El gobierno de Bolivia denunció un plan de golpe de Estado
El gobierno de Bolivia denunció este domingo la existencia de un plan para derrocarlo mediante un golpe de estado, que incluía el asesinato del ministro de Gobierno, Carlos Romero, a partir del conflicto generado por la protesta de policías de baja graduación que se amotinaron el jueves en demanda de mejoras salariales.
El presidente Evo Morales afirmó que no utilizará a las fuerzas armadas para controlar el motín policial y garantizar el orden en las calles porque ése es el “juego” de la oposición de derecha que busca “que haya muertos”.
“La derecha está buscando muertos y, compañeros, no vamos a prestarnos a ese juego; vamos a defender este proceso, somos parte de este proceso y vamos a defenderlo hasta las últimas consecuencias”, dijo el mandatario tras promulgar un decreto que crea una empresa estatal, informó la agencia noticiosa estatal ABI.
Morales advirtió que “alguna gente está metida ahí con otros afanes” y “usan a algunos hermanos policías para preparar un golpe de estado y para hacer matar al ministro de Gobierno y para enfrentar a las fuerzas armadas”.
En tanto, Romero reveló ante periodistas el contenido de una comunicación entre policías amotinados en las que se intercambian instrucciones para “limpiar” (matar) al funcionario y “preparar bombas molotov para atacar a los plomos” (efectivos de las fuerzas armadas que custodian el Palacio de Gobierno).
“Limpiemos al ministro Romero y generar un golpe de estado, dicen en el diálogo de la frecuencia” interceptada, aseguró el ministro.
Por otra parte, la ministra de Comunicación, Amanda Dávila, afirmó, sobre la base de informes de inteligencia y reportes de prensa, que el plan para dar un golpe de estado se denomina “Tipnis” y tenía previsto concretarse entre este lunes y el martes, con la llegada a La Paz de una marcha convocada por la Confederación de Indígenas de Bolivia (Cidob).
La manifestación se opone a la consulta previa en el Territorio Indígena Parque Nacional Isiboro Sécure (Tipnis), que desde hace meses es escenario de conflicto entre diversos sectores de comunidades aborígenes que mantienen opiniones enfrentadas acerca de planes de desarrollo para la región.
“Están viendo la posibilidad de que el motín pueda articularse a la marcha del Tipnis que llega entre el lunes o martes”, denunció la funcionaria.
Dávila añadio que “se señala claramente” que “el plan Tipnis se concrete con el arribo de las columnas indígenas a La Paz y junto a la COB (Central Obrera Boliviana) y los maestros urbanos inicien el día martes las presiones y movilizaciones contra el gobierno”.
El conflicto con los policías amotinados pareció zanjarse este domingo a la madrugada, cuando autoridades del gobierno y representantes sindicales firmaron un acuerdo de ocho puntos destinado a satisfacer las demandas.
El documento plantea, en lo esencial, una “agenda de tres puntos”: revisión de la ley del régimen disciplinario y creación de una defensoría del policía, nivelación salarial conforme a la estructura del funcionariado público y jubilación con ciento por ciento del haber mensual.
El instrumento fue suscripto por Romero y los ministros de Economía, Luis Arce, y de Desarrollo Productivo, Teresa Morales, así como por la presidenta de la Asamblea Permanente de Derechos Humanos, Teresa Zubieta, y representantes de la Asociación de Suboficiales, Clases y Policías (Anssclapol) y de la Federación Nacional Única de Esposas de Policías.
Sin embargo, varios grupos de agentes parapetados en unidades policiales de La Paz y otros departamentos rechazaron el acuerdo, resolvieron no levantar las medidas de fuerza y amenazaron con desconocer la autoridad de los presidentes de la Anssclapol, Edgar Ramos, y de la Federación de Esposas, Guadalupe Cárdenas.
Incluso, imágenes de televisión mostraron a policías que habían tomado la Unidad Táctica de Operaciones (Utop), en La Paz, que reaccionaron con violencia y se trasladaron a la sede del Regimiento 1, donde sacaron a la fuerza a sus colegas que se alistaban a restablecer las tareas tras la firma del acuerdo.
Ante ese panorama, Cárdenas afirmó que fue obligada a firmar el acuerdo y denunció presuntas amenazas en su contra, que fueron desmentidas por el gobierno y por Zubieta.
“El acuerdo se firmó en presencia de varios medios de comunicación, fue un acuerdo que se hizo público; por lo tanto, ¿qué presión puede haber?”, sostuvo la ministra y añadió: “Al contrario, lo que ha ocurrido siempre ha sido el proceso de consulta permanente”.
En tanto, Zubieta dio “fe y testimonio” de que el acuerdo fue el producto de dos noches “largas” de discusión entre las autoridades y los representantes sindicales, y que éstos tuvieron tiempo para consultar las cláusulas con sus bases para luego rubricarlas.
Mientras tanto, la Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (Csutcb) se declaró en vigilia y advirtió que no permitirá un intento de golpe de estado, anunció su secretario general, Roberto Coraite.
“Ante estas movilizaciones nosotros no bajaremos la guardia; estamos en vigilia porque estamos viendo actuaciones unilaterales de algunos grupos que pertenecen a la Policía nacional, por lo que estamos dispuestos a movilizarnos, porque no permitiremos golpes de estado”, indicó el dirigente.
Victor Jorge Lombardo
lunedì 25 giugno 2012
Murray Bookchin e l'anarchismo ecologista
Murray Bookchin era nato a New York City il 14 gennaio 1921. I genitori vi erano immigrati dalla Russia, dove avevano preso parte ai movimenti rivoluzionari dell’epoca zarista.
Negli anni Trenta, ancora giovanissimo, aveva aderito al movimento giovanile comunista, prima nei Giovani Pionieri, poi nella Lega dei Giovani Comunisti, ma già verso la fine del decennio era rimasto deluso per il carattere autoritario del movimento. Si era impegnato a fondo nell’organizzazione di attività antifasciste durante la guerra civile spagnola. Nel 1937 si staccò dai comunisti, a causa del loro ruolo controrivoluzionario in Spagna e nei processi di Mosca. Dopo il patto tra Stalin e Hitler, nel settembre 1939, fu ufficialmente espulso dalla Lega, per “deviazionismo trotzkista-anarchico”.
Da giovane lavorò in fonderia e s’impegnò sindacalmente nel sindacato CIO (Congress of Industrial Organizations), nel distretto settentrionale del New Jersey (un’area di forte industrializzazione all’epoca). Simpatizzò con i trotzkisti americani e collaborò con loro, ma molti anni dopo la morte di Trotzky (1940), anche loro lo delusero, perché erano rimasti attaccati alla tradizione autoritaria del bolscevismo.
Nella Seconda Guerra mondiale prestò servizio nell’esercito americano. Una volta congedato lavorò come operaio nell’industria automobilistica, aderendo a un sindacato di categoria, l’United Auto Workers (UAW). Nel 1946 partecipò al grande sciopero della General Motors, ma quando l’esito fece presagire che quel movimento sindacale, un tempo su posizioni radicali, si sarebbe adattato all’ordine sociale, cominciò a mettere in discussione gran parte dei concetti marxisti che aveva fatto suoi, riguardo al ruolo “egemonico” del proletariato industriale.
Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, abitando a New York, collaborò da vicino con un gruppo di trotzkisti tedeschi in esilio, che si stava orientando verso una prospettiva libertaria (International Kommunisten Deutschlands – IKD). La componente americana del gruppo, impegnata in un lavoro sia teorico sia pratico, costituiva uno tra i più consistenti gruppi organizzati della sinistra newyorkese negli anni del maccartismo (1950-52). In quell’ambiente Bookchin redigeva testi di agitazione non solo contro le armi nucleari ma anche contro “l’uso pacifico dell’atomo”, a causa del fallout radioattivo, e nel 1956 ne scrisse anche altri che reclamavano l’intervento degli Stati Uniti a favore della rivolta operaia in Ungheria contro l’Unione Sovietica.
Il gruppo dell’IKD collaborava anche alla pubblicazione di un periodico intitolato “Contemporary Issues” (che usciva anche in tedesco col titolo “Dinge der Zeit”). Molti articoli di Bookchin dei primi anni Cinquanta furono pubblicati su questa rivista, con vari pseudonimi: M. S. Shiloh, Lewis Herber, Robert Keller, e Harry Ludd. Sempre su “Contemporary Issues” uscirono i suoi primi articoli su temi di ecologia, inquadrati in un’ottica libertaria di sinistra. Un suo lungo articolo, The Problem of Chemicals in Food (pseud. Lewis Herber) (1952) uscì in forma di libro in tedesco nel 1955. Il suo primo libro in inglese, Our Synthetic Environment (pseud. Lewis Herber) fu pubblicato dalla casa editrice Alfred A. Knopf nel 1962. Precedendo il saggio di Rachel Carson, Silent Spring, di quasi sei mesi, quel libro affrontava un ampio ventaglio di questioni ambientali, indicando l’esigenza di una società decentrata e dell’impiego di fonti energetiche alternative come elementi di una soluzione ecologica.
L’interesse
per l’ecologia
I suoi saggi pionieristici sull’anarchia e
l’ecologia, esplicitamente rivolti alla sinistra, furono pubblicati sui
periodici “Comment” e “Anarchy”. Ecology and Revolutionary Thought
(1964) sosteneva la necessità di un connubio politico tra movimento
anarchico e movimento ecologico, sulla base delle analoghe tematiche e
dell’esigenza per entrambi di una società socialmente libera ed
ecologica. Towards a Liberatory Technology (1965) affermava che
le tecnologie alternative avrebbero svolto un ruolo fondamentale in una
società di quel genere. In questi scritti un tema importante è quello
della “postscarsità”, una tesi secondo la quale i progressi tecnologici,
per esempio nei campi dell’automazione e della miniaturizzazione,
rendono possibile l’accorciamento della giornata di lavoro, offrendo
così il tempo libero necessario a impegnarsi nelle attività di
autogestione civile e politica in organismi democratici. Questi articoli
costituiscono la base teorica di quella che Bookchin ha chiamato
ecologia sociale, adottando questo termine in un momento in cui era
praticamente caduto in disuso. per l’ecologia
Sempre questo periodo degli anni Sessanta vide Bookchin impegnarsi a fondo nella controcultura della New Left, lavorando per fondere i due movimenti in uno solo, populista e radicale di sinistra, che sapesse rivolgersi ad ampi strati di comuni cittadini americani. Quando ci fu il rischio che i gruppi marxisti aderissero al movimento Students for a Democratic Society (SDS), inquinandone le potenzialità popolari, Bookchin scrisse Listen, Marxist! (1969) per mettere in guardia contro la loro influenza. Il suo saggio The Forms of Freedom esamina le strutture organizzative destinate a istituzionalizzare la libertà nei movimenti rivoluzionari. I suoi saggi degli anni sessanta sono raccolti nell’antologia Post-Scarcity Anarchism (Ramparts Books, 1971; Black Rose Books, 1977). I suoi scritti sull’anarchia culminano con il saggio The Spanish Anarchists (Harper & Row, 1977; A.K. Press, 1997), una storia dell’evoluzione del movimento anarchico nella Spagna degli anni che precedono lo scoppio della guerra civile.
Bookchin non limitò le proprie attività alla sola scrittura, ma partecipò anche con dedizione al lavoro di gruppi militanti. Dopo l’impegno antinucleare e per l’Ungheria con l’IKD, aderì al movimento per i diritti civili e fece parte del CORE. Contribuì alla fondazione della Bowery Poets’ Cooperative e collaborò a fondo con due gruppi anarchici, quello degli East Side Anarchists e l’Anarchos Group. In un’epoca in cui il termine “ecologia” era quasi sconosciuto alla maggioranza, tenne frequenti conferenze a gruppi della controcultura in tutto il paese, sottolineando l’importanza della costruzione di un movimento libertario di sinistra.
Radicalità
del suo approccio
L’impegno di Bookchin trovò spazio anche in campo
educativo. Alla fine degli anni Sessanta insegnò all’Alternative
University di New York, una delle principali “free universities” degli
Stati Uniti, e successivamente alla City University of New York, a
Staten Island. Nel 1974 fu tra i fondatori dell’Institute for Social
Ecology di Plainfield, nel Vermont, e ne divenne il direttore. Questo
istituto arrivò ad acquisire fama internazionale per i suoi corsi di
ecofilosofia, di teoria sociale e sulle tecnologie alternative, corsi
che si tengono tuttora ogni estate. Nel 1974 Bookchin cominciò il suo
insegnamento al Ramapo College del New Jersey, dove alla fine ebbe la
cattedra di docente ordinario e andò in pensione nel 1981 come professor
emeritus. del suo approccio
Negli anni Settanta crebbe la sua influenza nel movimento ambientalista in pieno slancio, che assunse la massima importanza dopo l’originale Giornata della Terra. I suoi scritti di questo periodo hanno un taglio sempre più profetico e utopistico e puntano sulla costruzione di un’etica ecologica. Toward an Ecological Society (Black Rose Books, 1981) è una raccolta dei saggi di questo periodo. The Ecology of Freedom (Cheshire Books, 1982; ripubblicato da Black Rose Books nel 1991) è un saggio che affronta con taglio filosofico, antropologico e storico l’emergere e la dissoluzione delle gerarchie, ed è ormai considerato un classico della letteratura anarchica.
Come ha messo bene in luce una recente storia del pensiero anarchico (Peter Marshall, Demanding the Impossible, Harper Collins, London 1992), il principale contributo di Bookchin è consistito nel tentativo di integrare la tradizione del decentramento, quella contro la gerarchia e quella populista, con l’ecologia, da un punto di vista filosofico ed etico libertario e di sinistra. Le sue posizioni erano del tutto originali negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, ma oramai sono entrate nella coscienza generale della nostra epoca. La radicalità del suo approccio si fonda sull’analisi dell’emergere storico del concetto di dominio sulla natura dal dominio dell’uomo sull’uomo, in particolare nelle gerontocrazie, nelle patriarchie e in altri livelli di oppressione.
Bookchin si è anche approfonditamente occupato di problemi urbani, del ruolo della città nella tradizione dell’Occidente e del conflitto tra città e campagna. Uno dei suoi primi libri, Crisis in Our Cities (Prentice Hall, 1965) è un resoconto di taglio giornalistico di specifici problemi urbani. The Limits of the City (Harper and Row, 1974) è un’analisi storica dell’evoluzione delle città. I suoi studi sulla città culminano con The Rise of Urbanization and the Decline of Citizenship (Sierra Club Books, 1986; ripubblicato dalla Cassell col titolo From Urbanization to Cities [1995] e in Canada col titolo Urbanization Without Cities [Black Rose Books, 1992]), che è un’indagine storica dell’autogestione civica e del confederalismo. Questo libro, inoltre, presenta un quadro complessivo del programma di Bookchin per una politica di democrazia diretta e confederale, che egli definisce “municipalismo libertario”.
Il municipalismo libertario è una politica basata sulla rivalutazione o la formazione di assemblee popolari, di democrazia diretta, a livello municipale, di quartiere e di città. La vita economica sarebbe soggetta al controllo democratico dei cittadini nelle comunità, in quella che egli definisce “municipalizzazione dell’economia”. Le municipalità democratizzate si confedererebbero per gestire le questioni a livello regionale e formare un contropotere opposto al centralismo della nazione-stato.
Contro
il primitivismo
A partire dagli ultimi anni
Settanta queste idee sono state uno stimolo importante per lo sviluppo
dei movimenti dei Verdi in tutto il mondo, e Bookchin ha scritto molto
riguardo alla politica dei Verdi. Il suo impegno attivo è continuato per
tutti gli anni Ottanta con il sorgere dei movimenti politici dei Verdi,
in Germania come negli Stati Uniti. Dopo essersi trasferito nel
Vermont, nel 1971, ha collaborato con vari gruppi, come quelli dei
Northern Vermont Greens, del Vermont Council for Democracy, e dei
Burlington Greens. il primitivismo
La sua attività politica ha preso anche la forma del dibattito teorico all’interno del movimento ecologista e di quello anarchico. Nel 1987, per esempio, quando certe tendenze del movimento ecologista cominciavano a presentare un orientamento antiumanista e addirittura misantropico, approvando le condizioni di miseria del Terzo Mondo in quanto “la natura deve seguire il suo corso” e proponendo una filosofia che metteva sullo stesso piano il valore morale degli esseri umani e quello di tutte le altre forme di vita, Bookchin non esitò a criticare quella deriva reazionaria (in Social Ecology vs. ’Deep Ecology’, pubblicato in “Green Perspectives”).
Alla metà degli anni Novanta, quando si rese conto che molte tendenze del movimento anarchico mettevano da parte la tradizione di sinistra e socialista dell’anarchia a favore di tendenze individualistiche, mistiche, di autoespressione, tecnofobe, e neo-primitiviste, ancora una volta stimolò la discussione con un saggio critico, Social Anarchism or Lifestyle Anarchism (pubblicato come libro con lo stesso titolo da A.K. Press nel 1995). Re-Enchanting Humanity (Cassell, London 1996) è una sintesi delle critiche di Bookchin alle tendenze misantropiche e antiumaniste di specifici movimenti e della cultura popolare contemporanea.
Rivalutare le teorie politiche ed etiche di Bookchin oggi significa rielaborare il pensiero dialettico, che mette un metodo neo-hegeliano al servizio del pensiero ecologico, per “naturalizzare” la tradizione dialettica. Il “naturalismo dialettico” di Bookchin si differenzia dall’idealismo dialettico di Hegel e dal materialismo dialettico relativamente meccanicistico di Engels. Queste sue tesi sono illustrate il mondo particolareggiato in The Philosophy of Social Ecology: Essays on Dialectical Naturalism (Black Rose Books, 1990, poi rivisto e ampliato nel 1994).
Le teorie di Bookchin sulla politica, la filosofia, la storia, e l’antropologia sono sintetizzate nel testo Remaking Society (Black Rose Books e South End Press, 1989). Un’illustrazione aggiornata della sua visione si trova nella raccolta antologica The Murray Bookchin Reader (Cassell, 1997).
Negli ultimi anni Bookchin è vissuto in parziale ritiro a Burlington, nel Vermont, con la sua collaboratrice e compagna Janet Biehl. I problemi di salute ne avevano limitato la possibilità di spostarsi e di tenere conferenze, ma continuò a fare lezione ogni estate all’Institute for Social Ecology (di Plainfield, Vermont). Con Janet Biehl curava la pubblicazione della newsletter teorica “Left Green Perspectives” (in precedenza “Green Perspectives”), e si era occupato della stesura dei tre volumi di una storia dei movimenti popolari nelle rivoluzioni classiche, intitolati The Third Revolution.
Murray Bookchin era passato negli anni Trenta da una posizione marxista tradizionale a una libertaria di sinistra. Nel contempo la sua vita e la sua attività hanno attraversato due epoche storiche: quella del socialismo e dell’anarchismo proletario tradizionale, con le lotte operaie contro il capitalismo e il fascismo, e quella postbellica di crescente consolidamento del capitalismo, di sviluppo tecnologico, di degrado ambientale e di politica statalista. Nei suoi scritti ha cercato di costruire una visione coerente per collegare un vitale passato rivoluzionario a un futuro di liberazione.
Testo ripreso dal sito: www.social-ecology.org
Traduzione dall’inglese di Guido Lagomarsino
Traduzione dall’inglese di Guido Lagomarsino
a sua volta edito da: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/320/28.htm
Ritrovarsi a Sud
Il Sud che ritrova se stesso (rispetto per la storia negata, per le
proprie capacità e i propri diritti) riflette, com'è ovvio, su come
raggiungere gli obiettivi che si pone. Dopo la fase pionieristica, di
grandi e inascoltati (se non da pochi) solitari, quella della coscienza
sempre più diffusa porta all'elaborazione, alla ricerca degli strumenti
per trasformare quel che si sa e quel che si vuole
in azione politica. È il momento in cui si accendono mille fuochi che,
per la passione con cui si vivono l'argomento e la riflessione, possono
entrare in conflitto per molte ragioni: come procedere, con chi, per
giungere dove. Serve anche questo.
Alla fine, molte esperienze, nei
campi più diversi, dicono che si può uscirne in due modi: o le molte
idee trovano un minimo comune denominatore per procedere insieme, per il
tratto di strada di volta in volta possibile, ma comunque di
avvicinamento a quello che per alcuni è il fine e per altri una tappa; o
una delle voci si impone su tutte le altre, negando spazio a ogni altra
espressione, tranne la propria (spesso, ma non sempre, questo in
secondo caso, qualcuno può essere tentato dall'uso di metodi, diciamo
così, poco democratici).
Ma c'è una terza possibilità: che la quantità e
la durezza dei conflitti fra le diverse idee possano esaurirne
l'energia. E il tutto si risolve in una stagione di grandi fiati
sprecati e risentimenti. Io credo che uno dei compiti di chi si dedica a
questi temi sia osservarne e studiarne l'evoluzione, chiedendosi, di
volta in volta, come e dove possano giungere, senza perdersi, fornendo
dati, strumenti, di cui ognuno può fare l'uso che vuole, secondo le
proprie idee. È un compito che richiede fatica, pazienza, curiosità per
quel che fanno e dicono gli altri, senza chiusure di principio. E che
può apparire estraneo a ciascuno dei mille fuochi, proprio perché li
osserva tutti.
Pino Aprile
La serie sugli articoli che inauguriamo oggi e che riguardano il Sud Nostrano (italiano lo depaupererebbe ulteriormente) farà parte della rubrica "il circolo dei Briganti"
https://www.facebook.com/circolo.deibriganti
Socialist International gravely concerned by summary removal from office of President Lugo in Paraguay
24 June 2012
The Socialist International has learned with grave concern of the
summary removal from office of the democratically elected President of
the Republic of Paraguay, Fernando Lugo, following a hastily arranged
vote in the senate upon charges presented by the lower house.
The lack of a fair process, including the failure to clearly define the details of the charges against the president and the responsibilities which he is accused of bearing, the restriction of debate, and above all, the denial of the president’s right to a due defence, is not acceptable. Although the procedure for the recall of the president by parliament was presented within the constitutional framework, the aforementioned deficiencies have severely undermined the legitimacy of the entire process.
These actions, describe by President Lugo as “a parliamentary coup and a coup against the democracy of Paraguay” are in contradiction with the very nature of a democratic presidential political system.
President Lugo’s election in 2008 marked the end of 61 years of rule by the Colorado Party, a period which included the one-party dictatorship of Alfredo Stroessner. These recent developments, ten months before presidential elections are due, run contrary to the democratic integrity of Paraguay and the democratic commitment of nations in the region, which have enshrined respect for democracy as a pillar of regional cooperation. In this difficult moment, the Socialist International expresses its full solidarity to all those in Paraguay who are seeking to guarantee respect for democracy in that country.
The lack of a fair process, including the failure to clearly define the details of the charges against the president and the responsibilities which he is accused of bearing, the restriction of debate, and above all, the denial of the president’s right to a due defence, is not acceptable. Although the procedure for the recall of the president by parliament was presented within the constitutional framework, the aforementioned deficiencies have severely undermined the legitimacy of the entire process.
These actions, describe by President Lugo as “a parliamentary coup and a coup against the democracy of Paraguay” are in contradiction with the very nature of a democratic presidential political system.
President Lugo’s election in 2008 marked the end of 61 years of rule by the Colorado Party, a period which included the one-party dictatorship of Alfredo Stroessner. These recent developments, ten months before presidential elections are due, run contrary to the democratic integrity of Paraguay and the democratic commitment of nations in the region, which have enshrined respect for democracy as a pillar of regional cooperation. In this difficult moment, the Socialist International expresses its full solidarity to all those in Paraguay who are seeking to guarantee respect for democracy in that country.
Un casus belli?
La NATO voleva il casus belli per attaccare la Siria; mandando avanti la Turchia, suo paese membro, con un Phantom che ha violato lo spazio aereo siriano e che è stato prontamente abbattuto, tale pretesto è stato infine ottenuto. Adesso la Turchia e la NATO tutta potranno invocare il famoso art. 5 del Trattato Atlantico che equipara un "attacco" ad un suo singolo Stato membro come uno rivolto a tutti i membri dell'Alleanza. Martedì ci sarà il vertice della NATO dove verrà molto probabilmente deliberato l'inizio della guerra alla Siria, senza neppure più il bisogno di un previo avallo dell'ONU (che, comunque, finora ha lavorato proprio perchè tale intervento ci fosse: pensiamo alle parole di Kofi Annan di questi ultimi giorni).
Siria, Iran ed Hezbollah sono uniti da un trattato che li vincola a reagire congiuntamente qualora uno dei tre venga colpito da nemici esterni. Ci sono 11mila missili iraniani puntati su Israele mentre Hezbollah ha già dimostrato la sua temibilità sconfiggendo per ben due volte Israele (Operazione "Pace in Galilea" degli Anni '80 e '90 e guerra del 2007). Inoltre in Siria sono già presenti forze russe ed altre sono in dirittura d'arrivo. Siamo, molto probabilmente, alla vigilia d'un nuovo conflitto mondiale.
M'auguro che qualcuno, in Occidente, abbia un ravvedimento. O che, al limite, si faccia prendere da quell'umanissimo sentimento chiamato paura, che è anche istinto d'autoconservazione. In questo caso, autoconservazione della specie umana.
Filippo Bovo
Bolivianos marcharán a La Paz en rechazo a intento de golpe de Estado
Organizaciones
y movimientos sociales en Bolivia tienen previsto marchar este lunes
hacia La Paz (oeste) para defender y apoyar el proceso de cambio
adelantado por el Gobierno; además de manifestar su rechazo a intentos
de golpe de Estado contra el presidente Evo Morales a raíz del conflicto
policial que inició el pasado jueves.
De acuerdo con información difundida a través de los medios de comunicación por la secretaria ejecutiva de la Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas Originarias de Bolivia "Bartolina Sisa", Julia Ramos, un grupo de movimientos campesinos marcharán desde la ciudad de Caracollo, al norte de la capital, para defender la democracia en el país.
En opinión de Ramos en Bolivia se trató de romper el hilo constitucional como ocurrió en Paraguay, con el golpe de Estado que causó la destitución del presidente Fernando Lugo el pasado viernes.
En ese sentido también han manifestado su opinión los movimientos sociales y campesinos en Bolivia. La Coordinadora Departamental para el Cambio en Cochabamba, Leonilda Zurita, afirmó que "se defenderá el gobierno del presidente Evo Morales de los intentos de desestabilización impulsados por grupos infiltrados en la institución policial".
El viceministro de Régimen Interior, Jorge Pérez, y el comandante de la Policía Boliviana, Víctor Maldonado, aseguraron en la víspera que los cuerpos policiales están funcionando bien y normalmente en todas sus unidades tras el acuerdo entre el Gobierno y la policía.
El conflicto con los cuerpos policiales se tornó difícil este domingo, cuando un grupo de policías de La Paz y otras ciudades del interior del país rechazaron el aumento salarial a dos mil 65 bolivianos (unos 300 dólares), y la mayor dotación de víveres, entre otros beneficios.
Esta situación fue rechazada por el presidente Evo Morales quien sostuvo que "la derecha está buscando muertes al impulsar el conflicto con los cuerpos policiales". Mientras tanto, la ministra de Comunicación, Amanda Dávila, advirtió que la intransigencia y la violencia configuraban un escenario de golpe de Estado.
De acuerdo con información difundida a través de los medios de comunicación por la secretaria ejecutiva de la Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas Originarias de Bolivia "Bartolina Sisa", Julia Ramos, un grupo de movimientos campesinos marcharán desde la ciudad de Caracollo, al norte de la capital, para defender la democracia en el país.
En opinión de Ramos en Bolivia se trató de romper el hilo constitucional como ocurrió en Paraguay, con el golpe de Estado que causó la destitución del presidente Fernando Lugo el pasado viernes.
En ese sentido también han manifestado su opinión los movimientos sociales y campesinos en Bolivia. La Coordinadora Departamental para el Cambio en Cochabamba, Leonilda Zurita, afirmó que "se defenderá el gobierno del presidente Evo Morales de los intentos de desestabilización impulsados por grupos infiltrados en la institución policial".
El viceministro de Régimen Interior, Jorge Pérez, y el comandante de la Policía Boliviana, Víctor Maldonado, aseguraron en la víspera que los cuerpos policiales están funcionando bien y normalmente en todas sus unidades tras el acuerdo entre el Gobierno y la policía.
El conflicto con los cuerpos policiales se tornó difícil este domingo, cuando un grupo de policías de La Paz y otras ciudades del interior del país rechazaron el aumento salarial a dos mil 65 bolivianos (unos 300 dólares), y la mayor dotación de víveres, entre otros beneficios.
Esta situación fue rechazada por el presidente Evo Morales quien sostuvo que "la derecha está buscando muertes al impulsar el conflicto con los cuerpos policiales". Mientras tanto, la ministra de Comunicación, Amanda Dávila, advirtió que la intransigencia y la violencia configuraban un escenario de golpe de Estado.
teleSUR - telam.com.ar - jornadanet.com - PL / gp -YIB
domenica 24 giugno 2012
Paraguay, rovesciato Fernando Lugo, il vescovo dei poveri che non ha saputo difenderli
Un massacro di contadini orchestrato dalla multinazionale Monsanto è
stata infine l’occasione per le oligarchie paraguayane per far fuori il
presidente Fernando Lugo, usando i poteri peculiari dei quali dispone il
Senato di quel paese, che può rimuovere il capo dello Stato
semplicemente con un giudizio politico.
Tecnicamente, solo tecnicamente, non è un colpo di Stato ma nella
sostanza ci troviamo di fronte all’ennesimo passo della storia
dell’ignominia delle classi dirigenti paraguayane e latinoamericane in
sinergia con i grandi interessi economici internazionali. Nella
sostanza, come si legge nel comunicato di Unasur, la legittimità
continua a risiedere in Lugo (che pure ha accettato la destituzione con
poche e deboli parole) e nel popolo e il nuovo governo non sarà
riconosciuto.
Quello paraguayano, per ora senza sangue, ricorda non solo il 2009
hondureño, quando cavilli legali differenti eppure simili giustificarono
il golpe. Allora però l’assalto al cielo del presidente Manuel Zelaya
era tale: un referendum per una nuova Costituzione partecipativa che
desse davvero una base democratica al paese centroamericano. Adesso
perché cade Lugo? Lui, che senz’altro conosce San Paolo, cade come
conseguenza di una sorta di cupio dissolvi, un lungo stallo nel quale
sono infine state le destre a giocare la carta decisiva. Allora Zelaya
era disponibile a dar battaglia in una resistenza democratica che sta
cambiando l’Honduras. Adesso Lugo appare ritrarsi in un atteggiamento
non certo combattivo per una resistenza necessaria.
Ricorda anche il rovesciamento di Jacobo Arbenz in Guatemala. In quel
golpe di oramai quasi sessant’anni fa gli interessi dell’oligarchia
locale e delle multinazionali si coniugarono con quelli dell’Ambasciata
contro un governo non certo rivoluzionario ma che aveva la colpa di
essere degno del popolo che l’aveva eletto.
È, è stato, un governo appena dignitoso, quello dell’ex-vescovo Lugo.
Non aveva mai attaccato direttamente gli interessi delle oligarchie ma
non per questo avevano smesso di complottare contro di lui. La sua colpa
era quella di stare aprendo spazi di democrazia intollerabili nel paese
più isolato del Sud America. S’è fatto spolpare giorno per giorno in
questi quattro anni Fernando Lugo, incapace di affidarsi ai movimenti
sociali che lo avevano portato al governo ma non al potere, alla piazza
che invocava per poi dissolverla, placarla, rinviando a domani necessità
di oggi. Non aveva saputo affrontare, come invece da altre parti s’è
fatto, quel nodo di complicità tra media e classi dirigenti. Dalle tivù,
dalle radio, dai giornali, avevano continuato a bombardarlo giorno per
giorno, senza che potesse difendersi. Aveva anche evitato di affidarsi
pienamente all’America latina integrazionista Fernando Lugo, come
testimonia la vicenda indecorosa dell’ancorare per quattro anni al voto
di quello stesso infame, corrottissimo Senato che lo ha destituito, il
voto per il pieno ingresso del Venezuela nel Mercosur. Una vicenda che
testimonia la diretta dipendenza di quel Senato dall’Ambasciata
statunitense.
Non si era reso conto Lugo, e forse non si renderà mai conto, della
sostanza delle cose, di quel crinale tra democrazia formale e democrazia
sostanziale che l’ha irretito in mille minuetti parlamentari senza
capire che solo dai movimenti sociali derivava la sua stessa legittimità
e che solo appoggiandosi pienamente a questi –e giammai nella
pattuizione defatigante col nemico- avrebbe potuto salvare il processo
popolare. Non si era reso conto, o forse n’è semplicemente stato
sconfitto, che le oligarchie sono irredimibili, irriconducibili a
processi democratici. Li usano, usano le elezioni, usano i voti
parlamentari, usano i media come hanno usato la sua pazienza che non ha
portato a nulla e adesso lo destituiscono per “inettitudine e mancanza
di decoro” in quella che è di fatto l’unica (pseudo)democrazia
parlamentare del Continente. “Legale ma non legittima” hanno detto della
destituzione. Vero: e per il cambiamento necessario Lugo in questi anni
ha scelto la legalità leguleia piuttosto che la legittimità e ora viene
spazzato via da questa stessa legalità illegittima. Come nel 2009 con
Manuel Zelaya in Honduras, gli azzeccagarbugli delle destre hanno di
nuovo trovato dei cavilli che fanno apparire legale quello che è
illegittimo.
La Monsanto, l’Ambasciata, i narcos, le oligarchie locali festeggiano
per essere riusciti a irretire prima e liberarsi ora di quella speranza
chiamata Latinoamerica che aveva osato spingersi fino ad Asunción.
Adesso Unasur, una sorta di consiglio di sicurezza delle democrazie
integrazioniste latinoamericane, dovrà decidere quali sanzioni prendere
verso il governo presieduto da Federico Franco, che ha giurato stanotte,
e che non riconoscerà. La schiena dritta dei governi integrazionisti
latinoamericani in queste ore continua ad essere la certezza ma in
queste periferie d’America, Asunción come Tegucigalpa, il tempo scorre
più lentamente e neanche l’escatologia cristiana del vescovo Lugo ha
potuto accelerarlo.
Gennaro Carotenuto
su http://www.gennarocarotenuto.it
sabato 23 giugno 2012
AHMED BEN BELLA, UNO DEI NOSTRI, di Roberto Massari

Formatosi nel
movimento nazionalista di Messali Hadj, il giovane Ben Bella aveva partecipato
alla fondazione del Fronte di liberazione
nazionale, iniziando la lotta armata nel 1952-54. Imprigionato nel 1955, fu
liberato dopo la vittoria del Fln (accordi di Evian del 1962), divenendo
presidente dell’Algeria indipendente. Alla guida del Paese, contrariamente alla
prassi usuale in tutte le altre rivoluzioni politiche vittoriose in paesi
coloniali e neocoloniali, Ben Bella realizzò
una riforma agraria molto avanzata, non rinunciando al programma di
trasformazione sociale in cui credeva e in cui aveva dimostrato di credere (per
es. avviando processi embrionali, ma pionieristici, di liberazione della donna
algerina). Durante la lotta armata aveva accettato - lui islamico e
non-marxista - la collaborazione con Michel Pablo, all’epoca dirigente della
Quarta internazionale, imprigionato a sua volta per una fornitura di armi ai
combattenti algerini, continuando ad avvalersi in seguito della sua consulenza.
Ben Bella non
dichiarò mai apertamente un vero e proprio programma socialista per la
Rivoluzione algerina, ma nella veste di Presidente cominciò a realizzare delle
riforme che andavano in una direzione socialista. Per realizzare tale
programma, Ben Bella dovette rompere con i comunisti prosovietici algerini (per
non parlare della rottura storica con lo sciovinismo degli staliniani del Pcf
che avevano addirittura osteggiato in alcune fasi la lotta di liberazione). Fra
destra e sinistra, fra nazionalismo e socialismo, Ben Bella tentò di mantenere
un difficile equilibrio di centro nettamente orientato a sinistra e in parte vi
riuscì per la grande popolarità di cui godeva tra le masse algerine e più in
generale nel movimento di emancipazione panarabo.
Nei tre anni alla
guida del governo, Ben Bella stabilì rapporti molto stretti di collaborazione
con la Rivoluzione cubana e in modo particolare con Che Guevara. Ormai sappiamo
- per varie sue dichiarazioni e altre testimonianze - che l’entroterra di Algeri fu per un certo
periodo il luogo principale di addestramento dei guerriglieri che Cuba inviava
a combattere in America latina. Questo raro esempio di internazionalismo
concreto e operativo fu rivelato per la prima volta dallo stesso Ben Bella in
una memoria su Guevara (scritta nel ventennale della morte - 1987 - per una
commemorazione ad Atene, e da noi pubblicata in italiano in due diverse
antologie sul Che) e in tempi più recenti nell’intervista a Silvia Cattori (a
Ginevra, 16 aprile 2006 http://www.silviacattori.net/article3085.html).
Ad ennesima dimostrazione che un programma ardito di riforme sociali non può essere realizzato dalla borghesia nazionale nemmeno nei paesi ex coloniali senza una rottura del quadro delle compatibilità capitalistiche e a causa del suo radicalismo, il governo di Ben Bella fu rovesciato a giugno 1965 da un colpo di stato che portò al potere il ministro della Difesa, Houari Boumedienne. Il golpe troncò definitivamente qualsiasi evoluzione in senso socialista dell’Algeria, istituendo col tempo una forma specifica di capitalismo burocratico di stato, in difficile equilibrio tra il nazionalismo algerino e gli interessi petroliferi delle compagnie imperialistiche. Per molti anni Boumedienne (sino alla morte nel 1978) incarnò falsamente gli ideali di liberazione e socialismo dell’Algeria (per es. nel Movimento dei paesi cosiddetti “non-allineati”), mentre Ben Bella finiva agli arresti domiciliari sino al 1980, quando fu esiliato in Svizzera, da dove poté tornare nel 1990, sempre guardato a vista e con sospetto.
Ben Bella non ha
mai rinnegato la propria visione radicale del processo di liberazione delle
masse arabe. Valorizzò la propria adesione alla fede islamica, ma non volle mai
confondersi con le correnti integralistiche, cresciute nel frattempo per
influenza popolare nella stessa Algeria. Dal 2007 fece parte della Commissione
dei Saggi in seno all’Unione africana, continuando a rivendicare la necessità
di un ampio coinvolgimento delle masse arabe nel processo di liberazione
dall’imperialismo.

A questo punto va
data un’ultima informazione riguardo alla volontà di Ben Bella di proseguire
sino alla fine l’itinerario rivoluzionario cominciato da giovane nella lotta
contro il colonialismo. Nella primavera del 2011, in occasione di una sua
visita in Italia, l’ex comandante guerrigliero e dirigente di Tercer Camino,
Douglas Bravo - esponente di Utopia Rossa a livello internazionale - ci informò
che Ben Bella avrebbe potuto aderire a sua volta a Utopia rossa e che glielo
avrebbe proposto personalmente in occasione di un loro prossimo incontro. Ma
per i problemi che Douglas ha poi avuto con la polizia venezuelana (ivi
compresa la proibizione di prendere l’aereo per il suo nuovo viaggio in Italia
a ottobre del 2011), quell’ultimo incontro tra i due combattenti rivoluzionari
non si è verificato e quindi non si è potuta formalizzare la richiesta a Ben
Bella di aderire ufficialmente al progetto rivoluzionario di Utopia rossa.
Ma anche se l’atto
formale di adesione non si è potuto realizzare in tempo prima della sua morte,
dobbiamo e possiamo sentirci moralmente autorizzati a considerare questo
inflessibile combattente della causa di liberazione dei popoli come il primo grande utopista rosso del mondo
arabo e quindi come uno dei nostri.
Hasta siempre,
compagno Ahmed Ben Bella…
Da
www.utopiarossa.blogspot.com
La lettera di Massari a me indirizzata e pubblicata ieri su UR, è stata ritirata perché ritenuta dall'autore confidenziale, anche se in un primo tempo mi aveva invitato a diffonderla.
C.F.
La lettera di Massari a me indirizzata e pubblicata ieri su UR, è stata ritirata perché ritenuta dall'autore confidenziale, anche se in un primo tempo mi aveva invitato a diffonderla.
C.F.
Tutto è possibile
Oggi tutto è possibile, purchè lo
si voglia. La Storia quindi non è un fenomeno lineare, bensì una
convulsione schizofrenica, fino a quando non avremo imparato a
distruggere tutte quelle cause che producono questa realtà effettuale
pregna di ingiustizie, di ripetitività, di sopraffazioni, di sfruttamenti e di conflitti.
A tutto questo oggi si aggiunge la minaccia dell'estinzione della vita sul pianeta, dovuta all'inseguimento insensato di uno sviluppo incontrollato. In un sistema "finito", un consumo teso all'infinito, prima o poi, porta all'autodistruzione, all'emergere di nuovi padroni: gli insetti e gli stercorari.
La partecipazione diretta e l'autogestione dei programmi e delle lotte per l'emancipazione sono le uniche scelte ancora disponibili per opporsi a questo disastro e la volontà cosciente degli uomini il carburante necessario ed indispensabile per avanzare verso una società sobria, giusta, libera e solidale.
A tutto questo oggi si aggiunge la minaccia dell'estinzione della vita sul pianeta, dovuta all'inseguimento insensato di uno sviluppo incontrollato. In un sistema "finito", un consumo teso all'infinito, prima o poi, porta all'autodistruzione, all'emergere di nuovi padroni: gli insetti e gli stercorari.
La partecipazione diretta e l'autogestione dei programmi e delle lotte per l'emancipazione sono le uniche scelte ancora disponibili per opporsi a questo disastro e la volontà cosciente degli uomini il carburante necessario ed indispensabile per avanzare verso una società sobria, giusta, libera e solidale.
Alfredo Mazzucchelli
"COCINAN NUEVO PACTO DE PUNTO FIJO", entrevista a Douglas Bravo
Publicado en: http://ruptura.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1866:qcocinan-nuevo-pacto-de-punto-fijoq&catid=51:tercer-camino
www.utopiarossa.blogspot.com
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